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Salad Days Magazine | October 18, 2019

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Nick Cave & The Bad Seeds ‘Ghosteen’ – review

October 18, 2019 |

C’è qualcosa di catartico nella figura di Nick Cave.

I suoi tratti sottili, la fronte alta, gli occhi stanchi, le movenze sensuali dei suoi lunghi e avvolgenti arti, lo rendono una sorta di divinità terrena, un predicatore trasformista che deve la sua luce a una vita sempre al limite. Ho visto persone alzare le braccia al cielo nel solo vano tentativo di toccarlo, mentre da un palco ci ammaliava con la sua feroce grazia. Ho sentito lacrime di dolore e gioia scorrermi lungo il viso ogni volta che la sua voce si spezzava durante un live. Perché non si può definire Nick Cave un semplice cantante. Cave è un interprete di tutto ciò che possiamo chiamare vita, con tutte le sue paure, ombre, luci, fantasmi.
Ed è proprio grazie alla levatura morale del suo spirito che è riuscito a trasformare in luce il dolore più profondo di tutti: la perdita di un figlio ancora adolescente, morto in circostanze spietate e struggenti.
Chi si è trovato davanti alle spoglie senza vita di una persona amata, persa violentemente, senza preavviso, può capire come l’idea di dolore venga totalmente ridimensionata da un evento del genere. Il proprio corpo, sia fisicamente che nel più profondo Io, viene totalmente trasfigurato da un vortice di emozioni simili a una tortura, a qualcosa che ti corrode e ti sfibra, giorno dopo giorno. Una disperazione e un tormento profondo, in grado di paralizzarti anima, carne e respiro fino a farti impazzire, unite al rammarico di non aver saputo dimostrare con voce e parole i tuoi sentimenti.
Da questo tipo di esperienza impari a relazionarti con il prossimo in modo diverso, ad essere più aperto, a non lasciare scivolare le tue emozioni dentro di te, ma fuori di te, creando legami ancora più profondi.
Non è un caso, quindi, che dopo questa ferita Cave abbia scelto di aprire ‘Red Hand Files’, un sito in cui esorta i fan a chiedergli tutto quello che vogliono.

“Nel corso del tempo ho imparato che il più grande privilegio è l’opportunità di dire addio”, ha scritto Nick Cave in risposta a un fan che gli ha chiesto se avesse rimpianti. Le sue risposte forniscono una visione profondamente intima del suo mondo. All’inizio di quest’anno, quando gli è stato chiesto se sente che il suo defunto figlio Arthur stia comunicando con lui, Cave ha risposto che sente la sua presenza tutt’intorno, anche se non è reale, parlando quindi del potere calmante dell’idea di una vita dopo la morte.
“Questi spiriti sono idee… le nostre fantasie sbalordite che si risvegliano dopo una disgrazia… I fantasmi e gli spiriti e le visite nei sogni… sono doni preziosi che sono tanto validi e reali quanto il nostro bisogno che lo siano”.
Ed è proprio da questo che prende via ‘Ghosteen’, il diciassettesimo disco di Nick Cave e The Bad Seeds e il primo interamente scritto dalla tragica morte di Arthur. Come suggerito dallo stesso artista le prime 8 tracce rappresentano “i figli” e le successive 3 “i loro genitori”. Un doppio album che tenta di dare un senso all’immenso dolore che ha cambiato la sua vita e l’ultimo atto di una trilogia iniziata con ‘Push The Sky Away’ (2013) e ‘Skeleton Key’ (2016).

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‘Ghosteen’ non è un disco di facile ascolto, anzi, è forse il meno immediato di tutta la discografia del cantautore australiano. Le sonorità rarefatte e trascendentali meritano un’attenzione meticolosa, lontano dal rumore, dalla luce, da ogni distrazione. Dal punto di vista musicale, infatti, le canzoni hanno poco in termini di ritmo o struttura. Le percussioni di Wydler sono in gran parte assenti, sostituite quasi interamente dalle trame elettroniche e sognanti di Ellis, rendendo i pezzi ariosi, febbrili, quasi disorientanti, in una sorta di visione che risulta però vivida. I testi, qui ispirati come non mai seppur nella loro semplicità e ripetizione, sono come le parole di un Reverendo che ci accompagna alla ricerca di un legame spirituale perduto con qualcosa di ancestrale e lontano, quasi mitologico e primitivo, come la bizzarra copertina sembra voler rappresentare.
La voce di Cave è infatti la vera protagonista di questo disco, ridotto musicalmente all’essenziale, relegando i suoni a un accompagnamento minimale e scarno, mai invadente, creando una sorta di paesaggio sonoro che ci viene descritto con una lucidità estrema dando vita ad un mondo surreale fatto di cavalli dalle criniere infuocate, galeoni che fluttuano nel cielo, di bambini che si arrampicano verso il sole, di famiglie di orsi in cui il più piccolo membro della famiglia se n’è andato lontano, raggiungendo la luna con una barchetta.
Come se volesse raccontare un’ultima storia al suo bambino, prima che i suoi occhi si chiudano per sempre. E lo fa dando un’espressività alla sua voce in un modo ancora più profondo del solito, innalzandola verso il cielo con acuti così struggenti che non puoi fare altro che piangere, lasciare che le lacrime sgorghino dai tuoi occhi e ringraziare chi è riuscito a farti esplodere il cuore in modo così sincero.

I fantasmi danzano e fluttuano in ogni pezzo, in ogni nota, in ogni respiro. ‘Ghosteen’ è un neologismo pieno di significato: non rappresenta lo spirito in quanto “morto” ma, piuttosto, la presenza di un essere magico, una presenza misteriosa e delicata (il suffisso -een richiama proprio qualcosa di cui non aver paura, qualcosa di piccolo e grazioso), uno “spirito errante che vaga in un senso più che fisico”, come lo ha definito lo stesso Cave e al quale ha dedicato una delle immagini più belle del disco, contenuta nella title-track ‘A ghosteen dances in my hand Slowly twirling, twirling all around A glowing circle in my hand Dancing, dancing, dancing all around’, come se potesse tenere tra le mani il ricordo del figlio, guardarlo danzare davanti ai suoi occhi.
Una visione poetica che richiama molto da vicino William Blake, William Butler Yeats ma anche cantautori come Scott Walker e Leonard Cohen.

Non mi interessa qui soffermarmi sul singolo brano perché penso il disco sia una sorta di doloroso e necessario cammino verso la luce e la speranza, verso un nuovo modo di abbracciare la vita e i suoi colori, anche dopo un evento così tragico e spiazzante e, pertanto, debba essere ascoltato nella sua interezza per comprendere appieno la composta umanità di un uomo che ancora una volta ci ha dimostrato che la musica può essere l’unica medicina per le devastanti insidie della nostra esistenza.

NICK CAVE & THE BAD SEEDS
‘Ghosteen’-LP
(Awal)
10/10

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(Txt Serena Mazzini x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Pics: courtesy of Matt Thorne

Todays Festival: quel che rimane

September 16, 2019 |

Il festival, andato in scena a Torino dal 23 al 25 agosto, ha ospitato artisti di fama internazionale, da Bob Mould agli Sleaford Mods…

L’autunno sta prendendo il sopravvento su Torino, rendendo ancora più grigio il suo profilo tipicamente riservato e austero. Nella malinconia dei tragitti percorsi su vecchi tram, vedo i manifesti del TOdays lentamente sgretolarsi o lasciar spazio a nuovi eventi. Ad appesantire l’aria la notizia delle dimissioni del direttore artistico, Gianluca Gozzi, arrivata non appena spente le luci del festival.

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Arrivo con molto ritardo a scrivere questo report ma, si sa, Torino è una città ad alto livello di produzione e i serrati ritmi lavorativi dal rientro delle vacanze non lasciano spazio nemmeno ai ricordi. Anche se, nel mio caso, il luogo in cui lavoro è proprio accanto a quello della manifestazione.

Non credo abbia più senso descrivere un festival artista per artista, non nell’epoca dei social, dove tutto è fruito e condiviso all’istante e l’interesse si perde nel tempo di una story su Instagram.

Ma se c’è qualcosa che rende TOdays diverso, è proprio il legame con il territorio che ospita le sue serate: Barriera di Milano è uno dei quartieri più difficili di Torino. Abbandonato a se stesso, abitato per la maggior parte da immigrati, è stato oggetto di rivalutazione o, se vogliamo, gentrificazione, con l’apertura del Museo Ettore Fico e dell’EDIT, un locale dai connotati post-industriali tipicamente hipsterini.

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Ma tutto ciò non è bastato: il Parco Aurelio Peccei, ad esempio, diviene quasi del tutto inagibile in estate, a causa di un’amministrazione che non è in grado di gestire l’unico punto di sfogo di un quartiere che non ha quasi nulla. Per questo il ruolo del TOdays diviene determinante: per 3 giorni la zona più arida della città, quella che dalle madamin torinesi viene definita fulcro di violenza e criminalità, si colora di musica.

Non solo Spazio 211 ma anche tutta la zona circostante prende vita, fino ad abbracciare tutta la città grazie anche agli eventi collaterali offerti, come workshop e mostre. Ed è difficile descrivere a chi non era lì cosa si prova a guardare i Parcels illuminarsi al tramonto, grazie ad un telo dorato alle loro spalle che rende tutto ancora più sognante, sapendo che dietro di te ci sono invece vecchi magazzini, edifici traballanti, case popolari.

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Il festival quest’anno ha deciso di non avere nomi italiani, forse proprio per sottolineare come la diversità sia una ricchezza. E lo è ancora di più quando ti ritrovi sul palco artisti che, senza l’esistenza di un format chiamato festival, probabilmente non avresti mai visto, come ad esempio Adam Naas, un elfo col trucco da panda che ammalia il pubblico grazie a una voce tra Prince e Jackson e a una presenza scenica da far invidia alle Queen del Coachella.

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Ma è nell’alchimia tra suoni la vera magia del TOdays: quando vedi la vecchia guarda, come Bob Mould, intrecciarsi ai ritmi dei Dengue Dengue Dengue o la meravigliosa inquietudine dei Low abbracciare la notte, trasformando il crepuscolo in una notte senza stelle sulle note di ‘Lazy’, dal primo album del 1994 ‘I Could Live In Hope’, lasciare spazio ai più giovani, che urlano a perdifiato sui pezzi dell’irlandese Hozier.

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E poi ci sono gli eroi senza tempo, come Johnny Marr che ci regala alcuni degli evergreen dei The Smiths (concludendo con una delle più famose hit per cuori infranti ‘ThereIs A Light That Never Goes Out’) e Jarvis Cocker dei Pulp e, che dire ragazzi, vorrei saper ballare in modo sensuale come lui che, in una tarda domenica di fine estate, nonostante il caldo umido e la stanchezza, ha tenuto in pugno tutto il pubblico, che ha poi trovato la pace tra gli esperimenti di soundscapes di Nils Frahm presso gli spazi dell’ex Incet.

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Menzione speciale per gli Sleaford Mods, il cui live gratuito al Parco Peccei alle 16.30 della domenica è stato un vero e proprio atto politico: il duo di punk elettronica di Nottingham è, infatti, la più reale emanazione del proletariato urbano e non poteva esserci una cornice più adeguata per la loro esibizione, proprio lì, tra quelli spazi che il comune ha definito “simbolo della lotta al degrado urbano e umano”. E mentre Jason urlava “kebab spiders, easy riders and flag tits”, a lato del palco abbiamo visto uno dei simboli più forti di questo evento: un box di Glovo posato per terra, probabilmente da un fattorino incazzato che ha mollato tutto per andare a vedere i propri idoli.

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(Ph. Serena Mazzini)

Cosa sarà del Festival ancora non lo sappiamo. Ciò che rimane è la certezza che quello che è partito come la Cenerentola dei festival estivi si è affermato come un modello positivo di simbiosi tra territorio, prese di posizioni coraggiose e musica che si fa politica. In caso, mancherà molto.

(Txt by Serena Mazzini e pics by Claudia Losini x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Schizo + Cripple Bastards + Nerobove @ Afrobar x Catania Tattoo Convention – photorecap

August 28, 2019 |

Schizo + Cripple Bastards + Nerobove @ Afrobar x Catania Tattoo Convention – photorecap

Pictures by Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved. Full Catania Tattoo Convention report and Cripple Bastards interview out now on Salad Days Mag #40 – The Summer Issue -

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NEROBOVE

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T.F.V. NON MOLLEREMO MAI E’ IL SECONDO ESTRATTO DALL’ EP “C’ERA UNA VOLTA UN SOGNO”

August 9, 2019 |

In ‘Non Molleremo Mai’, nuovo inedito dei T.F.V. estratto dall’ EP ‘C’Era Una Volta Un Sogno’, si parla di una società diversa rispetto a quella dell’infanzia della band:

…una società in cui non si cresce più in strada calciando un pallone, dove non si socializza con altre persone, dove non c’e’ più lealtà. Questo spesso fa sentire soli in mezzo a tante maschere e pochi volti, in una realtà che la band non sente più sua. Il video che accompagna il singolo, esprime tutta la gioventù e la voglia di rimanere sempre giovani nell’animo attraverso il piccolo Filippo di 9 anni, che vuole essere un esempio per i bambini della sua età e per i giovani adolescenti, all’approccio con il mondo dello skateboard, ma anche al socializzare e al crescere con dei valori.

IL 14 AGOSTO LA BAND SUONERA’ LIVE AL BAY FEST DI BELLARIA IGEA MARINA (RIMINI) IN APERTURA A BAND DEL CALIBRO DI THE OFFSPRING, NOFX, SKA- P E MOLTI ALTRI!

I T.F.V. sono una Punk-Rock/Melodic-Hardcore band reggiana nata nel 2008 che prende ispirazione da gruppi punk californiani come NOFX, Pennywise, Blink182 e Descendents. I loro testi trattano generalmente delle problematiche presenti all’interno della società, della famiglia e della vita di tutti i giorni. La nascita della band avviene quando il chitarrista Johnny e del fratello bassista Jimmy decidono, insieme ai loro due amici Alex e Gara, di formare un gruppo tutto loro. Dopo aver considerato diverse opzioni, la scelta definitiva del nome cade su T.F.V. acronimo di Time For Vomit. Tra il 2008 e il 2009 registrano due demo: ‘Can You Save Me?’ e ‘Sc-Emo’, inserite a loro volta all’interno delle compilation: ‘The Explosion Of Punk V.2′ e ‘Punk Kills V.2′. Alex lascia la band nel 2010 e nel 2011 esce il primo album ‘Disciplina Zero’ come power trio. Nel 2015 esce il secondo lavoro in studio, l’ EP ‘Neuro Esplosione’. Nel 2017 Gara lascia la band e viene sostituito da Stecco. Con la nuova formazione e una chitarra in più suonata dall’amico di vecchia data Dave, nel 2018 esce il nuovo EP ‘C’Era Una Volta Un Sogno’ insieme al singolo estratto ‘America’ che permette alla band di aprire un live dei SUM 41. I T.F.V. hanno condiviso il palco anche con: H2O – Waterparks – Andrea Rock – Andead – Shandon – Meganoidi – Raw Power – Paolino Paperino Band – Dogs – Terry Bomb (LA).

Flogging Molly @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – photorecap

July 2, 2019 |

Flogging Molly @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – photorecap

Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved

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Descendents @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – photorecap

June 30, 2019 |

Descendents @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – photorecap

Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved

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In.Fest 2019 Day 1/2 – recap

June 20, 2019 |

IN.FEST 2019 DAY #1 Live Club, Trezzo D’Adda (MI)

L’edizione 2019 di In.Fest non parte nel modo migliore causa defezione dell’ultimo minuto della band headliner del day one. I Beartooth, attesissimi, sono stati costretti a cancellare l’esibizione causa foratura gomma tour bus in Svizzera. La notizia ha scatenato l’ira dei fan, alcuni dei quali (quelli ancora non pervenuti al Live in orario di apertura porte) hanno preferito disertare e optare per il rimborso del biglietto. Male per loro, perchè le altre band in cartellone hanno tenuto tutte alta l’asticella senza, immagino, far rimpiangere la band di Caleb Shomo. Mi perdo, causa coda in autostrada, Why Everyone Left, band romagnola chiamata ad aprire il festival. Riesco forse a sentire qualche nota dell’ultima canzone mentre ritiro i biglietti in cassa. Mi dicono abbiano spaccato. A seguire As It Is, band di Brighton di cui si fa un gran parlare da parecchio tempo ormai. Mai seguiti troppo, nemmeno ai tempi dell’uscita del primo album ‘Never Happy, Ever After’ quando facevano pop-punk. Oggi suonano, stando alle loro dichiarazioni, una miscela di “emo, pop punk, post-hardcore”. A me hanno ricordato vagamente i 30 Seconds To Mars, con un cantante molto più valido di Jared Leto. Fatto sta che comunque non avevo grandi aspettative ma mi sono dovuto ricredere. Ottimo set, band che tiene il palco da paura, nessuna sbavatura. Ho capito perchè di loro si fa un gran parlare. Dopo un rapido cambio palco è la volta di un’altra band molto attesa, specialmente dalle pischelle, Our Last Night. La band dei fratelli Wentworth è in giro dal 2004 e si vede. Che sappiano suonare ormai tutti lo sanno, basta vedere i loro video su youtube, e dal vivo lo confermano, anche se qualche stecca, ad entrambi i fratelli, ogni tanto parte. Concerto comunque molto più che onesto. Chiusura del festival affidata ai Newyorkesi State Champs, paladini del pop-punk ormai da diversi anni. Su disco mi piacciono, ero molto curioso di vederli live. Devo ammettere che ci hanno messo un po’ a entrare in partita, penalizzati forse anche dai suoni peggiori di tutta la serata, ma dopo le prime tre canzoni di rodaggio, dalla quarta fino alla fine hanno mantenuto l’asticella altina, anche se il vocalist Derek DiScanio l’ho visto, in alcuni momenti, abbastanza in difficoltà. Il pubblico ha comunque gradito, ringraziando con un sing-a-long dietro l’altro e qualche accenno di circle pit.

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IN.FEST 2019 DAY #2 Circolo Arci Fuori Orario, Taneto di Gattatico (RE)

Ci spostiamo in Romagna per la seconda data di In.Fest, nella splendida cornice del circolo Arci Fuori Orario, locale che non conoscevo e nel quale non ero, ovviamente, mai stato prima. Il piatto forte della giornata sono sicuramente i Fever 333, attesissimi. Ad aprire la serata ci hanno pensato i romagnoli What We Lost e gli americani Starset, nuova band di Dustin Bates (Downplay). Ci perdiamo entrambe le band e non riusciamo a darvi un feedback delle loro esibizioni. Dei Fever333 si fa un gran parlare ormai da diverso tempo, tutti avevano già visto su youtube cosa sono in grado di mettere in piedi e alla fine del loro set nessuno è rimasto deluso. La scaletta pesca dai due lavori della band, ‘Made An America’ e il più recente ‘Strenght In Numb333rs’ e non lascia prigionieri. La band, coccolata da Travis Barker e John Feldmann, è ormai pronta per il grande salto. Chiusura della serata affidata a Underoath, band di Tampa, Florida che non ha bisogno di presentazioni per nessuno. I tempi d’oro, almeno in Italia, per loro sono passati da diverso tempo ormai; ne è la prova la pochezza di gente che, purtroppo, rimane ad assistere al loro set. Un’oretta di concerto dove la band suona praticamente un greatest hits con pezzi tratti dai suoi album più famosi e qualche traccia dell’ultimo ‘Erase Me’. A sorpresa suonano ‘Too Bright To See, Too Loud To Hear’, per ricordare a tutti che il discorso 777 non è stato proprio accantonato del tutto. Concerto regolare, tutti belli gasati a parte un Aaron Gillespie vistosamente stanco/scazzato. In.Fest è una bella realtà, forse per l’edizione 2020 sarebbe bello riuscire a condensare il tutto in una giornata unica (magari con due palchi) e fare due date nella stessa location (disponibilità permettendo). Unica nota negativa della serata per il locale: Fuori Orario sei bellissimo, hai una location che ti invidiano tutti ma non puoi non tenere aperta la cucina per chi è li ad assistere ad un concerto che dura dalle 18 alle 23 e offrire la possibilità di scegliere solo tra un panino al salame e uno con la coppa, tagliando praticamente fuori vegetariani e vegani. Se non volete smazzarvi voi il problema di sfamare il pubblico, attrezzatevi, nell’era dello street food non dovreste far fatica a trovare qualcuno, avendo anche lo spazio per poterlo fare. Che vi sia di monito per i prossimi eventi.

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(Txt Francesco Zavattari & Pics Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Descendents @ Carroponte, Milano – Vinci i biglietti!

June 16, 2019 |

I Descendents, una delle più celebrate ed iconiche band nel proprio genere, condividerà il palco con i Flogging Molly martedì 25 giugno allo storico Carroponte di Sesto San Giovanni – Milano per una serata eccezionale di musica live.

Salad Days Mag e Hub Factory mettono in palio due biglietti per accedere ad una di quelle serate che entreranno direttamente nella memoria collettiva di ognuno dei partecipanti; l’occasione unica di assistere a una di quelle combinazioni di band che raramente si vedono insieme, in un pacchetto capace di accontentare i fan su tutto lo spettro del punk in ogni sua sfaccettatura. Come partecipare all’estrazione dei due ingressi omaggio? Semplice: condividete il flyer qui sopra dei Descendents, disegnato da Chris Shary, sulla vostra pagina Instagram taggando #descendentsgiveaway @saladdaysmagazine oppure “repostandolo” direttamente dalla pagina Instagram ufficiale di Salad Days Mag (sempre con l’aggiunta di (#descendentsgiveaway @saladdaysmagazine). Una volta fattociò entrerete di diritto nella lista per l’estrazione finale dei due fortunati biglietti. Fatevi sotto!

Ecco i dettagli della data:

FLOGGING MOLLY + DESCENDENTS
25 giugno 2019 | Carroponte | Sesto San Giovanni – Milano
Ingresso: 25€ + diritti di prevendita
Prevendite disponibili sul circuito Mailticket a partire dalle ore 10:00 di venerdì 22 febbraio.

Fever 333 @ Legend Club, Milano – photorecap

June 15, 2019 |

Fever 333 @ Legend Club, Milano – photorecap

Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved

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NEXT TIME MR. FOX – INTERVIEW

June 12, 2019 |

Come già detto nella nostra recensione, ‘Sunken City’ è sicuramente un ottimo esempio dell’evoluzione artistica del metalcore, ormai a tutti gli effetti dirottato su territory più metal oriented che in passato. I Next Time Mr. Fox sono riusciti a coniugare il tutto con intelligenza, scopriamoli quindi in questa intervista.
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SLS London 2019 tickets giveaway

May 20, 2019 |

Salad Days Mag & Monster Energy mettono in palio ben 6 biglietti per l’edizione europea della SLS che si svolgerà a Londra dal 24 al 26 maggio!

Se vuoi vincere il tuo biglietto e dunque la possibilità di vedere dal vivo il gotha dello skateboarding planetario, stiamo parlando di atleti del calibro di: Carlos Ribeiro, Ishod Wair, Nyjah Huston, Felipe Gustavo, Kyle Walker, Tom Asta, Jamie Foy, Yuto Horigome, Chris Joslin, Tiago Lemos, Manny Santiago, Chad Ortiz, Matt Berger, Kelvin Hoefler, Sean Malto, Zion Wright, Mark Suciu, Evan Smith, Micky Papa, Shane O’Neill, Torey Pudwill, Louie Lopez, Tommy Fynn, Elijah Berle, Ryan Decenzo, Trevor Colden, Dave Bachinsky, Dashawn Jordan, Cody McEntire, Luan Oliveira, Milton Martinez, Trent McClung; altro non devi fare che indicarci almeno 3 nomi degli 8 finalisti dell’edizione inglese del 2018. Hai ben 2 opzioni diverse:

-mettere un like al post su instagram della pagina @saladdaysmagazine condividerlo sul tuo profilo con la lista dei nomi.
-mettere un like al post sulla nostra pagina facebook condividerlo sul tuo profilo con la lista dei nomi.

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Una volta fatto ciò potrai partecipare all’estrazione di uno dei sei biglietti messi a dispozizione da Salad Days Mag in collaborazione con Monster Energy per l’edizione dell’SLS 2019 tappa di Londra che avrà luogo dal 24 al 26 maggio alla Copper Box Arena, Queen Elizabeth Olympic Park.

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Frank Carter And The Rattlesnakes @ Santeria Social Club, Milano – photorecap

April 3, 2019 |

Frank Carter and the Rattlesnakes @ Santeria Social Club, Milano – photorecap

Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved

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Nuovo singolo a sorpresa annuncia l’album di ritorno dei mantovani Attic

March 28, 2019 |

Dopo un lungo periodo di silenzio, i mantovani ATTIC annunciano il loro ritorno in grande stile.
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Mother: in anteprima il disco ‘Love Vision’

March 25, 2019 |

Washington, 21 giugno 1985.

Una manifestazione davanti all’ambasciata sudafricana per protestare contro l’apartheid, fortemente sostenuta dalle personalità che gravitavano attorno alla Dischord House, culmina nello storico concerto dei Rites Of Spring al Club 9:30, dando vita a quella che viene comunemente definita “Revolution Summer”, un punto di rottura con le istanze hardcore del passato, che in quegli anni stava diventando sempre più macho e sessista, ispirando il filone emocore di fine anni’80. Non a caso Tomas Squip dei Beefater definì la nuova scena la “realtà del cuore”, in contrapposizione alla “realtà della violenza” che caratterizzava invece la scena skinhead.

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Questa introduzione è quanto mai doverosa per riuscire a comprendere l’intento dei Mother, giovanissima formazione veneta attiva dalla primavera del 2017. “Love Vision” è infatti un tributo alle istanze di cambiamento portate avanti da band come Embrace, One Last Wish e Dag Nasty. Ma non solo: il disco sembra una di quelle fotografie scattate con quelle macchine che permettono di mandare indietro la pellicola e scattarci sopra più e più volte, stratificando ricordi, percezioni, pensieri e influenze che abbracciano generi diversi. Nel sottosuono dei brani si percepisce infatti il lamento rumoroso dallo sguardo incerto dei Dinousaur Jr, l’impatto emotivo del grunge-rock più sognante degli Smashing Pumpkins, la rabbia dei Turning Point, l’inquietudine di band come Alice in Chains e Sunny Day Real Estate.

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I Mother riescono nell’impresa di mescolare l’alternative rock degli anni’90 con il post-hardcore degli anni’80, affrontando temi come la distanza emotiva tra gli esseri umani, la morte, l’autocoscienza, la resilienza. ‘Colorless Boy’, ad esempio, sembra un pezzo degli Scream suonato con la delicatezza dei Mad Season ed è proprio questo alternarsi di chiaro-scuri a rendere il sound della band decisamente originale. Il risultato è un disco di 19 minuti sincero, diretto e immediato, nel quale sono contenute piccole gemme luminose come il primo cielo sereno in Primavera. Un esempio è ‘Keepsake’, brano di chiusura del disco, perfetto sunto del Seattle Sound grazie anche alla presenza della voce sensibile ed espressiva di Giorgia Zabeo, sostenuta dai contributi di Samall Ali degli Slander e di Michael Simeon dei Misery For A Living. Simon Reynolds parlerebbe di “Retromania” per sottolineare l’impossibilità di liberarci di quegli spettri del passato che continuano ad influenzare le istanze culturali della nostra epoca. I Mother sono semplicemente i figli di quegli anni’90 dai quali non riusciamo a staccarci, nonostante sia un’epoca che abbiamo vissuto solo parzialmente ma che, allo stesso tempo, ci abbraccia come una Madre dal quale abbiamo ereditato la malinconia di Cobain e i colori della pop culture, entrata nelle nostre case grazie a MTV. ‘Love Vision’ ha tutte le caratteristiche per essere uno dei dischi dell’anno. Premi “play” e ascoltalo.