THE DI MAGGIO CONNECTION INTERVIEW

Spesso in Italia si parla di prodotti d’eccellenza, che fanno il nostro vanto all’estero, ci danno lustro, è il caso di Marco Di Maggio, funambolico chitarrista, leader dei D.M.C., formidabile trio dove suona la chitarra e canta, che animato dal sacro fuoco del rock’n’roll, ha trovato maggiori soddisfazioni fuori dai patri confini, collaborando con alcuni mostri sacri che con le loro note hanno contribuito a forgiare classici; dal rock al country, dallo swing per al rockabilly. Marco è un personaggio schietto, verace , uno che non si vanta e non si lamenta, che ha saputo dimostrare con i fatti come si riesce ancora a vivere di musica di qualità nel nostro paese.
SD: Dimmi un po’ Marco come hai iniziato a suonare la chitarra, sei andato a scuola o autodidatta?
DM: Bella storia anche un po’ lunga, ho iniziato molto presto, per un caso, per una chitarra regalata a mio fratello, io che avevo sei anni mi sono messo a piangere che la volevo anch’io e l’hanno data a me, da lì ho incominciato a fare due accordi. Ho preso delle lezioni di chitarra classica a otto anni, ma dopo due mesi mi ero già stancato, è comunque servito come approccio iniziale anche se già facevo qualcosa. Il vero inizio risale quando a undici ..tredici anni ho fatto la band con mio fratello suonando pezzi di Elvis e di altri facendomi già le ossa dal vivo, perché andavamo a suonare con i ballerini di rock’n’roll, andavamo anche a suonare fuori regione facendo dei pezzi importanti.
SD: Quindi tu a tredici anni avevi già le idee ben chiare su quale genere ti piacesse e avresti sviluppato?
DM: In linea di massima si, ho suonato tante cose, ho ascoltato tante cose, ma tutto quello che mi piace ha sempre quella matrice swing, country, blues,rock’n roll, quella è la mia impronta.
SD: Quando hai iniziato a cantare?
DM: Praticamente subito, insieme alla chitarra, ho fatto anche vari concorsi a otto a nove anni di voci nuove, che poi mi sono serviti sul palco a rompere il ghiaccio.
SD: Autodidatta nel tuo percorso musicale?
DM: Si al 99% sono autodidatta, c’è stato nel rockabilly un personaggio abbastanza di nicchia ma noto negli ambienti fiorentini, che è un chitarrista Luigi Fiumicelli che mi diede dei consigli sul fingerpicking e mio fratello andava a scuola da Giovanni Utterberger che era un guru della chitarra fingerstyle, cugina della chitarra rockabilly, qualche dritta qua e là senza andare a lezione che però mi ha fatto comodo per il mio stile.

SD: Riesci a sostenerti vivendo di musica?
DM: Già sono più di quindici anni che vivo di musica, c’è un aneddoto abbastanza particolare nelle mia carriera, io ho smesso di suonare dai quattordici ai ventidue anni, perché non avevo più voglia di suonare e stare su di un palco. Suonavo a casa sviluppavo la tecnica, ma se penso che devo studiare allora non imparo nulla, se suono seguendo un disco che mi piace allora imparo, ma non ho la pazienza didattica. Ho mantenuto la mia conoscenza sullo strumento, anzi l’ ho consolidata, avrò fatto un live, ma sai, se non suoni dal vivo progredisci poco un 20%, poi dal 1990 in poi ho ripreso a suonare dal vivo perché mi era tornata la voglia di suonare.
SD: Hai fatto parecchie collaborazioni importanti all’estero, anche con personaggi che hanno un passato illustre, come è stato il tuo approccio da italiano con questi professionisti?
DM: E’ stata una cosa emozionante quella di pensare di suonare con i tuoi idoli, tipo il batterista di Elvis Presley o quello dei Dire Straits, ho notato soprattutto l’umiltà di questi personaggi, all’ epoca io ero un perfetto sconosciuto, conosciuto un po’ qua in Italia, prendi Terry Williams, il batterista dei Dire Straits, ha accettato di suonare con me, di suonare il mio repertorio, consapevole di guadagnare di meno e questo lo fa per passione, me lo ha dimostrato dopo accettando di fare il secondo tour in Italia organizzato da me.

SD: Come sei entrato in contatto con lui, lo hai cercato dicendogli…ciao sono Marco Di Maggio e mi piacerebbe suonare con te?
DM: No, me lo hanno proposto loro, perché c’erano in tour i Man gruppo psichedelico inglese, facevano anche un repertorio rock’n’roll, loro grande passione, ci hanno sentito suonare al Velvet Underground a Castiglion Fiorentino e da li nacque questa idea di fare un gruppo misto anglo italiano, chiamarono me e il bassista, ora negli Hormonauts, che si chiama Franco Battaglia, siamo andati a suonare in Inghilterra insieme, la tournee ebbe un buon successo, fu il nostro primo tour inglese, poi tornammo in Italia, il gruppo si chiamava Italian Love Gods, suonammo quindici date in diciotto giorni, poi il progetto fu mollato perché ognuno aveva altri impegni, però fu un bel periodo; mai uno screzio, ogni tanto ci risentiamo, tre anni fa abbiamo suonato insieme in Inghilterra, ora Terry Williams ha deciso di smettere purtroppo di suonare dal vivo per problemi personali. Questo è stato il mio approccio, poi negli Stati Uniti ho lavorato con il batterista di Elvis e con il bassista di Johnny Cash, Dave Roe, giusto per raccontarti un episodio: ero al mio secondo tour americano ed ero accompagnato da un musicisti locali, il mio bassista era in ritardo e io trovai da sostituirlo, poi il giorno dopo lo vedo arrivare ed era appunto Dave Roe, gli dissi che lo avevo rimpiazzato, lui mi disse che non c’era problema ma che aveva imparato tutto il mio repertorio e anche le doppie voci, giusto per farti capire il personaggio a quel punto dissi all’altro bassista che avevo risolto il problema, poi l’anno dopo è tornato a trovarmi mentre suonavo un day off a Nashville e nella mezzora finale a sorpresa salì sul palco con me.

SD: Ho notato che hai fatto moltissime collaborazioni all’estero, ma qua in Italia escludendo quella famosa con Greg non è che ne vanti molte, come và con l’ambiente italiano?
DM: A me piace collaborare, ma difficilmente ho trovato delle proposte che mi allettassero musicalmente e visto che sono un personaggio “di stomaco” come si dice non riesco a fare una cosa che non mi piace totalmente, in Italia gli unici che si possono avvicinare ad un compromesso fra il vecchio e il nuovo sono gli Hormonauts, per quello che riguarda il mercato italiano è molto diviso fra un settore dilettantistico di gruppi rockabilly che suonano ogni tanto e poi le uniche tre band professionistiche in Italia che fanno r’n’r’ siamo noi, gli Hormonauts e i Goodfellas. Con loro avevamo pensato ad una collaborazione che per ora non c’è stata per questioni di tempo, con gli Hormonauts mi avevano chiesto di entrare nella band, ma per me poteva essere solo un soluzione temporanea tipo featuring Marco Di Maggio.
SD: Fuori dall’ambiente rockabilly, da parte dell’ambiente della musica leggera non ti sono mai state fatte proposte?
DM: Sono arrivate, preferisco non fare nomi, mi sono arrivate a fine anni novanta in un periodo che forse avevo più bisogno di soldi di adesso, questo personaggio che suona pop mi chiese di suonare la chitarra nella sua band, ma quello che faceva non mi piaceva, mi sono anche messo in discussione facendo delle prove, non mi è piaciuto per niente e gli ho trovato una scusa che andavo in tour negli Stati Uniti. A me piacerebbe fare altre cose, ho in mente un progetto che coinvolge un’orchestra vera con archi e fiati, non mi sono dato una scadenza precisa…magari un paio d’anni e per questa collaborazione sono in contatto con un paio di gruppi italiani.
SD: Vedo che avete una line-up parecchio stabile, ti trovi bene con Matteo e Marco?
DM: Si, sono tredici anni con Matteo (basso) e dieci con Marco (batteria), infatti se ne vedono i frutti, siamo un po’ anarchici, perché siamo fra quei pochi gruppi che non fanno le prove, ci piace suonare lunghi soundcheck, perché hai i suoni del concerto.
SD: Il tuo altro gruppo è quello che ti vede coinvolto con tuo fratello i Di Maggio Bros?
DM: Certo, è un progetto non secondario, semplicemente diverso, fra l’altro è il progetto che mi ha portato negli Stati Uniti, anche grazie alla sua voce, mio fratello canta e suona la chitarra acustica principale, con questo gruppo mi sfogo suonando surf, garage e rock con un suono molto più cattivo.

SD: Chi erano i tuoi chitarristi di riferimento?
DM: La prima rock band i Led Zeppelin, il mio background è Robert Plant e Jimmi Page, i chitarristi che mi hanno di più influenzato sono stati Scotty Moore, chitarrista di Elvis e Chet Atkins, anche Les Paul per l’effettistica che adopero, ma ora come ora se penso al mio preferito è Chet Atkins, perché qualsiasi cosa abbia fatto, ha sempre dimostrato di avere un tocco in più degli altri, di quelli moderni mi piace Tommy Emmanuel, un mostro, un genio.
SD: Qual è stato il tuo disco che ha avuto maggior successo?
DM: Il primo lp dei Di Maggio Bros, anche se non ho visto soldi, ma so che ha venduto sulle dodicimila copie: tremila in Italia e il resto all’estero.

SD: Come è il movimento rockabilly qua da noi, soffre come per gli altri generi di nicchia?
DM: Noi lavoriamo di più all’estero, ma da un anno e mezzo abbiamo puntato sull’Italia, la cultura (musicale) si è un po’ allargata, anche se è logico che i grossi investimenti vanno ancora in un’ altra direzione, abbiamo fatto ascoltare il nostro disco all’Universal, la quale ci ha risposto che è un bel disco ma non si vende, io gli dissi a Sanremo mandate gruppi che vendono mille copie, noi magari a diecimila ci arriviamo, quindi c’è anche un errore di valutazione da parte di chi si occupa degli investimenti, contenti loro, noi i dischi c’è li vendiamo per conto nostro, però mi fa incazzare a pensare che c’è gente incompetente e con i paraocchi (parole sante fratello, NDR), la nicchia comunque non è più nicchia è grande.
SD: Spetterebbe a loro allargarla la nicchia, come sappiamo i gusti sono influenzati da quello che viene proposto dalla radio e dalla televisione.
DM: Certo se paghi partecipi, altrimenti no, all’estero per farti un esempio c’è ancora qualche talent scout, all’estero una chance ti viene sempre data, a noi passano i pezzi in B.B.C. alla radio inglese, anche delle radio americane passano i nostri pezzi…e in Rai c’è stato detto: non possiamo passare i vostri pezzi perché non c’è nessuno che paga…questo è scandaloso secondo me. Per concludere quando parlo con degli amici di vecchia data mi domandano ma quando è che fate successo, io gli rispondo che successo come lo intendete voi di andare a Sanremo…MAI, per quanto riguarda il successo personale siamo molto contenti: siamo andati al MOUNTREAX JAZZ FESTIVAL senza agganci, abbiamo suonato in venti paesi, naturalmente se arriva qualche riconoscimento o soldo in più siamo contenti, noi stessi vediamo il bicchiere mezzo pieno dal punto di vista artistico e mezzo vuoto dal punto di vista generale…e questo ci dà lo stimolo, ci sprona ad andare avanti e cercare di migliorarci sempre anche dopo tutto questo tempo che suoniamo.

(Txt by X-Man)
The Di Maggio Connection I Myspace
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