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Salad Days Magazine | January 19, 2021

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Real Swinger interview

January 5, 2021 |

Se mi parlate di punk rock veloce, con i cori nel DNA e non prettamente ramonesiano, passerò la vita a dirvi di ascoltare i Real Swinger, originariamente di Napoli e poi di base a Roma, che nel 1997 esordivano con un self titled F A N T A S T I C O. Caso più unico che raro, quel titolo usciva direttamente negli Stati Uniti per la V.M.L. di Joey Vindictive che come prima cosa prese la band e le fece fare un paio di settimane di tour oltreoceano. I Real Swinger hanno continuato a esistere per circa altri due decenni e tre Lp, fino alla loro recente trasformazione in No Spoiler, mantenendo Marco (chitarrista e cantante) come punto focale. Dopo 23 anni, reclutati Marco Montesano alla batteria e Tommaso Tonioni al basso (insieme nei Killtime), Marco ha registrato di nuovo il proprio esordio. Sfizio? Incoscienza? Non importa. Il disco è bellissimo ancora adesso, anche con la track list rivoluzionata e un approccio più maturo alla registrazione. Della versione originale, Marco dice “…avevo in mente qualcosa che come impatto sonoro fosse a metà tra ‘New Day Rising’ degli Husker Du e ‘Destroy-Oh-Boy’ dei New Bomb Turks (come resa, non che i nostri pezzi fossero all’altezza di quei dischi)”, io invece vi dico che il risultato si assesta tra Descendents e le migliori cose Lookout (dai primi Green Day alle produzioni di metà anni 90) e che la loro accoppiata con gli Scared Of Chaka in alcune date del 1998 resta insuperata a distanza di tempo. Nove domande a Marco per raccontare passato, presente e futuro di Real Swinger e No Spolier.

SD: Nel 1997 tu e i Real Swinger cenate con Ben Weasel a casa sua, subito prima del vostro tour statunitense con gli Squirtgun. Stando al vostro tour report su Bassa Fedeltà, Ben Weasel, commentando un disco italiano nella sua collezione, afferma “l’ho sentito una volta ma fa schifo”. Quel titolo è rimasto secretato per 23 anni. Sei pronto a dirci di chi era quel disco?
M: Si, direi che è venuto il momento di rimuovere gli omissis ma è necessaria una premessa: io ho incontrato Ben Weasel solo due volte. In quella occasione e quando siamo tornati a Chicago dopo un paio di giorni per fare il concerto, per cui non posso dire di conoscerlo, ma avendo letto le sue columns e poi i suoi libri (e libri di altri in cui si parla anche di lui) e aver parlato con persone che lo hanno incrociato/conosciuto mi sono fatto l’idea che spesso abbia un atteggiamento volutamente “provocatorio”, per spiazzare l’interlocutore. Dire delle cose per vedere l’effetto che fa. Creare l’anticlimax… lo shock value! Infatti, dopo quella sua risposta la conversazione cambiò repentinamente anche perché iniziò a frugare in uno scatolone per darci le magliette avanzate dal tour dei Riverdales e del tour cancellato degli Screeching Weasel per cui già non pensavo più al disco… che comunque era ‘Bar’ dei Derozer.

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SD: ‘A Tape To America’ (che recita “got no clubs, got no scene, got no audience… so I’m sending a tape to America”) era una fedele rappresentazione della vostra vita in quel momento?
M: Molti dei testi del primo disco nascono da chiacchiere, elucubrazioni, analisi sociologiche senza basi teoriche e discettazioni musicali o potremmo definirli semplicemente deliri miei e di Paolo, il primo bassista e co-fondatore (e stratega cultural-attitudinale) del gruppo. Lui oltre alla passione per il punk era un fanatico del garage e del budget-rock, io invece avevo un retroterra più HC ma se ci guardavamo intorno c’erano solo le posse. Ma non una eh… novantanove!! Avevamo perso la sala prove perché la ragazza del chitarrista non voleva che lui perdesse tempo con noi, locali che facessero concerti interessanti erano praticamente inesistenti e anche quando iniziammo a fare noi delle serate non rientravamo nel punk genere Fat Wreck, Epitaph che un minimo di seguito ce l’aveva.

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SD: L’uscita su una label statunitense, il tour appena menzionato, il registrare un disco in Indiana erano inusuali allora e anche oggi. Eravate lungimiranti nelle public relation o vi siete giocati la fortuna di una vita quell’anno?
M: È indubbio che siamo partiti col botto! Qualsiasi cosa dopo quei primi due anni sarebbe stata inferiore al confronto. Più che public relation, in quel periodo era normale mandare in giro demotape e li abbiamo mandati non solo in America, ma anche in Italia (Vacation House, McGuffin e altre che ora non ricordo). Joey Vindictive ci disse che per promuovere il disco sarebbe stato utile fare un tour. Nella sua ottica una cosa normale che qualsiasi gruppo in America faceva regolarmente, e mi diede il numero di Mass Giorgini (bassista degli Squirtgun, proprietario dei Sonic Iguana Studios a Lafayette, produttore di Rise Against, Alkaline Trio e molti altri – NDA). Mass da questo punto di vista fu impagabile, ci sentimmo praticamente una sola volta al telefono e poi si occupò di tutto mettendoci a disposizione il backline e la casa. Il fatto che sia legatissimo alle sue radici italiane ha chiaramente influito molto. Fossimo stati un gruppo spagnolo, magari le cose sarebbero andate in maniera diversa. Però devo dire che anche negli anni successivi mi sono capitate belle cose e non solo musicalmente!

SD: Cosa ascoltavate nel periodo di uscita del disco? In parallelo, questi gruppi/dischi ti sembra che siano invecchiati bene o male?
M: A questa domanda ammetto che non so risponderti. Da un lato molte delle cose che ascoltavo erano di anni precedenti, per cui già stagionate. Dall’altro, iniziando a prendere sempre dischi nuovi, rimaneva poco tempo per risentire i dischi degli anni precedenti. L’unica certezza è che pochissimi di quei gruppi esistono ancora!

SD: L’invecchiamento del vostro self titled invece l’hai abilmente schivato con questa riedizione. Come ti è venuto in mente di rifare (quasi) tutto da capo?
M: Ho voluto rifarlo da capo perché nella prima registrazione ci sono tanti errori, di impostazione principalmente, dovuti al fatto che sapevamo poco e niente di come tecnicamente si registra un disco e si lavora in sala. Facemmo tutto in pochissimo tempo suonando tutti i pezzi a una velocità pazzesca, ci sono dei passaggi in cui si sente che mi manca il fiato! Dal vivo suonavamo più veloce rispetto a quando facevamo i pezzi in sala prove. Ma in sala di registrazione li suonammo più veloci di come li suonavamo dal vivo! Insomma, a distanza di tempo, quelle canzoni meritavano una seconda possibilità.

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SD: Fast forward al 2019 ed esce ‘Please!’ dei No Spoiler, diverso il nome, diverse le persone e diverso il suono. Mi rendo conto di non sapere come sia avvenuta la transizione da Real Swinger a No Spoiler. Riesci a riassumere questo decennio di stacco?
M: I Real Swinger hanno avuto due formazioni “storiche”. Quella dei primi due dischi con Walter e Luca a Napoli e quella con Stefano e Antonio a Roma con cui abbiamo fatto i due dischi successivi. A queste ne devi aggiungere altre ancora, di durata più o meno breve. Dato che mi piace l’idea di gruppo e non quella di avere solo delle persone che suonino con me, quando i cambi di line up hanno iniziato a essere tanti ho iniziato a proporre di cambiare il nome al gruppo. Con l’attuale formazione abbiamo iniziato a suonare nel 2017 facendo concerti sempre a nome Real Swinger, e quando abbiamo iniziato a registrare il disco pensavamo di usare ancora quel nome. Poi mentre eravamo già alla fine del missaggio ragionando sul titolo da dare al disco, abbiamo trovato anche il nuovo nome del gruppo. L’approccio non è cambiato molto. Il suono sì, ma solo perché il disco è stato registrato meglio di qualsiasi cosa io avessi fatto prima e su alcuni pezzi ci siamo anche scatenati con gli arrangiamenti e su questo aspetto sono stati fondamentali Sterbus e Gianka sia nelle idee proposte che nel riuscire poi a concretizzarle! Nel disco precedente c’erano un pezzo country, uno strumentale, un pezzo power pop, uno swingato, una ballad, un pezzo garage. In quello dei No Spoiler c’è un pezzo glam, uno bubblegum, uno alla Phil Spector, uno più hard rock. Alla fine, ci interessa più fare buone canzoni che canzoni dello stesso genere.

SD: Parlando dei No Spoiler e del loro Lp in uno scambio di qualche mese fa abbiamo menzionato i Giuda, Marc Bolan, i Cramps e il doo wop. Aggiungo “punk rock” e la recensione è fatta o ti potrebbe piacere sottolineare delle altre sfumature di questo gruppo?
M: Più che di gruppi, in molti casi dovrei citarti singole canzoni. Ti faccio un esempio: Nirvana e Joy Division. Tu potresti pensare che hanno in comune il suicidio del cantante ma ci sono due loro canzoni, nello specifico ‘Mr Moustache’ e ‘Digital’ che si basano su un riff di chitarra di 3 e 4 note molto semplici ma di impatto. Suonando quel riff non riuscivo mai a cantarci sopra e in realtà non lo fanno neanche loro. Curtis non suona la chitarra e Kobain nella strofa non suona quel riff che viene portato avanti solo da Novoselic. Io mi sono inventato una versione dove riuscivo a cantarci ed è venuta fuori ‘Closer’. Aggiungici che il testo si ispira a quelli del primo disco dei Knack che grondano letteralmente sesso e hai la genesi del pezzo. Potrei fare la stessa analisi con tutti i pezzi del disco ma temo che annoierei chi ci legge. Poi, c’è sempre un gap tra quello che hai in mente tu che scrivi e quello che viene percepito da chi ascolta, per cui le mie sfumature potrebbero essere completamente diverse dalle percezioni degli altri. Il pezzo alla Phil Spector che ti citavo prima…, ci ha scritto un tipo a cui la canzone piaceva moltissimo perché gli ricordava gli Status Quo che sono il suo gruppo preferito. Magari avevano canzoni di quel tipo ma non sono un gruppo che posso dire di conoscere o che mi abbia influenzato, però lui ce li vedeva… Seguirà dibattito “Le 50 Sfumature Dei No Spoiler Vs Public Perception”.

SD: ‘Please!’ contiene anche quella che se ben ricordo è la tua prima canzone in italiano. Al di là che l’anno in corso non ti ha dato molte occasioni di cantarla dal vivo, sai già se ti farà piacere ripetere l’esperimento?
M: Si, è la prima canzone con testo in italiano per un mio disco. Nasce dopo aver sentito “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” che secondo me è uno dei dischi più importanti usciti in Italia in questo decennio per la lucidità con la quale viene descritta una generazione di 16-20enni. Io ho un orizzonte di frequentazioni e conoscenze anagraficamente diverso per cui le abitudini/manie/personaggi di cui parlo sono diverse e il consiglio del ritornello “invoca satana” è chiaramente una iperbole grottesca. Cioè se sei passato dalla cristallo terapia all’analisi collettiva e poi da Osho a influencer su Instagram prova anche ad invocare il maligno, magari trovi pace. Comunque, considerato che mi hai confessato di leggere anche tu assiduamente Brezsny (mi piace giustificare gli alti e bassi della vita con Brezsny! – NDA), qualcosa di vero nel testo c’è! Per il futuro non so. Per ora le prime 4 canzoni per il prossimo disco sono in inglese.

SD: Solo se non hai risposto alla primissima domanda, almeno un episodio inedito di quel tour con gli Squirtgun possiamo sdoganarlo? Ormai solo la presenza di figli (che non hai) possono trattenerti dal raccontare tutto!
M: Potrei anche averceli dei figli, magari proprio grazie a qualche episodio inedito del tour!!! Mater semper certa est…

Double Nickels interview

December 28, 2020 |

C’è un nuovo progetto editoriale sulla piazza, si chiama Double Nickels e le persone da ringraziare sono Chiara e Matteo, che potreste riconoscere rispettivamente per essere la rumorosissima bassista dei Lleroy e per il defunto blog Bastonate. La prima uscita è ‘Memorial Device’ di David Keenan, tradotto in italiano a tre anni dalla sua pubblicazione, un campionario di peculiari personaggi che anima la scena post-punk di Airdrie, poco distante da Glasgow, nei primi anni ‘80. Cosey Fan Tutti dei Throbbing Gristle, una che due cose strane le ha fatte, dice “Non ho mai letto un libro del genere”, datele retta e magari la penserete come Kim Gordon quando dichiara “voglio vivere dentro a quel libro”. Il futuro è già scritto e Double Nickels proseguirà con Michael Gira (Swans), Eugene Robinson (Oxbow) e Ian Svenonius (Nations Of Ulysses prima di qualsiasi altra cosa abbia fatto), a rinsaldare il legame con i musicisti underground che non si limitano a suonare.

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SD: Double Nickels pubblicherà libri scritti da musicisti che non significa necessariamente libri sulla musica. Da una parte significa un pubblico molto ampio, dall’altra si traduce in una nicchia ancor più complicata quasi come quella che si crearono i Minutemen, che citate nel nome di questa casa editrice. Spesso incompresi ma definiti geni e precursori dopo la loro fine, siete pronti a condividere con loro questa dimensione?
Matteo: La dimensione che condividiamo è fare le cose in un modo sostenibile dal punto di vista etico; in generale la storia dei Minutemen è per noi il modello a cui aspirare per quello che riguarda stare al mondo. Non entro nemmeno in territorio artistico/musicale, lì c’è solo da genuflettersi alla Wayne e Garth davanti a Alice Cooper, accettare il dono della bellezza e tacere. Per tutto il resto, restringere il campo è un modo per darsi una direzione ed essere facilmente riconoscibili dall’esterno, ma anche una questione di igiene mentale commisurata ai nostri mezzi.

SD: Raccontiamo un po’ ‘Memorial Device’, come l’avete conosciuto? A quale pagina tornereste subito per dirmi il vostro episodio preferito del libro?
Chiara: Il merito della scoperta di Keenan va ai suoi traduttori, Matteo Camporesi e Lorenzo Mari, sono stati loro a proporcelo. Incuriosita dal personaggio, estremamente prolifico (ex musicista, gestore di un’etichetta e di un negozio di dischi, critico musicale e infine scrittore), ho letto il suo primo libro e ho pensato che sarebbe stato un buon esordio per DN. ‘Memorial Device’ racconta la storia di una band mai esistita realmente, infatti la musica non è al centro della narrazione. Se il post-punk si può riassumere nell’esplosione del punk in tutte le direzioni espressive possibili, quella descritta nel libro è un’espressività talmente sincera e disinteressata da andare spesso incontro al fallimento e non sottrarre il fallimento allo sguardo della memoria. Uno dei miei capitoli preferiti è il quindicesimo, racconta del funerale di uno dei personaggi attraverso il ricordo di una sua conoscente. Per commemorarlo i suoi amici prendono l’iniziativa di stampare un disco con le sue ultime registrazioni, confezionando il packaging col materiale trovato nei suoi quaderni, selezionato rigorosamente senza nessun criterio. Persino la morte diventa uno stimolo per compiere l’ennesimo gesto artistico che non ha nessuna pretesa di essere tale.

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SD:Quali sono stati i passaggi fondamentali per ultimare la vostra edizione? Per essere l’inizio di Double Nickels è stato un processo stimolante?
C: Abbiamo avuto un intero lockdown per sbizzarrirci sull’impaginazione e pensare alla copertina, su cui poi è finito uno scatto di Dino Ignani (da ‘Dark Portraits Rome 1982-1985’, uscito per Yardpress) più o meno contemporaneo alle vicende di cui tratta il romanzo. Dopodiché abbiamo scelto di stampare in una tipografia bolognese, per avere la possibilità di scegliere i materiali di persona e stabilire un contatto diretto con chi se ne sarebbe occupato. La parte in cui l’oggetto-libro prende forma è sicuramente la più divertente di tutto il processo, e per la prima uscita coincide col momento in cui si prendono decisioni di massima sull’identità del progetto, quindi gli stimoli abbondano.

SD: Salad Days nasce nel 2009, per anni mi sono occupato dei libri di stampo musicale (diciamo legati per lo più all’underground) e se inizialmente recuperavo liberamente titoli dal passato per riempire quella pagina di recensioni, col passare degli anni sembra sia difficile stare appresso alle nuove uscite. La mia impressione è che ci sia un’ondata generazionale più interessata all’argomento e che sia anche più facile gestire una pubblicazione. Mi dite qual è la vostra opinione?
M: L’ondata generazionale c’è sicuramente da parte dell’offerta: sono aumentate le pubblicazioni perché sono aumentate le persone che si prendono la briga di stare sul pezzo, recuperare e tradurre certi materiali. La banda larga ha aiutato: all’epoca di internet 1.0 la circolazione era più limitata, spesso ai limiti della carboneria, molti libri che hanno significato molto per me non sono mai arrivati in Italia. Sulla domanda è tutto da vedere: aprire/partire è sempre comunque la via di mezzo tra un atto di fede e saltare dal precipizio senza sapere quanto è lunga la corda, se c’è una corda.

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SD: Essendo tu, Chiara, anche musicista, ti sei già resa conto di cosa musica ed editoria indipendente condividono nella parte distributiva?
C: In entrambi i casi la grande distribuzione è una risorsa solo per chi ragiona su numeri molto diversi dai nostri, che corrispondono a un altro approccio, altri mezzi e in parte anche a un altro pubblico. Nella musica lo scenario è abbastanza polarizzato, nel senso che chi si muove nel circuito dei piccoli club o dei centri sociali vende i dischi quasi esclusivamente ai concerti e ha poco o nessun interesse a piazzarli altrove. Per i libri il discorso è diverso, c’è una rete validissima di librerie indipendenti con cui i piccoli editori instaurano spesso rapporti diretti bypassando i distributori. È quello che abbiamo scelto di fare per il momento, nell’attesa di promuovere le uscite con un po’ di presentazioni in giro.

SD: Essere sommersa da manoscritti di autori sconosciuti è un’ambizione o una croce cui prepararsi?
M+C: È un problema che per ora non si pone; se arriveranno li leggeremo, siamo aperti a tutto quanto sia compatibile con la nostra sfera di interesse.

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SD: Al di là dei titoli che pubblicherete, restando nell’ambito musicale, mi dite un paio di titoli che menzionate tra i vostri preferiti?
M: ‘Our Band Could Be Your Life’ di Michael Azerrad (‘American Indie’ nell’edizione italiana), ‘Please Kill Me’ di Legs McNeill/Gillian McCain, i capitoli sui Genesis, Whitney Houston e Huey Lewis And The News in ‘American Psycho’ di Bret Easton Ellis nella traduzione di Pier Francesco Paolini.
C: ‘Questa E’ La Mia Terra’ di Woody Guthrie, ‘Post Punk’ di Simon Reynolds e l’autobiografia dei Nofx.

SD: Per forza di cose devo chiederlo, riuscireste a pubblicare uno scritto che vi piace di un musicista che non sopportate?
M+C: Dipende, generalmente l’importante è il contenuto. Diciamo che avremmo problemi a pubblicare uno scritto che non ci piace di un musicista insopportabile.

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Double Nickels

Frana x ‘Disastersss’ the full interview

December 18, 2020 |

E’ venerdì 18 dicembre 2020 ed esce ‘Disastersss’, il secondo Lp dei Frana, che potete ascoltare e acquistare al link sottostante mentre scoprite riga dopo riga chi sono, dove suonavano e perché lo fanno.

Se vi piacciono i generi vi dico noise, post hardcore e punk rock, se vi piacciono i nomi mi gioco Drive Like Jehu, Metz e Shellac oltre a quelli che troverete menzionati nell’intervista. Rispondono al gran completo Luca (voce e chitarra), Francesco (basso), Matteo (chitarra) e Michele (batteria). Happy release day, a loro ma anche a voi perché è una fortuna che lo possiate finalmente ascoltare.

SD: Non conosco di persona Luca, il vostro cantante, ma ho scoperto di averlo incrociato nella città dove i Frana sono nati: 2011, concerto di Off! e Fucked Up a Monaco, l’ho incontrato casualmente per strada tramite un comune conoscente (ciao Nat!). In generale di quel posto ho dei buoni ricordi per quella e altre visite, ai Frana la nascita in terra tedesca ha lasciato qualche segno?
Luca: Sisisisisi, ricordo ricordo! Ero in bici sulla Lindwurmstrasse ed ecco che ti compare Nat dal nulla. L’abbiamo poi rivisto l’anno dopo, quando abbiamo invitato gli Infarto a suonare alla primissima data dei Frana al Kafe Marat, dove ho organizzato concerti per anni, assieme agli Storm{o}. La Germania ci ha visto nascere e ci ha visto muovere i primi passettini zoppi come Frana, lasciando ovviamente un segno nel nostro modo di fare le cose, più da un punto di vista attitudinale/organizzativo/paramilitare che musicale. Eravamo prima di tutto degli outsider, della città stessa e della scena di Monaco di Baviera, era tutto molto difficile per noi, dal trovare un batterista o una sala prove o cercare le date, questo ci ha fatto crescere la pelle spessa e ci ha abituato allo sbattimento continuo. Così come vedere tantiiiiiiissimi gruppi che si prendevano trooooppo sul serio ci ha obbligato a non farlo coi Frana.
Fra: A me la terra tedesca sembra molto più accogliente in retrospettiva. A Monaco di concerti fighi ne abbiamo davvero visti e suonati una valanga, non posso non citare il Kafe Kult che è un punto di riferimento indispensabile. E la scena locale, pur con molti limiti, è genuina. Le persone tendono a crederci per davvero, c’è decisamente meno cinismo e più candore che qui da noi… persone giovani e vecchie, da cui abbiamo ricevuto sempre tanto supporto e interesse, anche quando siano tornati a suonare l’anno scorso. Questa cosa un po’ il segno l’ha lasciato, tant’è che alla fine tra vari cambi di line-up e traslochi internazionali pirotecnici siamo ancora qua a fare macello. E comunque a Monaco la birra costa pochissimo.
Teo: Nonostante non ci abbia mai vissuto devo però dire che Monaco è una città che ho frequentato tanto grazie soprattutto alla musica. Tado si spostò in Germania per un dottorato di ricerca e tutti noi sapevamo di trovare sempre e comunque un amico sul quale contare da quelle parti, siamo andati spesso a trovarlo, ci sono passato con i Filth In My Garage, con i The Disgrazia Legend e con i Frana. Credo di aver suonato in tutta la mia vita più volte a Monaco di Baviera che a Bergamo città. Inoltre la cosa bizzarra è che siamo sempre stati in posti diversi a dormire e tutti questi posti erano casa di Tado.

SD: Il vostro ‘Disastersss’ propone una curiosa triangolazione musicale: Washington, Chicago e Inzago e magari molti non realizzano che persino quest’ultima ha un suo piccolo feudo musicale legato al Trai Studio. Domanda uno: come avete scelto dove e come fare i tre passaggi fondamentali del disco?
Luca: Questo bizzarro mostro di Frankestein Inzago-Washington-Chicago è un po’ capitato. Il piano originale era di registrare dal Trai, far mixare da Dave Curran (Unsane, Pigs) al Trai studio, e fare il mastering da Carl Saff a Chicago, al quale puntavamo già dal disco precedente. Il Trai aveva già lavorato con Dave e questa combo aveva già funzionato molto bene con l’ultimo disco dei Filth In My Garage, mentre Saff e Dave lavorano spesso assieme. Poi covid, lockdown, piani che si sgretolano e impossibilità di pianificare qualunque cosa. Siamo riusciti per miracolo a fare le riprese, ma Dave non riusciva ad esserci. La necessità di trovare qualcuno che potesse lavorare in remoto ci ha fatto scoprire TJ Lipple, che ha fatto un gran lavoro, è stato molto piacevole e facile lavorare con lui.
Fra: E’ capitato, ma penso sia capitato bene. Le riprese dal Trai sono oramai una tradizione per noi, tra i bianchini delle 11 di mattina e un parco amplificatori da sbavo. TJ invece l’abbiamo trovato fondamentalmente frugando su Discogs. Il suo nome continuava ad apparire collegato a un sacco di dischi che ci piacciono, tipo ‘Drescher’ degli Haram che è il disco più sottovalutato del millennio, o il primo disco dei Flasher. Allora vai a vedere per bene, e vedi che lavora all’Inner Ear Studio a DC, dove fra gli altri hanno registrato i Fugazi. Abbiamo sentito i suoi lavori sulle voci, la spazialità dei suoi mix, e siamo andati a colpo sicuro. Lui si è subito preso bene per il disco, ci ha fatto un prezzaccio e olé.

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SD: Domanda due: troviamo un nome legato a ciascuno di questi tre luoghi cui vi lusingherebbe essere accostati? Però è proibito menzionare qualsiasi gruppo che abbia Steve Albini e Ian MacKaye come musicista o produttore.
Fra: Valgono i Rites Of Spring? No dai, scherzo. Per Washington DC dico Q And Not U, una band con un tiro e un gusto pazzeschi, capaci di combinare alla perfezione le cose complicate con quelle catchy. Che è quello che cerchiamo di fare a volte pure noi con risultati alterni. Per Chicago dico Meat Wave, un trio post-punk a cui ci sentiamo vicini nello spirito. Se venissero a suonare di qua del mare faremmo carte false per condividerci il palco. Mi sa che hanno registrato un disco da Albini, però dai facciamo che valgono lo stesso. Inzago, la provincia…, nei quasi 20 anni di Trai Studio ne son passati tanti di nomi a cui ci piacerebbe essere accostati, qua su due piedi non ti dico un gruppo ma un’etichetta, Wallace Records. Per il me stesso adolescente di inizio anni 2000 ha rappresentato un punto d’accesso a una gamma di band/persone/stili/visioni/posti che era veramente qualcosa di figo e nuovo, soprattutto in Italia, e che mi ha influenzato parecchio e non solo musicalmente. Su Inzago vorrei però che Teo aggiungesse la sua prospettiva più attuale dalla torre di controllo del Bloom, la mia di milanese di città emigrato conta zero.
Teo: Beh, io ad Inzago ci sono praticamente cresciuto, il Trai è un mio carissimo amico e anche collega, lavoriamo insieme ormai da anni su più festival estivi della zona e se lavoro nella musica, suono e sono appassionato di rock’n’roll è soprattutto grazie a lui. Tantissime band ho conosciuto facendo il fonico negli anni ma più di tutte lego al Trai Studio gli Spread, anche se in realtà non si collegano direttamente ai Frana. Succede che nel 2010, mentre stavamo smontando l’impianto audio da un palco sotto a una pioggia torrenziale, il Trai si lascia scivolare dalle mani un sub che mi è cascato dritto dritto sul piede destro, fratturandomelo. Mi sono dovuto sparare due mesi di gesso più riabilitazione, ricordo che il Trai ci rimase malissimo anche perché perdetti tutta la stagione estiva di lavoro, perciò una sera passò a prendermi sotto casa e mi portò ad un concerto nella Bergamasca, un concerto dei Verdena dove lui avrebbe dovuto lavorare come fonico per la band di apertura. Quella band erano proprio gli Spread. Per Washinghton DC cito gli Scream anche se non so se vale. Per Chicago invece non posso non giocarmi anche io la carta Meat Wave (che di certo hanno registrato un disco da Albini).

SD: Quando si parla di un suono come il vostro mi pare che venga raramente menzionato il lascito musicale di Amphetamine Reptile, qualcuno di voi ritiene che abbia prodotto qualcosa di buono?
Fra: Sì hai ragione, è un nome che in qualche modo fa un po’ da spartiacque. E’ elevato a leggenda da tutta quella classe di persone affezionata (secondo me pure troppo) al noise rock abrasivo dei ‘90s, americano ovviamente, vedi Unsane, Tar e Cherubs. Tutti quei gruppi con il nome scritto in stampatellone gigante. Come label ha fatto uscire dei dischi imprescindibili, tipo ‘Scattered, Smothered & Covered’. Ma penso che il lascito fondamentale non sono tanto i singoli dischi o le varie band, ma proprio la definizione di quel suono abrasivo e le sue produzioni essenziali, dove senti la corda di basso sferragliare come un treno merci. Il pacchetto può anche stancare, anche graficamente, ma avrà sempre un suo seguito e un suo ricambio di band, oggi ben rappresentate secondo me dai Whores.

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SD: Di contro deve esistere una band o un intero genere musicale che non tollerate. Immaginatevi come un Pol Pot qualsiasi, chi togliamo di mezzo?
Luca: Più che il genere esso stesso toglierei di mezzo tutti i franchise, di qualunque genere, ovvero quei gruppi che decidendo di “prendere ispirazione” finiscono per fare la copia esatta di gruppi molto yeah, nella musica, nei testi, nelle grafiche e a volte pure nelle scarpe… io sono per il “piuttosto fallo male, ma che sia una roba personale”. Per quanto abbia senso parlare di originalità in un mondo dove tutto è già stato fatto, ovviamente.

SD: Negli ultimi anni, prima che il mondo finisse nel 2020, mi sembra di aver visto un buon numero di band italiane con caratteristiche proprie che cadono nell’ampio macrocosmo del post-hardcore, direi per lo più con persone tra i 30 e i 40 anni. Presupponendo – e magari sbaglio – che tutti siate passati da forme musicali più antemiche, a che punto avete capito che preferivate suonare pezzi più intricati e angolari?
Fra: In realtà non ho mai preso in considerazione l’idea di avere un gruppo dove la composizione non fosse anche un modo di mettersi alla prova. Poi c’è una questione di gusto ovviamente, e a me piace da sempre la roba intricata e inacidita. Basta che non lo sia per mettersi in mostra, ma che la cosa abbia un senso. Forse è così perché ho iniziato a suonare in un gruppo relativamente tardi, dopo il liceo, quando tutta una serie di ascolti avevano già lasciato il segno.
Luca: Premetto che ho dovuto googolare un paio di parole, anche Fra l’ha fatto ma non lo dice… in realtà quasi subito, sono passato dai gruppi del liceo grunge-punk al post-hardcore in molto poco tempo. Già nel 2004, che ne avevo 20, abbiamo formato i Daphne, una roba alla Dillinger Escape Plan, ultra-stortissima e con 400 riff al minuto, e nel 2007 ho iniziato a suonare coi Disgrazia Legend, più noise-core ma comunque belli storterelli e fastidiosi. Nel frattempo ci sono stati anche i Proto K Distillery, con un paio di elementi dei Daphne, perché New Found Glory e Blink 182 andavano molto forte e ci facevano battere il cuoricino. Almeno per me, le due anime del punk-rock melodico e del post-hardcore cacofonico hanno convissuto per un bel po’ di tempo (e continuano a farlo).
Michi: Penso che più che scelta sia una sorta di evoluzione personale, musicale inconscia che porti ad avvicinarsi a ad un genere piuttosto che ad un altro, o ad un modo di scrivere più semplice rispetto ad uno più intricato. I miei albori sono stati conditi da cover metal ai tempi del liceo ma strizzando sempre l’occhio al punk anni 2000, per poi iniziare un progetto di musica originale ad oggi ancora attivo con i Soundtrack Of A Summer dove si suona dell’alternative con influenze grunge/punk. Nel 2013 mi sono unito ai Disgrazia Legend con Luca e per un periodo anche Teo, e li mi sono avvicinato ad un genere decisamente più “storto” per poi franare nei Frana.
Teo: Ho sempre suonato in gruppi che facevano roba distorta, veloce, con tempi dispari e con la matematica che faceva da padrone nonostante per almeno un paio d’anni mi beccai il “debito” al liceo. Negli anni si sono susseguiti i Waist Of Noise, Filth In My Garage, Daphne, The Disgrazia Legend e compagnia bella… ma dal 2010 al 2013 c’è stata una piccola parentesi che mi ha visto imbracciare il basso nei Chatterbox, una band composta da gente che arrivava dal post hc e dall’hardcore melodico (cito gli A Perfect Day e gli Unless We Try). Suonavamo robe alla Minus The Bear con un po’ di elettronica, voci melodiche, tempi dilatati conditi da tante sigarette magiche, è stato molto divertente e questa esperienza mi ha fatto crescere sotto tutti i punti di vista, soprattutto sotto l’aspetto del comporre musica d’insieme. Ho addirittura imparato a scrivere canzoni da 5 minuti con solo 3 accordi di numero.

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SD: Al di là delle mie impressioni sul fiorente underground italiano, resta comunque difficile portare 100 persone a un concerto e vendere 300 copie di un disco, obiettivi che qualcuno potrebbe anche definire “vecchi” nella musica contemporanea. I Frana ne hanno trovati di migliori da perseguire?
Fra: Quelli non sono obiettivi, sono abitudini dure a morire, perché ci continua a piacere: suonare, mangiare in area di servizio, dormire nel sacco a pelo nelle case delle persone (grazie a quelle persone!). Speriamo che il mondo esca presto dal buco nero in cui è piombato, perché c’è che da cominciare a ricucire tutto questo vuoto. Il disco è prima di tutto un mezzo per poter perseguire quello, pagandosi almeno l’autostrada. E poi fissa un momento, condensa degli stati d’animo. Penso che questa crescente tendenza nel mainstream contemporaneo a pubblicare pezzi sparpagliati ponga enormi limiti a livello di visione compositiva.
Luca: No no, il nostro obbiettivo non è vendere 300 copie, è liberarci di 300 copie, vai a casa della gente con una scusa, sfrutti un momento di distrazione e gli infili il disco dei Frana nella sua collezione, o nell’armadio, o nel controsoffitto, o nel camino, o nella sabbia del gatto… non sai di averlo comprato? Te lo ritrovi in salotto (cit).
Teo: Io suono per passione, per fare balle con gente nuova ogni volta, per bere, mangiare e dormire aggratis.

SD: I marchi prima e gli euro tedeschi poi hanno permesso a molte band (specie statunitensi) di mantenersi. Da ex residenti riuscite a definire quel paio di pregi o difetti che in Germania hanno nel trattare la vostra fascia musicale?
Luca: In Germania, come in Francia e tutto il nord Europa, c’è un welfare che qui ce lo si sogna, che permette a chi lavora/non lavora con la musica di avere abbastanza soldi e tempo per poterci quasi campare senza eccessivi sacrifici, facendo un “lavoro vero” abbastanza rarefatto. In più, le istituzioni sovvenzionano le attività culturali, che sono detassate alla grande. Altri grandi pregi: la gente che va ai concerti compra i dischi, c’è moooolto meno snobbismo e situazionismo… forse… no, l’ultima me la rimangio, sono solo declinati in maniera diversa… difetti: l’originalità dei progetti certo non è dalla loro, c’è un gap gigantesco fra i gruppi grossi e quelli DIY, come qualità della musica e del suono, e il pubblico che più beve e più balla/poga/si leva i vestiti, che è un po’ un’arma a doppio taglio perché se suoni tardi nella serata ti trovi a suonare di fronte ai rottami…
Fra: Sempre che il rottame non sia tu esso stesso… comunque di solito la gente sta impalata con l’occhietto spento, se non sanno bene chi sei. Il tedesco medio è abituato a sapere cosa ha davanti, a decidere scientemente e organizzare meticolosamente anche il suo svago. Perciò è una situazione rara quella di avere davanti un gruppo di cui sanno poco o nulla. Questo crea enormi salti di percezione nel suonare a concerti/eventi organizzati all’interno di scene ben precise e, ad esempio, festival generalisti dove la gente va davvero solo a vedere il nome grosso di turno e non caga di pezza nessun’altro gruppo. Però le persone si informano, si scelgono i concerti, ci vanno e pagano l’ingresso.

SD: Il vostro nome mi permette di constatare che – nel bene e nel male – “frana la curva frana sulla polizia italiana” così come “linee dritte quasi parallele nei tuoi sogni nei tuo sbadigli quotidiani” o ancora “acqua boario fegato centenario” e “l’odore della lana bagnata dalla pioggia” sono testi che potrò dimenticare solo con una lobotomia. Stando nei limiti delle produzioni indipendenti, quali sono le righe in italiano che vi accompagneranno fino alla morte?
Luca: Tre a testa? Dai! “io non ho paura del buio, meglio non vedere che cercare invano di evitare il soffitto, attendo da ore che mi crolli addosso”, “mi affogherei e anche se non mi viene io senza lei e anche se non c’è miele mi viene dolce e penso sempre lo stesso mi affogherei”, “le tre bellezze della vita siamo io mia sorella e mio papà… pippiamo la cocaina e la vita ci sorride sempre llero lallà, pippiamo la cocaina e la vita trallallero trallallà”.
Fra: “raid, aereo, sul paese delle farfalle”, “come lucertole s’arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano”, “ho tirato pugni da ogni parte per, uscire da un sacchetto diiii carta”, “gli amici del campetto passati dalle Marlboro direttamente all’eroina, alla faccia delle droghe leggere”, “sabato in barca a vela lunedì al Leoncavallo, l’alternativo è il tuo papà”.
Michi: “Magari non rinizierò da zero, e forse conviene così. Quando avrò meno pensieri potrò riniziare da me. Che suono fa un oggetto prezioso che cade?”, “Ma tu ci pensi mai alla fretta, ai ritardi a chi è rimasto indietro e quanto è ancora è difficile dirgli, ‘Mi manchi’ che schifo avere rimpianti”, “se devo uscire vado a caccia di peroni safari bangla mi potrebbero aiutare ne ho catturate quasi come quell’estate e ho fatto finta di far festa con la Fanta”.
Teo: “È tutto uguale è tutto così. Quando va bene pensalo bene ma bene ma… comunque tutto quanto è così. Quando va male pensalo male ma male ma…”, “Pezzi bui dentro di me non se ne vogliono andare, resto da solo a guardarmi allo specchio senza parlare” e “Giornate grigie e il cielo è spento la gioia mi scalfisce e non ho difese, più soffia il freddo, più l’azzurro e il giallo a se mi attraggonoooooooo ooooh”. Grazie, Marco, per la chiacchierata. Speriamo di rivederci presto e di lasciarci in fretta alle spalle questo schifo.
(pei i più pigri, in quest’ultima domanda abbiamo menzionato – in ordine sparso – testi di Erode, Quercia, Pornoriviste, Afterhours, Punkreas, Fine Before You Came, Skruigners, Tunonna, Verdena, X-Mary, La Quiete, Sottopressione, Offlaga Disco Pax, Frammenti, Frankie Hi-Nrg, Coma Cose – NDA)

Intervista di Marco Capelli x Salad Days Mag – All Rights Reserved

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Locked In: ascolta ‘Dying City’, singolo d’anteprima del nuovo EP

December 17, 2020 |

Certe fiamme, si sa, non si spengono. Sotto la cenere continua a bruciare una brace incandescente e basta soffiare appena appena per far ripartire l’incendio.

Questo è ciò che ci dimostrano i Locked In, band hardcore perugina, che torna all’assalto dopo diversi anni di silenzio e inattività, dopo aver macinato kilometri e consumato palchi in tutta Italia e e mezza Europa tra il 2007 e il 2013. Poche settimane fa è arrivato l’annuncio di un ritorno in pista con ben due nuovi EP in collaborazione con la bresciana Epidemic Records. Ed è proprio da uno di questi due EP che è tratta l’anteprima di ‘Dying City’, brano furioso ed energico, che svela l’ottima forma in cui si presenta la band alla prima prova con questo nuovo capitolo. Ve lo sveliamo oggi in anteprima esclusiva su Salad Days Magazine. Il primo EP di ritorno è intitolato ‘Not Dead Yet’ e sarà disponibile su tutte le principali piattaforme digitali dal 25 Dicembre 2020; un regalo di Natale agli amici e ai fan di vecchia data, così come a chi ancora deve innamorarsi di questo gruppo dal cuore enorme e dall’approccio genuino al 101%, autore di un hardcore fatto con sangue, sudore e lacrime, come giusto che sia. Scegliere un brano solo per rappresentare una nuova fase nella vita di una band non è facile, così abbiamo chiesto ai Locked In come mai abbiano optato per questo pezzo:

“Abbiamo scelto ‘Dying City’ come singolo dell’EP perché rappresenta la parte del nostro sound più intima e personale, staccandoci dalla scelta per un altro pezzo dell’EP che poteva avere una struttura più classica e dare una sensazione conosciuta. Sicuramente questo brano rappresenta un ponte verso quello che potrebbero essere le nostre sonorità negli anni a venire, sempre se vorremo far uscire altro materiale.” Il giorno di Natale di questo difficile anno 2020 sarà comunque da ricordare, con l’uscita dell’EP ‘Not Dead Yet’; un titolo che racchiude lo spirito con cui i cinque si affacciano nuovamente sulle scene, soffiando forte sulle braci e riaccendendo così una fiamma che aspettava solo di tornare a bruciare.

LINK:
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Epidemic Records Instagram

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IO (BESTIA): ‘Non C’è Più’ video premiere

November 19, 2020 |

Il nuovo video che annuncia l’album ‘Antropocene’ della band hardcore punk bresciana.

IO (BESTIA) annuncia l’uscita di un nuovo album (il primo sulla lunga distanza) e lo fa pubblicando il videoclip del singolo ‘Non C’è Più’, un brano che sotto i 90 secondi di durata riesce a riassumere la carica dirompente che dobbiamo aspettarci da questo nuovo lavoro. ‘Antropocene’, questo il titolo del nuovo album, segue un primo EP pubblicato nel 2016 e una manciata di singoli registrati nel 2019, produzioni che hanno consentito agli IO (BESTIA) di muovere i primi passi come band, pur essendo già forti delle esperienze maturate nei due progetti musicali che i componenti avevano alle spalle alla nascita del gruppo. 
Nei primi anni di vita i quattro di Brescia hanno inanellato apparizioni in apertura a band di spessore quali Sick Of It All, Raw Power e Terror, oltre a date in compagnia di nomi più o meno conosciuti nel panorama hardcore, punk e metal italiano, come Discomostro, Storm(o), Totale Apatia, Carnero. ‘Non C’è Più’ è un pezzo rabbioso, che colpisce a fondo grazie alla ritmica, ai riff taglienti e alla voce ruvida e aspra ma sempre forte e ruggente. 
Nei suoni si condensa non solo lo stile musicale ormai consolidato degli IO (BESTIA), ma il concetto stesso espresso anche dal testo della canzone.

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La band infatti afferma:
‘Non C’è Più’ descrive a pieno tutto quello che manca in questa società. Avevamo bisogno di dirlo a gran voce, gridando il disagio di chi non ha il potere, la possibilità di farsi sentire. Questo è un grido disperato, disilluso, l’essenza del concetto di ribellione che incita a non mollare, perchè a conti fatti… “…bisogna restare sempre vivi!””
 ‘Antropocene’ è stato prodotto da Giovanni Bottoglia ed è in uscita l’11 Dicembre.
 Nell’attesa che le attività live possano riprendere, godetevi questa anteprima e preparatevi ad accogliere uno dei dischi più potenti nel panorama hardcore italiano di questo assurdo 2020, che vede nel titolo stesso un’analisi profonda del rapporto tra essere umano e l’ambiente in cui esso vive e prospera, ma anche distrugge e annichilisce.

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@iobestiahc

La Follia – ‘Radice Feroce’ video premiere

October 28, 2020 |

La Follia, l’anteprima del video ‘Radice Feroce’ annuncia il nuovo album.

A due anni di distanza dall’uscita di ‘Elogio’, tornano La Follia, formazione post-hardcore dai suoni ruggenti e dalla forte carica emotiva e catartica. Il gruppo presenta il video di ‘Radice Feroce’, anteprima del nuovo album ’3′, in uscita a Novembre, grazie ad una collaborazione tra Shove Records, Fresh Outbreak Records e Tutto Il Nostro Sangue.

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Il singolo, chiave di volta che include tutti gli elementi presenti nel disco, è un biglietto da visita notevole per la band, che affida anche all’estetica del video l’urgenza comunicativa e la profondità emotiva che caratterizza non solo le produzioni precedenti, ma anche il nuovo lavoro. La Follia ha così commentato il singolo ‘Radice Feroce’: “Come accade nella trilogia delle tre madri di Dario Argento, gli esseri umani non sono unicamente e semplicemente delle vittime ma, a causa delle loro debolezze e dei loro egocentrismi, complici loro stessi del “grande male”, pronto a compiersi in ogni momento. La follia è tutto ciò che siamo o che stiamo diventando… o forse è solo ciò che siamo sempre stati.”

Il singolo apre i preorder per il disco, ordinabile in formato CD e Digitale. ’3′, terzo capitolo nella discografia del gruppo, è stato prodotto in studio da Fabio Intraina presso il Trai Studio di Inzago ed è in uscita il 13 Novembre 2020. Un release party’ è previsto per il 5 Dicembre al Bloom di Mezzago, insieme ai LinguaSerpente e agli Odessa. Lasciatevi travolgere da ‘Radice Feroce’ e preparatevi ad accogliere una nuovo tassello di grande valore nella discografia post-hardcore italiana.

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/lafolliaband/
@lafolliaband

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Flip Skateboards / Rune Glifberg x Monster Energy IG giveaway

October 6, 2020 |

Salad Days Mag in collaborazione con Monster Energy mette in palio un fantastico skateboard assemblato in edizione limitata, scopri averlo…

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Per partecipare dunque all’estrazione per vincere questo skateboard Flip x Rune Glifberg x Monster Energy le regole sono molto molto semplici, innazitutto dovete seguire su Instagram (like / follow su Instagram):
@runeglifberg
@flipskateboards
@monsterenergy

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Dopodichè condividete il post di riferimento di @saladdaysmagazine sulla vostra pagina Instagram personale taggando almeno 3 vostri amici con i seguenti hashtag:
#monsterenergy
#saladdaysmagazine
#runeglifberg
#flipskateboards
#giveaway

Se sarete fortunati riuscirete a portarvi a casa questa raro combo (Flip deck & wheels – Ace trucks) ad edizione limitata (ricordiamo che non è in vendita al momento). L’estrazione avverà a fine mese, partecipate numerosi e in bocca al lupo!

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Zeit ‘S/t’ full album exclusively stream

September 24, 2020 |

Zeit is an hardcore band from Venice (Italy) formed in 2014. During the same year they recorded their first EP ‘Zoe-Bios’ at Hate Studio in Vicenza, IT.

The following year, in March 2015, recorded debut LP ‘The World Is Nothing’, again at Hate Studio. The LP was released thanks to various European labels, and received excellent feedback from the community and critics. Later that year the band embarked on a long series of shows, tours and festivals. In 2016 another recording: the EP ‘Monument’, which was released in October of the same year. In 2017, in addition to the usual dates and tours during which Zeit play along with a number of well known bands from both the Italian and international hardcore scene (such as: Wolfbrigade, All Pigs Must Die, Municipal Waste, Tragedy, Birds In Row, Cro-Mags, The Secret, Vitamin X, Trash Talk, Gust, No Turning Back, Slapshot and many more), Zeit released a reissue of ‘Zoe-Bios’ on vinyl since the debut run had been released only digitally and on cd. In almost two years of break from tour and shows, which the band needed to deal with its work and commitments parallel to music and wrote the new LP. ‘Zeit’ will be released digitally and on vinyl on September 24th.

Zeit is:
Alessandro Maculan – Guitar
Sebastiano Busato – Vocals
Gabriele Tesolin – Bass
Francesco Begotti – Drums

‘Zeit’ Tracklist:
01. The Embassy
02. Yellow Sword
03. The Sitting Man
04. Whistling In The Hole
05. My Dear Friend
06. Love Psalm
07. Sons
08. The Piss
09. Object
10. Republic

Credits:
Recorded in March 2019 at La Distilleria (Vicenza, IT) by Luca “Peo” Spigato.
Mixed and Mastered in June 2019 by Paolo Canaglia.
All Music and Lyrics by Zeit.
Labels: Assurd Records, Shove, Mothership, Tanato Records

Links:
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instagram
bandcamp
spotify

SABATO 19 SETTEMBRE 2020 SALAD DAYS MAGAZINE PRESENTA ‘WE KILL WHAT WE LOVE’ + DJMS / JACK THE SMOKER & MORE @ BLOOM (MEZZAGO – MI)

September 12, 2020 |

Presentazione del libro fotografico ‘We Kill What We Love’ – Over A Decade Of Hip-Hop Visuals di Andrea Rigano.

Un volume unico nel suo genere in Italia che racconta la decennale collaborazione con Salad Days Mag, attraverso 150 selezionatissime fotografie del suo vasto archivio, 140 pagine che ritraggono una sessantina di artisti hip hop transitati per il nostro Paese (e non solo); bianco e colore nel pieno della tradizione fotografica dei grandi maestri come Janette Beckman o Ricky Powell; scatti live e ritratti posati raccontano non solo il frontrow di artisti come Public Enemy, Cypress Hill, Action Bronson, KRS ONE, Slaine, Kurtis Blow, Grandmaster Flash, Guru, Wu-Tang Clan, Mos Def, Evidence e molti altri. ma anche il behind the scene della vita onstage di un rapper.

Hip Hop djset by DjMs
Hosted by Jack The Smoker & more

Apertura porte h. 21.30, inizio spettacoli 22.00.
La serata è a ingresso gratuito ma per partecipare è necessario che prenoti il tuo posto a questo link.
All’entrata del Bloom ti verrà chiesto di mostrare la mail o la stampa o lo screenshot della conferma che Eventbrite ti invierà via email.

Servizio Bar & Cucina attivo.
Dal momento in cui entri al Bloom tieni sempre indossata la mascherina: puoi toglierla soltanto quando sei seduto al Bar o stai mangiando/bevendo seduto in Sala Concerti.

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Bloom
via Curiel 39, Mezzago (MB)
@bloom_mezzago

Powered by Staple

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WE KILL WHAT WE LOVE – THE BOOK OUT NOW!

August 16, 2020 |

Over 10 years of hip hop/rap pictures taken by Salad Days Mag editor in chief Andrea Rigano (aka Rigablood).

140 pages x 150 photos x 60 artists (including master acts such as Public Enemy, Mos Def, Cypress Hill, Evidence, Dope D.O.D., Guru, Kurtis Blow, Wu Tang Clan, KRS ONE, Ill Bill, Freddie Gibbs, Dj Premier and more) – b/w & color – soft cover – offset print / uncoated paper (Coral Book) – size 24cm x 34cm. Produced by Salad Days Mag with the support of American Socks and 5tate Of Mind and printed in only 500 copies. RARE! For collectors! The author is available for interview and exhibition if interested contact here:
info@saladdaysmag.com

AVAILABLE NOW!

NOTE: if you live outside Italy, please send an email first to:
info@saladdaysmag.com

SHOP IT BEFORE GONE BY CLICKING ON THE IMAGES BELOW:

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Six Feet Tall ‘Be Grave With Your Life’ – exclusive listening

June 10, 2020 |

Il lavoro di ‘Be Grave With Your Life’ è iniziato due anni fa, quando dopo il primo disco e le successive date, ci siamo rimessi a scrivere…

…l’idea era di fare qualcosa si diverso che suonasse fresco ma che rimanesse comunque nell’ottica un po’ sghemba che è alla base della band. Non è stato facile far funzionare tutto all’inizio, mancava un elemento che facesse da collante alle varie anime che erano all’interno della band. Poi nel corso della scorsa estate si è unito a noi Michele e nel giro di pochi mesi abbiamo finalizzato i sei pezzi che sono nel disco, nei quali avevamo lavorato nei mesi precedenti. A Novembre del 2019 ci siamo recati presso i Cinque Quarti studio di Roma dove abbiamo fatto le riprese degli strumenti con Lorenzo Amato, nostro amico e collaboratore di lunga data in diversi progetti. Le voci sono state registrate nella nostra città, Perugia, da Alberto Travetti, che ha avuto il ruolo quasi di sciamano. Successivamente Dave Curran ha mixato tutto ai Trai Studio: una sera ad un concerto ne avevamo parlato, ed ha capito perfettamente quale era lo spirito del progetto: è venuto fuori esattamente quello che volevamo per il disco. Del mastering se ne è occupato infine Claudio Adamo, ai Fonoprint Studio di Bologna, un altro nostro caro amico e tecnico fenomenale. Non esiste un vero e proprio filo conduttore nella musica e nei testi, è uscito tutto molto spontaneamentre e di pancia, che è un po’ quello che sta dietro a tutta la band. – Six Feet Tall

I Six Feet Tall fanno base a Perugia ed esordiscono nel 2016 con un EP di debutto per UA’ Records. Girano in lungo e in largo in Italia e fanno un tour in Gran Bretagna nel 2017. Nel 2019 aggiungono un elemento alla formazione, che ora comprende Michele Perla degli eclettici Die Abete alla chitarra, Andrea Gentili e Federico Mazzoli dei monolitici Northwoods, rispettivamente alla batteria e al basso, Diego Coletti, già cantante nei punk rocker Cayman The Animal, alla chitarra e alla voce.

‘Be Grave With Your Life’ è stato registrato a cavallo tra il 2019 e il 2020 tra Roma (Cinque Quarti Studio con Lorenzo Amato) e Perugia (HD studio con Alberto Travetti, dove sono state incise le tracce vocali) ed esprime bene il livello di maturità e personalità raggiunti dal gruppo. Lo stile vario e particolare del disco attinge dalle fonti più disparate (noise rock, post hardcore di stampo Dischord, punk rock e chili di riff quasi metallici) e si avvale del mixaggio di Dave Curran dei newyorchesi Unsane presso il Trai Studio (MI) e del mastering di Claudio Adamo presso il Fonoprint Studio di Bologna.

Tutto il lavoro gioca sul bilanciamento degli opposti: musicalmente è fresco e pesante, spigoloso e morbido nelle melodie; le liriche, dal sapore cupo e vagamente disorientante, si trovano spesso in bilico tra l’evocativo e il concreto, tra lo sconforto e la vitalità.

L’artwork è ad opera di Alessio Marchetti (Tutti I Colori Del Buio, Rope) e l’immaginario da cui attinge (infanzia decontestualizzata) incornicia bene le direttrici che muovono l’EP: la vita, la morte, le maschere viste come ruolo, le (false?) speranze.

*For fans of Whores, Mutoid Man, Jawbox, Coliseum.*

Tracklist:

1. Paleolithic Before Paleo Was Cool
2. Do/Don’t
3. Regaining Soil
4. Hold My Mask
5. Still Waters Are Still Assholes
6. Fear Enough

SIX FEET TALL
MOTHER SHIP RECORDS

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Fairfax Riots by Enzo Mazzeo

June 1, 2020 |

Protest in Fairfax, California for the murder of George Floyd by police brutality.

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All pictures courtesy of Enzo Mazzeo x Salad Days Mag LA – All Rights Reserved

The Devil’s Rejects – ‘Evil Juice’ (ft Donato Cherchi) – video premiere

May 23, 2020 |

Immaginate di arrivare al bancone di una lurida locanda in un angolo sperduto della Lousiana, di ordinare un bicchiere ed una bottiglia di whiskey bollente…

…mandarlo giu tutto d’un fiato, chiudere gli occhi e scoprire al vostro fianco Lemmy da una parte e Tom Waits dall’altra, che intonano ubriachi una ballata infernale… i TDR sono un progetto nato nel 2020 tra le paludi della Sardegna, che non si pone limiti di genere, se non quello della dannazione eterna attraverso la musica…

Recorded by TDR Feb 2020
Mixed by Emanuele Pusceddu
Video & effects by Corrado Perria

Fb: @666rejects
Ig: devils_rejects_666
Email: devilsrejects.info@gmail.com

Rope ‘Crimson Youth’ – exclusive listening & interview

May 13, 2020 | 1

Alzo il sopracciglio destro sentendo che alcuni membri di Tutti I Colori Del Buio sono ripartiti con una nuova band.

Alzo il sinistro quando leggo che si rifanno a Metz e Drive Like Jehu. Spalanco entrambi gli occhi quando ascolto il primo pezzo che rendono disponibile da un Lp frutto di un’ampia coproduzione (si vedano link a fondo intervista) e da oggi disponibile in streaming anche su Salad Days Mag. Miglior nuovo gruppo italiano se vi piace quel suono che tocca punk, hardcore, noise e promette di essere devastante live per quando torneremo tutti a fare delle cose dal vivo. Risponde Alessio, voce e attualmente membro anche dei carismatici Love Supreme.

SD: Se leggo la parola ROPE in ambito musicale penso subito a due cose: a ‘On A Rope’ dei Rocket From The Crypt e ai quasi omonimi Ropes su Youth Attack che fecero il miglior gadget che io conosca, il cappio da impiccagione a mo’ di arbre magique, che penso sia caro almeno a Simone (basso) vista la copertina dei Peste, il suo altro gruppo. Rilevate un filo conduttore tra voi e questi nomi?

R: Partiamo a razzo con i Rocket From The Crypt, che mi pare calzante: io sono pazzo di tutto quello in cui c’è lo zampino di John Reis, adoro praticamente tutti i dischi in cui ha suonato, alcuni per me sono una totale ossessione e non fanno eccezione i RFTC. Gli Hot Snakes li amiamo tutti, i Drive Like Jehu anche, così come tantissime band di San Diego e più o meno tutto quello dove ha suonato la batteria Mario Rubalcaba (anche lui per un periodo in RFTC e HS). Secondo me ci sta anche di tirare dentro ‘At Rope’s End’ dei New Bomb Turks già che siamo in tema, disco pazzesco, band pazzesca, decisamente più garage però io ce l’ho piantato lì in testa come riferimento. I The Ropes su Youth Attack sono una bella band e a me e Simo piacciono un sacco di uscite di quell’etichetta, ma con loro credo che in comune ci siano 4 lettere su 5 e magari la passione di Simo per i cappi. Direi corda conduttrice in questo caso più che filo conduttore ahahaha.

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SD: Da quel che ho letto, Tutti I Colori Del Buio – da cui arrivano tre/quarti dei Rope – sono nati durante una cena al ristorante cinese, mentre Tanato, che è l’etichetta di Simone, è nata durante una cena casalinga. Anche questo progetto getta le basi nell’arte culinaria?
R: Ma ovviamente si, ti pare che non c’è di mezzo il cibo?! Alla prima prova tutti insieme secondo me abbiamo passato più tempo a decidere dove mangiare la pizza che a provare! Quello è il filo conduttore, magnà!

SD: Rispetto alla vostra band precedente, i ROPE mi sembrano un modo per mantenere una certa visceralità e aggressività nel suono, rendendolo forse meno opprimente. E’ un’impressione valida? Da quel che ho sentito finora sembrano quasi l’ovvio risultato dell’avere riunito voi tre e un chitarrista che penso abbia un retaggio più punk rock, è stato spontaneo come lo immagino?
R: Per noi che abbiamo suonato insieme per parecchi anni era una direzione che già avevamo nella testa e nelle mani da tanto, volevamo suonare con la stessa intenzione e attitudine ma senza per forza ricorrere a tutta la parte black che era stata la cifra stilistica dei TICDB. Alessandro ha suonato per tantissimi anni con i The Ponches che suonavano punk rock/power pop con una venatura di tristezza che li ha resi assolutamente personali e forse per questo poco riconosciuti in un genere molto standardizzato. Ascoltateveli perché sono una perla. L’idea è stata proprio quella di suonare con qualcuno con un retaggio diverso, volevamo partire da una base rock’n'roll e metterci dentro grunge, hardcore e noise rock ed è stata incredibilmente la cosa più facile del mondo. Ci è sembrato di suonare insieme da anni, probabilmente tutti e 4 avevamo delle robe in testa che aspettavano l’incastro giusto per uscire fuori.

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SD: Tutti I Colori Del Buio era un nome perfetto corredato da un piccolo logo semplice ma altrettanto azzeccato. Trovo che anche ROPE sia un bel nome e si accompagni a una bella estetica sul vinile. Parlare di immagine nel contesto punk hardcore è sempre un po’ ambiguo, io non suono, ma ho sempre pensato che fosse una delle parti divertenti dell’avere una band, vale anche per voi?
R: Il nome TICDB è stata una botta di culo da questo punto di vista ahahah, rimaneva in testa facilmente e rimandava a un’estetica che ci ha permesso di mischiare hardcore, giallo all’italiana, horror, il diavolo, la madonna, etc. Funzionava alla grande ma dopo un po’ si è rivelato limitante per noi perché ci aveva ingabbiato in quell’immaginario. ROPE non è certo un nome originalissimo, temo che ci saranno 200 gruppi con lo stesso nome, anche in generi diversi, ma volevamo una parola corta in inglese che si prestasse bene a essere di per se il logo. Io credo che la ricerca di un immaginario estetico, anche per band punk, non abbia nulla di condannabile quando queste sono al servizio della musica e non viceversa. Da sempre le band, anche quelle più integre eticamente, si sono rivolte ad artisti, più o meno affermati, per creare la loro estetica; tipo i Minor Threat con la Connolly per la cover di ‘Out Of Step’ o i Fugazi, che anche se non han mai venduto una maglietta, hanno delle grafiche dei dischi che sono delle bombe atomiche e non credo fossero casuali. Ho curato io le nostre grafiche e penso ci sia l’influenza dell’estetica degli Smiths in cui c’è una sensibilità, una semplicità e una serie di riferimenti che mi hanno davvero colpito tantissimo. Trovo quell’ estetica molto legata al modo di scrivere e ai contenuti di quella band e volevo che le nostre fossero immagini di vita vera, normale e in qualche modo legate all’infanzia/giovinezza, cosa che viene esplicitata poi nel titolo del disco. Volevo provare a trasmettere quel tipo di sensazioni e di pensieri che ho messo nei testi, per la prima volta ho scritto di me e di come mi sentivo e come credo si sentano tanti di quelli della mia età/generazione.

SD: Nella presentazione che avete fatto di voi stessi pochi giorni fa, mi saltano all’occhio alcuni dei nomi che citate. Will Killingsworth (ex membro di Orchid e Ampere tra gli altri), che si è occupato del vostro disco, all’epoca dei Bucket Full Of Teeth dichiarava “molte delle canzoni le scrivevo più come concetti, senza neanche usare la chitarra, cercavo di espandere quelli che mi sembravano i limiti dell’hardcore punk”. Trovo che l’intenzione sia sempre buona, ma cosa rimane da espandere? E’ una necessità che contemplate nei ROPE?
R: Will è stato mitico, ha capito completamente dove volevamo andare ed è stato favoloso lavorare con lui, anche se solo tramite mail lunghissime. Abbiamo parlato in primis delle influenze, di quello che volevamo dicesse questo disco. Forse, più che esplorare la sperimentazione musicale, dovremmo pensare a esplorare la comunicazione, il contenuto e non il contenitore, ecco. Dopo tanto tempo, abbiamo suonato quello che c’era nella nostra testa senza pensare troppo. Vorrei che il prossimo disco, o almeno già i prossimi pezzi, suonassero ancora diversi, vorrei non smettere mai di cercare.

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SD: Menzionate anche SST Records – l’etichetta punk che più alla svelta si è stancata di usare questa parola – che storicamente è sinonimo di stacanovismo e abnegazione. Ma nel 2020 se vi dicessi “adesso dormite sotto le vostre scrivanie in onore di una label che farà la storia ma non vi lascerà un soldo” (una delle pregevoli scene dipinte da Joe Carducci nel suo libro ‘Enter Naomi’), non mi mandereste a quel paese?
R: SST l’abbiamo citata più per le band che ha prodotto che per la sua gestione (vincente solo per Greg Ginn ahahahah ma quella oramai è storia). Credo che abbia fatto incazzare tutti però ha avuto un sacco di lungimiranza sia sulle band che sui “generi”, quindi credo sia normale volersi distaccare dal marchio di fabbrica hardcore punk che forse non gli è mai nemmeno appartenuto più di tanto. Per quanto riguarda il dormire sotto cose, non vedere una lira etc, direi che ne abbiamo già avuto ampiamente la nostra dose, ben consapevoli che non avrebbe portato a nessun risultato di alcun tipo ma solo per il gusto di suonare. Son passati quasi 40 anni da quelle cose e credo non ci sia più quel tipo di ingenuità o speranza, non ci cascherebbe più nessuno, anche se in alcuni casi, vedi Sonic Youth, Dinosaur Jr., Soundgarden, sulla lunga distanza non gli è andata male dai. Ah, e credo che Ginn non l’avesse esplicitato da subito che voleva incularseli tutti.

SD: Infine i Metz, che pure a me piacciono molto ma sono il tipico gruppo di cui non conosco i testi. Vuoi che loro neanche li inseriscono nei dischi, ma oserei dire che non me frega un cazzo di conoscere i loro testi, ai Metz chiedo solo di investirmi, non voglio altro. Vi capita di avere una simile aspettativa da determinati gruppi? Vi darebbe fastidio se qualcuno avesse questa unica e semplice richiesta per i ROPE?
R: Band assolutamente importante, una delle robe nuove in quell’ambito che mi/ci ha fatto drizzare le antenne. Colata di suono e sudore in cui in effetti la voce sembra inserirsi come un quarto strumento, i testi li ho cercati dopo averli visti live e in effetti sono molto semplici con frasi ripetute, forse proprio per funzionare in questa ottica. Sarebbe bello vedere la gente che si diverte, “subisce” e si fa trasportare in qualche modo dalla musica, altro che offesa!

SD: Il music business contemporaneo dice che è inutile pubblicare un disco, decisamente meglio dei singoli corredati da video. Voi state facendo esattamente l’opposto. Per quanto si parli di una nicchia che ha sempre vissuto di regole proprie, esiste un modo per aggiornare anche la sua formula musicale tradizionale? Di contro, la coproduzione che accompagna il vostro Lp è bella e quasi non replicabile in quel music business. Possiamo spendere due parole sulle sei etichette che compaiono sul retro copertina?
R: Possiamo tagliare la testa al toro dicendo che di business qui come in altri gruppi del genere non ce n’è, nella misura in cui non è un lavoro e quindi non c’è nessuna costrizione/implicazione economica. Non trovo nulla di sbagliato nel provare a vendere qualcosa purché sia chiaro l’intento e qui appunto non c’è necessità di vendere quindi possiamo fare come ci pare senza dover rendere conto di nulla. Questa libertà non ce la può togliere nessuno, ce la teniamo stretta ma se qualcuno vuol fare diversamente ben venga; non abbiamo nessun problema ad aggiornare o rivedere le cose. Le etichette sono 6, alcune di vecchi vecchissimi amici, altre di nuovi e non vediamo l’ora di riabbracciarli tutti. Quello che posso dirti è che sono state tutte più che felici di partecipare, abbiamo cercato di fare le cose con cura perché ci teniamo e non perché dobbiamo. C’è una grande stima per tutte le etichette coinvolte, oltre ovviamente all’amicizia perché ci conosciamo da anni e abbiamo condiviso concerti, cene, prove, discorsi da sbronzi e da stronzi.

SD: Qual è la prima cosa che vi viene in mente se ti chiedo di pensare al disco che avete fatto e che sta letteralmente uscendo in questi giorni?
R: Soddisfazione, con tutti i nostri limiti siamo convinti di aver fatto il disco che volevamo e come volevamo. Siamo felici.

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SD: Avendo già pubblicato dischi in vita vostra, immagino ci siano delle cose che possono succedere regolarmente alla loro uscita che siano delle scocciature. Quali sono? Battono la pandemia che ha accolto questo disco dei ROPE?
R: Peggio di questa situazione forse c’è solo aver fatto un disco che ti fa schifo quando lo ascolti ma se parliamo di questioni tecniche penso che il disco che arriva in ritardo, tipo dopo il release party programmato da mesi, sia un grande classico. Mai successo però, ma direi che con il macello di quest’anno abbiamo battuto tutto.

SD: Citando la vostra prima comparsata su Salad Days Mag (n. 26, intervista a TICDB), questo ricambio generazionale è mai arrivato?
R: Se ti riferisci strettamente a quello che è il giro hardcore punk della nostra zona direi non molto. Per tutto il resto (elettronica, indie, rap, trap etc etc etc) direi di si e questo però anche per colpa di un approccio forse troppo ortodosso di tantissime band/persone del nostro mondo e ci metto dentro anche noi. Delle volte mi sembra che si porti avanti un inutile “predicare fra i fedeli” invece io credo che mescolare sia l’unico modo per far avvicinare persone nuove, per far scoprire cose e far venire voglia di far parte di qualcosa.

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SD: Quali sono i gruppi italiani che attualmente vi piace chiamare amici?
R: Peste, The Love Supreme, Khoy, Low Standards High Five, Carmona Retusa, One Dying Wish, Six Feet Tall e potremmo stare qui per ore però così su due piedi butto questi, nessuno se la prenderà se ce li siamo scordati. Paghiamo da bere per scusarci.

SD: Fino a quando non avrò occasione di vedervi dal vivo, nella mia vita rimarranno comunque due momenti indirettamente legati ai ROPE: uno, la vostra data come TICDB in apertura agli ACxDC in un posto che ricordo come una capsula del tempo del metal. Due, i Love Supreme – l’altro tuo gruppo – il 14 febbraio, che potrebbe restare l’ultimo concerto che ho visto per ancora molto tempo. Vi sentite ben rappresentati nei miei ricordi?
R: Due serate assolutamente diverse, follia totale l’ex night club riconvertito in bar heavy metal anni 80 con TICDB ma, al di là del live di 12 minuti, pure The Love Supreme a Osio con i Lleroy è stato un delirio con risvolti catastrofici il giorno dopo quindi sì, ci sentiamo ben rappresentati. Magari musicalmente non c’è molto dei ROPE ma sicuro l’attitudine al disastro totale è quella, per fortuna poi finisce sempre tutto bene! Grazie per averci dato questo spazio, speriamo che il disco vi piaccia.

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CREDITS
-Registrato da Davide Donvito al Magma Studio di Torino (ITA) nel novembre 2019
-Mixato e masterizzato da Will Killingsworth al Dead Air Studios in Massachussets (USA) nel gennaio 2020
-Grafica di Alessio Marchetti

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ropetheband@gmail.com

(Txt Marco Capelli x Salad Days Mag – Pics Matteo Bosonetto)

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