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Salad Days Magazine | June 28, 2022

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Highlights

Krifi Wag – Interview

June 20, 2022 |

Hanno pubblicato un EP e stanno inanellando una serie di date live, a riprova che la musica sta ritornando con spinta ed entusiasmo. Parliamo dei Krifi Wag, che abbiamo intervistato in esclusiva per Salad Days.

SD: Avete pubblicato da poco un EP live in studio. Pensate che questo formato possa esprimere al meglio le vostre sonorità?
KW: Assolutamente: Krifi Wag nasce per la condivisione e l’esibizione dal vivo, e siamo soddisfatti del risultato ottenuto tramite la collaborazione con il Fox Studio. D’ora in poi, inoltre, potrete ascoltare dal vivo la formazione definitiva del gruppo, con la recente aggiunta di un’altra chitarra… oltre a poter assistere al vero delirio di uno show dal vivo, liberi nello spazio da costrizioni tecniche!

SD: Che cosa costituisce il nucleo della vostra musica, dal punto di vista stilistico? Se doveste etichettarvi e dire “facciamo musica per fan di…”, di che gruppi potremmo parlare?
KW: Credo che nessuno di noi rimanderebbe Krifi Wag al particolare stile di un gruppo… quanto piuttosto alla sublimazione dell’esperienza dei quattro componenti, le quali godono di ampio respiro. Meglio guardare la luna e sognare con la propria testa, “facciamo musica per fan di cose belle”.

SD: Il Veneto è terra fertile per la musica underground. Quali altri progetti vi piacciono? Vi andrebbe di suggerirci qualche ascolto delle vostre zone?
KW: Vero, bello osservare tutto il movimento di questo periodo, le persone e gli artisti sono carichi e in sviluppo. Beh, delle nostre zone suggeriamo Krifi Wag, un vero portento, e Fred Buscaglione se fosse vivo e veneto! Poi salutiamo i nostri amici: Percossa Fossile, Galassia Club e Nairobi per dirne alcuni.

SD: Pensate che in Italia ci sia spazio per i tanti progetti indipendenti? Quali sono gli strumenti indispensabili per promuoversi quando non si ha a disposizione una struttura complessa come quella che supporta gli artisti più grandi? In questo senso, che rapporto avete coi social media?
KW: Per quanto ci riguarda, che ci si trovi a casa o in “terra aliena”, è fondamentale stabilire un rapporto umano col potenziale pubblico mostrando con trasparenza ciò che si è e da cosa si è mossi: a noi personalmente piace partire dal semplice dialogo, addirittura fermando la gente per strada per ufficiosamente invitare ai nostri concerti. Da questo gradino, passando ai social media, ci piace mantenere stile e spontaneità mostrando sui social l’immagine di noi stessi che noi in primo luogo percepiamo, “pubblicando” momenti ordinari intrecciati con arte, musica o semplice divertimento.

SD: Dal punto di vista tecnico, cosa non deve mancare tra le armi da palco dei Krifi Wag? Qualche amplificatore o pedale particolare? Qualche piatto della batteria che definisce il vostro sound? Questa è per i “gear nerd” là fuori!
KW: Più che armi da palco direi che siamo molto attenti a disegnare ogni tocco e ogni momento per farlo suonare con la giusta eleganza e risalto. Abbiamo perfettamente in mente che suono vogliamo raggiungere e non ci stufiamo di cercarlo, è come se non smettessimo mai di arricchire la realtà universale a cui abbiamo dato vita, con dei dettagli sempre più densi, tratti dalle idee particolari da cui nasce questa musica. Comunque questo fa si che nelle nostre Pedalboard, ci siano diversi drive, distortion e fuzz miscelati in maniera piuttosto diversa fra un brano e l’altro che ci permettono di dare molta dinamica ed espressività ai brani.

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SD: State affrontando una serie di date dal vivo. Come vi sembra la risposta? E com’è tornare dal vivo dopo il periodo trascorso negli ultimi due anni?
KW: Suonare dal vivo è per noi fondamentale in qualunque momento e circostanza: anche se l’ultima volta è stata, per dire, 24 ore prima. Tornare dopo le spiacevoli situazioni recenti è indubbiamente liberatorio, energico, con un leggero sapore di rivalsa verso il tempo cosiddetto galantuomo. La risposta ci pare più che positiva: in linea con la nostra personalità e il nostro modus operandi percepiamo di lasciare sempre, in qualche misura, un segno “Wag” a chi ci ascolta: preparatevi a una Krifi Mistica!

SD: A cosa lavorerete prossimamente? Avete in cantiere un nuovo album?
KW: Stiamo scrivendo del materiale nuovo in maniera insolita per cui siamo in fase di sperimentazione, vogliamo allungare lo show ancora un po’. Parallelamente stiamo per fare uscire il primo pezzo dall’Ep ‘Red Carpet’ Vol.1, che è solo il primo capitolo dell’album. Fra poco ne verrà annunciata l’uscita. Nel mentre ci sarà qualche sorpresa e poi l’uscita finale.

Jaguero interview

June 15, 2022 |

Inizialmente oggetto misterioso del panorama underground nazionale, i vicentini Jaguero, con gente di Regarde, Slander e Blankets, salgono alla ribalta con l’uscita del loro primo ep ‘Worst Weekend Ever’. Abbiamo scambiato un due chiacchiere con i quattro.

SD: Ciao ragazzi benvenuti su Salad Days Magazine, come state?
J: Ciao caro, tutto bene!

SD: Siete un gruppo nuovo sulla piazza anche se composto da volti noti nella scena underground italiana, per quanto abbiate tentato la carta del mistero fino a quando è riuscita. Ci parlate un pò del gruppo e pure del nome che avete scelto?
J: Jaguero è in primis un gruppo di amici. Inizialmente Andrea C. e Andrea C.S. hanno cominciato a scrivere qualche canzone per noia e senza una direzione specifica, ma qualche tempo dopo Matteo e Guido sono subentrati, completando la formazione e impostando il mood del progetto Jaguero: la presa bene. Il nome poi deriva da un vaneggio sul giocatore di calcio Aguero durante una festa, in cui ci siamo immaginati un wrestler mascherato tipo Rey Mysterio ma più sfigato e tormentato, chiamato appunto Jaguero.

SD: Personalmente vi conosco da un botto di anni e seppure avete iniziato con l’hardcore ora, pur mantenendone l’attitudine avete virato su lidi più melodici, come se questo progetto fosse uno spin off di quanto fatto con Regarde e Blankets. Come avete deciso di imbarcarvi in questa nuova avventura?
J: Il progetto Jaguero rappresenta un parallelismo rispetto alle nostre band, attuali e passate: nello specifico, Jaguero è solo un modo diverso di esprimerci, senza una particolare attenzione a genere o sonorità presente negli altri progetti. E’ un ensamble “alla mano” con cui vogliamo solo divertirci senza troppe pretese, quindi non c’è nulla di più o di meno rispetto alle nostre altre band, ma solo un “metodo” diverso per raggiungere lo stesso obiettivo. Per quanto poi Jaguero abbia un’importante parte melodica, non escludiamo che le prossime uscite possano dare spazio al nostro lato più aggressivo, chi lo sa!

SD: Parliamo un pò; di influenze. C’è sicuramente un vibe weezeriano anche se penso che ci siano di mezzo anche gruppi più recenti che vi hanno ispirato durante la composizione di questo ep.
J: Come gruppi cardine concordiamo tutti su Culture Abuse, Angel Du$t e Drug Church, però ovviamente l’ascolto personale di ciascuno di noi ha avuto il suo peso: Andrea C.S. è in fissa con The Weeknd e Battles, mentre Guido con il filone Julien Baker e Lucy Dacus; per quanto riguarda Andrea C. invece sicuramente Yellow Days e Hiatus Kaiyote, mentre per Matteo andiamo di Fiddlehead e Pkew Pkew Pkew. Poi è interessante il fatto che all’interno di ‘Worst Weekend Ever’ si posso trovare un sacco di sonorità “non volute” direttamente, come appunto Weezer o anche primi Foo Fighters!

SD: Epidemic Records ha curato l’uscita digitale di questo EP. Visto l’hype crescente state pensando anche ad una release in formato fisico?
J: La voglia di stampare ‘Worst Weekend Ever’ in vinile c’è ed è anche tanta (anche perchè siamo molto appassionati del formato in sè), però purtroppo gli impianti sono quasi tutti occupati dalle major e di conseguenza i tempi di attesa sono eterni. Altri formati sono o stanno diventando obsoleti, quindi siamo in una sorta di limbo decisionale ora come ora. Non escludiamo però una stampa postuma appena ce ne sarà modo, ma purtroppo per ora non c’è nulla di certo all’orizzonte.

SD: Avete da poco fatto anche il vostro esordio live, come è andata? Quali sono i vostri piani futuri?
J: Il primo live è stato veramente intenso: c’era un sacco di voglia di suonare e di divertirsi, ma ovviamente la classica tensione da primo concerto non mancava. Ci siamo presi un sacco bene quando abbiam visto molta gente cantare con noi già dal primo pezzo, ed è stato bellissimo. I piani per il futuro prevedono live e una nuova uscita attualmente in fase di composizione, sperando di portare ‘Worst Weekend Ever’ ovunque sia possibile!

SD: Domanda golosa golosa. Cosa state ascoltando in sto periodo e vorreste consigliare ai nostri lettori?
J: In questo periodo raccomandiamo le ultime ultime uscite di Phantom Bay, Ratboys, WAAX e I Feel Fine, evitiamo di citare poi i vari gruppi storici che ascoltiamo quasi costantemente!

SD: Grazie ancora per questa intervista! Volete aggiungere qualcosa?
J: Grazie a te Michael e Salad Days Mag per lo spazio, e grazie in anticipo a chiunque vorrà supportarci con un ascolto o passando ad uno dei prossimi live a fare due chiacchere. Ci vediamo presto!

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(Txt Michael Simeon x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Slapshot / No Restraints @ XO Pub, Magenta (Mi) – recap

June 10, 2022 |

Citando un mostro sacro della scrittura tutta, purtroppo scomparso pochi giorni fa: ingrato il compito dello “scriba” quando deve parlare di Jack Kelly e della sua crocchia bostoniana, gli Slapshot.

Cazzo, cosa devo inventarmi riguardo ad un gruppo in giro per festeggiare i 35 anni (in realtà ricorrenza postuma, visto il COVID) di ‘Back On The Map’, e non dovrei dire altro. Cazzo, cosa devo scrivere che non è già stato scritto di “Choke”, della scena bostoniana, e del loro modo “In Your Face” di essere straight edge. Boh? Ci provo, un po’ così, a caso.

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Uno, metto in allegato la scaletta del concerto, così sapete cosa vi siete persi.

Due, aggiungo che sono rientrati per un encore di una decina di minuti, ma qui non vi dico altro, così imparate (i milanesi) ad essere andati alla fiera del design!

Tre. E’ verissimo quello che ho letto da Alberto Flamingo Records in risposta ad una foto del buon Paolo Merenda (presente) con Choke: “sembra il mio amico pizzaiolo”! Come molti fanno in tour, anche Choke ha unito l’utile al dilettevole, e quindi ha messo un tatuaggio
“pomeridiano/italiano (pavese, mi sembra di aver capito)” sulla sua testona. Tatuaggio… protezione… improbabile fasciatura che gli dava
proprio quelle sembianze… quelle di un “Guido” qualunque. Insomma. Uno dei nostri.

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Quattro. Quando Rollins citava le sue influenze, mi ricordo che parlava dei Lurkers, cazzo, dei LURKERS (piuttosto che di quell’ondata Oi)! No fronzoli, no bullshit, no fighetti, pochi cazzi, pochi accordi: “In Your Face”. Se devo pensare al gruppo che ha realizzato alla perfezione quello che Rollins pensava, penso agli Slapshot. Penso a ‘Step On It’. Ed infatti non mi sembra di aver visto qualcuno di Radio
Raheem questa sera.

Cinque. Audience trasversale, in gusti, età (ed anche provenienza). Ho visto (faccio il milanese, per comodità) gente (ex) Product (per i fuori zona: il braccio armato, i militanti della Milano straight edge di fine ‘90), piuttosto che (ex) Cain (sempre per i fuori zona, (tra) i massimi esponenti della Milano hate core, e quindi quel tocco di metal che a noi vecchi piace, cazzo se piace). Ho visto tanti reduci degli anni ’90, compreso qualcuno della mitica crew di San Donato… il seguito dei Reality, per intenderci: quelli che quando li vedevi arrivare ai Sottopressione “avevi un po’ paura”.

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Sei. Sorry, mi stavo “scaldando” e quindi dimenticavo l’ottimo gruppo di spalla, i No Restraints da Vercelli. Bel tiro, bei pezzi, album da poco uscito in vinile. Cover Cro-Mags. Cover (LA cover) Iron Cross. Chiarissime le coordinate.

Sette. Gli Slapshot/Choke che coverizzano/canta ‘Big Mouth Strikes Again’ degli Smiths/Morrissey: UNBELIEVABLE. La band/il frontman più (apparentemente) macho (core) che coverizza il gruppo/il cantante più (apparentemente, viste le ultime derive) gay friendly! Pazzesco. Sta di fatto che quel testo è molto “In Your Face”. Sta di fatto che uno degli inni di quella scena si chiama ‘Big Mouth’, ed è dei Gorilla Biscuits. Ripeto. Piaccia o non piaccia (ed io sono “piaccia”), un gran momento. Sono quei concerti che ti lasciano tanto, in sensazioni, ricordi, pensieri. Roba che continua anche il giorno dopo. Come si fa a non sorridere, oggi, quando su YouTube leggi: “ed ora vogliamo Morrissey che canta ‘Chip On My Shoulder’!”.

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(Txt fmazza1972 – Pics Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Miss Fritty x ‘Gangsta Lady’ interview

June 1, 2022 |

Miss Fritty è un artista londinese, ma sarebbe un termine riduttivo per descrivere la talentuosa rapper che si è messa in gioco con ‘Gangsta Lady’, il nuovo disco per Victoria Label l’etichetta creata da St. Luca Spenish.

L’album presenta diverse influenze e cambi stilistici che vengono portati dalle sonorità della musica grime, l’R&B, la dancehall, l’house e il brazilian funky, tra i nomi presenti all’interno dei featuring spiccano quello di Nerone presente nel brano ‘Drop It’ e Louis Dee in ‘Making Love’ ed è distribuito da Believe. Miss Fritty domina la scena del disco facendosi forza dalle esperienze di vita e dai momenti di solitudine, creando così questo lavoro che rispecchia totalmente la figura di una donna forte e indipendente che si confronta con pregiudizi e stereotipi di un mondo prettamente maschile come quello della musica rap in Italia sorprendendo tutti con la sua attitudine.

SD: Ciao Miss Fritty e benvenuta su Salad Days Mag! Come stai? Parlaci un po’ di come è essere londinese, di come si lavora nell’industria della musica a Londra e di quali sono le dinamiche che avvengono quando una donna talentuosa come te decide di mettersi in gioco.
MF: Londra è nel mio cuore tanto quanto lo è Bari. Bari mi ha dato i natali e Londra mi ha accolta insieme alla sua scena musicale. Un grandissimo calderone di generi, culture ed influenze differenti, dove c’è sempre voglia e apertura di dare opportunità al “nuovo”, all’esotico. Dove non ci sono limiti di età o genere, perché il pubblico è sia eterogeneo che entusiasta. Dopo dodici anni qui, posso affermare che Londra è dove mi sento a casa. Mi conforta molto. Puoi essere quello che vuoi, quando vuoi… e non sceglierei mai una vita differente.

SD: Il disco che è uscito con La Victoria Records ha uno stile tutto suo e presenta nomi molto noti all’interno della scena del rap in Italia, come quello di Nerone. Personalmente credo sia uno dei brani più coinvolgenti di tutto il disco. Com’è stato lavorare con lui? E con gli altri artisti?
MF: Io e Nerone ci siamo trovati in pieno lockdown. La scena musicale stava affrontando un periodo di stagno e di insoddisfazione generale. Come artista potevi o stare fermo o convertire quel sentimento in qualcosa di magico e produttivo. Io e Nerone siamo quel tipo di artisti. Inutile dire che si sia creato un connubio alchemico nell’istante in cui abbiamo deciso di lavorare insieme sul singolo ‘Drop It’. Ci uniscono stima, amicizia e stessa etica lavorativa, ed è proprio questo che cerco in tutti gli artisti con cui lavoro. Nella mia musica – e quindi le mie collaborazioni – ricerco contemporaneità, bisogna riuscire a tradurre le esigenze ed i temi attuali cercando di mantenere una buona dose di autenticità. Per questo anche le altre collaborazioni sono tutte con artisti genuini, leali alle loro radici ed alla loro “soul”.

SD: Ci sono diverse influenze musicali all’interno dell’album, che spaziano dall’R&B alla musica grime. Da dove arrivano?
MF: Sono stata abbastanza fortunata da crescere in una famiglia dove si ascoltava molta musica. Quando cresci in un contesto come il mio, impari ad apprezzare generi diversi e, se diventi un musicista, impari a spaziare tra generi diversi. Da piccola amavo l’r’n’b , mio padre mi ha fatto conoscere il reggae e il funk, a Londra poi mi sono resa conto che il grime andava per la maggiore. A mio parere un musicista riesce a sentire ed ascoltare con orecchie diverse – quando un suono ci parla in una lingua che ci piace, ci incuriosiamo, la esploriamo, la pratichiamo e decidiamo di tradurla sui nostri testi.

SD: C’è un tema molto profondo che si percepisce dalla grande grinta che sei riuscita a tirare fuori e a esprimere con questo lavoro, ed è il tema della solitudine. Come si relaziona al concetto di donna moderna e forte? Come riesci a trasmetterlo attraverso la tua musica?
MF: Una donna moderna è forte, sa di essere sola. Sapere di essere sole e ripetersi – “va bene così perché basto a me stessa” – fa di noi donne forti. Il tema della solitudine è forte ma c’è spazio per i sentimenti… anzi c’è tanta voglia di sentimenti. Il singolo ‘Makin Love’ ne è un esempio. La donna forte è moderna e nel mio immaginario vuole innamorarsi, ma sa stare anche da sola, cade in piedi, lavora su un nuovo album durante il lockdown… la donna moderna di Miss Fritty non conosce rejections ma redirections.

SD: Come è avvenuta la realizzazione del disco con St Luca Spenish e come vi siete confrontati sul sound da dare a tutto l’album?
MF: Luca è un bravo produttore. I suoi beat erano diversi, avevano influenze interessanti, non banali. L’album è stato creato in maniera molto fluida, era facile lavorare sulle sue basi, i testi partivano in maniera automatica. Abbiamo entrambi delle personalità forti, ma ci siamo sempre incontrati a metà strada. È stato un percorso lavorativo interessante, stimolante, maturo. Direi che nella mia vita non ci sarebbe potuto essere un momento migliore per questa collaborazione.

SD: Come ci si sente ad essere una donna nel rap game che ha sempre avuto di default un corrispettivo maschile molto più numeroso?
MF: Essere donna nella scena musicale rap – e in particolare in quella italiana – è un percorso ad ostacoli. Credo che nulla sia facile per le donne. Devi essere professionale, ma leggera, sexy ma non volgare, diretta, ma non troppo sennò rischi di diventare strafottente. Se mi chiedi se è più difficile per una donna la risposta è sicuramente si, lo è. Ed è per questo che quando salgo sul palco lo faccio a pugni sul petto e testa alta, perché quel momento di fama me lo sono sudato fino all’ultima rima.

SD: Sei soddisfatta del lavoro fatto con questo progetto? Quali saranno i prossimi step dopo ‘Gangsta Lady’? Dei live magari?
MF: Si, sono molto molto soddisfatta anche perché mi ha permesso di affacciarmi di più all’Italia, visto che le dinamiche musicali dello stivale le avevo completamente abbandonate. Il suono è mio e non mi sono fatta influenzare affatto dai trend, quindi non posso che esserne fiera. Per i prossimi step, all’orizzonte ci sono un po’ di festival qui in UK e qualche data in Italia. Sto già lavorando per un prossimo progetto che mixa reggae e Hip Hop, ma siamo ancora agli inizi e non posso dire molto. Ovvio, non sorprendetevi se mi vedrete spuntare in qualche featuring con gli artisti che hanno collaborato al mio disco.

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(Txt Valeria Giudicotti x Salad Days Mag – All Rights Reserved – Pics Fabio Ficara)

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Punk In Drublic @ Carroponte, (Mi) – photorecap

May 24, 2022 |

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Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

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Eddie Bunker ‘Tormento’ release party @ Bocciodromo, Vicenza – photorecap

May 17, 2022 |

Eddie Bunker ‘Tormento’ release party @ Bocciodromo, Vicenza – photorecap

Pictures by Martino Campesato x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

EDDIE BUNKER

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Ensi interview

May 9, 2022 |

Ensi, Jari Ivan Vella (Avigliana, 13 dicembre 1985) viene da Torino e la sua carriera inizia con il collettivo storico dei One mic formato da Rayden e Raige…

…insieme a loro ha gettato le fondamenta del rap Italia e dopo una serie di dischi pubblicati da solista e una mega partecipazione al tour con i Subsonica pubblica in parallelo l’ep ‘Domani’ l’ultimo di una serie in trilogia. Il disco vede collaborazioni con nomi noti nella scena di genere italiana come Nerone e Nex Cassel ed è interamente prodotto da Crookers. In occasione di una delle date del suo tour ufficiale lo abbiamo intervistato dopo la performance muscolare del CSO Pedro…

SD: Ciao Ensi e Benvenuto su Saladdays Mag. Il tuo ultimo ep ‘Domani’ è un ep interamente prodotto da Crookers come mai hai fatto questa scelta a livello delle produzioni e come è nata questa scelta? È stata una scelta fatta sulla base di quale influenze?
E: ‘Domani’ è una fase intermedia di una trilogia e avevo bisogno di un produttore che per una questione di visione e (anche di appartenenza alle giuste generazioni) fosse sulla stessa lunghezza d’onda insieme a me, riconosco subito i lavori che fa Frah e sapevo che sarebbe stato l’uomo giusto per questo ep, lui stesso mi ha spinto anche ad inserire e chiudere insieme a il brano ‘Baby’.

SD: Personalmente il brano che mi ha colpito di più a livello di liriche e concetti è ‘Mai’, cosa ne pensi della scena italiana e della piega che ha preso la musica in Italia ultimamente?
E: Sono domande che meriterebbero due concetti separati. Mai è una traccia che va in profondità questo brano vuole sottolineare la mia posizione e come vivo io la vita in generale parla di valori ma non lo fa in maniera banale e scontata e alla fine sembra unire quello che è la musica e la filosofia che DOVREBBE abbracciare questa cultura.

SD: Come mai questa scelta di inserire tra le collaborazioni solamente amici fidati? Come Nex Cassel per esempio che è una personalità dominante all’interno della scena in Italia.
E: Nex è un caro amico un veterano della scena ed è un fratello fa parte di una generazione di mezzo che ha sofferto agli inizi degli anni 2000 quando nessuno era interessato al rap e ha portato avanti come me una certa mentalità arrivando ad essere un artista di tutto spessore ed è uno dei rapper che più mi piacciono personalmente, è presente sulla traccia ‘Bad Boys’ in realtà è nato tutto molto semplicemente perché è stato come chiamare gli amici e fare una partita di calcetto il sabato pomeriggio.

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(in foto Nex Cassel)

SD: C’è un’influenza della musica Grime del Regno Unito tra i brani che hanno preso forma in questo progetto. Quando hai capito che questo sarebbe stato un genere che ti avrebbe coinvolto così tanto?
E: Più che della Grime io sono un grande fan della musica in UK e della DanceHall seguo con molta attenzione la scena della musica in Regno Unito sono molto affezionato a quel filone musicale e anche in questo ep ci sono dei cambi stilistici in alcuni punti che seguono quelle influenze sono un grande fan anche della musica jamaicana e ne ascolto parecchia proprio per conto mio.

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SD: Parlaci un po’ della collaborazione per il disco di Bigmama ‘The Next Big Thing’, si notano molte affinità tra di voi a livello artistico a partire dalla scelta delle produzioni, quando l’hai conosciuta?
E: Ma guarda in realtà mi hanno mandato il pezzo ed era interamente nelle mie corde secondo me Bigmama è un artista molto capace e ha un po’ i riflettori puntati addosso per il modo di porsi che ha e per il modo di esprimere i concetti che scrive, il nostro è un rapporto che sta crescendo piano piano collaborando insieme, vedremo dove ci porterà ma sicuramente arriveranno altre belle sorprese

SD: Parlaci un po’ dell’esperienza con i Subsonica. Alcuni artisti dicono che si fa musica veramente solo quando si sale sul palco e forse lo puoi confermare anche tu, Pensi ci sia una base di verità in questa informazione? Cosa ti ha lasciato condividere il palco con loro?
E: Con i Subsonica sono amico da più di 10 anni l’idea era quella di andare in tour assieme per me è un grande onore girare l’Italia con una delle band più iconiche Samuel era presente anche nel disco ‘Era Tutto Un Sogno’ e ho collaborato parallelamente con ogni singolo artista della band. Dopo due anni di stop mi hanno chiamato per suonare insieme. I Subsonica mi valorizzano molto e, anche per il prossimo progetto che sto elaborando andrò verso quella direzione insieme a loro e alle loro influenze.

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SD: Quando ti ha influenzato il pezzo del percorso che hai fatto con in One mic, sei ancora in contatto con loro e che rapporto c’è adesso che avete intrapreso strade diverse?
E: Anche se la vita ci ha portato a prendere strade diverse c’è un rapporto fantastico, per tutti i nostalgici spoilero che a breve succederanno delle cose. I One mic hanno contribuito molto al rapper che sono e mi hanno aiutato molto a imparare a scrivere bene i testi e a capire quali fossero le liriche più nelle mie corde e ad affrontare le prime sfide sul palco.

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(Txt Valeria Giudicotti; Pics Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

A Wilhelm Scream @ Bloom, Mezzago (Mi) – photorecap

April 30, 2022 |

A Whilelm Scream @ Bloom, Mezzago (Mi) – photorecap

Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

A WILHELM SCREAM

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DISCOMOSTRO ‘MOSTROPATIA’ – (PROFESSIONAL PUNKERS)

April 29, 2022 |

Facciamo un passo indietro di qualche mese e andiamo a recuperare il disco di una band di casa nostra uscito all’inizio dell’anno, ma che ci è passato tra le mani solo ora, quindi giusto parlarne adesso.
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St. Luca Spenish interview

April 22, 2022 |

‘Sensation’ è il nuovo album interamente prodotto da St. Luca Spenish storico produttore palermitano ora localizzato da Bologna e cofondatore della sua etichetta Victoria Records.

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Nel disco sono presenti 8 beats con batterie e combinazioni di sound che spaziano tra acid jazz, R&B, wonky e trip-hop e creano un viaggio nel quale lo stesso produttore ha preso parte. St. Luca Spenish, al secolo Luca Spataro (classe’82), ha studiato, si tiene sempre aggiornato e si rende sempre disponibile per sperimentare nuovi stili. Tutte le basi sono caratterizzate da suoni prettamente jazz e sono impreziosite dagli strumenti a fiato che si possono sentire in background e che trasportano l’ascoltatore in un universo creato ad hoc per rilassarsi e staccare il cervello dallo stress del quotidiano (non a caso il packaging del cd conterrà un grammo di infiorescenza e una confezione di tisane CBD – Canapa Vandino (BO) – create appositamente per accompagnare la pubblicazione del progetto). In alcuni tratti di questi tappeti musicali sono presenti interludi in penombra, tra i quali è possibile percepire un mood cupo e riflessivo, che l’artista ha voluto esprimere creando queste atmosfere smoothy che creano l’occasione perfetta per intraprendere un percorso introspettivo. Noi di Salad Days Mag lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita di questo primo step di una lunga serie.

SD: Ciao Luca e benvenuto su Salad Days Mag! Parlaci un po’ della tua etichetta La Victoria Records (distribuzione Believe). Come è nato il progetto e quali aspettative riponi su di esso?
LS: Ciao e grazie, ho fondato la Victoria Records con Simone Barbieri lo scorso febbraio e abbiamo inaugurato col disco di EliaPhoks ‘Ragazzi Per Sempre’ prodotto interamente da me con l’aiuto di Mrga per la distribuzione digitale e fisica, perché ancora in quel periodo non l’avevamo. Stiamo lavorando a molti progetti che usciranno prossimamente, inoltre è uscito il disco di Turi Moncada ‘Moncadas’ che vi consiglio di andare ad ascoltare. Abbiamo tutti i buoni propositi e stiamo lavorando come pazzi dalla mattina alla notte senza pausa, siamo carichi come non mai e presto sentirete tutto!

SD: Hai collaborato con tantissimi artisti nel panorama italiano (Noyz Narcos, Dani Faiv, Nerone, Clementino, Izi, Drefgold, Er Costa) e sappiamo che sei grande amico di Nex Cassel e anche lui in passato si è destreggiato in qualche lavoro come produttore. Gli hai mai dato dei consigli? La vostra amicizia è nata anche per questa condivisione?
LS: Sono amico con Nex da molti anni, lui ha iniziato a produrre da prima di me e faceva dei beat che spaccavano, ci siamo conosciuti a Palermo dove lui ha abitato per un periodo per chiudere il suo primo disco. Veniva spesso nel mio vecchio studio e da lì abbiamo iniziato a collaborare. So che sta lavorando molto a delle produzioni, quando ci vediamo scambiamo idee sul mix o sul master o su musica in generale. Sicuramente siamo diventati amici anche per questa condivisione.

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SD: La scena palermitana è un punto fermo nella storia del’Hip Hop in Italia ma hai deciso di avere il Plug a Bologna. Cosa credi sarebbe cambiato per te nel tuo percorso se fossi rimasto in Sicilia? Con il senno di poi ti è dispiaciuto esserti distaccato così dal panorama musicale palermitano?
LS: Amo Palermo, è la mia città ancora oggi anche se abito a Bologna. Ho preferito trasferirmi perché molte cose giù mi sembra che arrivino distorte e avevo bisogno di stare in un territorio dove potermi permettere di lavorare con lo studio e con i dischi, se non avessi abitato a Bologna probabilmente non avrei fondato La Victoria Records.

SD: Cosa ne pensi della scena palermitana attuale? Intravedi del potenziale in qualche giovane leva che potrebbe tenere alta la storia della tua città?
LS: Palermo è sempre stata piena di talenti, da Stokka & Buddy a Gotaste, da Killa Soul a Street Food, dai Combo Mastas a Davide Shorty. Mi capita spesso di scendere, conoscere gente nuova e rimanere sorpreso, ma devo dire che tra tutti i Gorilla Sauce sono quelli che mi piacciono di più, Turi Moncada, Nevra, Issel e Frank Popa sono i rapper mentre Alex305, Yaweh e Valentino sono i produttori. Andateli a cercare.

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SD: In questo tuo disco in uscita il 21 aprile si sentono chiaramente delle sonorità jazz e delle batterie molto particolari che legano bene tra loro. Cosa ti ha portato a voler inserire, nelle atmosfere che poi sono state create, questo genere musicale? Hai studiato personalmente storia della musica? O hai seguito l’ispirazione del momento?
LS: Di teoria musicale ne so veramente poco, ho studiato i dischi, sono cresciuto con l’Hip Hop e la musica urban dei ‘90 che aveva un sound ipnotico e deep, almeno quella che piaceva a me, e ho sempre ascoltato generi alternativi, dalla house alla techno, dalla jungle alla drum & bass, dal soul al funk. Quando ho iniziato a lavorare al disco sapevo che volevo fare un disco che racchiudesse tutte le mie influenze e esprimerle senza limiti, è stato un flusso perenne durato due settimane.

SD: Notiamo anche delle sonorità molto in linea con il tuo background artistico. Questo progetto è il sintomo di qualcosa che è scattato in te e ti ha spinto a esprimere la tua creatività o semplicemente ti sei messo a fare quello che riesci a fare meglio per vederne il risultato finale?
LS: Diciamo che non riesco a stare fermo, ho sempre mille idee per la testa e cerco di svilupparle tutte al meglio. Questo è solo il primo di una serie di dischi strumentali.

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SD: Questo è la prima release che hai interamente prodotto tu. Come ti vedi in questa nuova fase nella tua carriera da solista? Ci saranno altri dischi su questo filone, hai altri progetti da portare a termine che ci puoi spoilerare?
LS: Non è il primo il disco che ho prodotto, basta andare sul mio Spotify per poterli ascoltare. Sono sempre stato un solista, ho fatto interi dischi con Nex e EliaPhoks e tantissimi altri e continuerò a farli. Sì dai, ti spoilero che usciranno a brevissimo il disco di Miss Fritty ‘Gangsta Lady’, il disco di Issel ‘Weekend’, il disco di Engeezo, Skinny Raise e Engeezo ‘Korowai’ e il disco di No Wordz ‘Vi Chiedo Scusa’ tutti interamente prodotti da me. Inoltre sto lavorando ad un progetto con Nex che spero vi possa annunciare il prima possibile! Seguiteci sui social e sui canali di streaming, abbiamo almeno un’uscita a settimana!

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(Txt Valeria Giudicotti x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Mom Jeans ‘Sweet Tooth’ – (Wax Bodega, Counter Intuitive Records)

March 25, 2022 |

Dopo Operation Ivy, Green Day, Samiam e Rancid, Berkeley, città della California ad uno schioppo da San Francisco, è pronta a regalarci la prossima next big thing. Ladies &gentlemen, Mom Jeans.

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Attivi dal 2014, i Mom Jeans, ad oggi, si sono già ritagliati il loro spazio all’interno della scena pop-punk/alternative/emo a suon di ottime release. Per l’ultima di queste, ‘Sweet Tooth’, uscita l’ultimo venerdì di Febbraio, c’era un hype pazzesca. Tanto che le due label responsabili della release, Counter Intuitive e Wax Bodega, hanno fatto le cose in grande. Niente cd, niente cassetta, ma vinile in dodici varianti colore, di cui parecchie esclusive e in tirature limitatissime.

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Doublemint (1000 copie), Clear with Yellow Moon Phase (700 copie), Clear with Bone, Yellow, Doublemint & Pink Splatter (500 copie) e Pink & Doublemint A-Side/B-Side (300 copie) esclusive della band; Half Bone/Half White (500 copie) esclusiva Counter Intuitive; Yellow (500 copie) esclusiva Honey TV; Pink & Clear Galaxy (400 copie) e Bone with Blue and Pink Splatter (350 copie) esclusive Newbury Comics; Baby Blue (250 copie) esclusiva Brooklyn Vegan; Bone (300 copie) esclusiva Banquet Records; Yellow and Blue Twister (300 copie) esclusiva Wax Bodega e Pink (900 copie) per il retail. Non abbiamo idea del perchè così tante varianti, ma parecchie di queste sono già andate sold out. Probabile comunque che non ci sarà una ristampa. Il contenuto musicale del disco è ottimo e la qualità della release vinilica altrettanto, come per tutte le altre uscite a firma Wax Bodega.

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Art direction affidata alle mani di Joel Kirschenbaum, in arte J Crumb, che ha curato anche la parte grafica (logo e facciata poster con testi); fotografie copertina, retro copertina e poster a cura di Cody Furin, Ishan Ghoshal e Samuel Kiss per un artwork che non fa gridare al miracolo ma che rispecchia perfettamente quello che troverete in musica all’interno del disco, un prodotto fresco che vi farà respirare aria d’estate.

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Acquisto consigliatissimo se siete amanti di Descendents, Weezer, Reggie and The Full Effect e compagnia bella. Disco che alla fine dell’anno sarà sicuramente nella top 10/20/50 di parecchi di noi/voi.

NEXT TIME MR. FOX INTERVIEW

March 18, 2022 |

Chi l’ha detto che una metalcore band non possa scrollarsi di dosso questa etichetta volgendo verso altre sonorità?

Il caso dei Next Time Mr. Fox è proprio uno di questi, con un nuovo EP fresco di pubblicazione tra richiami beatdown e scuola metal nordica.

SD: Seguendovi dal precedente album, la prima cosa che voglio fare è complimentarmi con voi. Il percorso artistico intrapreso è sicuramente coraggioso e ambizioso, specie pensando che con il nuovo EP vi siete voluti prendere il rischio di allontanarvi almeno in parte dal vostro passato. Raccontateci innanzitutto come si è arrivati a ‘Babylon’, le prime idee, le jam session in studio e il suo sviluppo generale.
NTMF: ‘Babylon’ è, in tutto e per tutto, figlio del difficile periodo che tutti quanti abbiamo passato negli ultimi due anni. Sia per quanto riguarda la tematica espressa nei testi, sia per quanto riguarda la stesura dei brani dal punto di vista musicale. Abitando tutti in città diverse, che pur essendo vicine ci sono sembrate lontanissime a causa delle varie restrizioni, ci è stato impossibile ritrovarci personalmente e jammare nella nostra sala prove. Abbiamo dovuto ripiegare su un approccio di scrittura digitale, passandoci i vari contenuti tra di noi, per poi approfittare della temporanea “tregua” estiva per registrare le tracce in due studio tra Rimini e Carpi. Con questo EP abbiamo voluto attuare una sorta di esperimento; dal momento che ognuno dei membri della band viene da gusti e background musicali differenti, per la prima volta abbiamo deciso di non cercare un minimo comune denominatore che ci mettesse tutti d’accordo e focalizzarci su quello. Anzi, abbiamo cercato di mettere nelle tracce ognuna delle nostre differenti influenze, dal trash metal al beatdown, dall’epic metal ad un hardcore vecchio stile, confidando nella nostra capacità di poter amalgamare il tutto. Il risultato finale ci ha molto soddisfatti, e siamo certi che questo nuovo stile, o non-stile, sia la cosa più giusta per noi.

SD: Il fatto di esservi scrollati di dosso l’etichetta di metalcore band penso sia il fatto più evidente di questa volontà di procedere spediti verso un determinato percorso. Quali nomi vi hanno ispirato a livello di sound mentre eravate in fase di scrittura?
NTMF: Sicuramente. Fin dal precedente ‘Sunken City’ ci siamo concentrati su un cambio di stile che si era già concretizzato col singolo ‘Basilisk’, precedente all’EP. La dicitura “hardcore-metal” che ci era stata data in alcune recensioni del nostro precedente album ci ha galvanizzato, ed è stato il primo indicatore che ci ha diretto su questo cambio di rotta. A livello di sound, abbiamo amalgamato diverse nostre influenze; ad esempio: Sylosis, Lamb Of God, Gojira, The Haunted, Code Orange, Malevolence, Terror, Trivium. Ogni brano dell’EP denota stili ed influenze differenti. Pur apprezzando ognuno dei brani presenti in ‘Babylon’ trovo che sia proprio la titletrack la traccia perfetta per descrivere i Next Time Mr. Fox odierni, riffing cristallino, ritmiche sostenute e un cantato aggressivo che mi ha ricordato a tratti Vithia (Rise Of The Northstar) e a tratti Bozeman dei Whitechapel. Ci spiegate come sono nati i brani di questo nuovo EP? La parte centrale della nascita di queste tracce è stata probabilmente il necessario lavoro differito di stesura musicale. Essendo forzatamente separati dalle restrizioni, è stato fisiologico, oltre che per scelta stilistica, il dover adattare la scrittura alle differenti influenze di ognuno di noi dovendoci passare di volta in volta tra di noi i vari riff per la costruzione dei brani. A livello vocale, invece, il cambiamento più peculiare è l’inserimento della voce clean del nostro chitarrista Roberto, a cui non avevamo mai dato il giusto spazio. Un valore aggiunto che d’ora in avanti utilizzeremo di più.

SD: Nonostante il DNA sia sempre lo stesso, trovo decisamente molto più d’impatto questo nuovo capitolo rispetto a ‘Sunken City’, sia a livello sonoro che vocale. Ci saranno degli aggiustamenti stilistici sui vecchi brani in modo da avere una scaletta compatta in chiave live o basterà semplicemente l’approccio odierno a livellare il tutto a vostro avviso?
NTMF: A livello di performance live abbiamo sempre avuto uno stile consolidato e questi nuovi brani sicuramente non ci preoccupano. I nostri vecchi lavori fanno sempre parte della nostra storia musicale e dei nostri gusti; siamo certi di poterli portare su un palco assieme alle nuove tracce mantenendo l’impatto che ci ha sempre contraddistinto.

SD: Quali sono state le fasi più complesse nella sessione di scrittura di questo EP?
NTMF: Il lavoro sulle tracce in differita, sicuramente. Ma, tramite questo, abbiamo avuto modo di “forzare la mano” al nuovo percorso stilistico che avevamo in mente. È stato sicuramente difficile, specialmente all’inizio, ma al contempo molto stimolante e il risultato finale prova che questo nuovo metodo ha dato i suoi frutti.

SD: Come penso qualunque vostro ascoltatore, anche io sono rimasto spiazzato da ‘Under The Moon’, soprattutto perché pensando a un EP, viene logico pensare che vengano sparate fuori subito le cartucce più in target con lo stile di una band. Invece coraggiosamente, ecco una ballad. Beh che dire, raccontateci tutto a riguardo, chi ha avuto questa idea, come è nato il brano e il motivo per il quale avete deciso di inserirlo in scaletta!
NTMF: ‘Under The Moon’ voleva essere la dimostrazione che possiamo fare ben altro oltre ad “urlare” e “fare del casino”. Volevamo far vedere che, se vogliamo, siamo in grado di affrontare qualsiasi sfida. A livello stilistico è stato un venir incontro alla passione per i brani acustici di alcuni di noi, fino ad ora mai valorizzata, e il volerci cimentare nuovamente con la stesura di una base musicale in digitale, cosa che per ora avevamo tentato solo col brevissimo interludio ‘R’Lyeh’ in ‘Sunken City’. Dovevamo anche dare il giusto risalto alla voce melodica del nostro chitarrista Roberto, a cui fino ad ora avevamo dato troppo poco spazio e che utilizzeremo molto di più nei brani futuri.

SD: Altro aspetto interessante è la presenza di Alex dei Malevolence in ‘Bestias’, il primo singolo. Ospitata che vuole ricordare ai più le vostre origini hardcore o semplicemente allargare i vostri orizzonti al di fuori dell’Italia? Come siete giunti a lui?
NTMF: Direi entrambe le cose. Le nostre origini hardcore, che tutt’ora permangono, sono indubbie e inoltre i Malevolence sono una delle band che più ci interessano e ci ispirano nell’odierno panorama mondiale. Abbiamo avuto modo di interfacciarci al loro ultimo live in Italia alla fine del 2019. Pertanto, una volta ultimata la stesura di ‘Bestias’ ci è bastato chiedere un featuring direttamente ad Alex e lui si è fin da subito mostrato molto disponibile. Siamo molto felici e onorati di averlo potuto includere in un nostro brano.

SD: Come sempre avete speso molta attenzione sul concept grafico di questo nuovo EP. Chi si occupa di artwork e grafiche? Come è stato sviluppato il concept grafico?
NTMF: Per il concept grafico ci siamo tenuti in linea con quello che è stato fin da subito il titolo dell’EP: ‘Babylon’. Tant’è vero che la copertina rappresenta la Porta di Ishtar, uno degli ingressi alla città antica di Babilonia appunto. Non ci siamo di molto discostati da quello che era il concept grafico di ‘Sunken City’, in fondo.

SD: Visto che in chiave live al momento è alquanto difficile fare previsioni, quali sono i prossimi step in casa Next Time Mr. Fox?
NTMF: Come tutti, speriamo di tornare su un palco vero e proprio il prima possibile. Nel frattempo, ci stiamo attivando per proporre qualche live-streaming sia per tenerci in allenamento che per prepararci a nuove date dal vivo non appena questa situazione sia diventata più accettabile per tutti.

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(Txt Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Pagoda interview

March 5, 2022 |

Anni trascorsi tra vari progetti hanno portato Giacomo Asti, musicista originario di Parma, ad intraprendere un nuovo, personale percorso.

Sotto il nome di Pagoda, il cantautore pubblica il suo album di debutto, ‘Amerigo Hotel’, disco di carattere e colori variegati. Con Tom Petty and the Heartbreakers e i REM nel cuore, ma con gli occhi pieni di voglia di scrivere la propria pagina nella musica di questo Paese, ecco Pagoda. L’abbiamo intervistato in esclusiva per Salad Days Magazine.

SD: Come mai hai dato vita a questo nuovo progetto? E cosa ti ha spinto a scegliere il nome d’arte Pagoda?
P: Questo progetto è figlio dei brani che ho scritto in questi ultimi due anni. Non avevo intenzione di iniziare a fare dischi a dire il vero, non era una cosa in programma. Mi sono messo a scrivere canzoni prima che la pandemia arrivasse, più che altro a scopo terapeutico. Avevo bisogno di incanalare le mie energie, i miei pensieri e le mie piccole ossessioni in qualcosa che mi rendesse soddisfatto di me stesso. Ho scelto la musica senza neanche pensarci. Suonavo da tempo nei locali della mia città e in passato avevo già provato a fare pezzi miei, ma senza l’impegno e la disciplina necessari. Quando le canzoni hanno cominciato ad arrivare, una dopo l’altra, ho capito che avrei dovuto fare i passi successivi: registrare, pubblicare e… scegliere un nome! Anche scegliere il nome è stato abbastanza naturale. Mi era capitato di inciampare sulla parola pagoda diverse volte nel corso degli anni e l’avevo sempre trovata misteriosa, simpatica, rispettabile e suggestiva. Insomma, mi aveva sempre colpito in qualche modo. La prima volta che l’ho sentita è stata quando un amico mi ha svelato che uno dei due stabilimenti dismessi delle Acciaierie Falck di Sesto San Giovanni veniva chiamato il Pagoda. La seconda volta ascoltando una canzone di Paolo Conte, ‘Pesce Veloce Del Baltico’. La terza volta quando ho fatto un viaggio in Giappone e ho chiesto alla mia amica/guida come si chiamassero tutte quelle torri di diversi piani che vedevo ovunque. Il mio cervello deve aver riservato un posto speciale a questa parola e quando si è trattato di decidere un nome mi è venuta subito in mente.

SD: Il tuo album di debutto è ‘Amerigo Hotel’. Cosa puoi dirci su questo titolo e su questo album? Ci sono canzoni che sono nate in un modo e finite sul disco in tutt’altro modo?
P: ‘Amerigo Hotel’ è stata la prima canzone a cui ho iniziato a lavorare per questo disco e ho sempre pensato che sarebbe stato il titolo perfetto da dare all’album. Mi suonava (e mi suona tuttora) bene. Le otto canzoni di ‘Amerigo Hotel’ rappresentano solo una piccola parte del repertorio che ho accumulato nel corso degli ultimi due anni. Non voglio tirarmela troppo, ma ho già materiale sufficiente per altri due album. Quando ho deciso di andare a registrare dovevo fare delle scelte e ho pensato che fosse giusto iniziare dai pezzi più immediati e semplici, quelli che non avrebbero avuto bisogno di una produzione massiccia e che non mi avrebbero complicato la vita. Detta così può sembrare una scelta poco ambiziosa, ma in realtà è stata una più dettata dall’urgenza: desideravo mettere su una band, arrangiare le canzoni, registrarle e pubblicarle nel minor tempo possibile. Non volevo esitare o rimuginare troppo sul da farsi. È stato un approccio poco prudente e un po’ incosciente, ma sono contento di aver fatto le cose a modo mio. Abbiamo registrato queste canzoni live, con una band di musicisti fantastici tutti insieme nella stessa stanza. Era tutto ciò che volevo. Certo, ci sono dei difetti qua e là, alcune cose potevano venire meglio, ma non ho grossi rimpianti. Sono molto soddisfatto di tutte queste canzoni. Per rispondere all’ultima parte della tua domanda, no, le canzoni sono finite su disco più o meno come le avevo immaginate. Chiaramente nessuna è aderente al 100% all’idea che avevo in testa, ma nessuna è uscita stravolta dalle fasi di arrangiamento, registrazione e mix. Le riconosco ancora tutte. Sono cambiate, ma non troppo.

SD: Come nascono i testi delle tue canzoni? Arrivano spontaneamente e con facilità o sono frutto di un processo elaborato e incostante? Ci sono testi che ti hanno creato particolari difficoltà?
P: I testi nascono spontaneamente, non direi con facilità, ma non è nemmeno un processo lento e laborioso. Sicuramente finisco prima le musiche, ma di solito riesco a completare una canzone in pochi giorni. Mi aiuta molto scrivere di ciò che conosco, che mi riguarda e mi circonda. E sì, due testi mi hanno messo un po’ in difficoltà: ‘Amerigo Hotel’ e ‘Un’Ora Di Libertà’. La prima perché riascoltandola dopo averla registrata, mi sono accorto che certe parole suonavano proprio male e penalizzavano il canto, così ho dovuto riscrivere certe strofe, cercando di mantenere gli stessi concetti, ma facendo attenzione al suono di ogni singola parola. La seconda perché… il testo non arrivava! Avevo scritto qualche verso, ma non riuscivo a capire dove volesse/dovesse andare a parare la canzone. Le mancava un cuore, un nucleo. Poi, come spesso succede, mi sono sbloccato e in un paio di giorni l’ho conclusa. Ma non è successo all’improvviso. Ho passato pomeriggi interi a sbattere la testa davanti a un foglio bianco di Word.

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SD: Cosa vuol dire per un musicista underground far uscire un album in un periodo storico come quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, con risvolti cruciali per il mondo della musica dal vivo?
P: Non posso parlare per l’intera scena underground, ognuno avrà stimoli e motivazioni diverse. Ma posso parlare per me e, come dicevo prima, non ho fatto troppi pensieri prima di iniziare questa avventura, ero solo determinato a fare un disco di cui essere fiero. Se mi fossi messo a pensare troppo al mercato musicale odierno e alla situazione dei live (anche) in relazione al Covid penso che mi sarei scoraggiato e non avrei combinato un bel niente. Sicuramente per i prossimi lavori agirò diversamente e mi farò consigliare da chi ne sa più di me, ma dovevo sbloccarmi e ‘Amerigo Hotel’ l’ha fatto.

SD: Tra i tuoi riferimenti ci sono REM e Tom Petty and the Heartbreakers. Se potessi aver scritto un brano per ciascuno di questi gruppi, quali sceglieresti?
P: È dura sceglierne solo una per ognuno di questi artisti, ma ci provo. So già che farò il saputello, scusate, ma parliamo di artisti che amo. Vediamo… per Tom Petty direi ‘The Waiting’. Una canzone semplicemente perfetta. La melodia è entusiasmante, scorrevole, immediata e semplice (non facile). È curata nei minimi dettagli, ma all’ascolto suona tutto così spontaneo e naturale. Fa impressione. Poi adoro l’arrangiamento degli Heartbreakers, un capolavoro di buon gusto. Ma anche il testo e l’interpretazione di Petty non sono da meno. È una canzone che trasuda desiderio ed energia, con quell’amarezza di fondo a rendere tutto ancora più eccitante. Per i R.E.M. dico ‘Man On The Moon’. Una volta Beppe Viola disse: “Sarei disposto ad avere 37 e 2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe”. Ecco, io sarei disposto ad avere 37.2 di febbre tutta la vita in cambio di ‘Man On The Moon’. È una canzone enigmatica, misteriosa, e beffarda, ma allo stesso tempo commovente e accessibile a tutti. Vorrei averla scritta, arrangiata, prodotta e cantata, anzi, mi basterebbe anche solo una di queste cose. È una canzone enorme. Ogni volta che l’ascolto rimango senza parole.

SD: Parlaci di Parma, dalla prospettiva di un musicista navigato che intraprende un nuovo percorso musicale. Pregi e difetti, senza restrizioni.
P: Senza restrizioni? Ok, sono andato a registrare a Montichiari, nel bresciano. Questo la dice lunga, no? Non che a Parma manchino studi e professionisti di alto livello, ci mancherebbe. Ci sono. Il problema è più mio. Parma è una città chiusa e io sono caratterialmente un po’ chiuso, dovrei sentirmi a mio agio in questo contesto, invece no. È uno di quei casi in cui meno per meno non fa più, fa sempre meno. Non mi sono mai sentito parte della scena musicale parmense (ammesso che ne esista una). Quindi non conosco bene le realtà di questa città, le sue dinamiche. Collaboro con pochi musicisti qui, quasi tutti amici fidati e che stimo artisticamente. Dal punto di vista live, invece, Parma va un po’ a cicli. Ci sono periodi in cui tanti locali fanno suonare e funzionano bene, altri in cui i locali scarseggiano e sono gestiti male. Giudicare l’andamento di questi ultimi due anni sarebbe ingiusto vista la presenza del Covid. Mi auguro che si esca definitivamente dalla pandemia e che tornino a fiorire tante attività che fanno musica dal vivo.

SD: Cosa possiamo aspettarci da Pagoda ora che l’album è uscito? Quali sono i progetti futuri?
P: Il mio primo obiettivo è recuperare il release party già programmato per la data di uscita del disco, ma che è stato rimandato causa Covid. Dovremmo riuscire ad aprile. Incrocio le dita. Poi continuare a suonare live per portare queste canzoni fuori dai confini della mia città e regione. Infine, sto già pensando a qualche singolo da pubblicare prima di immergermi totalmente nella realizzazione del prossimo album. Insomma, se dovessi riassumere i progetti futuri in una parola direi: insistere!

Pic Credits: Maria Buttafoco

The Ghost Inside ‘Rise From The Ashes: Live At The Shrine’ – (Epitaph Records)

February 25, 2022 |

Tutti ricordiamo ancora cosa successe nel novembre del 2015, quando la band di Los Angeles rimase coinvolta in un terribile incidente d’autobus, dove persero la vita un paio di persone e dove gli stessi membri della band…

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…riportarono gravi danni fisici, uno su tutti la perdita della gamba destra di Andrew Tkaczyk, batterista del combo losangelino. Quel giorno tutti pensavano che il capitolo The Ghost Inside fosse giunto alla fine. Dopo anni di dura riabilitazione, fisica e mentale, nella primavera del 2018 la band aveva comunicato che l’avventura sarebbe continuata e nel Febbraio del 2019 ha annunciato che sarebbe tornata on stage, per una sola data, il 13 Luglio 2019 al The Shrine di Los Angeles, andata sold out in quattro minuti. Data che non poteva non essere documentata e che oggi, dopo la release digitale e quella video, ha anche la sua release fisica vinilica. All’inizio di questo mese ‘Rise From The Ashes: Live At The Shrine’ è uscito per Epitaph Records in sei varianti colore, Black, Metallic Silver, Clear with Black Smoke (fuori proprio oggi in esclusiva sul sito della band), Orange, Yellow e Red. E proprio quest’ultima variante ci siamo portati a casa. Ritorno live in pompa magna per la band di L.A. che, nonostante le difficoltà di tornare su un palco dopo quello ha passato, non ha perso la grinta e la ferocia a cui ci aveva abituati. Venti pezzi che ripercorrono tutta la loro carriera dagli esordi fino a ‘Dear Youth’, con un riversamento su vinile di buona qualità; quello che esce dalle casse è quello che volete esca dalle casse. Menzione particolare all’artwork che non poteva che essere curatissimo.

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Sulla copertina l’illustrazione realizzata da Jordan Buckley (ex-Every Time I Die) per il poster che promuoveva il ritorno sulle scene della band losangelina. Jason Link, senior art director di Epitaph Records, e Jim Riley, bassista della band, hanno pensato fosse perfetta per la copertina dell’album e hanno così deciso di riadattarla in square format, aggiungendo della carta olografica su tutti i bordi così da dare l’idea che l’illustrazione prendesse vita. Missione compiuta.

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Foto retro copertina e interno gatefold a firma Jonathan Weiner, amico di vecchia data e, da sempre, collaboratore della band.

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Design degli sleeves affidati invece alle cure di Kevin Moore di Soft Surrogate Design, che ha usato le foto dei case della band ispirandosi a quanto avevano fatto i Metallica nel 1993 per ‘Live Shit Binge And Purge’. Ritorno in grande stile per la band della città degli angeli, suggellato poi dall’ottimo self-titled uscito nel 2020.

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Portatevi a casa questo ‘Rise From The Ashes’ perchè è la testimonianza di qualcosa di grande che è successo e che in molti pensavano non sarebbe mai capitato. Il resto è storia dei nostri giorni. Non vediamo l’ora di vederli on stage a Milano questa estate.