Árstíðir – Second release and up-coming tour

Posted by Graphic deparment On April - 18 - 2010 ADD COMMENTS

From the immense volcanic laboratory also known as Iceland hails Árstíðir, a six man strong band with gold in their throats and magic in their musical fingers.

Once in a blue moon six leading lights from as varied genres as metal and jazz get together to form one single super group. When it happens it generally results in enchantment. But little did friends and veteran musicians Ragnar Ólafson, Gunnar Már Jakobsson and Daniel Auðunsson know when they picked up their guitars and started composing vocal-based harmonies at the popular Reykjavík coffee-shop Hljómalind. Then it was just a way to pass time on Sundays.

Almost two years later Árstíðir has had two number one songs on Icelandic radio, made several TV appearances and sold out venues all over Iceland during a long tour. Not to mention that the band has increased to twice the size with three additional members – piano connoisseur Jón Elísson, violin-virtuoso Karl Aldinsteinn Pestka and Iceland’s most wanted cello session player Hallgrímur Jónas Jensson. All the while the band has preserved a no-bullshit anti-commercial approach.


Árstíðir’s sleek melodies sound just as dreamlike as the Iceland’s gushing geysers, grinding glaciers and hot springs appear. Is there a connection between the bewitching city of Reykjavík and the formation of Árstíðir?
– I guess you could say so, says Ragnar Ólafsson. Besides singing and playing baritone guitar in Árstíðir, Ólafsson is well known on the Icelandic music scene as part of rock/metal acts such as Ask the Slave, In Siren and Momentum. He continues:
– On the one hand, Iceland has very rich musical traditions that are well rooted in our core. It’s hard to find an Icelander who can’t pick up the guitar and play some tunes. On the other hand Björk and her collective of musicians, who introduced Iceland to the DIY element of punk in the 80’s, has spawned a lot of “underground” musicians in downtown Reykjavík.

In many ways it’s between these two extremities, the historic and the ground-breaking,  Árstíðir hovers. Add to that the fact that in a small city like Reykjavík, with a population of just over 100,000 inhabitants, people tend to belong to many sub cultural crowds at the same time.

– As a band we are probably dubbed more arty farty than punk, declares Ólafsson. But at the same time we are totally not interested in “being in it for the money”. For instance, we formed our own record label Nivalis to make sure we own all the creative rights and when we were asked to be part of the Icelandic outtake for Eurovision 2010 it was an unbendable no on our part. Whatever we’re doing we always have the music at heart. We constantly ask ourselves if the decisions we make are the most honest ones. No one will ever decide what steps Árstíðir will take besides the six of us.

Their special brand of DIY attitude has had some quite extraordinary consequences too. When Árstíðir headed out on their long summer tour last year eighteen stops were booked in advance. But under the Nordic never setting sun the six musicians often found themselves playing odd places they never dreamed of.

– Summer in Iceland means no darkness, not even twilight, Ólafsson explains. Sometimes in the middle of the night you’ll get a sense of afternoon but the sun doesn’t squat on the horizon for long. You loose your sense of diurnal rhythm and occasionally that makes people extra passionate. During our tour we often ended up jamming outside all night with people from the audience and all sorts of random strangers. That’s pure magic.

This magic is what Árstíðir are looking forward to right now when the dark winter time of year is drawing to an end in Iceland. After months in the studio recording their second album, produced by wunderkind Ólafur Arnalds, and playing in-door venues such as the renowned Kaffí Rósenberg in Reykjavík, the band will shortly start rehearsing for their upcoming European tour.
– We’ve collected the raw beauty of our home country for quite a long time now and we’re more than ready to share it with the rest of you out there.

Árstíðir is:
Daníel Auðunsson – Guitar and vocals
Gunnar Már Jakobsson – Guitar and vocals
Ragnar Ólafsson – Baritone guitar and vocals
Hallgrímur Jónas Jensson – Cello and vocals
Jón Elísson – Piano and vocals
Karl Aldinsteinn Pestka – Violin and vocals

http://www.arstidir.com/
http://www.myspace.com/arstidir

Photos: Óskar Páll Elfarsson

Cowboy Prostitutes interview

Posted by Salad Days On April - 10 - 2010 ADD COMMENTS

COWBOY PROSTITUTES

Assistiamo al soundcheck dei Cowboys Prostitutes, aspettando che finiscano e avviciniamo Luca, leader nonché bassista e cantante della formazione. Calmo, sereno e ben felice di rispondere a qualche domanda sui Cowboy…

SD: Come si è trovato un italiano a suonare in un gruppo svedese?

Luca ci guarda e gli si legge negli occhi che è ben felice di poter raccontare la sua storia.

CP: Tutto ebbe inizio quando lasciai Mestre nel 1996, diciannovenne, avevo solo in mente di suonare come la mia band preferita dell’epoca: i Guns’n’Roses, con tutta la mia inesperienza, i miei capelli lunghi, convinto di conoscere il mondo…e mi sbagliavo…convinto di conoscere le persone …e mi sbagliavo…convinto di saper suonare…e mi sbagliavo. Arrivai a Londra nel periodo più buio della musica rock, al quel tempo andava di moda il british sound alla Blur o Oasis, ma non mi detti per vinto iniziai a suonare con chiunque vivendo on the road veracon tutto quello che potete immaginare.

Alla mia domanda in quali gruppi ha suonato, mi risponde che quello più importante è stato i Sonic Boom Boys, con i quali fece anche delle date all’estero in Olanda…quello fu un periodo piuttosto duro ma divertente
Quando gli chiedo degli aneddoti, Luca mi guarda e mi fa vedere una cicatrice sul cranio e mi dice di averne qualche altra sparsa per il corpo. Tutto questo avviene in una atmosfera rilassata dove Luca parla in maniera tranquilla ma nello stesso tempo ci fa capire che l’esperienza inglese è stata davvero molto dura e gli è servita per forgiarsi caratterialmente.

CP: Nel 2002 mi sposai con una svedese con successivo trasferimento in Svezia. Li mi misi subito a cercare dei contatti per riprendere a suonare, entrai in contatto anche con il cantante dei Crash Diet ,ma fare sleaze rock non m’interessava più, ne avere un look prestabilito capelli cotonati e vestiti glam. Formai i Cowboy e all’inizio fu dura trovare dei musicisti motivati e professionali; l’unico altro membro originale che è rimasto è Tobbe ,il chitarrista ritmico. Cercammo di allontanarci da quello che rappresentava la scena rock svedese dell’epoca, gruppi dediti allo street rock o ala Hellacopters style, non volevo avere paletti o etichette a frenarci. Siamo molto contenti d’incidere per una etichetta tedesca che di solito segue gruppi skinhead e punk, che con noi ha voluto differenziare un po’ il suo catalogo.

SD: Ho visto che fate molte date dal vivo, riuscite a vivere suonando?

CP: Si facciamo molte date dal vivo, ma siamo “a metà del guado”, abbastanza professionali ma non così tanto da viverci, cosa peraltro molto difficile di questi tempi in cui gli unici dischi li vendi ai concerti. Devi tenere conto che per farti conoscere dovresti investire soldi sia nella programmazione delle radio che nella carta stampata, allo stato attuale questo è impossibile, o paghi o non hai spazi. Tutti lavoriamo: io pulisco le macchine ed ho un piccolo studio di registrazione, uno studia, uno fa il cuoco e uno lavora in una cartiera.

SD: Qual è il paese dove vi trovate meglio a suonare?

CP: Senza ombra di dubbio la Germania; là c’è molto seguito per la musica in generale, i concerti sono sempre affollati anche durante la settimana, i tedeschi sono seri se ti dicono un ora è quella sia per fare il soundcheck che per suonare. Inoltre ci ha fatto piacere che a volte, pur non suonando davanti a un pubblico nostro, ci vengono a fare i complimenti per come abbiamo suonato magari dicendoci: la vostra musica non ci piace, ci fa schifo, ma voi siete stati ok. Qui da voi la situazione è più approssimativa, trovi posti come questo, (Sabotage Bar) dove non abbiamo mai problemi (qui ad esempio si nota come il posto sia gestito con passione e serietà) ad altri che alle otto di sera sono ancora chiusi con nessuno ad accoglierci.

SD: Il nome del gruppo ha un significato particolare o non vuol dir nulla?

CP: Cowboy Prostitues rispecchia la libertà che c’è in tutti i musicisti o che vorrebbero avere, ma si scontra con la dura realtà che pure loro devono sottostare a delle precise regole arrivando a fare delle “marchette” per ottenere qualcosa.

SD: che direzione intendi dare alla band?

CP: La direzione è che non ci sono direzioni o stili da seguire, niente gabbie, assoluta libertà d’azione, alcuni pezzi saranno una vera sorpresa, ma in generale vogliamo fare quello che ci piace senza vincoli di sorta.
Luca ci lascia, per andare a mangiare con gli altri cowboy, l’impressione avuta è quella di un ragazzo che passo dopo passo è riuscito a fare qualcosa di suo davvero importante.

www.myspace.com/cowboyprostitutes
www.cowboyprostitutes.net

(Txt X-Man e Lucia, pics Alex Ruffini e X-Man)

Clichè – Resume – mostra e tour

Posted by Salad Days On April - 7 - 2010 ADD COMMENTS


Résumé, Cliché Skateboards

Mackenzie Eisenhour, Ginko Press, 316 pagine, inglese

www.gingkopress.com

Per i profani, Cliché è tra i più longevi e conosciuti marchi skateboard europei, fondato 13 anni fa da Jeremie Daclin, che – disilluso dallo skate business statunitense – decise di creare una company che potesse competere con i più popolari concorrenti d’oltreoceano, pur rimanendo di casa a Lione. Compito di Résumé è riepilogare come questo obiettivo sia stato raggiunto, documentandolo con un’ampia retrospettiva fotografica e con il ricordo di decine di trovate commerciali, dall’ambizioso giro del mondo che permise l’uscita del video Bon Appetit, ai numerosi gipsy tour, “viaggi di lavoro” a basso budget che hanno forgiato il team (Lucas Puig, JB Gillet, Ricardo Fonseca, Andrew Brothy, Joey Brezinski…) come 5 anni nella legione straniera. Se il Best Team Award ricevuto dalla rivista Transworld Skateboarding (da cui proviene il curatore Eisenhour) nel 2006 e le numerose collaborazioni (Lakai innanzitutto, UXA, Huf, Nike…) legittimano l’ascesa internazionale della company, per capirne lo spirito basta guardare la lunga carrellata di immagini, dalle foto del fedelissimo Olivier Chassignole, che ha curato un paio di altre uscite editoriali legate a Cliché (Rendez-Vous e A little book about…), alle curiose angolazioni di Fred Mortagne, regista anche dei fondamentali Menikmati (Es) e Sorry (Flip). Finalmente un buon documento, eccellente anche nella sua presentazione, sullo skateboarding più contemporaneo ed europeo.
(Marco Capelli)

La mostra itinerante dedicata a questo splendido volume sarà visibile presso il Bastard Store di Milano il 16 aprile, mentre il Blast/Clichè Espresso Tour girerà l’Italia dal 15 al 17 dello stesso mese con la presenza di: Jeremy Daclin, Sammy Winter, Ricardo Fonseca, Javier Mendizabal, Charles Collet e Flo Mirtain con il seguente programma:

15 Aprile : Seregno @ Society Plaza
16 Aprile : Milano @ Bastard Store & Bowl per il Cliche Resumè Show
17 Aprile : Bergamo @ Polaresco Bowl

http://www.clicheskate.com
http://www.bastard.it
http://blastkrew.blogspot.com/

Radio Riot Right Now interview

Posted by Salad Days On March - 29 - 2010 ADD COMMENTS

RADIO RIOT RIGHT NOW

In questa intervista parleremo di un gruppo dell’alt(r)o vicentino. I Radio Riot Right Now ormai calcano la scena da un bel po’ di anni e spesso e volentieri quando salgono a suonare ad avere la peggio sono i muri di cartongesso (vedi Sabotage) o magari qualche buttafuori malcapitato che si ritrova la paletta della chitarra di Gianna in faccia. Per non parlare dei famosi salti e delle capriole di Silva. Pensare di fargli un’intervista seria è stata un’ardua impresa, ma ci abbiamo provato. Come giustamente consigliano andate a vederli se siete nei paraggi di un loro show e sicuro non rimarrete delusi dai personaggi in questione che sapranno debitamente intrattenervi su e giù dal palco, cheers!

SD: Presentatevi, chi siete e come vi siete conosciuti?

RRRN: Siamo i Rutti Rabutti Ruggero Napoleone. Dalle ceneri dei Reserved 408 (1997/2002) rimangono Fabio e Silva, successivamente si sono aggiunti Mattia Rogeiro Piermattia De Palma, Gianna e Icio. Sui palchi dal 2003, suoniamo assieme perché siamo amici e ci divertiamo e abbiamo tanta sete, fin da ragazzini Stiamo bene.

SD: Come vi siete avvicinati alla musica?

RRRN: Quando eravamo adolescenti la poca tecnologia ci faceva vivere più vicini, le stanze erano veri e propri spazi di aggregazione e scambio; gli amici più vecchi ci passavano le cassette dei gruppi che avremmo adorato, imitato e rielaborato. Al tempo suonare non era myspace, poserate e tonnellate di canzoni uguali una all’altra: era un’esigenza fisica, un’urgenza, una gioia da condividere. Per noi è tuttora così, ma dubitiamo che lo sia anche per molti molti altri.

SD: Qual è lo spirito dei Radio Riot Right Now come gruppo?

RRRN: Per un periodo lo spirito prediletto è stato il Cynar.
1. Divertirsi.
2. Sfogarsi
3. Provare a spostare di qualche millimetro in là il concetto di canzone e musica.
4. Coniugare aerobica, hardcore e bibite.
5. Avremmo anche dei messaggi, ma la pigrizia ci fa cantare in inglese, e poi i testi chi li legge?

SD: Avete fatto uscire il vostro ultimo lavoro soltanto in rete. Cosa pensate di internet come diffusione di sapere e musica?

RRRN: Internet può essere un gran canale (Canal Grande) ma spessissimo è usato male. Il nostro lavoro è scaricabile gratis dal sito perché non meniamocela: la gente scarica comunque. vero, l’album con booklet e belle grafiche (che è una rarità…) è gustoso, ma siamo pigri, squattrinati e poco propensi a menarla a mille etichette del cazzo. Comunque ribadiamo che Internet è l’unico mezzo di Vera comunicazione, approviamo.

SD: Cosa pensate della scena musicale di Vicenza e dintorni?

RRRN: Uh. Ci rendiamo conto, girando, che il vicentino è un gran forno di band e idee, molto eterogeneo e vitale; non sempre questo significa qualità. Ci sono diversi gruppi che rispettiamo, perché composti da persone che sono nostri amici, con i quali condividiamo attitudine ed un certo background (e diversi backstage…cheers!), indipendentemente dalla musica proposta: dovremmo parlarne a quattr’occhi, ad un concerto.

SD: Progetti futuri e progetti paralleli?

RRRN: Abbiamo un po’ di date di qui in avanti; stiamo preparando diversi pezzi nuovi, anche in vista dello split autunnale con gli amici cuneesi Dogs For Breakfast. I progetti paralleli passati e presenti sono davvero tanti, diremo che al momento i più attivi sono Miss Chain & The Broken Heels, Devotion, A New Silent Corporation, The Key Movement, Il Buio…e, scherzi a parte, molti altri. Ci piace, suonare,ottenendo così free drinks. Comunque, ci stiamo tutti impegnando ad insegnare ai nostri animali domestici tutti i brani di Marco Masini per farci poi i soldi. Ci scusiamo per le risposte mediocri, ma è davvero più meglio se venite a vederci…


(Txt Martina Lavarda, Pics Martina Lavarda / Rigablood)

www.myspace.com/radioriotrightnow

To A Skylark interview

Posted by Salad Days On March - 18 - 2010 ADD COMMENTS

TO A SKYLARK
Anche se le nostre scelte di vita spesso ci portano lontano dalle amicizie di sempre e dalle nostre passioni é sempre bello ritrovarsi a distanza di tempo e notare che lo spirito delle persone vere non cambia nel tempo. La settimana scorsa mi sono trovato a Berlino con Filippo, bassista dei To A Skylark, una band vicentina che mescola metal, psichedelia, fra nebbia padana e voglia di spaccare tutto.

SD: Da dove viene il nome To A Skylark?

F: E’ una poesia di Shelley, un poeta “scoppiato” inglese dell’800. Non è stata scelta solo perchè era uno scoppiato, il nome è evocativo e suona bene. E poi il contenuto rispecchia il nostro modo di comporre, una “folle armonia”.

SD: Mi piace sapere da dove viene il nome dei gruppi! Siete tutti dei secchioni allora!?!

F: Con un nome così si rischia di passare per gente che se la tira, che si riempie la bocca di intellettualismi, ma non è il nostro caso. Siamo in generale dei cialtroni. Preferiamo definirci nerd.

SD: Influenze: fate un miscuglio di mille generi a parte il punk, c´e qualche gruppo che vi ha cambiato la vita?

F: Se parliamo di To A Skylark come menti che oggi compongono insieme, gruppi come Tool, Isis, Pink Floyd e Opeth sono stati molto importanti. Poi ognuno di noi è stato fulminato da qualcosa quando aveva 14-15 anni. La prima volta che ho sentito i Gorilla Biscuits, gli Shelter o i Deftones è stato come ricevere una badilata in faccia. Tutto è cambiato.

SD: Prima dei To A Skylark céra un gruppo che si chiamava C40 vero? Mi sembra il classico processo di maturazione musicale…o é semplicemente quell’inarrrestabile alternarsi delle mode?!

F: Le mode ti possono influenzare, ma io e gli altri 4 mostri che suonano con me non riusciremmo mai a suonare qualcosa che non ci piaccia sul serio, che non sia una vera passione. Quindi sì, è stata una maturazione musicale, si è passati da un hc-metal abbastanza lineare a qualcosa di più complesso e articolato. C40 è stato un periodo bellissimo, ho solo ottimi ricordi di quei tempi.

SD: Com´é stato aver l´opportunitá di lavorare con Alessandro Paolucci {ex membro dei Raw Power, ndr}?

F: Per la prima volta siamo entrati in uno studio professionale a tutti gli effetti (West Link). Ale Paolucci è un saggio, ne sa veramente tante. La sua collaborazione alla produzione è stata molto importante. Abbiamo registrato-mixato per 3 settimane. Alla fine erano tutti esausti. Ma è stata un’esperienza eccezionale. Inoltre a Livorno si mangia strabene e la gente spacca. (boia deh…)

SD: Molti di voi vivono lontano, é possibile continuare a tenere in vita una band nonostante la distanza?

F: Solo io abito via per ora.

SD: In ogni caso gli altri si trovano per provare qualcosa o il gruppo é attualmente in stand-by?

F: Sì le prove procedono regolarmente, stanno continuando a scrivere nuovo materiale. Con i concerti invece siamo fermi al momento. Suonare in giro è sempre stato un po’un casino per noi.

SD: Anche se fate generi diversi venite da una zona, i confini fra Vicenza e Verona (Lonigo, San Bonifacio, etc…) molto florida per quanto riguarda gruppi della cosiddetta scena underground, mi riferisco a band tipo Afraid, Hell Demonio, Rituals, é il grigiore della pianura padana che vi stimola?

F: Ahaha, boh! Io lo chiamo semplicemente “pain in the ass”. A parte gli scherzi, non è questione di depressione o altro, credo sia una questione di voglia: c’è voglia di creare, di gridare, di incazzarsi e soprattutto di stare insieme. Questo è quello che crea una scena. Non quanto cool o hype si è.

SD: Perché tutti i gruppi metal/metalcore/hardcore/screamo hanno tutti quelle foto dall´alto verso il basso o dal basso verso l`alto e un aria truce? Tipo i Mastodon nelle foto per la stampa non ridono mai ma poi secondo me nella vita privata é ovvio che ridono, ma é una mia ipotesi. Perché é assurdo farsi foto in posa ridendo per poi diventare tristi di nuovo no?! Non ha senso far finta di essere felici per il tempo di una foto, non trovi!? E ovviamente i gruppi metal non parlano mai di felicita se no si chiamerebbero, che ne so, Ska P non trovi?

F: Sono d’accordo con te sulla questione delle foto. Ci sono un milione di foto tutte uguali, dal basso verso l’alto, braccia incrociate, sguardo stra incazzato. Per continuare il tuo ragionamento intricato (adoro parlare di cazzate) penso che comunque sia una questione del tipo “la foto di un gruppo che fa una certa musica deve essere così”. Nessuno chiede loro di ridere, ma nessuno li obbliga nemmeno a fare una faccia da serial killer. Si potrebbe semplicemente restare indifferenti.

SD: Ok, era solo un ragionamento random, nessuno se la prenda. Magari gli Ska P quando sono a casa loro sono ultra depressi e noiosissimi (dubito fortemente, ndr). Quindi secondo te possono coesistere metal e felicitá!?!

F: Che la maggior parte dei gruppi metal non parli di felicità è un dato di fatto. Ma spesso è dettato da clichès. Ci sono 3-4 temi previlegiati non serve stare qui ad elencarli. Io credo invece che possano coesistere. Sarà perchè la realtà è già abbastanza un casino, ma nei nostri testi c’è sempre speranza e una costante fuga dalla malinconia. Secondo me poi, ci sono molti gruppi metal/hardcore che la pensano così.

SD: Saluti, ringraziamenti e contatti!

F: Un saluto a tutti quelli che amano la birra.

Il disco dei To A Skylark è fuori su AURAL/WORMHOLEDEATH Records e si può avere tramite www.myspace.com/toaskylark ma anche amazon, itunes ecc. Perché il capitalismo si ciba anche di metal psichedelico.

(Davide Pettenuzzo)

Fumbles In Life interview

Posted by Salad Days On March - 8 - 2010 ADD COMMENTS

FUMBLES IN LIFE

I milanesi Fumbles In Life oramai non hanno più bisogno di presentazioni. Da circa un decennio sono presenza costante nella scena hardcore italiana ed una delle realtà più consolidate e riconosciute a livello europeo. Partiti come combo tipicamente SxE Youth Crew sulla scia di Better Than A Thousand, Mainstrike e Battery, i FIL hanno sviluppato uno stile originale, potente e allo stesso tempo melodico, corroborato da testi sarcastici, riflessivi e decisamente maturi. Ne parliamo con Dario Santori, bassista della band, nonché proprietario dell’etichetta Youth Crew Records che ha pubblicato tutti gli album dei Fumbles (e di molte altre stelle dell’hardcore italiano, dai Maze, ai Thoughts To Share), e agitatore entusiasta della Milano “posi-core”.

SD: Ciao Dario…chi la dura la vince: i Fumbles si sono ritagliati un posto al sole nel panorama HC europeo…4 CD + EP, tours etc. Una formazione che vede la stabilità di tre elementi (cantante, batterista e bassista) ma un continuo avvicendamento di chitarristi…come mai?

FIL: Son passati quasi 9 anni dal giorno in cui ho deciso con altri amici di formare la band, nata dalle ceneri degli Half My Time…Io e Stizzo, batterista anche di The Miracle e True Spirit, abbiamo voluto fortemente questo progetto che anno dopo anno si è andato solidificando. Dal 2004 la line-up fissa è stata un’utopia per varie vicissitudini, tra le quali la lontananza da Milano di alcuni componenti della band. Io, Ivan e Matt da sei anni siamo la costante…Ora nella band è giunto Lele, il nuovo chitarrista che sostituisce Giuly (ora accasatosi nei Traces Of You – nda). Per il resto ci riteniamo ampiamente soddisfatti di quel che abbiamo sin qui fatto, e mi riferisco specialmente a vari tours europei dove abbiamo avuto modo di farci conoscere in grandi città ma anche in piccole realtà di provincia potremmo dire. Conserviamo un piacevole ricordo del primo tour nell’est europeo nel 2003, in Portogallo nel 2008 e in Inghilterra la scorsa estate senza
dimenticare i tanti amici che abbiamo in Germania e Olanda, incontrati anch’essi durante numerose date.

SD: Nel corso degli anni e dei dischi, il suono si è allontato sempre più dallo stile Better Than A Thousand/Battery per approdare a canzoni forse più potenti ma rallentate, in stile Ignite di ‘A Place Called Home’…mi riferisco canzoni quali ‘Degeneration xxx’ o quelle dell’ultimo disco ‘Everyday You Can Improve’ un po’ spiazzanti per la varietà…Una diversa dall’altra in quasi tutto…Direi che oramai siamo di fronte ad uno stile “Fumbles”, più che citare le ispirazioni…

FIL: In effetti quel che dici è vero, anche se non c’è stato nulla di studiato a tavolino. Parlerei piuttosto di un intreccio di generi che ascoltiamo, legati ovviamente all’hardcore, dove son emerse parti più elaborate nella stesura dei brani; la durata degli stessi è comunque sempre nella media di un brano hardcore, non abbiamo mutato poi così tanto il sound e tutto quel che ne consegue. Certo, Dag Nasty, 7 Seconds, Ignite e Better Than A Thousand son le nostre principali ispirazioni ed è inevitabile che salti fuori qualcosa come tu hai descritto poco fa…è un mix di tutte queste bands. Ogni nostro lavoro è una storia a sè. Apprezzo molto il fatto che lo hai definito uno stile “Fumbles”! Speriamo di mantenere questa linea, anche se non è così facile.

SD: I testi si fanno sempre più lunghi ed intricati e sembra che prendiate un po’ le distanze da cliché e pure certo integralismo Straight Edge….Vorresti commentare le parole, a voi più care, di questo ultimo release?

FIL: Attorno alla band, da qualche anno a questa parte, si è sempre parlato e straparlato a volte. Ci hanno alcune volte accusato di usare impropriamente il termine “Straight Edge” perchè alcuni componenti non lo erano totalmente, quando poi tre su quattro lo son sempre stati, e lo sono tutt’ora. Il fatto che qualcuno che sia subentrato in corsa non fosse completamente sXe ha creato malumori, e francamente questo inizialmente ci è dispiaciuto. In seguito ci ha infastidito…perchè l’essere ottusi non porta a nulla, specie quando chi si riempe la bocca di purezza e “militanza” sXe, nel tempo, poi, lo abbiamo visto sciogliersi come neve al sole…la coerenza non si compra a buon mercato, pertanto dico molto garbatamente e fermamente che i testi del nostro ultimo lavoro (‘Everyday You Can Improve’- nda) son stati scritti con l’ironia che da sempre contraddistingue la band e soprattutto Ivan, il nostro cantante. Da oltre vent’anni sono sXe, lo sono tutt’ora e son orgoglioso della mia scelta, così come lo è Ivan o Lele, o come lo sono altri nostri ex componenti. Abbiamo cercato di spiegare, da almeno tre anni, che la band non si è più voluta etichettare come “Straight Edge” proprio perchè uno dei suoi componenti non lo era. E’ evidente che qualcuno non ci ha voluto sentire da questo punto di vista, e allora ha pensato bene di sparare bordate sterili quanto inutili; ‘The Franchise’ e ‘Showstopper’, rispettivamente la prima e seconda traccia del nostro ultimo lavoro, son in un certo senso “dedicate”, molto ironicamente, a chi ci ha dato quelle famose “lezioncine” di purezza…”.

SD: Nella scena milanese, almeno quella che conosco io, ci sono diversi devoti Hare Krishna… Significa che la politica ha lasciato il posto all’introspezione che porta al cambiamento? Vedi un’effettivo desiderio di crescita a livello personale e spirituale in tutto questo? Che differenze mentali e culturali noti nella scena che conosci, rispetto a 10-15 anni fa? Chiedo il tuo parere sincero…

FIL: Milano ha sempre avuto, dal 1990 in poi, una forte presenza di devoti di Krishna all’interno della sua scena hardcore, quella più legata all’attitudine “Straight Edge” ovviamente, un pò perchè Shelter e 108 spopolavano in quegli anni e un pò perché l’aver avuto come punto d’incontro il centro culturale/ristorante vegetariano “Govinda” ha reso possibile la nascita di bands, fanzines, newsletter e quant’altro. Il sabato pomeriggio, dopo scuola, era un classico ritrovarsi presso questo luogo a scambiare idee ed opinioni con i devoti che vi svolgevano servizio devozionale. In noi c’era un sempre crescente desiderio di stare a contatto con queste persone che ci parlavano di Bhaktivedanta Swami Prabhupada (fondatore del movimento Hare Krishna- nda) e dei suoi meravigliosi libri…spiritualità, vegetarianesimo, reincarnazione eran tutti argomenti estremamente affascinanti. Personalmente ho preso a cuore, come molti altri cari amici, questa filosofia e ho deciso di seguire gli insegnamenti di questi devoti esperti ed avanzati spiritualmente, frequentando sempre più spesso i vari templi in Italia e cercando di dare un contributo anche a livello musicale. Molte persone si son perse strada facendo, molte altre ne son arrivate, e quelle più interessate rimangono. E’ stato così per molti hardcore kids milanesi. Tutt’ora, dopo vent’anni, il “Govinda” è ancora un punto di ritrovo per molti di noi…Krishna è Dio, La Persona Suprema, questa è la base da cui partire per poi prendere a cuore gli insegnamenti di Swami Prabhupada e di tutti i devoti avanzati. Oggi i nuovi ragazzi che dall’hardcore si avvicinano alla Coscienza di Krishna son più o meno come eravamo noi agli inizi, non vedo sostanziali differenze. Noto la stessa determinazione da parte di alcuni, lo stesso interesse, lo stesso desiderio di stare a contatto coi devoti e questo mi fà davvero piacere!

SD: Che desiderio coltivi per la tua band nel futuro?

FIL: Sinceramente son già soddisfatto di quel che abbiamo realizzato fino ad oggi…di certo registreremo nuovi brani che andranno poi ad aprire il cd che comprenderà l’intera discografia della band, e questi rappresenteranno i classici inediti; stiamo già lavorandoci sopra, anche se poi l’album completo uscirà dopo l’estate. Inseriremo tutti i nostri dischi, ‘The Gift Of Forever’, ‘Communication Wins’, ‘Awareness’ ep, ‘A New Way To Play’ ed ‘Everyday You Can Improve’, alcuni brani live del 2007, altri brani registrati per varie compilations e tributi. Penso che questa raccolta uscirà per la mia etichetta (l’attivissima e prolifica, dal 1998, Youth Crew Records- nda)…ci stiamo avvicinando al decennale dei Fumbles In Life: anche questo è un motivo di soddisfazione personale, e lo è sicuramente per gli altri amici che con me condividono quest’avventura da tanti anni. Un saluto speciale a chi leggerà quest’intervista e a tutti coloro che ci seguono sempre e ci hanno sempre seguito in tutti questi anni.

(Txt Giovanni Codello)

www.myspace.com/fumblesinlife
www.fumblesinlife.com

Kamikatze…so good!

Posted by Salad Days On March - 3 - 2010 ADD COMMENTS

KAMIKATZE

Circa 3 anni fa, in un piccolo centro giovanile a Bolzano, chiamato Bunker, mi ritrovai di fronte 3 ragazze dalla Svezia, armate di bandana e un inusuale vigore live che quasi spazzò via la prima fila davanti al palco. La loro presenza mi colpí, e l’energia che furono in grado di trasmettere fu grande…delle signorine impegnate nel classico bandana-core.

Ora sono tornate a Bolzano, o meglio a Egna al centro giovanile Point, con una line-up diversa, la bassista ha lasciato il gruppo nel 2007 ed è stata sostituita da un ragazzo barbuto e stratatuato. Con ciò mettono fine all’etichettatura di “all-girl-combo“ dalla quale vogliono prendere decicisamente le distanze, mi dicono. Il gruppo è cambiato dall’ ultima volta che l’ho visto: suonano ancora quell’hardcorepunk frenetico e veloce e Tess Törner, la cantante-chitarrista, canta ancora con quel timbro di voce aggressivo e a volte quasi isterico. Ma si nota che le canzoni sono diverse. Sono leggermente piú melodiche, addirittura qualche giretto rock’n'roll fa capolino. Sono piú digeribili, più orecchiabili pur mantenendo l’attitudine thrash che ne ha codificato le qualità sonore.

È una notte caldissima di metà agosto, sudano tantissimo, e il bassista scherza dicendo che è da due anni che non sente un tale caldo e che per la prima volta in quest’anno indossa pantaloncini corti. Sicuramente in Svezia fa piú fresco ad agosto. Ciò nonostante suonano carichi ed entusiasti, peccato che il pubblico sia un pò fiacco, sarà per il caldo o perché è solamente un martedí sera qualsiasi…

Dopo il concerto mi faccio raccontare le novità da Tess che è molto fiera dei loro cambiamenti. Adesso scrive lei i pezzi e i testi mentre una volta li scriveva la bassista. Ci tiene a sottolineare che vuole dare un’impronta piú melodica alla loro musica, infatti il nuovo album ‘Falling Down’ è molto diverso dalle cose che hanno registrato prima. Mi confessa anche che è annoiata dal fatto che tutti i media tirano sempre fuori la canzone ‘No Dogs, No Masters’ che è un pezzo vecchio, superato e ormai non c’entra piú niente con i nuovi Kamikatze.

Poi mi chiede di tradurle delle critiche di una fanzine tedesca: 10 persone commentano il loro gruppo. Vuole sentire anche quelle negative, per sapere che aspetti criticano e capire dove migliorare, ammesso che vi sia da migliorare…ci facciamo un sacco di risate insieme. Hanno già scritto un sacco di canzoni nuove che vogliono registrare a breve. Alcune le hanno suonate stasera e promettono molto bene! Sembra un periodo fertile e positivo per questo simpaticissimo trio svedese e perciò gli auguro il meglio, sperando che ritornino a farci visita molto molto presto.

(Txt Alexandra Oberhofer; Pics Tiberio Sorvillo)

www.myspace.com/kamikatze
www.kamikatze.se

Issue #2

Posted by Graphic deparment On February - 9 - 2010 ADD COMMENTS

We are proud to present that the 2nd issue of Salad Days Magazine is now Officially out!!

Get it at your local dealer!!

96 pages of underground music, street culture lifestyle and action sports

# 2 Contents

INTERVIEWS:

The Get Up Kids; Down To Nothing; Valient Thorr; Chuck Ragan; Hardcore Superstar; Living With Lions; Atomic Bitchwax; Madball; Thursday; Heidi Minx; Alexisonfire; Cloak Dagger; The Dopamines; Koralie; Tama Sumo; Drop Dead Clothing

REPORT:

Us Tour Smart Cops; The Fest – Gainesville No Idea Records; The Crocodiles @ Parklife Fest

SURF:

Pollina – Focusing on 50mm; Andy Irons vs Benjamin Sanchis (Billabong Tour)

BMX:

The Swimming Pool

SKATEBOARD:

Andrea Munari profile

MISCELLANEA:

Toy World; Library; Killed By Press; Monotonix; Twttr Rcrd Rvws; Highlight; Products; Column; Germs vs Bob Mould; Raekwon; DMC; Get Beat / Nosaj Thing; Family Album

The Black Lips interview

Posted by Salad Days On February - 8 - 2010 ADD COMMENTS

THE BLACK LIPS

SD: Ragazzi voi suonate un mix davvero eclettico di punk, country e folk, è vero che i vostri più grandi ispiratori sono i peruviani Los Saicos?

BL: Si assolutamente, è vero. Tutti noi siamo cresciuti ascoltando principalment punk rock ma anche moltissima musica anni ’60, e Los Saicos in pratica hanno mischiato entrambe le cose già nel 1965. Già urlavano ai microfoni e facevano tutte quelle cose che sono poi venute 10, 15 anni dopo con il punk.
Tra l’altro abbiamo da poco incontrato il cantante dei Los Saicos a Madrid qualche sera fà, è stato un grande momento.
Loro sono stati una grandssima ispirazione per noi, insieme ad altre band degli anni ’60, un sacco di musica country, soul, gospel, molta roba afro americana degli anni 50 e 60 e poi ancora rock and roll e punk rock.
Alla fine si tratta sempre di gente pazza che suona cose pazze, quindi ricondurrei tutto al punk rock.

SD: Jared, dicci qualcosa sul vostro ultimo release ’200 Million Thousand’

BL: Questa volta abbiamo fatto tutto da soli, abbiamo questo ex magazzino ad Atlanta, dove abbiamo costruito uno studio, in realtà lo stiamo ancora finendo, e abbiamo registrato tutto lì con l’aiuto di amici, ed è stato positivo per il fatto che non ci fossero tempi prestabiliti per le registrazioni, ma semplicemente facevamo tutto quando ci andava di farlo.

SD: Com’è siete finiti su Vice Records?

BL: Abbiamo sempre suonato molto spesso a Brooklyn, che per noi è un pò come una base, diverse volte al mese, suonando in posti sempre diversi come ristoranti e piccoli bar. I ragazzi di Vice Records hanno cominciato a venire sempre agli show e a seguirci. Poi un giorno sono venuti a chiederci di suonare in questo festival che stavano organizzando in Norvegia, ci siamo andati e finalmente ci hanno chiesto di entrare nella label.

SD: Ho visto il video dove suonate a Tijuana, in Messico, per le registrazioni del live ‘Los Valientes Del Mundo Nuevo’, ma in realtà dalla voci che girano pare sia stato fatto completamente in studio, diteci la verità dai

BL: Sì ho sentito anch’io, e la verità è che abbiamo questo amico a San Diego che ha uno studio mobile, è venuto con noi e abbiamo registrato il concerto così com’era. Riascoltandolo ci siamo resi conto che pubblicarlo in quel modo era impossibile, era tutto davvero folle, e allora ci siamo messi lì e l’abbiamo migliorato un pò. Ma eravamo davvero preoccupati che il disco finisse col non poter essere pubblicato.
Alcune canzoni erano davvero inutilizzabili, ma alla fine abbiamo recuperato abbastanza materiale e il disco è uscito. E sicuramente più che uno show quello è stato davvero un party memorabile.

SD: I vostri show sono sempre davvero intensi e nel pubblico succede di tutto, dove avete trovato la maggiore concentrazione di follia fino ad oggi?

BL: Oh è davvero difficile da dire, beh sicuramente Città del Messico è davvero folle, è come Parigi ultimamente. Ma è difficile da dire pèrchè le cose sono sempre in continuo cambiamento, e può capitare che magari finisci in un piccolo paesino di cui non hai mai sentito parlare nel mezzo del nulla dove la gente è completamente pazza. E poi dipende dai drinks, da che giorno è… non saprei scegliere un posto specifico.

SD: Raccontaci di cosa è successo in India! E’ vero che dovevate essere arrestati per reato di omosessualità

BL: In pratica i concerti stavano andando male, tutto era molto noioso, non potevamo bere alcool e poi non stavamo veramente piacendo a nessuno. Alla fine abbiamo trovato del whisky e organizzato questo concerto da soli e quella era davvero il primo concerto dove la gente si stava davvero divertendo. Così pensavamo di aver fatto un buon lavoro ma alla fine dello show il promoter del tour viene da noi a dirci che il tour è finito e che il locale aveva chiamato la polizia. Siamo andati in albergo e non pensavo che potessimo avere davvero dei problemi per quello che era successo, ma Cole e Ian si erano baciati sul palco, e noi non sapevamo di queste leggi locali sull’omosessualità, quindi è stato tutto un girare di voci per tutta la notte, finchè alla fine abbiamo saputo che la cosa era più seria di quel che credevamo, abbiamo preso dei taxi nel cuore della notte e siamo scappati nella regione più vicina. Non so ancora se la polizia ci avrebbe davvero arrestao, ma ho preferito non scoprirlo. Non in India.

SD: I video di ‘Short Fuze’ E ‘Drugs’ sono molto avvincenti, chi ha avuto l’idea del concept?

BL:Abbiamo molti amici che fanno queste cose, e anche il fatto di lavorare con i ragazzi di Vice Records rende le cose molto facili perchè tra loro ci sono sempre persone che sanno lavoare sui video, o che conoscono artisti che fanno anche queste cose. Altrimenti non sapremmo come fare perchè io non so usare il computer molto bene.
Direi che Vice Records è una vera fonte per questo tipo di cose.

SD: Ho saputo che dovevate prendere parte come attori in un film chiamato ‘Let It Be’, che è successo poi?

BL: Si avremmo dovuto apparire in quel film. All’inizio ci era sembrata una bella idea, poi abbiamo letto lo script e visto il trailer che presentava un pò di che tipo di film si sarebbe trattato. Ma non c’è una vera e propria motivazone, abbiamo semplicemente pensato che non fosse più una buona idea, poi calcolando tour e tutto il resto non avremmo davvero avuto il tempo di farlo. E poi non siamo attori.

SD: Idee per il futuro, davvero volete andare a suonare in Africa e in Iraq?

BL: Be, andare in Iraq putroppo non sembra molto più probabile ultimamente, abbiamo avuto contatti attraverso l’esercito e andare a suonare tramite loro come molte altre grosse band hanno fatto, ma alla fine penso che non piaceremmo molto ai militari, quindi abbiamo lasciato l’idea. In Africa è vero, vorremmo andarci, anche per il fatto che la madre di Cole vive in Uganda, ma in ogni caso nessuno ci ha mai chiesto di andare a suonare in Africa, quindi dovremmo fare tutto da soli. Vorremmo trovare un piccolo bar dove suonare, e magari registrare il tutto e farlo uscire come disco. Tra poco andremo a suonare in Giappone e poi registremo il disco nuovo. Nei prossimi giorni andremo a suonare in Turchia e poi torneremo negli States dove abbiam qualche data sulla West Coast.

SD: Grazie Jared

BL: Grazie a voi, ciao Salad Days.

(Txt Enrico Grosso, Pics Luca Benedet)

www.myspace.com/theblacklips
www.black-lips.com

Lusine interview

Posted by Salad Days On February - 2 - 2010 ADD COMMENTS

LUSINE

Ok it’s never too late, that’s why I’m here posting a 2 years old unreleased interview of one of my favourite electronic musician, from Seattle. -Get Beat-

Jeff Mcllwain is active in the electronic music scene since 10 year under the moniker Lusine. After the CalArts, where he studied 20th Century Music and Sound Design, put out his first self tiled album for the label Isophlux. After that he moved to Seattle where he began to releasing his music on Ghostly International (2004 – Serial Hedgepodge, Podgelism) , Hymen and U-Cover. With his last album, ‘A Certain Distance’, Lusine comes up with something breathtakingly and emotional. Downtempo and ambient, pop melodies and leftfield noise, techno and house both minimal and maximal. In two words, a work of singular beauty. Go get it!

SD: L’usine, Lusine ICL or Lusine? What’s the story?

L: Lusine ICL is basically just for foreign releases. Originally it was an issue with exclusivity on the name, but it’s evolved into a difference in musical style. The apostrophe was dropped mainly for cataloguing purposes.

SD: Seattle is the native land of grunge music, but it seems that it have an hidden scene, could you tell us something about the “B-side” of Seattle?

L: Seattle has a great electronic music scene. We have a festival here every year called the Decibel Festival, hosting interesting electronic music and video artists from around the world. It’s also unique because so many of us know one another, so it’s closer and more tight knit than I think you will find in other places.

SD: In wich way your musical studies at the Calart (California Institute of Art) and your musical knowledge have influenced the way you make music? You did lot of album with different ambiences

L: Not so much the studies at Calarts, but the people I met there have influenced my taste and experiences, and I think that can be heard in my music. I guess you can say that I have gone in the opposite direction than people tend to go in the art world. And I think it freed me from certain constraints. I don’t like being overly analytical with music.

SD: Talking about computer in music. You don’t dream of a room full of synthesizers and sequencers to play with?

L: Sure, of course. I love hardware. I also like messing around with acoustic instruments. I just bought an electric guitar as well. But, to me, I’d rather not be a purist in any way. I’d rather just figure out what works for each track and not worry about what I’m using so much. That pretty much always involves a computer because it’s very versatile and powerful.

SD: You did lot of remixes and collaboration for some tracks, have you ever thinked to collaborate with someone on a new indipendent project?

L: I have a partner that I work with, writing music for commercials and film. We’ve talked about starting up another project, but I’m not sure if it will ever happen. He’s very involved in his own band and touring, etc…But, lately I have been “collaborating” somewhat with a couple vocalists for my new album as well (‘A Certain Distance’ – Ghostly International). http://ghostly.com/releases/a-certain-distance

SD: Your live set differently from your album was very dancey. If I’m not wrong you’re working on a new album, what we have to expect? Could you tell us something about

L: Kind of poppy, kind of weird. Definitely upbeat. But, my live set will probably still be more danceable than the album. Because I think when people go to see a live set, they want there to be more of a common thread than when they sit at home or drive in their car listening to a CD.

SD: Ok, now 3 fast questions:

1-One/two word to define your musical style?

L: That’s not possible. Sorry…

2-Tell Us 3 album that everybody must have? Doesn’t matter wich genre / style

L: Bedhead- What Fun Life Was, Beirut- Gulag Orchestra, Steve Reich- Music for 18 Musicians.

I don’t have 3 favorite albums though, these are just 3 that I like a lot.

3-First and last album buyed?

L: First album? Quiet Riot ‘Metal Health’. Last album, Band Of Horses ‘Everything All The Time’.

(By Filippo Mursia / Get Beat)

www.myspace.com/lusinespace

3 Inches Of Blood interview

Posted by Salad Days On February - 1 - 2010 ADD COMMENTS

3 INCHES OF BLOOD
In concomitanza con la prima data italiana del BoneCrusher Festival (21 gennaio 2010, Estragon, Bologna), abbiamo avuto modo di scambiare qualche parolina con i 3 Inches Of Blood. I cinque canadesi paladini del classic heavy-metal si sono mostrati disponibili a parlare del loro ultimo album ‘Here Waits Thy Doom’, del tour in corso e dell’essere metallari oggi. In verità non si sono sbottonati troppo, e hanno dato l’impressione di essere proprio dei bravi ragazzi…

SD: ‘Here Waits Thy Doom’ è il vostro quarto disco. Quali sono le differenze rispetto ai precedenti?

3IOB: Molte cose sono differenti. La produzione è diversa, lo stile della copertina è diverso [come abbiamo notato in sede di recensione, nda], e abbiamo adottato un approccio leggermente diverso anche per scrivere la musica. Nel complesso è un album che si distingue dai nostri lavori precedenti, ma riteniamo che mantenga tutte le qualità e le caratteristiche che hanno permesso di farci conoscere.

SD: Sta vendendo bene?

3IOB: In tutta sincerità, non prestiamo molta attenzione ai dati di vendita, quindi non sappiamo quanto ha venduto se non relativamente al primo paio di mesi. Sappiamo di avere tanti fan nel mondo, ma preferiamo andare a suonare per loro, anche per provare a convertire nuovi adepti alla nostra musica.

SD: Perchè dovrei ascoltare voi invece di Iron Maiden e Judas Priest?

3IOB: Si dovrebbe ascoltare di tutto. I giovani fan dell’heavy-metal dovrebbero ascoltare innanzitutto i padri fondatori, in modo da farsi un’idea di ciò che i 3 Inches Of Blood rappresentano, e quindi passare al nostro catalogo.

SD: Siete più “defender” voi o i Manowar?

[non capendo l’ironia della domanda, nda]
3IOB: In che senso? Noi difendiamo la qualità e le virtù del metal e teniamo i Manowar in grande considerazione.

SD: Quanto spendete in borchie e pelle?

3IOB: Del buon cuoio è difficile da trovare e richiede anni di lavorazione, così l’investimento è principalmente di tempo. Il buon cuoio costa un bel po’, ma vale la spesa [che siano dei rappresentanti di pellame in incognito? nda].

SD: Come sta andando il tour?

3IOB: Ci stiamo godendo il tour davvero tanto. Andiamo d’accordo con tutte le band che ci accompagnano [The Black Dahlia Murder, Necrophobic, The Faceless, Ingested, Obscura, Carnifex, nda]. Girare l’Europa in tour è sempre un’esperienza gratificante e ci piace molto.

SD: Perchè è bello suonare in Italia?

3IOB: Per noi è eccezionale perché qui da voi abbiamo suonato sporadicamente, e ogni volta ci sembra la prima, è sempre una esperienza nuova.

SD: Perchè è brutto suonare in Italia?

3IOB: Perché di solito siamo in Italia solo per un giorno o due, e non abbiamo abbastanza tempo per fare qualcos’altro.

SD: Quanto rimorchia una band heavy-metal?

3IOB: Tutti i membri dei 3 Inches Of Blood hanno delle fidanzate fantastiche che li aspettano a casa. E preferiamo non prenderle in giro.

SD: Cosa dobbiamo aspettarci da voi in futuro?

3IOB: Oh, tantissimi concerti. Speriamo di tornare in Europa per i festival dell’estate 2010.

Salutiamo i 3 Inches Of Blood e li ringraziamo per la disponibilità. Alla prossima.

(Txt Flavio Ignelzi – Pics Rigablood)

3 INCHES OF BLOOD
www.3inchesofblood.com
www.myspace.com/3iob
www.facebook.com/threeinchesofblood
www.twitter.com/3iob
www.youtube.com/3inchesofbloodtv

http://www.merchco-online.com/three/

http://goatridershorde.com/3iob.html

Lobster on XYZ

Posted by Salad Days On January - 27 - 2010 ADD COMMENTS

LOBSTER EXHIBIT ON XYZ GALLERY

We’re there…observing the truth!!

Eugenio Cannarsa aka Waxer interview

Posted by Salad Days On January - 27 - 2010 ADD COMMENTS

WAXER

SD: All’anagrafe Eugenio Cannarsa, perché Waxer ?

W: E’ una storia lunga, ma diciamo che ha origine per la mia attitudine per le feste…il vero motivo e’ che avevo quattordici anni mi sentivo “ganzo” e cercavo sempre di mostrare un’eta’ superiore a quella che avevo, e andavo sempre in giro con un’impermeabile identico a quello di Waxer in un ‘Mercoledi da Leoni’. Poi mi piaceva sempre fare casino e il risultato naturale e’ stato Waxer. Per fortuna qualche caro amico del Marasma Surf Club ogni tanto me le suonava di santa ragione e tornavo sulla retta via…sai le solite cazzate da ragazzini. Ah dimenticavo quell’impermeabile lo possiedo ancora.

SD: Chi sei, da dove vieni, cosa fai o pensi di fare, cosa avresti voluto fare, cosa farai? (1 fiorino, ndr)

W: Sono una persona normale, che vive la propria vita cercando di ottenere il meglio dando il meglio, mi reputo una persona piena di difetti ma con un ottimo approccio critico alla realta’…anche se a volte sono molto cinico. Sono di Rimini e porto nel cuore la mia citta’, il mio home-spot, la mia famiglia, la mia ragazza, i miei amici e tutto il Marasma Surf Club e’ come la mia seconda famiglia.
Cosa faccio nella vita è un grosso punto interrogativo? Mi occupo di arte e design con una discreta attitudine al management. Sto viaggiando, facendo il giro del mondo: California, Hawaii, Australia, Nuova Zelanda, Bali, Fiji, Cina.

SD: Cosa pensi di fare?

W: Sicuramente uno dei miei obbiettivi principali e’ rimettermi a dipingere al piu’ presto perche’ ho ottime idee che vorrei applicare su tela; ho iniziato la post produzione del mio nuovo progetto, ma preferisco non svelare niente…non che gliene freghi nulla a nessuno, pero’ sono molto geloso delle mie idee.

SD: Cosa avresti voluto fare?

W: Avrei voluto viaggiare di piu’, ma come molti miei amici sanno, non ho avuto anni facili per colpa della mia salute, la mia schiena che mi ha lasciato pressochè immobile per un bel po’ di tempo. Quando sei un letto con la gamba addormentata che non ti si muove i pensieri positivi sono l’ultima cosa che ti passano per la testa. Mi sento una persona fortunata perche’ grazie a Carlo Arata, il mio “chiropratico e amico”, e’ riuscito a ridarmi l’energia e il giusto assetto per riuscire a rimettere piede sulla tavola.

SD: Tu vieni dalla rinomata costa Romagnola, dove le spiagge sono addobbate con file di ombrelloni d’estate, mentre d’inverno tutto sembra abbandonato e senza suono. Ma secondo te, quali sono i suoni e le musiche della tua terra natale?

W: Io porto nel cuore la Romagna, ma porto nel cuore anche il Molise e Termoli dove ho surfato la mia prima onda grazie ad Antonio Cappella che mi prestò la sua tavola. Ricordo che stavo ore aspettando a riva che finisse di surfare poi quando usciva dall’acqua cercavo d’impietosirlo in tutti i modi possibili per farmi prestare la sua tavola, mi guardava sempre un po’ come per dire “Eugge statte attientu” e poi con un sorriso mi lasciava andare a surfare con la sua tavola. Per tornare alla domanda noi romagnoli, siamo siamo solari e ospitali ma anche nostalgici e scontrosi e credo che il clima caratterizzi il nostro carattere, poi si sa siamo teste calde…In Romagna viviamo in un specie di bolla temporale sei mesi all’anno e per altri sei mesi viviamo in un’altra, un po’ come avere i piedi a bagno per sei mesi nella pentola a pressione e altri sei nel congelatore. A voglia a dire che non ci sono piu’ le mezze stagioni qui da noi passi dall’inverno all’estate in due giorni…grazie bora!

SD: C’è una canzone che ti ha cambiato la vita?

W: Rino Gaetano ‘Mio Fratello E’ Figlio Unico’

SD: I tuoi genitori sono entrambi artisti, che influenza ha avuto il loro stile di vita su di te, cosa ti hanno trasmesso a livello professionale?

W: Se dicessi che non mi hanno influenzato direi una stupidata, non smetterò mai di ringraziarli per le ore perse ad annoiarmi davanti ai quadri di Francis Bacon, Caravaggio, Wharol, ecc. Ho capito solo dopo l’importanza dell’acido lattico alle ginocchia per essere stato chiuso in una mostra per 3/4 ore o intere giornate alla biennale d’arte. Oppure le urla di mio padre quando entravo nella camera oscura e gli bruciavo tutte le pellicole ahaahhhaha!!!

SD: Quale è stato il concerto che ti ha maggiormente colpito?

W: E’ una domanda difficile, ne ho visti tanti e alla fine penso che ogni concerto abbia qualcosa di magico, dipende da molti fattori: con chi vai, se il gruppo e’ in forma, ecc. Sicuramente i Muse dal punto di vista tecnico musicale sono la perfezione assoluta; i Soulfly al Velvet (Rn) sono stati incredibili: energia allo stato puro.

SD: Parlaci un po’ del surf…di come te la vivi…

W: Be il surf e’ la mia vita e’ anche il mio più grosso ostacolo in ogni ambito sentimentale e lavorativo, condiziona il mio umore e la mia vita di tutti i giorni, se devo essere sincero preferirei avere la stessa passione che ho per il surf…per il biliardo ad esempio.

SD: Come surfista come ti reputi ? Che livello pensi di aver raggiunto?

W: Come surfista mi reputo un “hardcore chicken”…così mi definisce Jerry “il filmer qui con me alle Hawaii, ha 62 anni e dopo 10 anni che non surfava va meglio di me”. Alcune volte non mi butto su delle onde che sarebbero fattibili mi faccio le paranoie perche’ non mi vorrei rispaccare la schiena, poi ogni tanto mi infilo in qualche session che neanch’io so come mi passa per la testa di buttarmi. L’ultima due settimane fa a Chun’s Reef con Kyle…abbiamo rischiato di uscire piu’ morti che vivi. Il mio livello credo che sia ottimo Adriatico / medio italiano / pippa europea / supercazzola mondiale.

SD: Ringraziamenti particolari…

W: Se potessi nella mia vita vorrei fare un’intervista fatta solo di ringraziamenti, ma siccome nessuno me la fara’ mai fare…ringrazio Surfing Shop e tu che mi supporti… tutti i ragazzi con cui sono andato a surfare; grandi persone che mi hanno cambiato la mia vita. “Grazie Tommy ti portero’ sempre nel cuore”…chiudo il sipario.

(txt Mike Pireddu, Pics Rigablood)

Sole & The Skyrider Band report

Posted by Salad Days On January - 27 - 2010 ADD COMMENTS

SOLE & THE SKYRIDER, Plastic Tour 2010.
Locomotiv – Bologna

È sempre difficile racchiudere la musica di Sole in una definizione.
Per quanto le classificazioni in ambito musicale siano sempre sterili, e Sole sia particolarmente refrattario a ogni etichetta, una cosa è certa: non possiamo prescindere da quello che è stato il suo background artistico.
Infatti, Sole, è uno dei fondatori dell’’etichetta hip hop più avveniristica degli anni Novanta, l’Anticon. Quella col logo a forma di formica, per intenderci. E che negli ultimi anni ha prodotto artisti indipendenti come Why? o Odd Nosdam.
Allontanandosi dagli stereotipi del genere, questa etichetta è stata per anni il simbolo dell’hip hop sperimentale e di quella ricerca sonora e espressiva che ha trovato, soprattutto negli ambienti post-punk e indie, un enorme seguito.
Anche questo nuovo progetto si presenta come un salto nel futuro. ‘Plastic’, l’album di Sole e The Skyrider, fonde le acide visioni suonate da Bud Berning all’ Mpc e alla chitarra con i ritmi blues del batterista John Wagner, e usa il rap di Sole come asse strutturale di una band in cui ogni elemento è valorizzato.

Anche se Sole mancava ai microfoni da un po’, il suo stile è quello fresco e aggressivo di sempre, con pause e chiusure mai banali, dalla forte presenza live.
Lo show si distingue subito per il suo carattere eccentrico, dove i toni scuri peculiari dell’ Avant Hop si mischiano a groove D’ N’ B e a melodie più Indie, evocando visioni post-atomiche che proiettano lo spettatore in un futuro dissociato sia nello spazio sia nel tempo.
Il sound più vicino ai Massive Attack che ai Dilated People – Non è un caso se c’è la feat di Markus Acher dei Notwist – e i testi alla Philip K Dick, potrebbero far torcere il naso a un purista dell’hip hop, ma, qualunque sia il tuo genere musicale, dopo il concerto di Sole e The Skyrider non potrai negare di aver assistito a qualcosa di innovativo. Non dico memorabile, ma originale. Almeno per l’Italia.
Per una volta, un concerto dove anche la vostra ragazza potrebbe non annoiarsi.

(Andrea Mazzoli)

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