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Salad Days Magazine | October 19, 2019

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Black Tusk ‘Pillars Of Ash’

Black Tusk ‘Pillars Of Ash’
Salad Days

Review Overview

8.5
8.5
8.5

Rating

BLACK TUSK
‘Pillars Of Ash’-LP/CD/Digital
(Relapse)
8.5/10


Il lutto che ha colpito questo gruppo di Savannah (Georgia, Usa) avrebbe mandato in frantumi tante altre band. Sì, perchè la morte a causa di un incidente in motocicletta del cantante/bassista e fondatore Jonathan Anton deve essere stato un colpo molto pesante da sopportare per gli altri due membri. I quali, però, hanno dimostrato che l’amore e la dedizione per ciò che fanno possono superare anche i momenti più bui della propria esistenza. Un grande passo è stato quello di pubblicare quest’album, l’ultimo con Anton in formazione, a sigillare una bellissima avventura il cui spirito rimarrà per sempre. I Black Tusk danno vita ad un potentissimo ibrido metal/hardcore, supportato da una produzione marchiata a fuoco da Joel Grind dei Toxic Holocaust, che conferisce a questi pezzi il giusto dosaggio distruttivo. I nostri distillano un pugno di song accattivanti ed energetiche, in cui riversano tutta la propria rabbia. C’è un grande spirito di fratellanza che traspare da questi solchi, un’alchimia perfetta che rende questo disco vincente sotto tutti i punti di vista. Il riffing è incessante nelle sue cavalcate elettriche, ricco di groove. Sezione ritmica travolgente e compatta ed una voce urlata che ricorda molto quella di un certo tipo di hardcore, sanguigna. A tal proposito segnalo il pezzo ‘Born Of Strife’, una tirata al alla nitroglicerina pronta ad esplodere in qualsiasi momento. I brani si susseguono tutti in maniera incessante, costruiti e suonati in maniera ineccepibile. Un suono vero, frutto di tanto sudore e tanti chilometri percorsi. Un suono che rifugge da qualsiasi manipolazione digitale, in cui voce, basso, chitarra e batteria suonano “umane”, omaggiando oltre trent’anni di musica estrema. Segnalo, in chiusura, la bellissima copertina disegnata da Jeremy Hush, che completa un disco davvero riuscito. Non c’è che dire, migliore testamento di questo non potevano scrivere.
(Marco Pasini)

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