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Salad Days Magazine | April 18, 2021

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Interviews

Luca Indrio / Necrot – interview

March 22, 2021 |

I Necrot, con ‘Mortal’, sono presenti in più o meno tutte le top delle riviste che contano. Non ci lasciamo sfuggire Luca Indrio, bassista e cantante, che in periodo vacanziero si deve sorbire i miei “deliri” a tema “meglio gli US o meglio l’Italia”.

D’altra parte l’ennesimo pezzo sulle loro influenze crust piuttosto che Incantation sarebbe decisamente fuori tempo! Se ci fossero dei credits per le interviste, un super grazie andrebbe a Koppa, senza la sua intercessione la mia richiesta sarebbe forse finita dietro a quella di Cerati…

SD: Il tema di cui mi piacerebbe parlare con te è abbastanza ovvio: le differenze tra US e Italia. Prima differenza. Come si sta a Oakland? Ci mandi una foto di dove vivi? Perché sei partito? Come è stato l’inizio? Leggo di San Francisco e di zone vicine diventate insostenibili causa vicinanza Silicon Valley… vero?
Luca Necrot: Ciao. Io sto a Oakland da 12 anni… “come si sta a Oakland”? Abbastanza bene, poi dipende da cosa vuoi fare, da quanti anni hai etc. In America le città cambiano molto nel giro di 10 anni: la gente si sposta molto, quindi diciamo che ci sono stati periodi diversi della mia vita, lì a Oakland. A 21 anni nel 2008 ci stavo molto bene: era un posto super marcione e mega economico, la vita non costava un cazzo e c’era un monte di posti dove facevano concerti. Concerti sia a casa di persone, che posti comparabili ai posti occupati anarchici italiani, che piccoli bar e club più grandi. Diciamo che c’era un po’ per tutti i livelli. Purtroppo qualche anno fa ci fu un incidente: in uno di questi posti underground scoppiò un incendio e tanta gente perse la vita intrappolata dentro a uno dei tanti posti “illegali” che facevano serate. Da lì la città ha dovuto stringere la cinghia su queste realtà e tanta gente ha dovuto smettere di fare eventi in luoghi non autorizzati perché rischiavano di perdere il posto dove non solo facevano serate, ma dove anche vivevano. Da lì i concerti sono passati principalmente in bar e veri e propri locali. San Francisco nel 2008 già stava diventando abbastanza cara ma non comparabile ai prezzi di ora. San Francisco e Oakland sono collegate, così come Berkeley e Richmond, dallo stesso sistema di metropolitana e da vari ponti sulla baia. San Francisco, essendo circondata dall’oceano, non può espandersi e per questo anche i prezzi degli affitti sono andati alle stelle essendo una città che offre tantissimo lavoro e che attrae tantissima gente da fuori. Era inevitabile che con il tempo anche i prezzi ad Oakland sarebbero saliti. Oakland era riuscita a mantenersi con prezzi abbordabili (cosa che è essenziale perché possa esserci una scena artistica) principalmente per il tasso di criminalità elevatissimo e il fatto che molti quartieri della città siano mal tenuti e cadenti. La vita a Oakland era una figata, c’erano tantissime band, l’erba più buona di tutta l’America e tanti posti dove potevi fare che cazzo ti pare. Le cose adesso sono cambiate ovviamente per colpa specialmente dell’industria del tech che ha portato troppi soldi e troppa gente nella Bay Area distruggendo la realtà locale.

SD: Seconda differenza. L’ambiente musicale. Ho visto tanti concerti negli States (mi è capitato di passarci delle settimane per lavoro). Ho sempre avuto l’impressione che anche i discorsi più “underground” lì da voi siano comunque molto più “regolari” e “regolamentati” che da noi (in Europa). No stage diving. No fumo. No alcol. Regole. Polizia. Etc. A fronte del “successo” (ci arriviamo dopo), ti manca un po’ la “sporcizia” di cui sopra? Ti manca un po’ di libertà? O il death è una nicchia “felice” in questo senso?
LN: Parlare degli USA in senso lato è come parlare dell’Europa in generale, è come andare a un concerto in Svizzera e dire che in Europa ci sono tante regole senza considerare tante altre città e realtà europee. In USA ci sono differenze enormi fra stato e stato, città e città. A me dell’Italia sinceramente non manca quasi niente a livello di concerti e in quanto a “sporcizia” e situazioni molto anarchiche penso che sono molto facili da trovare anche in USA. Io in USA mi sono sempre sentito molto libero, molto più che in Italia. Potevo avere affitti bassi, lavorare poco e guadagnare bene, flessibilità sul lavoro quando volevo andare in tour, posti economici dove puoi affittare al mese un posto dove fare le prove, furgoni a prezzi bassi, assicurazione del furgone economica, lo spazio dove parcheggiare il furgone anche per la strada, strumenti e amplificatori spettacolari a prezzi abbordabili, tanto tempo libero per poterti davvero dedicare alla musica, una scena con tantissima gente appassionata di musica che si supporta e si esalta a vicenda per i tuoi progetti. Mi manca l’Italia? Sinceramente no.

SD: Riguardo a sopra, penso anche al video su Revolver, quello dove parlavi della maglietta che ti aveva dato quel tipo, che poi era morto. Avevi molto “insistito” sull’aspetto underground della cosa… il fatto di essere una “famiglia”/una tribù. Ecco… negli States questa roba non è po’ “sparita” a scapito dei numeri? A scapito della troppa professionalità?
LN: In USA anche nei concerti più piccoli a casa di qualcuno ognuno si porta la sua back line perché ognuno ha il suo suono che è dato molto anche dagli amplificatori che usi non solo da come suoni. In USA la “professionalità” è più estesa ad ogni livello, la musica viene presa estremamente sul serio. Io sinceramente non ho mai vissuto una competizione nel mondo della musica anche perché in un paese come gli Stati Uniti anche se la tua band va bene e ci guadagni faresti sempre comunque molti più soldi mollando tutto e andando a fare un lavoro “normale” dove puoi guadagnare molto di più. Alla fine le persone che scelgono di fare della band la loro strada, costi quel che costi, sono viste con ammirazione non necessariamente con invidia. Comunque io ti capisco: è difficile comprendere come funzionano le cose in USA senza averci davvero vissuto. Ti confesso che i primi 2 o 3 anni che ho passato lì non ci avevo capito un cazzo nemmeno io! Non è facile: venendo dall’Italia cresciamo con la convinzione che come vanno le cose in Italia sia più bello o più brutto o più giusto o come dovrebbero essere le cose o semplicemente la normalità, ma in realtà sono convinzioni che chiunque nel mondo ha del suo paese. È necessario perdere tutto questo per riuscire a capire altre realtà senza fare sempre il paragone con ciò che a noi è familiare o pensando in termini di meglio o peggio.

SD: Terza. La professionalità. È indubbio che da voi ci sia più professionalità che da noi. Riesci a vivere coi Necrot? ‘Mortal’ vi ha fatto fare il “salto”? Oppure non è automatico? E’ indubbio che da voi ci sia più meritocrazia. Vero? Oppure solo un’impressione da fuori. Ma a fronte di tutto questo c’è anche molta più concorrenza. Ci sono mille gruppi che fanno death. La cosa immagino sia un’arma a doppio taglio… i.e. bisogna
sbattersi di brutto per emergere. Vero? Falso?

LN: Allora, sì riusciamo a vivere con la band ma solo se andiamo in tour almeno 100-150 giorni l’anno. Sì bisogna sbattersi per anni prima che le cose comincino a girare (e non è mai detto)… e fare 100-150 giorni di tour all’anno è molto sbatti. Dai dischi guadagni molto poco quindi i live sono essenziali per una band death metal, visto che ovviamente nessuna band death metal vive di royalties, degli streaming su Spotify, né di vendite di copie del disco. Nessuno fa un disco di metal estremo e diventa magicamente famoso e cominciano ad arrivargli soldi dal cielo; forse negli anni 80/90 succedeva non so, ma ora no di certo. Il famoso “salto” non esiste, perché ci sono tantissime band che fanno dei bei dischi ed alla fine quelle che ce la fanno a trasformarlo in un lavoro vero e proprio sono quelle che vanno in tour di continuo e quindi mantengono l’attenzione generale sulla loro band a livello mondiale, e costantemente… più che un “salto” è un progresso lento dove dopo ogni tour, ogni nuovo disco diventi un pochino più conosciuto. Senza contare che se smettessimo di andare in tour in pochi anni saremo nel dimenticatoio e qualche altra band che ha voglia di sbattersi farebbe quello che stiamo facendo noi adesso.

SD: Quarto. Il mercato. C’è più mercato. Ci sono più etichette. Ci sono più posti dove suonare… etc. Vero? Legato a questo. Da noi l’underground è molto “sul territorio”. Quindi un gruppo significativo per me, milanese, come i Sottopressione… per qualcuno che sta a Bologna potrebbe essere sconosciuto. Lì da voi ci sono pure le distanze geografiche da superare. Mi piacerebbe sapere se funziona così anche da voi… o se le interazioni con gli altri stati sono comunque più facili che quelle tra un gruppo italiano che vuole andare in Francia.
LN: In USA è più facile perché parlano tutti la stessa lingua, stesso sistema postale vero: ci sono le distanze geografiche, ma anche autostrade gratis e benzina economica. In Europa molti paesi, specialmente Italia, Francia e Spagna, hanno i loro “eroi” locali – vedi di fatto i Sottopressione – sono paesi molto legati alla loro realtà del territorio: magari viene la band dal continente americano o dall’Europa, ma la stessa sera suona la band che è “storica” per quella regione? Vanno tutti a rivedersi la stessa band locale per la quattrocentesima volta. In USA è più semplice far le cose, è più semplice viaggiare, è più semplice che una band che diventa conosciuta in una città diventi conosciuta in tutta America. In Europa per esempio una band che diventa conosciuta in una città della Francia fa più fatica a diventare conosciuta in tutta Europa. In parte questo è semplicemente legato alla lingua… magari si scriveranno recensioni o articoli o interviste in francese o magari finiranno anche sulla copertina di una rivista di musica estrema/alternativa in Francia, ma fuori di lì nessuno nemmeno saprà che esisti. È un esempio un po’ esagerato però penso sia parte del perché in USA sia più facile far sì che qualcosa di ganzo che succede in California prima o poi arrivi anche fino all’altra costa.

SD: Quinto. I mezzi. Da noi ci sono studi/fonici che se sentono una chitarra distorta non sanno cosa fare. Da voi certi suoni sono stati inventati. Quindi non penso sia difficile trovare uno studio specializzato in death a pochi km da casa vostra. Gran figata… ma magari questo toglie un po’ di quell’originalità che veniva da situazioni “outsider”… in altre parole… la grossa disponibilità di mezzi/etichette etc etc… potrebbe anche creare un certo appiattimento. Come la vedi. Magari qui la tua “diversity” (essere italiano) ti è servita?
LN: Io penso che anche in Italia ci sono persone che sanno registrare musica estrema. In USA magari ci sono più opzioni e più gente che si dedica a questo. Diciamo in Italia c è più gente che magari per mancanza di opzioni va a registrare dove può, magari con qualcuno che del genere non capisce nulla e viene fuori una cosa più particolare dovuta dalla non conoscenza e il caso. Questa non mi sembra una cosa positiva. Positivo sarebbe registrare con qualcuno che ci capisce avendo idee chiare di qual è il tuo suono tu come band e usufruire di una persona che ha le capacità di riuscire a captare il tuo suono.

SD: Sono curioso anche di questo… lì negli States quanto vale essere italiano? Quanto ti serve? Quanto non ti interessa? BTW… tu hai passaporto Italiano…o US?
LN: Io sono andato via dall’Italia a 18 anni, ora ho entrambi i passaporti italiano e USA ma non dalla nascita. Vivo in California da 12 anni e passo gran parte dell’anno viaggiando con la band. L’essere italiano è parte di me, ma non mi sento di appartenere a nessun luogo in particolare. In realtà quando sono in USA so di essere straniero e quando sono in Italia mi sento ugualmente straniero dopo tanti anni fuori quindi boh? Sinceramente mi sento a mio agio ovunque senza sentirmi legato a nessuna bandiera in particolare.

SD: Sesto. La stampa. Voi siete un nome che è ultra presente su Decibel o Revolver. Riviste che spostano dei numeri (almeno, secondo me). Roba che quando leggo dico: WOW! Su Decibel hanno parlato di New Trolls, per esempio. Qui da noi ci si barcamena tra Rumore (che non leggo da anni… BTW, vi hanno intervistato?) le riviste di metal (che però sono illeggibili rispetto ai nomi di cui sopra)… insomma… l’impressione è che un po’ tutto il livello sia più alto. Vero? Falso?
LN: Chiaramente il livello negli Stati Uniti è più alto: guarda la storia della musica là rispetto a quella italiana… non c’è paragone. Poi in USA la gente in generale è molto appassionata di musica e non dimentichiamo che c’è molta più popolazione a cui vendere una rivista musicale rispetto all’Italia.

SD: Un po’ di trivial/curiosità. Pensando a voi, mi vengono in mente i Darkest Hour. Suonavano death… ma venivano dall’hardcore. Dal vivo spaccavano e spaccano. Ai tempi non li cagava nessuno… proprio perché i riferimenti erano “strani” per quel periodo. Ti piacciono?
LN: Non sono il mio genere preferito, ho conosciuto il batterista una volta che si è suonato con una band di cui era il batterista al tempo, comunque in USA erano una band gigante ai tempi quando il metal-core stava nascendo e band come loro o Black Dahlia Murder erano super popolari.

SD: Un’altra cosa, collegata. Leggendo le recensioni dei vostri primi demo si parlava sempre di influenze crust, che onestamente io non vedo così “forti”: immagino sia principalmente un discorso di “ascolti” o “sette”. Chi ascolta metal ci trova influenze crust, forse per la produzione sporca, o per i suoni un po’ più caotici… chi ascolta punk (il sottoscritto) non ce le trova (per intenderci: gli Anti Cimex sono un’altra cosa). Insomma: un’ennesima prova che magari è meglio non “catalogare”… o no?
LN: Per me la gente che parla della tua band online scrive quello che ci sente, ciò che viene dalle esperienze personali. Se ci paragoni a band super tecniche death metal uno può sentirci dei suoni più crust, più grezzi/semplici, se chi scrive viene da una scena puramente punk o crust siamo un gruppo totalmente metal. Dipende dal punto di vista e dal metro di giudizio di chi scrive. A me personalmente non importa molto, chi scrive reviews ha il difficile compito di descrivere una musica a parole, ma in realtà basta andare ad ascoltarla per farti la propria idea!

SD: BTW… cosa gira nel tuo stereo in questo periodo?
LN: Roba strana, musica rock in spagnolo tipo Caifanes, una specie di primi Litfiba messicani. La mia band italiana preferita di sempre, che sicuramente conosci, sono gli Skruigners.

SD: Mi ha colpito molto un’altra cosa. Ho letto molti vostri colleghi elogiare ‘Mortal’. E la cosa (almeno qui in Italia) non è così scontata. Grade lavoro, punto. Per dire: l’ultimo che ho visto parlarne bene è Bruno Dorella degli Ovo… che non pensavo ascoltasse più death! Segui qualcuno o qualcosa di noialtri?
LN: È difficile perché sono 12 anni che non vivo in Italia quindi tanti gruppi non esistono più o si sono formati quando io già non c’ero. Alcuni gruppi di amici tipo Noia di Firenze o gli Horror Vacui di Bologna mi fa piacere menzionarli.

SD: Ovvia domanda sul dopo Trump/Biden. Ma era tesa veramente, così come ci è stata descritta? Almost una guerra civile? O tutto questo è la narrativa europea? Cioè, che Trump fosse Trump non è mica ‘sta grande scoperta… o no? Un’altra cosa che mi incuriosisce, è il discorso voto. Ho sempre guardato con una certa “ammirazione” il rapporto molto “pragmatico” con la politica degli statunitensi. Fai qualcosa per me? Allora ti voto. Non fai qualcosa per me? Allora non ti voto. Discorso lontano mille miglia dalla nostra politica, che con la storia che “bisogna” andare a votare… si è un po’ impoverita. Ora però vedo un grosso attivismo dalle vostre parte di ambienti ultra punk che all’improvviso invitano al voto… bah?
LN: Trump è stato l’estremo del personaggio populista intollerante e razzista come se ne vedono tanti in Europa. L’invito a votare era perché tanta gente di solito non vota, riconoscendo che entrambi i partiti sono terrificanti. Ma questa volta c’era bisogno che tutti votassero perché con Trump si era toccato un punto talmente basso che era necessario in un modo o nell’altro saltarne fuori. Secondo me c’era e c’è tensione in USA anche perché la pandemia ha creato problemi enormi in una paese dove tutto è privatizzato, ma non penso ci sia mai stato un rischio reale di guerra civile, i giornali ingigantiscono tutto per vendere copie e creare più panico.

SD: Siamo riusciti a non parlar di Covid: come butta? Cosa state facendo non potendo suonare assieme? Hopefully vi vedremo in Europa nel 2021… SAREBBE BELLISSIMO! A questo punto ti senti più “americano”? Torneresti? Dove ti vedi tra 10 anni? US, Italia… o?
LN: Il Covid ha sconvolto i piani di tutti, io da 6 mesi vivo in Messico con la mia ragazza che è di qui. In 10 anni mi vedo cmq fra USA e Messico, sicuramente non in Europa. Speriamo nel 2021 di poter tornare a suonare dal vivo.

(franz1972 per Salad Days Mag)

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Animals At The End inteview

March 8, 2021 |

I romagnoli Animals At The End hanno appena pubblicato il loro EP di debutto, intitolato ‘Jayus’.

Abbiamo fatto loro alcune domande per scoprire di più su questa formazione dalla genesi particolare ma dalle idee molto chiare.

SD: Questo è il vostro EP di debutto, eppure l’idea di formare questo progetto esiste da molti anni. Come mai si è concretizzato solo adesso?
AATE: L’idea è nata più di 10 anni fa in un momento dove avevo altri progetti musicali in corso e questo è sempre stato più uno sfogo ed un esperimento per me, al tempo non avevo intenzione di creare una vera e propria band e registravo pre-produzioni da solo in salotto per divertimento. Nel 2017, dopo tre anni con due cover bands, ho sentito il bisogno di tornare a scrivere musica e suonarla live ed è venuto naturale pensare al progetto strumentale iniziato tanto tempo prima. Così ho iniziato a cercare musicisti interessati e finalmente nel 2019 abbiamo registrato ‘Jayus’ che abbiamo autoprodotto e pubblicato il 27 Novembre 2020.

SD: Nelle sonorità di ‘Jayus’ si passa da suoni dilatati e atmosfere soffuse a momenti più ritmati ed energici. Quanto è difficile trovare la combinazione tra questi elementi per creare un disco strumentale che non risulti monotono?
AATE: Il difficile non credo sia tanto nell’altalenarsi tra momenti delicati e aggressivi quanto più il riuscire ad amalgamarli perchè abbiano un senso, un filo emotivo che li leghi bene assieme, la fase di arrangiamento, difatti, è sempre la più lunga durante la composizione di un brano.

SD: Quale background musicale hanno i musicisti all’interno degli Animals At The End? Quanto queste diverse anime hanno contribuito a creare l’identità musicale della band?
AATE: Al momento sono l’unico compositore della band e quello che potete sentire in ‘Jayus’ sono influenze che vengono sia dal mio passato remoto (Nirvana, Sepultura, Poison The Well, NOFX) che da un passato più recente (Mogwai, Russian Circles, Alcest, Hammock) e tutti e sei i brani erano già in fase di arrangiamento quando ho proposto il progetto agli altri ragazzi.

SD: Il vostro sound è circoscritto all’interno di specifiche coordinate. Quali sono le band che secondo voi possono fungere da riferimento per comprendere cosa ci si può aspettare nell’ascoltare ‘Jayus’?
AATE: Se dovessi provare a descrivere ‘Jayus’ usando solo nomi di altre band forse direi un mix di If These Trees Could Talk, Seas Of Years, Lost In Kiev e Tides From Nebula, senza avere la presunzione di paragonarmi a loro.

SD: Quali sono i progetti musicali italiani che più trovate interessanti? In ogni genere musicale, non solo nel vostro e affini.
AATE: Sul nostro genere sicuramente The Chasing Monster, Il Giardino Degli Specchi e Talos. Al di fuori di questo Godblesscomputers, Massimo Volume e Mario Kunst.

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SD: Domanda per i “Gear Nerd”: cosa non può mancare nelle vostre pedaliere? Quali sono le vostre chitarre e amplificatori di riferimento per creare il sound degli Animals At The End?
AATE: Sperimentando, negli anni, ho capito che basta una chitarra con doppio humbucker, non sono un fanatico di un marchio in particolare e ‘Jayus’ è stato registrato con una Serie T Panico (liutaio di Ravenna davvero bravo), una RD custom fatta interamente a mano da un amico ed una Dean Vendetta. Personalmente non credo sia necessario spendere duemila euro per avere uno strumento che suona bene. Qui i puristi dell’analogico storceranno il naso, ma per quanto riguarda i pedali siamo passati da avere pedaliere 50×80 piene di pedali analogici a 3 sistemi digitali Line6 e non tornerei mai indietro, sia per peso, costi, qualità e praticità. Per l’EP abbiamo usato un compressore valvolare Mark Bass, un Bass Over Drive della Boss e un BigMuff dentro ad un Ampeg SVT3 con 4×10 più 1×15 per il basso e per chitarra una ENGL Ritchie Blackmore e una HiWatt per i distorti, MEA Omega One e un Fender Twin Reverb per i puliti con davanti un overdrive KOR Star69 e un HX Effects Line6 per tutti gli effetti.

SD: Quali sono le prospettive, una volta passato questo periodo difficile per tutti, musicisti inclusi?
AATE: Visto che i live al momento sono “off limits” stiamo già lavorando al primo full length col quale cercheremo un etichetta, ma sicuramente appena si sblocca la situazione faremo il nostro debutto anche dal vivo. Le prospettive sono incerte, ma cercheremo di tirare fuori il meglio e di condividere la nostra musica il più possibile.

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Tracklist:
Come Back America (4:03)
Onsra (4:27)
Ilua (7:04)
Canarie (5:48)
Verloren (4:29)
Manjuli (4:23)

Intervista di Michael Simeon in collaborazione con Gab di Epidemic Records.

Marco Palumbo-Rodrigues interview

February 25, 2021 |

Un’etichetta, No Fronts Teeth Records, che naviga intorno alle 260 uscite. Un numero imprecisato di gruppi propri con cui si muove tra punk, rock’n’roll, new wave e tutte le relative ramificazioni.

Un nuovissimo libro di illustrazioni pronto per la stampa. Benvenuti nel mondo iperattivo – e spiccatamente do it yourself – di Marco Palumbo-Rodrigues, inglese con origini italiane, che negli ultimi 12 mesi mi ha folgorato con un trittico di band, La Rabbia, Sanguisuga e Zanzara, in cui fa praticamente tutto e lo fa terribilmente bene. Non sapendo da dove iniziare, siamo partiti dalle basi.

SD: Marco, in quanti dischi hai cantato o suonato negli ultimi due anni?
MPR: Non sono sicuro di riuscire a ricordarlo! Gli ultimi due anni significano il primo 7” dei Vacuum, l’Lp ‘Gli Occhi Dello Stato’ come Zanzara, ‘The Perfect Candidate’ dei Miscalculations, tre dischi dei La Rabbia, ‘Dressed To Die’ dei Cold Callers, l’ Lp dei Telegenic Pleasure, quello dei Sanguisuga e qualche pezzo per delle compilation con Gaggers, Stalin Video, Disco Lepers, The Exit, Saccharine Souvenirs e Caged Animal. Direi una decina di titoli ma potrei scordarmene qualcuno!

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SD: Significa parecchie canzoni e moltissime parole. Come decidi dove andrà a finire una buona melodia o un buon coro? Come fai a scrivere tutti quei testi?
MPR: Devo entrare nella giusta mentalità a seconda della band per cui sto scrivendo. I testi dei Miscalculations, per esempio, sono i più celebrali, tendenzialmente parlano di psicologia, architettura, arte e scienza mentre quelli dei La Rabbia sono più orientati alla politica. Le parole di The Exit e Caged Animal hanno un punto di vista psicologico ed esistenziale, quelle di Gaggers e Disco Lepers sono per lo più divertimento, un’evasione direi. Di solito inizio col titolo, trovo un ritornello e lì capisco in che direzione andrà il pezzo ma ho sempre un’idea chiara di cosa parlerà la canzone quando inizio coi testi.

SD: Parliamo delle band dove canti in italiano. Hanno tutte dei nomi fantastici che starebbero bene su una backpatch, hanno tutte radici punk rock ma sviluppano caratteristiche proprie con risultati sempre efficaci. Ricordi ancora a cosa pensavi nel metterli in piedi?
MPR: Canto in italiano da diversi anni ormai, sin da una delle mie prime band di inizio anni 2000, i Blacklist Brigade. Con loro ho fatto un paio di pezzi in italiano e abbiamo anche scritto una versione bilingue del secondo disco ma ci siamo sciolti prima che uscisse l’edizione in italiano. Poi mi ci sono rimesso coi La Rabbia ma sono Sanguisuga e Zanzara i primi progetti interamente in quella lingua. Avevo delle idee per quelle band ancor prima di scrivere pezzi e testi. Sanguisuga è una band straight-up punk con suoni anni ’70 e ’80, Zanzara ha uno stile più streetpunk/Oi! con un’impostazione lirica diversa e un cantato molto più ruvido, mentre i testi sono piuttosto simili e guardano principalmente alla divisione tra stato e società.

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SD: Ti accorgi se le band in cui canti in italiano ricevono un’attenzione diversa da quelle anglofone?
MPR: Mi sembra che alla gente piacciano parecchio! Spesso è difficile capire se alle persone interesserà una band che canta in una lingua che non possono capire, ma l’accoglienza è stata ottima. I dischi han venduto davvero bene, personalmente sono un grosso fan delle band punk che cantano nella loro lingua natia, alcuni dei miei gruppi preferiti sono scandinavi, brasiliani, spagnoli e giapponesi e quindi sono davvero felice di poter registrare in italiano, che poi è la mia seconda lingua. Sono piuttosto fluente grazie ai miei genitori che sono entrambi italiani.

SD: Da quel che so la maggior parte di queste band sono progetti da studio, non che il 2020 ti abbia permesso di fare diversamente. E’ un’impressione corretta?
MPR: E’ vero, essendo coinvolto in così tanti progetti contemporaneamente riesco a suonare dal vivo solo con una band alla volta. In alcuni casi, come i Telegenic Pleasure ad esempio, gli altri membri vivono in Canada, quelli degli Stalin Video stanno in South Carolina e al momento lavoro anche a un paio di altri progetti, gli Zuletzt con dei tizi di Monaco e gli Iris Paralysis con un amico di Achen. Non significa che queste band non suoneranno mai dal vivo, solo è complicato organizzarsi!

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SD: Immagino sia a causa dei testi in italiano e di una certa impostazione dei pezzi, ma quando ascolto alcune delle tue band penso spesso agli Smart Cops, è un gruppo che conosci?
MPR: Sì! Adoro gli Smart Cops! Gran gruppo con una bella immagine!

SD: Ti occupi spesso delle grafiche e per quanto parlare di un’estetica punk significa tutto e niente, mi pare che i tuoi lavori cadano in quell’ambito. Se condividi questa nozione, quali sono i migliori esempi che trovi tra i tuoi dischi?
MPR: Sì, faccio la maggior parte delle copertine di No Front Teeth e praticamente tutte quelle delle mie band. Tra queste sono molto soddisfatto della copertina del Lp dei Zanzara, mi piace parecchio. Ho un debole anche per ‘Covering Lies’ dei Cold Callers che è una fotografia attentamente programmata in una cabina telefonica di Londra che abbiamo cercato a lungo di modo che mia moglie potesse essere alla finestra vicina. Mi piace davvero il risultato. Ci sono alcune copertine NFT che trovo ottime, quella a raggi X degli Sharp Objects, i collage fatti a mano degli Scraps, le copertine a taglio laser di Modern Action, Paper Bags, Strap Straps e Exit. La prossima settimana faremo un singolo dei Dead Meat con copertine di vera pelle, tutte di colore diverso e grafica sprayata. Mi piace parecchio quello che abbiamo fatto con NFT, per me l’estetica è sempre stata importante quanto la musica.

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SD: Copio la prima domanda e ti chiedo quanti dischi hai invece pubblicato con No Front Teeth negli ultimi due anni?
MPR: Una quarantina, divisi equamente tra Lp e singoli.

SD: Nei prossimi mesi dovreste anche arrivare alle 300 uscite, sono sicuro che sai già come celebrare il traguardo e altrettanto sicuro che non me lo dirai. Sarà una cosa epica?
MPR: Penso che ci arriveremo nel 2022 ma non abbiamo ancora alcun piano! Però questo è il ventesimo compleanno di NFT, abbiamo iniziato nel 2000 come fanzine e solo l’anno dopo come label, quindi siamo a vent’anni e non sappiamo come celebrare neppure questo. Mi piacerebbe fare una raccolta in vinile che finora non abbiamo mai fatto, un paio di anni fa abbiamo coprodotto la tribute compilation a Peter P.Trash con FDH Records e Rockstar Records (‘Trash On!’, sei Lp, 104 gruppi, nda) ma era una cosa un po’ diversa con gruppi legati a P.Trash Records. Abbiamo fatto parecchie raccolte su cd alcuni anni fa e mi piaceva farle, sarebbe bello riprovarci con un vinile, meglio doppio.

SD: Hai spesso menzionato Beer City e Hostage come ispirazione per NFT, dopo 20 anni qualcuno è venuto a dirti quanto la tua label sia stata importante?
MPR: Non ancora! Quelle etichette sono state molto importanti e siamo sempre noi che dobbiamo ringraziale per aver buttato le fondamenta. Vedere quel che facevano, soprattutto con la pubblicazione dei 7”, ci ha molto spronati nel partire con NFT.

SD: So che concerti e tour non sono indispensabili affinché una band esca su NFT. Da una parte vedo che quest’impostazione ti permette di realizzare dischi di gruppi di ogni parte del mondo, dall’altra sono tra quelli che valuta il disco come metà dell’intera esperienza. Personalmente che valore dai alla musica registrata e a quella live?
MPR: Amo vedere le band dal vivo, vado a un sacco di concerti, ma niente può battere un disco. Non ha alcuna importanza se una band su NFT suonerà mai dal vivo, se mi piace la musica voglio pubblicarla. Sono sempre entusiasta di presentare un gruppo sconosciuto al resto del mondo e permettere che la loro musica viaggi più di quanto han fatto loro stessi, è quella la magia del disco! E’ molto semplice spedire un Lp da Londra al Giappone, Australia, Indonesia, Brasile ma non è altrettanto facile organizzare un tour da quelle parti. Poi ti ripeto, adoro andare ai concerti, le due cose vanno mano nella mano ma alla fine sceglierei sempre il disco registrato, che inoltre dura per sempre, più di quanto facciano le band in molti casi. Posso aver perso alcuni gruppi perché ero troppo giovane ma avrò sempre la loro musica.

SD: NFT ha una minima esposizione online, esiste un sito ma non un webshop, le band hanno i loro bandcamp ma poco altro. Qual è la tua posizione?
MPR: Non siamo mai coinvolti nella parte digitale delle nostre uscite, lasciamo che se ne occupino le band perché possano guadagnare dai loro download. Noi facciamo strettamente il prodotto fisico, i dischi sono disponibili sul sito ma le persone devono scriverci per ordinarli, ci sono sempre troppe varianti per aggiornare facilmente gli stock. Ci abbiamo provato, sia con il webshop che con la distribuzione, ma era davvero dispendioso farlo bene e siamo tornati a occuparci solo dell’etichetta.

SD: Passiamo a La Peste, un bellissimo libro che stai facendo con Jorden Haley. L’artwork che stai per pubblicare – col nome Vacant State – sembra diverso da quel che hai mostrato finora, è qualcosa di nuovo anche per te?
MPR: Dipingo e disegno da quando ero davvero piccolo, su La Peste ci sono dei disegni a inchiostro e penna nera che sto facendo da circa due anni. Sono diventato amico di Jorden e abbiamo deciso di fare un libro insieme, abbiamo un’estetica molto simile, è decisamente uno stile diverso da quello che la gente ha visto nelle mie copertine ma è comunque qualcosa che faccio da tempo.

SD: Il libro è stato finanziato tramite una campagna Kickstarter e mi pare che la quantità di materiale che pubblichi e realizzi si presti bene a queste cose, anche a Patreon. Che relazione hai con queste piattaforme?
MPR: Personalmente è la prima volta che faccio qualcosa del genere, mentre Jorden l’aveva già usato ed era contento di rifarlo. Pubblicare un libro è molto più costoso che stampare un disco, è stata un’esperienza interessante e sono sicuro che la rifarò, forse anche con NFT.

SD: Come se tutto questo non fosse abbastanza hai pure tre figli. Stanno diventando bravi ad assemblare dischi?
MPR: Il più vecchio che ha quasi 15 anni mi aiuta regolarmente, e stai sicuro che devo pagarlo o comprargli qualcosa ma sta diventando bravo. Potrei mettere al lavoro anche i più piccoli!

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(Intervista di Marco Capelli x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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J.S.P. Crew interview

January 26, 2021 |

Incontriamo la J.S.P. Crew a seguito di ‘Lotto Con Me Stesso’. Una di quelle uscite che mi ha riconciliato con il mondo dell’Hip Hop, quello “della vecchia”.

Conosciuti tramite Aldebaran Records, spulciando il loro catalogo quando ho comprato l’ultimo Casino Royale, eccoli qui: straight outta Roma Sud!

SD: Ho ascoltato il disco. Mi è piaciuto molto. Lo trovo molto coraggioso, quasi “estremo”. Poco radiofonico/pochi hook… questo perché è (secondo me) più jazz che rap. Siete d’accordo?
JSP: Grazie. Siamo cresciuti molto ‘ar core, come si dice a Roma. La nostra parte hardcore, grezza, o come la si voglia chiamare, è il nostro più grande punto di forza. Per quanto riguarda il genere musicale del disco, su questo punto abbiamo davvero delle grosse difficoltà ad inquadrarlo in un solo sottogenere. Sicuramente in alcune canzoni abbiamo preferito ritornelli strumentali o bridge suonati al classico ritornello cantato pop, ma con un attento ascolto del disco ci si può imbattere in pezzi più radio frendly, come ‘Le Cose Che Non Dici’, con Folcast e Tahnee Rodriguez.

SD:… chi ha avuto l’idea? Parlo della storia del gruppo… e della storia dell’album. Chi ha convinto chi? SillaMandria vs il gruppo? O il gruppo vs SillaMandria?
JSP: Siamo amici da sempre. Il gruppo, come forse abbiamo già detto prima, inizialmente aveva al basso un altro nostro amico e collega, Daniele Folcarelli, con cui abbiamo composto i primi tre pezzi. I J.S.P. sarebbero potuti finire lì, ma dopo 2 mesi dall’uscita di Daniele dal gruppo, ci è arrivata la chiamata del bassista (Luigi Russo) che aveva già preparato 6 o 7 idee pensando proprio a noi. E proprio da lì è nata poi l’idea del disco: ‘Lotto Con Me Stesso’. Sì, diciamo che veniamo tutti da background musicali diversi, ma abbiamo sempre avuto gli stessi posti di appartenenza. I processi di lavorazione dei nostri pezzi sono stati un “tutti insieme a tutti” e non un “tutti contro tutti” e sono sempre stati lavorati ad otto mani, partendo da un’idea dei singoli.

SD: Primo elemento “estremo” che mi ha colpito: la sostituzione dei beats e della produzione “classica” con gli strumenti. Scelta che in un certo senso “ridimensiona” il ruolo dei vari Don Joe di turno. La cosa, dal punto di vista di un esterno come me, potrebbe essere anche buona (certa gente, a mio modo di vedere, gode di una fama assolutamente non meritata). Ma dal punto di vista del vostro ambiente, direi sia una scelta molto coraggiosa. Anche perché di Roma è il producer per eccellenza, Ice One. Mi dite un po’ cosa ne pensate? 
JSP: Il nostro cantante (Silla) è nato e cresciuto ascoltando rap Hip Hop e qualsiasi genere di musica prodotta con un campionatore e per forza di cose ci ha trasmesso la sua passione. Questo per dire che non abbiamo alcun problema a mischiare la musica campionata con la musica suonata o la musica suonata con l’aggiunta di sequenze, sample o batterie elettroniche. A noi piace la musica che ci mette il brivido sulla pelle, come è fatta è secondario. Proprio per questo motivo il remix di Ice One per noi è proprio la ciliegina sulla torta.

SD: Legato a questo tema: vi trovate nella vostra scena? Vi rivolgete al mondo dell’Hip Hop? O al mondo del jazz… o?
JSP: Ci rivolgiamo a tutti quelli che vogliono donare un po’ del loro tempo per ascoltare il disco. Non amiamo le divisioni, soprattutto in questo periodo.

SD: BTW, quando si parla di scena, quale è il contesto oggi in cui vi muovete a Roma? Quali sono i punti di riferimento (parlo di luoghi, e persone/colleghi)?
JSP: Purtroppo in questo momento ci muoviamo poco, causa Covid, ma siamo sempre in contatto con i nostri colleghi. Siamo tutti di Roma Sud, quindi per lo più bazzichiamo sempre le stesse zone. Ma potendo comunicare a distanza, stiamo cercando di lavorare all’uscita del nostro secondo video e alla prossima sorpresa di Natale. Finché si può, continueremo a beccarci al pub La Tana a Magliana e ad altri pub della periferia di Roma Sud, per prendere una birra insieme alle solite faccione.

SD: Secondo elemento “estremo”. Suonare invece che avere un dj o un beatmaker dietro. Altra scelta “rischiosissima”. Ho visto Ghemon dal vivo: la band che l’accompagnava secondo me non era all’altezza, sembrava la band di una festa del liceo. Su disco la cosa può passare in secondo piano… ma dal vivo non c’è storia. Ci avete pensato? Anche perché il mondo del jazz, visto da fuori, è un mondo abbastanza incomprensibile… quindi alla fine sono l’impatto e la personalità quello che conterà/quello che rimarrà quando vi vedrò da vivo. 
JSP: Guarda, il nostro punto di forza è stato sempre suonare live. Quindi, dopo aver superato la prova di registrare il disco, non vediamo l’ora di poter suonare l’album live e di sfogare tutta la rabbia e il rammarico provato in questo periodo. Dopo di che, i giudizi li lasciamo sempre all’ascoltatore.

SD: Mi viene in mente la join venture tra Kaos e La Batteria. Una bomba. Ma stiamo parlando appunto di Kaos e La Batteria. Kaos è più vecchio di me… e quelli della Batteria direi non gente di primo pelo…
JSP: Non abbiamo la presunzione di associare un determinato genere musicale a delle determinate età anagrafiche, crediamo nella diversità e nelle scelte. Vogliamo lasciare il massimo della libertà di giudizio all’ascoltatore, come fosse la reazione in seguito ad un’esperienza estrema, tipo buttarsi col paracadute, o il bungee jumping. Sappiamo benissimo che il disco non è per tutti, ma come possiamo sapere a chi è diretto? Noi offriamo un’esperienza, non facciamo selezione all’entrata. Come si sarà capito, abbiamo un profondo rispetto per il mondo degli ascoltatori musicali, poiché ne facciamo parte in primis noi stessi. Non diamo invece molta importanza alla loro età.

SD: Terzo elemento “estremo”. L’approccio è molto più jazz che rap (anche qui, mio modo di vedere). Mi spiego. Pochi hook. Molti tempi “non ballabili”… molti beats “dispari”… momenti quasi da jam, che personalmente mi fanno godere… ma appunto ho 50 anni; scelta coraggiosissima. Cosa ne pensate?
JSP: Che siamo molto contenti che ti siano piaciuti! Escono fuori da quella parte grezza di cui parlavamo prima, cui piace molto accettare sfide anche a livello ritmico. Se vogliamo parlare di rappare sopra quei beats dispari, vi facciamo immaginare il grado di difficoltà affrontato dal nostro SillaMandria!

SD: Per andare più in profondo. Il jazz qui da noi è comunque associato a “vecchio e ricco” (vedi il Blue Note qui a Milano)… invece sappiamo tutti che non è così. Perché? Perché ha perso la sua carica di rottura? Da quando è entrato nei teatri? Ho sentito un’intervista a Rava… che ricordava i tempi del Lower East Side a NY… sembrava si sentir parlare i Cro Mags… il jazz ha fatto la fine del Lower East Side? Gentrificato? 
JSP: Come prima cosa, “Bomba i Cro Mags!” (dice SillaMandria). Riguardo la dicotomia tra vecchio e nuovo pensiamo di esserci già spiegati, per quanto riguarda il ricco… noi soldi e paura non ne abbiamo mai avuti. Per questo la scelta coraggiosa, forse? Scherzi a parte, a prescindere dalla scena jazz, il suono analogico sta tornando (è tornato) nella scena musicale sia americana che europea e attinge a qualsiasi età e a qualsiasi sottogenere, passando da Kamasi Washington ed Anderson Paak alla Griselda.

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SD: Quarto elemento “estremo”: i vostri punti di riferimento. Per confrontarvi con qualcuno, ho tirato fuori ‘Game Theory’ dei Roots, (non gli US3, per intenderci). Un signor album, il loro più cupo e politico.  Prima domanda… facile. Ho fatto bene? O avreste scelto qualcosa d’altro? Poi… pure rispetto a loro, che non sono certo dei faciloni, (alcuni) vostri brani sono molto più complessi. Per esempio… mica facile rappare su del jazz! Da loro Questlove fa un “lavorone” (cazzo, Questlove), ma comunque sono sempre molto “dritti”: voi spesso siete un po’ “storti” (nel bene). Mi chiedevo se tecnicamente avete avuto delle difficoltà nel processo di assemblaggio dei pezzi… e se sì dove e quando?
JSP: Assolutamente sì. Rappare su quei beats non è per tutti i rapper. E molto probabilmente SillaMandria non è soltanto un rapper. Comunque stravediamo per i Roots! Quindi hai scelto benissimo! Ma noi non siamo nati a Philadelphia, siamo nati a Roma da padri e madri del Sud Italia. Non potremo mai suonare uguali ai The Roots, né a nessun altro gruppo americano. E per noi questo è un sollievo!

SD: Sempre riguardo ai punti di riferimento: Pino Daniele (J.S.P. sta per… indovinate un po’)!!?? Siete veramente matti! La cosa (apparentemente, intendiamoci) più lontana dal pubblico giovane e Hip Hop. Anche questo… tutto da spiegare. Nell’ottica del “digger” fanatico quale io sono, se avete dischi o cose che mi volete dire per arricchire il vostro ritratto, fate pure! Sappiate che quando io vado a casa d’altri mi faccio un primo parere a seconda dello stereo e dei dischi che girano… se ci sono, ovvio.
JSP: Come avrai capito abbiamo parenti campani, siciliani e calabresi. Siamo molto legati ai Funky Pushertz e a tutta la scena campana. Abbiamo ascoltato con molto interesse l’album dei Nu Guinea ‘Nuova Napoli’ e anche quello dei Dumbo Station, ‘Tirana Cafè’. I primi dischi di Pino Daniele per noi sono come Maradona. Ci hanno formato a livello identitario, oltre che a livello musicale. Detto ciò, noi ascoltiamo praticamente di tutto e ti consigliamo Folcast, Funky Pushertz, Moda Loda Broda, Canarie, Pink Puffers, tra le nostre conoscenze territoriali/dirette. Per quanto riguarda il nostro background musicale, sarebbe così lunga che ci servirebbe una seconda intervista (forse) solo per quello.

SD: Quinto elemento “estremo”. I testi. Decisamente “old style”… qui il fatto che abbiate vicino i Colle Der Fomento, mannaggia a voi… noi abbiamo il Club Dogo… A parte gli scherzi… rime un po’ fuori dal solito schema “strada/gangsta” che qui a Nord ha molta presa sui regaz.
JSP: Il nostro cantante è un po’ atipico. Il suo processo di scrittura è legato in modo unilaterale al suo carattere. Non ha uno schema, scrive per urgenza. I temi trattati possono essere diversi, ma solitamente escono fuori dal nostro quotidiano e dalle esperienze periferiche di tutti i giorni. Per noi comunque, “strada” vuol dire strada da percorrere, e “gangsta” che è? ‘Na malattia nuova? Er nome del nuovo vaccino?

SD: Sesto elemento “estremo”, i featuring. Non sono tanti rispetto ad altri lavori… ed ancora una volta c’è (secondo me) più jazz che rap. Mi viene da dire “pochi ma buoni”… è anche vero che il grosso delle vendite e della rete di vostri “colleghi” è fatto proprio sui featuring… quindi ancora una volta (secondo me) una scelta abbastanza “estrema”. Tra l’altro le chitarre di Reali, a mio modesto parere (questo se volete ce lo teniamo per noi), alla fine mi risultano un filo troppo “metal”… un po’ “forzate” nel contesto. Se volete vi sfido anche se questo punto, se no sembra che vi stia facendo la marketta… e se mi volete convincere del contrario sono qui… 
JSP: Su questo facciamo una sfida noi a te: trovaci un chitarrista che, dopo averlo concepito, riesca a rieseguire un solo di chitarra come quello di Diego Reali, in quel modo, con quelle dinamiche e in un paio di take. Qualora tu lo trovassi, per favore chiamaci che smettiamo di suonare! Per quanto riguarda le featuring le nostre scelte sono state molto mirate, perché avevamo le idee stramaledettamente chiare.

SD: Conclusioni. Salad Days è molto dentro alla streetlife culture/skateboarding/graffiti etc. etc. Se volete arricchire il tutto, e scopriamo pure che siete skater o writer… please let us know!
JSP: Logicamente abbiamo amici writer di cui, per motivi logici, non facciamo il nome, ma che salutiamo con affetto! Ci teniamo in particolare a salutare il nostro grafico Dario Pallante, che non smette mai di sorprenderci.

SD: BTW: il logo. Dove/come/quando?
JSP: Il nostro grafico è da sempre Dario… per noi ormai è una garanzia. Ha curato e continua a curare le grafiche (pazzesche) di SillaMandria e di altri gruppi in cui alcuni membri J.S.P. hanno orbitato. E’ una collaborazione decennale a cui non siamo interessati dare un termine, anzi! Stiamo lavorando con lui per evolverci allo step successivo, dalla grafica 2D alle animazioni e a progetti grafici più innovativi. L’idea del logo J.S.P. (il cane che si morde la coda) è nata in sala prove, tra noi musicisti: ci sembrava l’immagine perfetta di ‘Lotto Con Me Stesso’. E’ bastato un messaggio e il buon Dario ci ha reso (come sempre) soddisfatti.

SD: Conclusioni II. Cosa state facendo… e cosa pensate di fare (musicalmente parlando), incrociando le dita, nel 2021?
JSP: Stiamo preparando il nostro secondo video ufficiale e una Live Session da poter vedere in Live Streaming o su Youtube, soprattutto per poter presentare i nostri pezzi dal vivo, anche se in maniera virtuale. Infine, ti diciamo che abbiamo tante sorprese in serbo, ma che per scaramanzia, da buoni terroni, teniamo ancora nel cassetto.

SD: BUON TUTTO!
JSP: Ciao, grazie per l’intervista! Baci e abbracci dalla J.S.P. Crew.

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(Txt by Francesco Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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Real Swinger interview

January 5, 2021 |

Se mi parlate di punk rock veloce, con i cori nel DNA e non prettamente ramonesiano, passerò la vita a dirvi di ascoltare i Real Swinger, originariamente di Napoli e poi di base a Roma, che nel 1997 esordivano con un self titled F A N T A S T I C O. Caso più unico che raro, quel titolo usciva direttamente negli Stati Uniti per la V.M.L. di Joey Vindictive che come prima cosa prese la band e le fece fare un paio di settimane di tour oltreoceano. I Real Swinger hanno continuato a esistere per circa altri due decenni e tre Lp, fino alla loro recente trasformazione in No Spoiler, mantenendo Marco (chitarrista e cantante) come punto focale. Dopo 23 anni, reclutati Marco Montesano alla batteria e Tommaso Tonioni al basso (insieme nei Killtime), Marco ha registrato di nuovo il proprio esordio. Sfizio? Incoscienza? Non importa. Il disco è bellissimo ancora adesso, anche con la track list rivoluzionata e un approccio più maturo alla registrazione. Della versione originale, Marco dice “…avevo in mente qualcosa che come impatto sonoro fosse a metà tra ‘New Day Rising’ degli Husker Du e ‘Destroy-Oh-Boy’ dei New Bomb Turks (come resa, non che i nostri pezzi fossero all’altezza di quei dischi)”, io invece vi dico che il risultato si assesta tra Descendents e le migliori cose Lookout (dai primi Green Day alle produzioni di metà anni 90) e che la loro accoppiata con gli Scared Of Chaka in alcune date del 1998 resta insuperata a distanza di tempo. Nove domande a Marco per raccontare passato, presente e futuro di Real Swinger e No Spolier.

SD: Nel 1997 tu e i Real Swinger cenate con Ben Weasel a casa sua, subito prima del vostro tour statunitense con gli Squirtgun. Stando al vostro tour report su Bassa Fedeltà, Ben Weasel, commentando un disco italiano nella sua collezione, afferma “l’ho sentito una volta ma fa schifo”. Quel titolo è rimasto secretato per 23 anni. Sei pronto a dirci di chi era quel disco?
M: Si, direi che è venuto il momento di rimuovere gli omissis ma è necessaria una premessa: io ho incontrato Ben Weasel solo due volte. In quella occasione e quando siamo tornati a Chicago dopo un paio di giorni per fare il concerto, per cui non posso dire di conoscerlo, ma avendo letto le sue columns e poi i suoi libri (e libri di altri in cui si parla anche di lui) e aver parlato con persone che lo hanno incrociato/conosciuto mi sono fatto l’idea che spesso abbia un atteggiamento volutamente “provocatorio”, per spiazzare l’interlocutore. Dire delle cose per vedere l’effetto che fa. Creare l’anticlimax… lo shock value! Infatti, dopo quella sua risposta la conversazione cambiò repentinamente anche perché iniziò a frugare in uno scatolone per darci le magliette avanzate dal tour dei Riverdales e del tour cancellato degli Screeching Weasel per cui già non pensavo più al disco… che comunque era ‘Bar’ dei Derozer.

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SD: ‘A Tape To America’ (che recita “got no clubs, got no scene, got no audience… so I’m sending a tape to America”) era una fedele rappresentazione della vostra vita in quel momento?
M: Molti dei testi del primo disco nascono da chiacchiere, elucubrazioni, analisi sociologiche senza basi teoriche e discettazioni musicali o potremmo definirli semplicemente deliri miei e di Paolo, il primo bassista e co-fondatore (e stratega cultural-attitudinale) del gruppo. Lui oltre alla passione per il punk era un fanatico del garage e del budget-rock, io invece avevo un retroterra più HC ma se ci guardavamo intorno c’erano solo le posse. Ma non una eh… novantanove!! Avevamo perso la sala prove perché la ragazza del chitarrista non voleva che lui perdesse tempo con noi, locali che facessero concerti interessanti erano praticamente inesistenti e anche quando iniziammo a fare noi delle serate non rientravamo nel punk genere Fat Wreck, Epitaph che un minimo di seguito ce l’aveva.

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SD: L’uscita su una label statunitense, il tour appena menzionato, il registrare un disco in Indiana erano inusuali allora e anche oggi. Eravate lungimiranti nelle public relation o vi siete giocati la fortuna di una vita quell’anno?
M: È indubbio che siamo partiti col botto! Qualsiasi cosa dopo quei primi due anni sarebbe stata inferiore al confronto. Più che public relation, in quel periodo era normale mandare in giro demotape e li abbiamo mandati non solo in America, ma anche in Italia (Vacation House, McGuffin e altre che ora non ricordo). Joey Vindictive ci disse che per promuovere il disco sarebbe stato utile fare un tour. Nella sua ottica una cosa normale che qualsiasi gruppo in America faceva regolarmente, e mi diede il numero di Mass Giorgini (bassista degli Squirtgun, proprietario dei Sonic Iguana Studios a Lafayette, produttore di Rise Against, Alkaline Trio e molti altri – NDA). Mass da questo punto di vista fu impagabile, ci sentimmo praticamente una sola volta al telefono e poi si occupò di tutto mettendoci a disposizione il backline e la casa. Il fatto che sia legatissimo alle sue radici italiane ha chiaramente influito molto. Fossimo stati un gruppo spagnolo, magari le cose sarebbero andate in maniera diversa. Però devo dire che anche negli anni successivi mi sono capitate belle cose e non solo musicalmente!

SD: Cosa ascoltavate nel periodo di uscita del disco? In parallelo, questi gruppi/dischi ti sembra che siano invecchiati bene o male?
M: A questa domanda ammetto che non so risponderti. Da un lato molte delle cose che ascoltavo erano di anni precedenti, per cui già stagionate. Dall’altro, iniziando a prendere sempre dischi nuovi, rimaneva poco tempo per risentire i dischi degli anni precedenti. L’unica certezza è che pochissimi di quei gruppi esistono ancora!

SD: L’invecchiamento del vostro self titled invece l’hai abilmente schivato con questa riedizione. Come ti è venuto in mente di rifare (quasi) tutto da capo?
M: Ho voluto rifarlo da capo perché nella prima registrazione ci sono tanti errori, di impostazione principalmente, dovuti al fatto che sapevamo poco e niente di come tecnicamente si registra un disco e si lavora in sala. Facemmo tutto in pochissimo tempo suonando tutti i pezzi a una velocità pazzesca, ci sono dei passaggi in cui si sente che mi manca il fiato! Dal vivo suonavamo più veloce rispetto a quando facevamo i pezzi in sala prove. Ma in sala di registrazione li suonammo più veloci di come li suonavamo dal vivo! Insomma, a distanza di tempo, quelle canzoni meritavano una seconda possibilità.

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SD: Fast forward al 2019 ed esce ‘Please!’ dei No Spoiler, diverso il nome, diverse le persone e diverso il suono. Mi rendo conto di non sapere come sia avvenuta la transizione da Real Swinger a No Spoiler. Riesci a riassumere questo decennio di stacco?
M: I Real Swinger hanno avuto due formazioni “storiche”. Quella dei primi due dischi con Walter e Luca a Napoli e quella con Stefano e Antonio a Roma con cui abbiamo fatto i due dischi successivi. A queste ne devi aggiungere altre ancora, di durata più o meno breve. Dato che mi piace l’idea di gruppo e non quella di avere solo delle persone che suonino con me, quando i cambi di line up hanno iniziato a essere tanti ho iniziato a proporre di cambiare il nome al gruppo. Con l’attuale formazione abbiamo iniziato a suonare nel 2017 facendo concerti sempre a nome Real Swinger, e quando abbiamo iniziato a registrare il disco pensavamo di usare ancora quel nome. Poi mentre eravamo già alla fine del missaggio ragionando sul titolo da dare al disco, abbiamo trovato anche il nuovo nome del gruppo. L’approccio non è cambiato molto. Il suono sì, ma solo perché il disco è stato registrato meglio di qualsiasi cosa io avessi fatto prima e su alcuni pezzi ci siamo anche scatenati con gli arrangiamenti e su questo aspetto sono stati fondamentali Sterbus e Gianka sia nelle idee proposte che nel riuscire poi a concretizzarle! Nel disco precedente c’erano un pezzo country, uno strumentale, un pezzo power pop, uno swingato, una ballad, un pezzo garage. In quello dei No Spoiler c’è un pezzo glam, uno bubblegum, uno alla Phil Spector, uno più hard rock. Alla fine, ci interessa più fare buone canzoni che canzoni dello stesso genere.

SD: Parlando dei No Spoiler e del loro Lp in uno scambio di qualche mese fa abbiamo menzionato i Giuda, Marc Bolan, i Cramps e il doo wop. Aggiungo “punk rock” e la recensione è fatta o ti potrebbe piacere sottolineare delle altre sfumature di questo gruppo?
M: Più che di gruppi, in molti casi dovrei citarti singole canzoni. Ti faccio un esempio: Nirvana e Joy Division. Tu potresti pensare che hanno in comune il suicidio del cantante ma ci sono due loro canzoni, nello specifico ‘Mr Moustache’ e ‘Digital’ che si basano su un riff di chitarra di 3 e 4 note molto semplici ma di impatto. Suonando quel riff non riuscivo mai a cantarci sopra e in realtà non lo fanno neanche loro. Curtis non suona la chitarra e Kobain nella strofa non suona quel riff che viene portato avanti solo da Novoselic. Io mi sono inventato una versione dove riuscivo a cantarci ed è venuta fuori ‘Closer’. Aggiungici che il testo si ispira a quelli del primo disco dei Knack che grondano letteralmente sesso e hai la genesi del pezzo. Potrei fare la stessa analisi con tutti i pezzi del disco ma temo che annoierei chi ci legge. Poi, c’è sempre un gap tra quello che hai in mente tu che scrivi e quello che viene percepito da chi ascolta, per cui le mie sfumature potrebbero essere completamente diverse dalle percezioni degli altri. Il pezzo alla Phil Spector che ti citavo prima…, ci ha scritto un tipo a cui la canzone piaceva moltissimo perché gli ricordava gli Status Quo che sono il suo gruppo preferito. Magari avevano canzoni di quel tipo ma non sono un gruppo che posso dire di conoscere o che mi abbia influenzato, però lui ce li vedeva… Seguirà dibattito “Le 50 Sfumature Dei No Spoiler Vs Public Perception”.

SD: ‘Please!’ contiene anche quella che se ben ricordo è la tua prima canzone in italiano. Al di là che l’anno in corso non ti ha dato molte occasioni di cantarla dal vivo, sai già se ti farà piacere ripetere l’esperimento?
M: Si, è la prima canzone con testo in italiano per un mio disco. Nasce dopo aver sentito “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” che secondo me è uno dei dischi più importanti usciti in Italia in questo decennio per la lucidità con la quale viene descritta una generazione di 16-20enni. Io ho un orizzonte di frequentazioni e conoscenze anagraficamente diverso per cui le abitudini/manie/personaggi di cui parlo sono diverse e il consiglio del ritornello “invoca satana” è chiaramente una iperbole grottesca. Cioè se sei passato dalla cristallo terapia all’analisi collettiva e poi da Osho a influencer su Instagram prova anche ad invocare il maligno, magari trovi pace. Comunque, considerato che mi hai confessato di leggere anche tu assiduamente Brezsny (mi piace giustificare gli alti e bassi della vita con Brezsny! – NDA), qualcosa di vero nel testo c’è! Per il futuro non so. Per ora le prime 4 canzoni per il prossimo disco sono in inglese.

SD: Solo se non hai risposto alla primissima domanda, almeno un episodio inedito di quel tour con gli Squirtgun possiamo sdoganarlo? Ormai solo la presenza di figli (che non hai) possono trattenerti dal raccontare tutto!
M: Potrei anche averceli dei figli, magari proprio grazie a qualche episodio inedito del tour!!! Mater semper certa est…

Double Nickels interview

December 28, 2020 |

C’è un nuovo progetto editoriale sulla piazza, si chiama Double Nickels e le persone da ringraziare sono Chiara e Matteo, che potreste riconoscere rispettivamente per essere la rumorosissima bassista dei Lleroy e per il defunto blog Bastonate. La prima uscita è ‘Memorial Device’ di David Keenan, tradotto in italiano a tre anni dalla sua pubblicazione, un campionario di peculiari personaggi che anima la scena post-punk di Airdrie, poco distante da Glasgow, nei primi anni ‘80. Cosey Fan Tutti dei Throbbing Gristle, una che due cose strane le ha fatte, dice “Non ho mai letto un libro del genere”, datele retta e magari la penserete come Kim Gordon quando dichiara “voglio vivere dentro a quel libro”. Il futuro è già scritto e Double Nickels proseguirà con Michael Gira (Swans), Eugene Robinson (Oxbow) e Ian Svenonius (Nations Of Ulysses prima di qualsiasi altra cosa abbia fatto), a rinsaldare il legame con i musicisti underground che non si limitano a suonare.

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SD: Double Nickels pubblicherà libri scritti da musicisti che non significa necessariamente libri sulla musica. Da una parte significa un pubblico molto ampio, dall’altra si traduce in una nicchia ancor più complicata quasi come quella che si crearono i Minutemen, che citate nel nome di questa casa editrice. Spesso incompresi ma definiti geni e precursori dopo la loro fine, siete pronti a condividere con loro questa dimensione?
Matteo: La dimensione che condividiamo è fare le cose in un modo sostenibile dal punto di vista etico; in generale la storia dei Minutemen è per noi il modello a cui aspirare per quello che riguarda stare al mondo. Non entro nemmeno in territorio artistico/musicale, lì c’è solo da genuflettersi alla Wayne e Garth davanti a Alice Cooper, accettare il dono della bellezza e tacere. Per tutto il resto, restringere il campo è un modo per darsi una direzione ed essere facilmente riconoscibili dall’esterno, ma anche una questione di igiene mentale commisurata ai nostri mezzi.

SD: Raccontiamo un po’ ‘Memorial Device’, come l’avete conosciuto? A quale pagina tornereste subito per dirmi il vostro episodio preferito del libro?
Chiara: Il merito della scoperta di Keenan va ai suoi traduttori, Matteo Camporesi e Lorenzo Mari, sono stati loro a proporcelo. Incuriosita dal personaggio, estremamente prolifico (ex musicista, gestore di un’etichetta e di un negozio di dischi, critico musicale e infine scrittore), ho letto il suo primo libro e ho pensato che sarebbe stato un buon esordio per DN. ‘Memorial Device’ racconta la storia di una band mai esistita realmente, infatti la musica non è al centro della narrazione. Se il post-punk si può riassumere nell’esplosione del punk in tutte le direzioni espressive possibili, quella descritta nel libro è un’espressività talmente sincera e disinteressata da andare spesso incontro al fallimento e non sottrarre il fallimento allo sguardo della memoria. Uno dei miei capitoli preferiti è il quindicesimo, racconta del funerale di uno dei personaggi attraverso il ricordo di una sua conoscente. Per commemorarlo i suoi amici prendono l’iniziativa di stampare un disco con le sue ultime registrazioni, confezionando il packaging col materiale trovato nei suoi quaderni, selezionato rigorosamente senza nessun criterio. Persino la morte diventa uno stimolo per compiere l’ennesimo gesto artistico che non ha nessuna pretesa di essere tale.

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SD:Quali sono stati i passaggi fondamentali per ultimare la vostra edizione? Per essere l’inizio di Double Nickels è stato un processo stimolante?
C: Abbiamo avuto un intero lockdown per sbizzarrirci sull’impaginazione e pensare alla copertina, su cui poi è finito uno scatto di Dino Ignani (da ‘Dark Portraits Rome 1982-1985’, uscito per Yardpress) più o meno contemporaneo alle vicende di cui tratta il romanzo. Dopodiché abbiamo scelto di stampare in una tipografia bolognese, per avere la possibilità di scegliere i materiali di persona e stabilire un contatto diretto con chi se ne sarebbe occupato. La parte in cui l’oggetto-libro prende forma è sicuramente la più divertente di tutto il processo, e per la prima uscita coincide col momento in cui si prendono decisioni di massima sull’identità del progetto, quindi gli stimoli abbondano.

SD: Salad Days nasce nel 2009, per anni mi sono occupato dei libri di stampo musicale (diciamo legati per lo più all’underground) e se inizialmente recuperavo liberamente titoli dal passato per riempire quella pagina di recensioni, col passare degli anni sembra sia difficile stare appresso alle nuove uscite. La mia impressione è che ci sia un’ondata generazionale più interessata all’argomento e che sia anche più facile gestire una pubblicazione. Mi dite qual è la vostra opinione?
M: L’ondata generazionale c’è sicuramente da parte dell’offerta: sono aumentate le pubblicazioni perché sono aumentate le persone che si prendono la briga di stare sul pezzo, recuperare e tradurre certi materiali. La banda larga ha aiutato: all’epoca di internet 1.0 la circolazione era più limitata, spesso ai limiti della carboneria, molti libri che hanno significato molto per me non sono mai arrivati in Italia. Sulla domanda è tutto da vedere: aprire/partire è sempre comunque la via di mezzo tra un atto di fede e saltare dal precipizio senza sapere quanto è lunga la corda, se c’è una corda.

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SD: Essendo tu, Chiara, anche musicista, ti sei già resa conto di cosa musica ed editoria indipendente condividono nella parte distributiva?
C: In entrambi i casi la grande distribuzione è una risorsa solo per chi ragiona su numeri molto diversi dai nostri, che corrispondono a un altro approccio, altri mezzi e in parte anche a un altro pubblico. Nella musica lo scenario è abbastanza polarizzato, nel senso che chi si muove nel circuito dei piccoli club o dei centri sociali vende i dischi quasi esclusivamente ai concerti e ha poco o nessun interesse a piazzarli altrove. Per i libri il discorso è diverso, c’è una rete validissima di librerie indipendenti con cui i piccoli editori instaurano spesso rapporti diretti bypassando i distributori. È quello che abbiamo scelto di fare per il momento, nell’attesa di promuovere le uscite con un po’ di presentazioni in giro.

SD: Essere sommersa da manoscritti di autori sconosciuti è un’ambizione o una croce cui prepararsi?
M+C: È un problema che per ora non si pone; se arriveranno li leggeremo, siamo aperti a tutto quanto sia compatibile con la nostra sfera di interesse.

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SD: Al di là dei titoli che pubblicherete, restando nell’ambito musicale, mi dite un paio di titoli che menzionate tra i vostri preferiti?
M: ‘Our Band Could Be Your Life’ di Michael Azerrad (‘American Indie’ nell’edizione italiana), ‘Please Kill Me’ di Legs McNeill/Gillian McCain, i capitoli sui Genesis, Whitney Houston e Huey Lewis And The News in ‘American Psycho’ di Bret Easton Ellis nella traduzione di Pier Francesco Paolini.
C: ‘Questa E’ La Mia Terra’ di Woody Guthrie, ‘Post Punk’ di Simon Reynolds e l’autobiografia dei Nofx.

SD: Per forza di cose devo chiederlo, riuscireste a pubblicare uno scritto che vi piace di un musicista che non sopportate?
M+C: Dipende, generalmente l’importante è il contenuto. Diciamo che avremmo problemi a pubblicare uno scritto che non ci piace di un musicista insopportabile.

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Frana x ‘Disastersss’ the full interview

December 18, 2020 |

E’ venerdì 18 dicembre 2020 ed esce ‘Disastersss’, il secondo Lp dei Frana, che potete ascoltare e acquistare al link sottostante mentre scoprite riga dopo riga chi sono, dove suonavano e perché lo fanno.

Se vi piacciono i generi vi dico noise, post hardcore e punk rock, se vi piacciono i nomi mi gioco Drive Like Jehu, Metz e Shellac oltre a quelli che troverete menzionati nell’intervista. Rispondono al gran completo Luca (voce e chitarra), Francesco (basso), Matteo (chitarra) e Michele (batteria). Happy release day, a loro ma anche a voi perché è una fortuna che lo possiate finalmente ascoltare.

SD: Non conosco di persona Luca, il vostro cantante, ma ho scoperto di averlo incrociato nella città dove i Frana sono nati: 2011, concerto di Off! e Fucked Up a Monaco, l’ho incontrato casualmente per strada tramite un comune conoscente (ciao Nat!). In generale di quel posto ho dei buoni ricordi per quella e altre visite, ai Frana la nascita in terra tedesca ha lasciato qualche segno?
Luca: Sisisisisi, ricordo ricordo! Ero in bici sulla Lindwurmstrasse ed ecco che ti compare Nat dal nulla. L’abbiamo poi rivisto l’anno dopo, quando abbiamo invitato gli Infarto a suonare alla primissima data dei Frana al Kafe Marat, dove ho organizzato concerti per anni, assieme agli Storm{o}. La Germania ci ha visto nascere e ci ha visto muovere i primi passettini zoppi come Frana, lasciando ovviamente un segno nel nostro modo di fare le cose, più da un punto di vista attitudinale/organizzativo/paramilitare che musicale. Eravamo prima di tutto degli outsider, della città stessa e della scena di Monaco di Baviera, era tutto molto difficile per noi, dal trovare un batterista o una sala prove o cercare le date, questo ci ha fatto crescere la pelle spessa e ci ha abituato allo sbattimento continuo. Così come vedere tantiiiiiiissimi gruppi che si prendevano trooooppo sul serio ci ha obbligato a non farlo coi Frana.
Fra: A me la terra tedesca sembra molto più accogliente in retrospettiva. A Monaco di concerti fighi ne abbiamo davvero visti e suonati una valanga, non posso non citare il Kafe Kult che è un punto di riferimento indispensabile. E la scena locale, pur con molti limiti, è genuina. Le persone tendono a crederci per davvero, c’è decisamente meno cinismo e più candore che qui da noi… persone giovani e vecchie, da cui abbiamo ricevuto sempre tanto supporto e interesse, anche quando siano tornati a suonare l’anno scorso. Questa cosa un po’ il segno l’ha lasciato, tant’è che alla fine tra vari cambi di line-up e traslochi internazionali pirotecnici siamo ancora qua a fare macello. E comunque a Monaco la birra costa pochissimo.
Teo: Nonostante non ci abbia mai vissuto devo però dire che Monaco è una città che ho frequentato tanto grazie soprattutto alla musica. Tado si spostò in Germania per un dottorato di ricerca e tutti noi sapevamo di trovare sempre e comunque un amico sul quale contare da quelle parti, siamo andati spesso a trovarlo, ci sono passato con i Filth In My Garage, con i The Disgrazia Legend e con i Frana. Credo di aver suonato in tutta la mia vita più volte a Monaco di Baviera che a Bergamo città. Inoltre la cosa bizzarra è che siamo sempre stati in posti diversi a dormire e tutti questi posti erano casa di Tado.

SD: Il vostro ‘Disastersss’ propone una curiosa triangolazione musicale: Washington, Chicago e Inzago e magari molti non realizzano che persino quest’ultima ha un suo piccolo feudo musicale legato al Trai Studio. Domanda uno: come avete scelto dove e come fare i tre passaggi fondamentali del disco?
Luca: Questo bizzarro mostro di Frankestein Inzago-Washington-Chicago è un po’ capitato. Il piano originale era di registrare dal Trai, far mixare da Dave Curran (Unsane, Pigs) al Trai studio, e fare il mastering da Carl Saff a Chicago, al quale puntavamo già dal disco precedente. Il Trai aveva già lavorato con Dave e questa combo aveva già funzionato molto bene con l’ultimo disco dei Filth In My Garage, mentre Saff e Dave lavorano spesso assieme. Poi covid, lockdown, piani che si sgretolano e impossibilità di pianificare qualunque cosa. Siamo riusciti per miracolo a fare le riprese, ma Dave non riusciva ad esserci. La necessità di trovare qualcuno che potesse lavorare in remoto ci ha fatto scoprire TJ Lipple, che ha fatto un gran lavoro, è stato molto piacevole e facile lavorare con lui.
Fra: E’ capitato, ma penso sia capitato bene. Le riprese dal Trai sono oramai una tradizione per noi, tra i bianchini delle 11 di mattina e un parco amplificatori da sbavo. TJ invece l’abbiamo trovato fondamentalmente frugando su Discogs. Il suo nome continuava ad apparire collegato a un sacco di dischi che ci piacciono, tipo ‘Drescher’ degli Haram che è il disco più sottovalutato del millennio, o il primo disco dei Flasher. Allora vai a vedere per bene, e vedi che lavora all’Inner Ear Studio a DC, dove fra gli altri hanno registrato i Fugazi. Abbiamo sentito i suoi lavori sulle voci, la spazialità dei suoi mix, e siamo andati a colpo sicuro. Lui si è subito preso bene per il disco, ci ha fatto un prezzaccio e olé.

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SD: Domanda due: troviamo un nome legato a ciascuno di questi tre luoghi cui vi lusingherebbe essere accostati? Però è proibito menzionare qualsiasi gruppo che abbia Steve Albini e Ian MacKaye come musicista o produttore.
Fra: Valgono i Rites Of Spring? No dai, scherzo. Per Washington DC dico Q And Not U, una band con un tiro e un gusto pazzeschi, capaci di combinare alla perfezione le cose complicate con quelle catchy. Che è quello che cerchiamo di fare a volte pure noi con risultati alterni. Per Chicago dico Meat Wave, un trio post-punk a cui ci sentiamo vicini nello spirito. Se venissero a suonare di qua del mare faremmo carte false per condividerci il palco. Mi sa che hanno registrato un disco da Albini, però dai facciamo che valgono lo stesso. Inzago, la provincia…, nei quasi 20 anni di Trai Studio ne son passati tanti di nomi a cui ci piacerebbe essere accostati, qua su due piedi non ti dico un gruppo ma un’etichetta, Wallace Records. Per il me stesso adolescente di inizio anni 2000 ha rappresentato un punto d’accesso a una gamma di band/persone/stili/visioni/posti che era veramente qualcosa di figo e nuovo, soprattutto in Italia, e che mi ha influenzato parecchio e non solo musicalmente. Su Inzago vorrei però che Teo aggiungesse la sua prospettiva più attuale dalla torre di controllo del Bloom, la mia di milanese di città emigrato conta zero.
Teo: Beh, io ad Inzago ci sono praticamente cresciuto, il Trai è un mio carissimo amico e anche collega, lavoriamo insieme ormai da anni su più festival estivi della zona e se lavoro nella musica, suono e sono appassionato di rock’n’roll è soprattutto grazie a lui. Tantissime band ho conosciuto facendo il fonico negli anni ma più di tutte lego al Trai Studio gli Spread, anche se in realtà non si collegano direttamente ai Frana. Succede che nel 2010, mentre stavamo smontando l’impianto audio da un palco sotto a una pioggia torrenziale, il Trai si lascia scivolare dalle mani un sub che mi è cascato dritto dritto sul piede destro, fratturandomelo. Mi sono dovuto sparare due mesi di gesso più riabilitazione, ricordo che il Trai ci rimase malissimo anche perché perdetti tutta la stagione estiva di lavoro, perciò una sera passò a prendermi sotto casa e mi portò ad un concerto nella Bergamasca, un concerto dei Verdena dove lui avrebbe dovuto lavorare come fonico per la band di apertura. Quella band erano proprio gli Spread. Per Washinghton DC cito gli Scream anche se non so se vale. Per Chicago invece non posso non giocarmi anche io la carta Meat Wave (che di certo hanno registrato un disco da Albini).

SD: Quando si parla di un suono come il vostro mi pare che venga raramente menzionato il lascito musicale di Amphetamine Reptile, qualcuno di voi ritiene che abbia prodotto qualcosa di buono?
Fra: Sì hai ragione, è un nome che in qualche modo fa un po’ da spartiacque. E’ elevato a leggenda da tutta quella classe di persone affezionata (secondo me pure troppo) al noise rock abrasivo dei ‘90s, americano ovviamente, vedi Unsane, Tar e Cherubs. Tutti quei gruppi con il nome scritto in stampatellone gigante. Come label ha fatto uscire dei dischi imprescindibili, tipo ‘Scattered, Smothered & Covered’. Ma penso che il lascito fondamentale non sono tanto i singoli dischi o le varie band, ma proprio la definizione di quel suono abrasivo e le sue produzioni essenziali, dove senti la corda di basso sferragliare come un treno merci. Il pacchetto può anche stancare, anche graficamente, ma avrà sempre un suo seguito e un suo ricambio di band, oggi ben rappresentate secondo me dai Whores.

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SD: Di contro deve esistere una band o un intero genere musicale che non tollerate. Immaginatevi come un Pol Pot qualsiasi, chi togliamo di mezzo?
Luca: Più che il genere esso stesso toglierei di mezzo tutti i franchise, di qualunque genere, ovvero quei gruppi che decidendo di “prendere ispirazione” finiscono per fare la copia esatta di gruppi molto yeah, nella musica, nei testi, nelle grafiche e a volte pure nelle scarpe… io sono per il “piuttosto fallo male, ma che sia una roba personale”. Per quanto abbia senso parlare di originalità in un mondo dove tutto è già stato fatto, ovviamente.

SD: Negli ultimi anni, prima che il mondo finisse nel 2020, mi sembra di aver visto un buon numero di band italiane con caratteristiche proprie che cadono nell’ampio macrocosmo del post-hardcore, direi per lo più con persone tra i 30 e i 40 anni. Presupponendo – e magari sbaglio – che tutti siate passati da forme musicali più antemiche, a che punto avete capito che preferivate suonare pezzi più intricati e angolari?
Fra: In realtà non ho mai preso in considerazione l’idea di avere un gruppo dove la composizione non fosse anche un modo di mettersi alla prova. Poi c’è una questione di gusto ovviamente, e a me piace da sempre la roba intricata e inacidita. Basta che non lo sia per mettersi in mostra, ma che la cosa abbia un senso. Forse è così perché ho iniziato a suonare in un gruppo relativamente tardi, dopo il liceo, quando tutta una serie di ascolti avevano già lasciato il segno.
Luca: Premetto che ho dovuto googolare un paio di parole, anche Fra l’ha fatto ma non lo dice… in realtà quasi subito, sono passato dai gruppi del liceo grunge-punk al post-hardcore in molto poco tempo. Già nel 2004, che ne avevo 20, abbiamo formato i Daphne, una roba alla Dillinger Escape Plan, ultra-stortissima e con 400 riff al minuto, e nel 2007 ho iniziato a suonare coi Disgrazia Legend, più noise-core ma comunque belli storterelli e fastidiosi. Nel frattempo ci sono stati anche i Proto K Distillery, con un paio di elementi dei Daphne, perché New Found Glory e Blink 182 andavano molto forte e ci facevano battere il cuoricino. Almeno per me, le due anime del punk-rock melodico e del post-hardcore cacofonico hanno convissuto per un bel po’ di tempo (e continuano a farlo).
Michi: Penso che più che scelta sia una sorta di evoluzione personale, musicale inconscia che porti ad avvicinarsi a ad un genere piuttosto che ad un altro, o ad un modo di scrivere più semplice rispetto ad uno più intricato. I miei albori sono stati conditi da cover metal ai tempi del liceo ma strizzando sempre l’occhio al punk anni 2000, per poi iniziare un progetto di musica originale ad oggi ancora attivo con i Soundtrack Of A Summer dove si suona dell’alternative con influenze grunge/punk. Nel 2013 mi sono unito ai Disgrazia Legend con Luca e per un periodo anche Teo, e li mi sono avvicinato ad un genere decisamente più “storto” per poi franare nei Frana.
Teo: Ho sempre suonato in gruppi che facevano roba distorta, veloce, con tempi dispari e con la matematica che faceva da padrone nonostante per almeno un paio d’anni mi beccai il “debito” al liceo. Negli anni si sono susseguiti i Waist Of Noise, Filth In My Garage, Daphne, The Disgrazia Legend e compagnia bella… ma dal 2010 al 2013 c’è stata una piccola parentesi che mi ha visto imbracciare il basso nei Chatterbox, una band composta da gente che arrivava dal post hc e dall’hardcore melodico (cito gli A Perfect Day e gli Unless We Try). Suonavamo robe alla Minus The Bear con un po’ di elettronica, voci melodiche, tempi dilatati conditi da tante sigarette magiche, è stato molto divertente e questa esperienza mi ha fatto crescere sotto tutti i punti di vista, soprattutto sotto l’aspetto del comporre musica d’insieme. Ho addirittura imparato a scrivere canzoni da 5 minuti con solo 3 accordi di numero.

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SD: Al di là delle mie impressioni sul fiorente underground italiano, resta comunque difficile portare 100 persone a un concerto e vendere 300 copie di un disco, obiettivi che qualcuno potrebbe anche definire “vecchi” nella musica contemporanea. I Frana ne hanno trovati di migliori da perseguire?
Fra: Quelli non sono obiettivi, sono abitudini dure a morire, perché ci continua a piacere: suonare, mangiare in area di servizio, dormire nel sacco a pelo nelle case delle persone (grazie a quelle persone!). Speriamo che il mondo esca presto dal buco nero in cui è piombato, perché c’è che da cominciare a ricucire tutto questo vuoto. Il disco è prima di tutto un mezzo per poter perseguire quello, pagandosi almeno l’autostrada. E poi fissa un momento, condensa degli stati d’animo. Penso che questa crescente tendenza nel mainstream contemporaneo a pubblicare pezzi sparpagliati ponga enormi limiti a livello di visione compositiva.
Luca: No no, il nostro obbiettivo non è vendere 300 copie, è liberarci di 300 copie, vai a casa della gente con una scusa, sfrutti un momento di distrazione e gli infili il disco dei Frana nella sua collezione, o nell’armadio, o nel controsoffitto, o nel camino, o nella sabbia del gatto… non sai di averlo comprato? Te lo ritrovi in salotto (cit).
Teo: Io suono per passione, per fare balle con gente nuova ogni volta, per bere, mangiare e dormire aggratis.

SD: I marchi prima e gli euro tedeschi poi hanno permesso a molte band (specie statunitensi) di mantenersi. Da ex residenti riuscite a definire quel paio di pregi o difetti che in Germania hanno nel trattare la vostra fascia musicale?
Luca: In Germania, come in Francia e tutto il nord Europa, c’è un welfare che qui ce lo si sogna, che permette a chi lavora/non lavora con la musica di avere abbastanza soldi e tempo per poterci quasi campare senza eccessivi sacrifici, facendo un “lavoro vero” abbastanza rarefatto. In più, le istituzioni sovvenzionano le attività culturali, che sono detassate alla grande. Altri grandi pregi: la gente che va ai concerti compra i dischi, c’è moooolto meno snobbismo e situazionismo… forse… no, l’ultima me la rimangio, sono solo declinati in maniera diversa… difetti: l’originalità dei progetti certo non è dalla loro, c’è un gap gigantesco fra i gruppi grossi e quelli DIY, come qualità della musica e del suono, e il pubblico che più beve e più balla/poga/si leva i vestiti, che è un po’ un’arma a doppio taglio perché se suoni tardi nella serata ti trovi a suonare di fronte ai rottami…
Fra: Sempre che il rottame non sia tu esso stesso… comunque di solito la gente sta impalata con l’occhietto spento, se non sanno bene chi sei. Il tedesco medio è abituato a sapere cosa ha davanti, a decidere scientemente e organizzare meticolosamente anche il suo svago. Perciò è una situazione rara quella di avere davanti un gruppo di cui sanno poco o nulla. Questo crea enormi salti di percezione nel suonare a concerti/eventi organizzati all’interno di scene ben precise e, ad esempio, festival generalisti dove la gente va davvero solo a vedere il nome grosso di turno e non caga di pezza nessun’altro gruppo. Però le persone si informano, si scelgono i concerti, ci vanno e pagano l’ingresso.

SD: Il vostro nome mi permette di constatare che – nel bene e nel male – “frana la curva frana sulla polizia italiana” così come “linee dritte quasi parallele nei tuoi sogni nei tuo sbadigli quotidiani” o ancora “acqua boario fegato centenario” e “l’odore della lana bagnata dalla pioggia” sono testi che potrò dimenticare solo con una lobotomia. Stando nei limiti delle produzioni indipendenti, quali sono le righe in italiano che vi accompagneranno fino alla morte?
Luca: Tre a testa? Dai! “io non ho paura del buio, meglio non vedere che cercare invano di evitare il soffitto, attendo da ore che mi crolli addosso”, “mi affogherei e anche se non mi viene io senza lei e anche se non c’è miele mi viene dolce e penso sempre lo stesso mi affogherei”, “le tre bellezze della vita siamo io mia sorella e mio papà… pippiamo la cocaina e la vita ci sorride sempre llero lallà, pippiamo la cocaina e la vita trallallero trallallà”.
Fra: “raid, aereo, sul paese delle farfalle”, “come lucertole s’arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano”, “ho tirato pugni da ogni parte per, uscire da un sacchetto diiii carta”, “gli amici del campetto passati dalle Marlboro direttamente all’eroina, alla faccia delle droghe leggere”, “sabato in barca a vela lunedì al Leoncavallo, l’alternativo è il tuo papà”.
Michi: “Magari non rinizierò da zero, e forse conviene così. Quando avrò meno pensieri potrò riniziare da me. Che suono fa un oggetto prezioso che cade?”, “Ma tu ci pensi mai alla fretta, ai ritardi a chi è rimasto indietro e quanto è ancora è difficile dirgli, ‘Mi manchi’ che schifo avere rimpianti”, “se devo uscire vado a caccia di peroni safari bangla mi potrebbero aiutare ne ho catturate quasi come quell’estate e ho fatto finta di far festa con la Fanta”.
Teo: “È tutto uguale è tutto così. Quando va bene pensalo bene ma bene ma… comunque tutto quanto è così. Quando va male pensalo male ma male ma…”, “Pezzi bui dentro di me non se ne vogliono andare, resto da solo a guardarmi allo specchio senza parlare” e “Giornate grigie e il cielo è spento la gioia mi scalfisce e non ho difese, più soffia il freddo, più l’azzurro e il giallo a se mi attraggonoooooooo ooooh”. Grazie, Marco, per la chiacchierata. Speriamo di rivederci presto e di lasciarci in fretta alle spalle questo schifo.
(pei i più pigri, in quest’ultima domanda abbiamo menzionato – in ordine sparso – testi di Erode, Quercia, Pornoriviste, Afterhours, Punkreas, Fine Before You Came, Skruigners, Tunonna, Verdena, X-Mary, La Quiete, Sottopressione, Offlaga Disco Pax, Frammenti, Frankie Hi-Nrg, Coma Cose – NDA)

Intervista di Marco Capelli x Salad Days Mag – All Rights Reserved

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Regarde interview

April 19, 2020 |

Salad Days Mag intervista i Regarde, band vicentina al secondo LP.
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JX ARKET – INTERVIEW

December 20, 2019 |

Con ‘About Existence’ i JX Arket si sono affacciati sulla scena alternative in maniera convincente, proponendo un tema sonoro che riporta alla mente il periodo post-hardcore di fine anni ’90 con un tema portante quale l’esistenza umana. Li abbiamo incontrati per conoscerli meglio.

SD: Ciao ragazzi, partiamo innanzitutto con una breve introduzione per quel che riguarda il progetto Jx Arket? Quali sono i punti caldi finora toccati dalla band?
JA: Nel 2016 è nato il progetto che da subito coinvolse cinque persone con l’obiettivo di riprendere l’atmosfera core e post degli anni ‘90 e ‘00. In questi tre anni di band ci siamo sempre sentiti molto liberi di mettere insieme tutti i nostri riferimenti che sono parecchio diversi ma che creano sempre la stessa atmosfera, carica di sentimenti ed emozioni che vanno dall’aggressività all’estrema pace.

SD: Nella mia recensione ho parlato di come il post-hardcore di fine anni ‘90/’00 abbia influenzato il vostro percorso artistico, nella fattispecie parlando soprattutto dei Poison The Well. Ho centrato il punto a vostro avviso? E se sì, quali aspetti vi hanno colpito di quella band al punto da portarvi a seguire il loro percorso?
JA: Quando abbiamo letto la recensione che citava i Poison the Well, la famosa lacrimuccia è scesa! (risate). Io (Bruno) sono riuscito a vederli live nel 2008 ed è stato un concerto pazzesco pieno di energia e intensità. Andrea che come me li adora, è praticamente cresciuto anche lui ascoltandoli, cosa che probabilmente ha influenzato molto alcune nostre parti di chitarra. Insomma, è una band che ci ispira tantissimo dall’epoca in cui il metalcore era ancora il vero hardcore con il punch del metal, senza altre sfumature che si sono aggiunte col tempo.

SD: Arriviamo quindi ad ‘About Existence’, un disco che va a trattare vari aspetti emozionali e non legati ad alcuni aspetti dell’esistenza umana. C’è qualcosa nello specifico che vi ha spinto a trattare questo tema all’interno del disco? Come è stato mettere su un foglio concetti e considerazioni comunque sia più personali rispetto a un classico lavoro senza un concept vero e proprio?
JA: Come molti dei nostri testi la parte emozionale fa parte di uno degli elementi chiave che un po’ ci caratterizza. Per questo motivo, così come per il primo album ho spontaneamente incluso la sfera emotiva all’interno di alcuni pezzi, pur distaccandomi in parte dal tema principale del concept. Tutti i nostri testi vengono scritti di getto (così come i pezzi), cogliendo l’ispirazione del momento, un pensiero passeggero o riflessioni perpetuate nel tempo che spesso hanno sfumature più tristi e drammatiche. Diciamo che in parte mi sento un po’ un “sad boy” (risate) quindi emotivamente parlando spesso tiro fori
concetti non del tutto allegri.

SD: Recentemente avete pubblicato un nuovo videoclip tratto dal singolo ‘Faded Colors’. A cosa dobbiamo questa scelta per quel che riguarda un nuovo video e qual è il tema portante legato al brano?
JA: Il tema portante del brano è la perdita. Il soggetto del testo è in preda allo sconforto causato dall’aver perso in maniera irrevocabile qualcuno di molto caro. Questo disagio lo logora fino a “sbiadire” la sua felicità. Abbiamo cercato di riportare questo concetto all’interno del video utilizzando il colore nero come una sorta di “infezione” che lentamente prende il possesso del protagonista.

SD: Come fatto notare in altre recensioni, il voler sperimentare sembra essere un punto caldo all’interno dei JX Arket, al punto che diversi media hanno evidenziato le vostre escursioni verso ambienti post-rock. Questa fame di osare porterà a ulteriori novità nel songwriting in futuro a vostro avviso?
JA: Secondo me sì, ascoltiamo tante cose diverse e tante cose nuove, ci piace tantissimo sperimentare sia dal lato tecnico (come sonorità, effetti ecc.) che dal lato musicale (con stacchi strani, tempi e atmosfere varie). Non seguiamo una formula per comporre un pezzo, basta che il risultato finale sia qualcosa che ci rappresenti. Non ci preoccupiamo tanto di seguire una linea che ci porti ad avere una certa particolarità, teniamo sempre in mente che quello che facciamo deve piacere a noi, poi se qualcuno si prende bene siamo contenti e ci divertiamo insieme sul palco e ai live.

SD: Di quale brano andate maggiormente orgogliosi?
JA: Parlare di un unico brano non è facile, però possiamo dire che ‘About Existence’ è stato un po’ un esempio dell’evoluzione e maturità che stiamo puntando insieme. È nato da una jam come tanti altri pezzi e ci siamo trovati bene col risultato finale. Siamo riusciti a mischiare un bel po’ di elementi “presi” da quello che ascoltiamo e che ci ispira, per cui diciamo che il prodotto finale ci ha reso molto orgogliosi.

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SD: Nella foto promozionale si nota che siete tutti accomunati da un look streetwear/alternative oriented. Siete appassionati di action sports/brand streetwear nello specifico?
JA: A livello di look/visual non ci abbiamo mai pensato sinceramente, non fa neanche per noi, nel senso che quello che vedete siamo noi. Può essere però che provenendo sempre dal mondo rock, punk, hardcore, si venga influenzati dallo stile, ma diciamo che a livello di action sports l’unico sono io, che vado sullo skateboard per divertimento. A livello di sport in generale io e Andrea siamo quelli legati al calcio dove possiamo dire che lì si, in qualche modo diamo da fare!

SD: Come è stato il 2019 dei Jx Arket? E come pensate sarà il vostro 2020?
JA: Il 2019 per noi è stato un anno complessivamente positivo. Abbiamo registrato questo secondo album e come sempre per una band è molto soddisfacente poter concretizzare in questo modo mesi e mesi di lavoro. In secondo luogo abbiamo firmato con la nostra nuova etichetta Antigony Records con la quale stiamo lavorando per raggiungere nuovi obiettivi e con cui speriamo di portare avanti al meglio il progetto. Quindi per il 2020 speriamo di riuscire a diventare diventare ricchi e famosi! (risate)

(Txt by Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

NEXT TIME MR. FOX – INTERVIEW

June 12, 2019 |

Come già detto nella nostra recensione, ‘Sunken City’ è sicuramente un ottimo esempio dell’evoluzione artistica del metalcore, ormai a tutti gli effetti dirottato su territory più metal oriented che in passato. I Next Time Mr. Fox sono riusciti a coniugare il tutto con intelligenza, scopriamoli quindi in questa intervista.
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2 minutes with Nyjah Huston

June 12, 2018 |

Impossibilitato a partecipare alla tappa londinese della Street League a causa di un infortunio, lo scorso fine maggio Nyjah Huston si aggirava fra gli spalti e nel backstage del Copper Box…

…con la consueta disinvoltura, consapevole che gli occhi degli appassionati e degli addetti ai lavori erano comunque tutti puntati su di lui. Ecco il resoconto della nostra breve chiacchierata con la stella per antonomasia del circuito skate professionistico (quattro minuti condivisi con un altro giornalista; in pratica, due minuti).

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SD: Che cosa comporta essere lo skater più famoso al mondo, in termini di pressione e stress? Capita di sentirti in qualche modo solo, al vertice della tua professione?

NJ: Non mi sento mai “isolato”: ho vinto molte gare e competizioni, è vero, ma il mio livello non è pazzescamente più alto di quello degli altri skater contemporanei. Oggi ho visto degli skater mostruosi gareggiare, per esempio… in generale, la gente che mi vede solamente attraverso i social media pensa magari che viva da rockstar ventiquattro ore al giorno, ma credo di essere una persona normale, un ragazzo che adora lo skate e che trova sempre il tempo per scambiare qualche parola con i fan, se capita.

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SD: Parlaci di Let It Flow: l’organizzazione non a scopo di lucro creata e gestita assieme a tua madre, con l’obiettivo di rifornire di acqua pulita e potabile le popolazioni in tal senso “svantaggiate”.

NJ: Lo scopo principale è quello di dare indietro un po’ di quello che abbiamo ricevuto; nella fattispecie, l’acqua. Essa è fondamentale per la vita sulla Terra, ma noi la diamo sempre per scontata o non ci pensiamo neanche. Per tante popolazioni africane e di altre parti del mondo non è affatto così, invece; gente che ogni mattino deve magari percorrere chilometri per rifornirsi d’acqua presso una sorgente più o meno sana. Sono stato personalmente in Etiopia, in India e ad Haiti e ho visto con i miei occhi quanto può essere importante riparare i pozzi e ripristinare un servizio idrico regolare. La felicità di molte persone dipende “solo” da quello. È un’“attività” totalmente diversa dallo skate, ma altrettanto gratificante.

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@nyjah

(Txt Angelo Mora; Pics Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Mad Caddies interview + biglietti omaggio!

August 14, 2017 | 1

Manca davvero pochissimo alla data milanese dei Mad Caddies, attesi il prossimo 17 Agosto per una unica data italiana al Circolo Magnolia di Segrate (Milano).

In collaborzione con Hub Factory abbiamo messo in palio un biglietto omaggio per il concerto, ma nel mentre siamo riusciti ad intercettare il chitarrista Sascha Lazor per un breve botta e risposta per prepararci al meglio a uno dei concerti più attesi per questo caldissimo mese di Agosto.

SD: La data milanese è ormai vicinissima, cosa possiamo aspettarci? Avete in serbo qualche sorpresa?
(Sascha Lazor): Siamo molto eccitati per la data di Milano. Sono passati molti anni dal l’ultima volta che abbiamo suonato dalle vostre parti. Il nostro set per questo tour sarà un mix di vecchi e nuovi brani. Sappiamo quali canzoni ottengono la migliore reazione in sede live e sono proprio le canzoni che ci piace maggiormente suonare. Nella setlist ci sarà quindi spazio per un po’ di tutto, pescheremo brani dal primo all’ultimo album.

SD: Ci giochiamo subito la domanda più attesa… puoi darci qualche news sul nuovo album?
(Sascha Lazor): Il nuovo album è in lavorazione! Abbiamo già registrato cinque canzoni e altri brani sono già completi e pronti per essere registrati. Sarà diverso dagli altri, come sempre. Punk / reggae / latino / pop. C’è un po’ di tutto.

SD: Avete sperimentato qualcosa di particolare per questo nuovo album: qualcosa di diverso e mai fatto prima? Modalità di approccio alla composizione? Sound?
(Sascha Lazor) Stiamo registrando le canzoni in modo da non avere limiti di tempo e libertà totale per sperimentare e provare idee diverse. Il tutto sta prendendo forma e sta venendo fuori davvero bene.

SD: Ripartendo dal vostro ultimo album ‘Dirty Rice’, ma in generale la vostra musica, è molto varia, da brani velocissimi a canzoni più lente: questa varietà di sound rispecchia anche i tuoi gusti musicali?
(Sascha Lazor): Ogni componente della band ha gusti molto diversi e penso che sia molto facile da percepire quando ascolti i nostri album. Siamo influenzati da tonnellate di musica e molto dei nostri ascolti influenza certamente le canzoni dei Mad Caddies.

SD: I Mad Caddies hanno superato la fatidica soglia dei 20 anni: c’è ancora qualcosa da depennare dalla vostra “lista dei desideri”?
(Sascha Lazor): Lista dei desideri? Solo suonare in nuovi posti, ad esempio non siamo ancora stati Argentina, Perù e Cile. Ci piace viaggiare in luoghi nuovi e il visitare nuovi paesi è la parte più gratificante di far parte della band, a mani basse!

SD: Qual è la tua opinione sul genere ska-punk/ska-core? Sembra che in questi anni la popolarità del genere sia andata su e giù, ci sono bands americane che ci vuoi segnalare?
(Sascha Lazor): Sai che non so davvero cosa risponderti, personalmente non ascolto più molto quella musica e quindi non posso davvero darti consigli su nuove band. The Interrupters è il primo nome che mi viene in mente, abbiamo suonato qualche data insieme. Potrei invece consigliarti qualche band reggae, ad esempio gli inglesi The Skints e Gentleman’s Dub Club, entrambe band incredibili. Dategli un ascolto!

SD: Grazie mille e ci vediamo a Milano, hai un ultimo messaggio per nostri lettori?
(Sascha Lazor): Cercate di divertivi ragazzi, sempre!

PER VINCERE IL BIGLIETTO OMAGGIO NON DOVETE FARE ALTRO CHE REPOSTARE LA LOCANDINA IN ALTO SULLA VOSTRA PAGINA INSTAGRAM TAGGANDOLA @saladdaysmagazine IN QUESTO MODO PARTECIPERETE ALL’ESTRAZIONE FINALE DI UN “FREE ENTRY PASS” PER LO SHOW DEI MAD CADDIES!

Punk Rock Raduno intervista agli organizzatori

June 24, 2017 |

Manca circa un mese alla seconda edizione del Punk Rock Raduno, 4 giorni di concerti, mostre e iniziative a Bergamo, divise tra il centro città e l’Edoné, una bella cornice open air,

dove sono garantiti anche 6/7 gradi in meno rispetto a qualsiasi afa estiva! Franz Barcella e Andrea dei Manges suonano, organizzano e promuovono da una vita, non è strano che questa fantastica idea sia venuta a loro.

https://www.facebook.com/punkrockraduno/
https://www.facebook.com/events/326114477759219/

SD: Siamo solo alla seconda edizione del Punk Rock Raduno e quindi mi sento ancora autorizzato a chiedervi: come vi è venuta l’idea?

[Franz] Chiacchiere tra amici. È partito tutto da me e Andrea. Io rappresento Otis Tours che è l’agenzia del suo gruppo, i Manges, cui ho fatto anche uscire qualche disco nel corso degli anni. Oltre che essere tutti grandi amici, io e Andrea avevamo iniziato anche a collaborare più intensamente per via della sua distribuzione e online store, Striped Music, che praticamente si prende cura di tutto ciò che faccio uscire. Guardando alla programmazione estiva di Edoné, il locale bergamasco che ospita l’evento, abbiamo iniziato a pensarci e quando è venuto a mancare il festival Monster Zero (dell’omonima etichetta austriaca) abbiamo proseguito con l’idea di fare un meeting che raccogliesse etichette, promoter e appassionati a noi vicini. Volevamo una specie di festa di fine anno, come lo è il Festival Beat per il mondo garage, dove ci si potesse divertire al di là dei gruppi che suonano, creare collaborazioni e fare pace se si era scazzato durante l’anno! Ci tenevamo che l’;evento fosse inclusivo ed “istruttivo” approfittando del fatto che le serate Edoné sono gratuite, sembrava una buona occasione per fare appassionare qualcuno. Come dice Fat Mike “il punk rock è la musica più figa di tutte”, è comprovato, ma talvolta manca di esposizione, spesso la gente ha dei preconcetti verso il punk rock dovuti alla moda o altro, ma se la si espone nel modo corretto, anche al do it yourself, molti posso ancora venirne attratti. Al di là del programma che pubblicheremo a margine, cosa sta per succedere al PRR 2017?

[Andrea] Quest’anno abbiamo cercato di espandere il programma, non solo facendo più live, ma cercando di creare più spazi in centro Bergamo, dove il pubblico del festival possa cogliere l’occasione per visitare la città e trovare piccole cose da fare o vedere fuori dall’Edoné. Ci saranno mostre ed eventi a tema punk a Bergamo, alcuni iniziaranno già da metà giugno. Poi viene il festival vero e proprio.

[Franz] Si parte già di mercoledì 12 luglio allo spazio Goisis con l’acustico di Dr. Frank e la presentazione di King Dork Approximately, il suo nuovo libro. Sarà una specie di “welcome party”. Giovedì 13 Luglio è la volta dei New Bomb Turks e l’inizio ufficiale del PRR, il venerdì è la giornata più particolare con le varie iniziative in centro città – dove abbiamo scelto quattro realtà affini dal punto di vista etico che ospitassero i loro eventi – e i concerti la sera, sabato tutto gratuito all’Edoné. La domenica, visto che lo scorso anno ci siamo arrivati come degli zombie, abbiamo optato per una giornata rilassante, pranzo tutti assieme, Punk Rock Yoga, l’Hangover Cup di calcio per finire con il mega schermo e la proiezione all’aperto del film ‘Gimme Danger’ in collaborazione con Lab80. Inizialmente pensavamo di fare meno giorni per questa edizione, ma ovviamente poi siamo finiti a farne di più e pure più intensi….

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SD: Come è stato recepito il concerto a pagamento dei New Bomb Turks, che è una novità per il festival e quasi anche per l’Edoné?

[Franz] Ne abbiamo discusso molto. Il primo anno è stato fantastico, è andato tutto bene, ma vorremmo crescere. I concerti gratuiti sono perfetti perché permettono di rendere fruibile la musica, ma ti obbligano a lavorare con budget piuttosto bassi. L’edizione 2016 è stata resa possibile dagli sponsor – dalle etichette all’Ostello di Bergamo – e dai gruppi stessi che sono arrivati per il semplice rimborso spese. Sono arrivati i Chixdiggit! dal Canada perché erano coinvolti in un regalo di matrimonio, gli abbiamo organizzato una settimana di tour e abbiamo fatto quadrare i conti. Anche quest’anno dobbiamo ringraziare la maggior parte dei gruppi che arrivano per il minimo indispensabile e anche le band più piccole che spesso vengono a loro spese, l’evento può funzionare in quel modo grazie alla grande collaborazione che abbiamo trovato. Ci teniamo che il festival rimanga gratuito o comunque molto accessibile e molti sono tuttora sorpresi del fatto che lo sia. Vorremmo allargare anche i confini musicali, in questo senso il PRR nasce attorno al cosiddetto Ramones-core, ma già quest’anno la collaborazione con Mazza (No Reason Records & Booking),
Corner Soul e altri va in questo senso. Non vuole essere un festival strettamente di genere, vorrebbe essere un festival di punk rock do it yourself allargato a suoni vicini. In cui tutti si sentano un po’ a casa.

SD: Avete mai pensato a un kickstarter per il PRR?

[Franz] Da una parte è una cosa figa, io stesso ho contribuito ad un paio di progetti, ad esempio a quello dello stesso Andrea per la realizzazione di due singoli dei Veterans. Dipende ovviamente da come lo si fà, ma sfruttato bene e con la giusta consapevolezza è uno strumento interessante. Dall’altra parte però in me resta sempre viva quest’etica per cui le cose devi fartele da te. Se mai avessimo la possibilità di portare al PRR i Jawbreaker o gli Screeching Weasel, potrebbe essere divertente lanciare un crowdfunding, ma non sarebbe mai la condizione vincolante per farlo accadere. Il bello del PRR è proprio che non sta alle generiche regole o vincoli di un’organizzazione da festival e se qualcuno vuole contribuire può donare anche ora tramite il sito, può comprare la compilation online, il vinile o il merchandise.

SD: C’è una ragione per cui si chiama raduno e non festival?

[Franz] Manuel Cossu, batterista dei Manges, ha suggerito il termine “raduno”, all’inizio suonava strano ma descrive bene l’evento e suona esotico agli stranieri! Descrive meglio l’idea della collaborazione che ne sta alla base. Ti faccio un esempio, c’è una disegnatrice di Bergamo che a titolo personale ha fatto dei segnalibri dedicati ai Ramones per chiunque abbia prenotato l’ostello e queste cose arricchiscono il raduno. Lo scorso anno è nata spontaneamente una fanzine del PRR che viene replicata anche quest’anno ancor più approfondita ed io stesso non so nulla di questa cosa. Queste cose esulano dal business. Fanno sentire tutti partecipi, distruggono le barriere tra organizzazione, band e pubblico.

[Andrea] L’età media dei punkrockers si è alzata tanto. Molti appassionati hanno figli, impegni, e non riescono ad andare spesso ai concerti delle rispettive città. Quindi per unire chi ancora si sbatte e farlo incontrare con chi è più comodo e prendere 3/4 giorni per stare a Bergamo e vedere tutti insieme un sacco di bei gruppi, si fa il raduno. Sperando di riaccendere la passione di tanti e risvegliare anche le scene locali, per far andare meglio le cose a chi si fa il mazzo durante tutto l’anno. Bergamo è una città che in questi anni sta offrendo tantissimo, farlo qui è stata una scelta naturale.

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SD: A poco più di un mese, quanto spazio prende il PRR della vostra giornata?

[Andrea] Da quando abbiamo deciso di fare la prima edizione, ovvero a primavera dell’anno scorso, non abbiamo più smesso di lavorarci! Per fare un bel lavoro bisogna dedicarci tutto l’anno e la speranza è che ogni edizione faccia da trampolino di lancio per l’anno successivo. Al momento è una mole di lavoro enorme… ma già quest’anno stiamo lavorando più veloci dell’anno scorso ed ogni cosa che impariamo la potremo replicare l’anno successivo con molti meno sforzi.

[Franz] Tanto. Tantissimo. È un incubo se guardi alle ore che ci devi dedicare, anche perché non ci tiriamo mai indierto davanti a niente. Giusto per farti un esempio: a fine festival, l’anno scorso, alla fine di tutto io ed Andrea ci siamo ritrovati su un tavolo di Edoné alle due di notte, per tirare un pò le somme. Abbiamo preso una penna ed un foglio di carta, e ci siam detti “ok, cosa facciamo l’anno prossimo? Partiamo subito!”. Non è qualcosa che dobbiamo fare, è che siamo proprio contenti di lavorarci. È allo stesso tempo fatica, piacere, ma anche tanta soddisfazione ed orgoglio.

SD: Qual è la cosa che vi terrà sulle spine fino all’ultimo?

[Franz] L’alloggio dei gruppi, le tempistiche ed il meteo!

[Andrea] Franz Barcella!

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SD: In ambito festival, avete dei riferimenti personali cui paragonate il PRR?

[Franz] In Europa manca un festival di riferimento sul genere e ci piacerebbe esserlo. Il problema è che un evento simile puoi farlo da appassionato o per business e in quest’ultimo caso subentrano agenzie, numeri, biglietti, che è anche giusto, ma vorremmo mantenerlo a un livello in cui tutto ci piace. In Europa sono un grande fan del Festival Beat, che si concentra sul creare un piccolo mondo tutto legato all’evento e Bergamo sotto questo punto di vista si presta bene. È una citta in espansione, ha una bolla di concerti e attività incredibile, la Portland italiana come dice qualcuno, c’è l’aeroporto che è fondamentale, non sono tantissime le strutture recettive ma sono ben disposte verso di noi. Una cosa che tengo a dire è che le risorse di Edoné, tra la qualità del cibo, le postazioni
del bere, l’entusiasmo dei collaboratori, sono superiori a molti festival che vedo in giro.

[Andrea] Non credo abbia senso imitare gli altri eventi punk rock che ci sono in Europa. Il Punk Rock Raduno ha una identità propria. Sì, il Festival Beat di Salsomaggiore può essere una bella fonte di ispirazione, sarebbe fantastico raggiungere un simile status con il raduno.

SD: Franz, Bergamo Sottosuolo, con cui organizzi altri concerti, ha avuto uno spinoff veneto. Nessuno vuole il PRR in franchise?

[Franz] Son sicuro che qualcuno potrebbe volerlo, anche se non abbiamo ancora avuto richieste! Forse perché, per usare un termine calcistico, siamo i classici giocatori “bandiera”, quelli che ormai non esistono più. Non pensiamo al miglior offerente, perché nulla di quello che facciamo è in vendita.

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SD: L’idea del Punk Rock Holiday, di far suonare gruppi “nuovi” che abbiano partecipato all’edizione precedente come pubblico, la condividete?

[Franz] Non so se mi spingerei al punto di renderla una regola ma la condivido dal punto di vista etico, con BG Sottosuolo facciamo una cosa simile per i gruppi locali, chiedendo che chi vuole suonare ci porti il materiale durante una qualsiasi precedente serata. L’idea di essere sfruttati non ci piace.

SD: C’è qualcosa che vi rende particolarmente fieri del PRR 2017?

[Andrea] Sono colpito dai tanti che si offrono di aiutarci, dalle bands che non vedono l’ora di esibirsi, dagli amici che ci supportano continuamente e in generale la nostra scena che ha capito quale fosse lo spirito della nostra iniziativa e la sta facendo propria. Sono contento che si sia capito che non stiamo vendendo un format a nessuno, stiamo creando una piattaforma per dare spazio ad una nicchia musicale che per varie ragioni non si era ancora tolta la soddisfazione di avere un pò più di attenzione addosso.

[Franz] I concerti in centro città, le esposizioni, ed in generale la scaletta dei gruppi. C’è anche la storia di Dr. Frank dei Mr. T Experience che è abbastanza divertente, lui ha suonato nel medesimo posto in cui si trova l’Edoné, quando era semplicemente un parco che ospitava la festa di Mellow Mood. Nel 2006 era stato chiamato a suonare a sorpresa a un matrimonio a Monza e lo avevamo inserito senza fare promozione anche nella festa qui a Bergamo ed è rimasto un concerto mitico costruito sul passaparola. È tornato poi a suonare nella saletta dell’Edoné e quest’anno torna con i Mr. T Experience e farà un set specifico per il PRR. Prendono il posto dei Queers che hanno cancellato l’intero tour, sai che i miei grandi desideri nella vita erano Queers a Bergamo e Atalanta in Europa…

SD: Quando riuscirai a coniugare punk rock e Atalanta?

[Franz] Ah ah, in un certo senso, sono già due realtà vicine. Anche Manuel dei Manges è tifoso dell’Atalanta, i Manges han suonato alla festa della Dea diversi anni fa, ma soprattutto il mondo ultras non è poi così distante dal punk rock: ci sono le fanzine, l’;autoproduzione, l’organizzazione di feste… Sono due mondi che uniscono, creano aggregazione, riempiono vuoti. Se invece parli della società Atalanta, non credo sia una cosa vicina a noi, o che ci avremo mai a che fare…

SD: Qual è il sogno proibito del Punk Rock Raduno di Bergamo?

[Franz] Il mio sogno sono i Rancid. Sarebbe il cerchio che si chiude, soprattutto per Bergamo. È ovviamente impossibile, ma di sogni ne abbiamo realizzati tanti!

[Andrea] Io più realisticamente vorrei che l’amico CJ Ramone tornasse a Bergamo per una delle prossime edizioni del Raduno.

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(Txt Marco Capelli x Salad Days Mag / Pics Stefano Bevilacqua – All Rights Reserved)

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