D10S: QUANDO IL CALCIO E’ PIU’ DI UNA PALLA CHE ROTOLA.

L’Argentina è un Paese con una storia di forti contrasti, che ha vissuto una dittatura terribile e dove il senso d’identità popolare non è stato ancora annichilito da lobotomizzanti programmi televisivi. In pieno centro di Buenos Aires esiste un luogo interessante, un ostello dove i piani sono interamente dedicati a figure popolari argentine di enorme influenza in tutta l’America Latina. L’orgoglio argentino per figure anche molto differenti,quali Eva Peron e Che Guevara, è forte, e salendo gli scalini di quest’albergo mi chiedevo chi, oltre a loro, potesse avere l’onore di una
biografia lunga 40 m di corridoio. Domanda banale soprattutto dopo aver respirato ossigeno argentino per tre mesi: Diego – Armando – Maradona.
E’ lui il personaggio pubblico più popolare della storia argentina degli ultimi 50 anni. Una fama che non deriva semplicemente dai suoi incredibili successi e dal suo talento
ineguagliabile, ma che trova genesi soprattutto nella sua personalità e nelle sue origini sociali.

“Voi ascoltate quello che dice il papa, noi quello che dice Maradona” parola di Julio e Pepe, dirigenti della Centrale dei Lavoratori Autogestiti (CTA), sindacato con sede locale anche a Cordoba. I due, 57 e 60 anni, 9 anni di dittatura militare vissuta sulla pelle, non sono certo degli sprovveduti, e sanno bene che alla fin fine pochi italiani seguono quello che dice il Papa, ma sono veramente sinceri quando parlano di Maradona. El Pibe de Oro è per loro una personificazione vivente del contrasto tra ceti bassi e alti e un esempio di voce popolare contro il potere. Sarà per la forte ammirazione del Diego per Chavez e Fidel Castro, sarà per l’appoggio all’attuale presidente argentino d’izquierda Cristina Kirchner, però la gente “segue Maradona ciecamente, per una questione politica e di principio” continua Julio, “non importa se vince o se perde, lui è un simbolo del popolo, ed è l’oligarchia che non lo vuole per motivi politici e l’ha mandato via dalla Nazionale con la scusa che non fosse un vero allenatore.”

Julio insiste, “Maradona è stato, è, e sempre sarà contro il potere e l’elite”, che nel caso del suo ambiente di lavoro s’identifica nella FIFA e nell’UEFA e nelle figure di Blatter, Platini e Pelè, ma che ai tempi di Napoli coincideva anche con lo strapotere economico delle squadre del Nord Italia, Milan e Juventus su tutte. Di fatto l’assoluta sincerità e sfrontatezza dell’ultimo numero dieci del Napoli, tanto cara alle classi popolari argentine, lo ha reso insopportabile agli alti livelli del calcio mondiale: in Argentina si dice che la finale del mondiale in Italia 1990 sia stata regalata con un dubbio rigore ai tedeschi, sia per motivi geopolitici, quali la riunificazione della Germania divisa, sia per cause
diciamo “diplomatico-calcistiche”, perché non era accettabile una seconda vittoria dell’Argentina di Maradona in due edizioni del Mondiale; allo stesso tempo si pensa che il caso di doping nel mondiale del 1994 sia stata una trappola per affossare una squadra dal potenziale offensivo unico, ricordiamo che la rosa comprendeva Maradona, Batistuta, Caniggia, Balbo, Redondo e Ortega, e dal
gioco dinamico in un mondiale noioso e pesante come l’afa statunitense. In pratica l’opinione popolare è che l’Argentina meritasse almeno una stella in più cucita sulla
maglietta biancoceleste; certo si tratta di congetture, ipotesi, fantasie, ma che contribuiscono al mito del “più grande di tutti” inimicato all’elite del calcio gelosa del suo talento.

Maradona “lotta contro tutti”, insiste Pepe, e quando ha deciso di essere DT (direttore tecnico ossia allenatore) della seleccion argentina sapeva che i suoi critici più acerrimi lo “avrebbero posto sulla croce in caso di fallimento e avrebbero dato tutto il merito ai giocatori in caso di vittoria” spiega in maniera molto lineare Daniel Arcucci, capo della redazione sportiva de La Nacion. Questo perchè i suoi detrattori non sopportano che, a rappresentare l’Argentina nel Mondo, sia stato ancora una volta lui, una persona coinvolta in pesanti storie di droga e con un modo di comunicare a volte decisamente fuori dalle righe, sempre in contrasto con la stampa ufficiale argentina comandata dal colosso privato delle comunicazioni argentine, il Clarin.

Diego Armando è un simbolo di lotta popolare addirittura per gli stessi giocatori milionari della nazionale argentina, poiché è nato ed è cresciuto in un quartiere poverissimo a sud di Buenos Aires, ed è riuscito ad uscire da quell’inferno di povertà solo grazie al suo talento, alla stessa maniera di Carlito Tevez a “Forte Apache” sobborgo impenetrabile alle forze dell’ordine. Secondo ElArgentino.com Maradona “ha messo anima, vita, carisma e ha inculcato nei giocatori argentini qualcosa che sembrava scomparso in questi tempi di contratti multimilionari, l’orgoglio di difendere la maglia argentina.” Questo però non è stato sufficiente a continuare la sua avventura in Nazionale.
A condurre la seleccion albino celeste è ora l’allenatore delle giovanili Batista, che grazie al recente successo per 4-1 contro i campioni in carica spagnoli, gode di molto credito e molto probabilmente condurrà la seleccion fino ai mondiali, anche se in molti lo consideravano solo un traghettatore. D’altronde se l’alternativa è Carlos Bianchi, uno che nel 1996 voleva vendere l’allora ventenne Totti alla Sampdoria, allora si capisce come Batista vada benissimo.

E Maradona? E’ davvero finita la sua parabola? In Argentina si dice che se non avesse fatto il calciatore, sarebbe stato un rivoluzionario, altri dicono che se avesse vinto il Mondiale avrebbe potuto anche divenire Presidente Argentino. È ovvio, si tratta senz’altro di esagerazioni vicine a un trionfalismo mononeuronale tipico del calcio, ma bisogna dire che, anche per chi non è argentino, la leggenda e il carisma di questo
piccolo atleta penetra nelle ossa. Gabriela Pepe di Gente argentino commenta in questa maniera la vita del Pibe de Oro: “Il migliore di tutti pianse (Finale Italia 90’ ndr), si drogò, fu vicino alla morte per ben due volte, cadde di nuovo, si rialzò, arrivò più in alto di tutti, si schiantò e tornò a risalire. E fu in grado di
riconoscere: ‘Io sbagliai e io pagai.” Questa volta Diego è caduto, e chi lo vede come un nemico spera che il 4-0 di matrice teutonica abbia definitivamente schiantato il mito di “D10s”. Ma 4 anni mancano al prossimo mondiale, e così come tanti altri, ho l’impressione che l’infinita storia di odio, amore, contrasto e gioia tra la Nazionale Argentina e colui che è stato definito dall’Università di Harvard un “maestro ispiratore per quelli che ancora sognano” non sia ancora finita, e molte saranno ancora le pagine da scrivere su di lui, nel bene e nel male.
(Txt & Pics Marco De Stefano)