Vault 13 interview

Posted by Salad Days On February - 8 - 2012 ADD COMMENTS

VAULT 13 INTERVIEW
Con l’uscita di ‘We All Bleed’ i veneti Vault 13 sembrano intenzionati a voler lasciare il segno, grazie a una line-up finalmente stabile e le buone idee espresse dalla mente del progetto, Alberto Vischia che incontriamo sulle pagine di Salad Days.

SD: Siete attivi già da qualche anno, ciò nonostante siete venuti allo scoperto solo ora. Raccontateci qualcosa su di voi e come è nato il progetto Vault 13.
V: I Vault13 nascono nell’ormai remoto 2006, più come side-project che come band vera e propria. La formazione originale comprendeva Tony Cavaliere (Moravagine/Revo) alla batteria e con tale line-up abbiamo auto-prodotto il nostro primo EP ‘Taste Of Life’. Colgo l’occasione per far luce anche sull’origine del nome: non ha nulla a che fare con il videogioco “Fallout” al quale tutti ci ricollegano, semmai quel Vault deriva dalla mia passione per i vecchi fumetti horror della EC Comics “Tales From The Crypt”, non so se ricordate il Vault Keeper, lo zio Creepy dell’edizione italiana… Bene, da quel personaggio deriva il monicker della band e per quanto riguarda il numero 13, beh, suonava bene, nessun significato subliminale, tutto qui. In seguito al nostro primo EP la band non ha mai conosciuto una vera e propria stabilità di line-up ma nonostante ciò è riuscita a esibirsi in diverse situazioni live locali per poi fermarsi circa due anni fa. Questo stop, forzato da cause “esterne”, mi ha dato modo di concentrarmi sulla scrittura di nuovi brani e, in seguito, mi ha dato modo e tempo di cercare i giusti elementi che consentissero di concretizzare ciò che per anni avevo sempre sognato. Sono arrivati così etichetta, video e album a conferma che bisogna sempre credere fino in fondo ai propri sogni, senza mai mollare la presa.

SD: Il vostro nuovo album ‘We All Bleed’ ha dalla sua tanta sostanza, ovvero i brani sono godibili a mio avviso da un ampio raggio di ascoltatori. Da chi ascolta metal a chi si addice maggiormente a sonorità più melodiche. Come sono nati i brani e quanto è stato difficile mettere insieme il tutto?
V: Se escludiamo ‘Redeemer’ e ‘Death Wish’, già presenti in ‘Taste Of Life’ i restanti brani sono stati composti nell’arco degli ultimi tre anni e forse proprio per questo motivo ogni singolo brano si differenzia dall’altro perché fotografa momenti ben distinti di quell’arco di tempo. Testi e musiche partono sempre da me per cui, avendo il controllo dell’intera situazione, la stesura dei pezzi riesce sempre del tutto naturale. Semmai è stata una bella impresa cercare di renderli eterogenei tra di loro, non dimentichiamo che nell’arco di questi ultimi 36 mesi le mie influenze sono state davvero molteplici, ma devo dire che i ragazzi hanno svolto un ottimo lavoro.

SD: Qual è il concept su cui si basa l’intero lavoro a livello musicale e di testi?
V: Ovviamente il sangue, inteso come rinuncia, sacrificio, qualcosa che ho vissuto sulla mia stessa pelle, che mi ha logorato e trascinato in basso per troppo tempo. Quel sacrificio che, alla fine, mi ha portato a ottenere ciò che volevo e come diceva J.S. LeFanu “Non c’è sacrificio senza sangue”.

SD: Nonostante abbia apprezzato maggiormente il vostro lato più “core” come nel caso del primo singolo ammetto che sono diverse le influenze che troviamo in ogni brano. Quali dischi e artisti hanno influenzato la composizione del disco?
V: Apprezzo molto questa domanda dato che in moltissimi hanno indicato gli As I Lay Dying come nostra principale influenza ma, con tutto il mio rispetto per questa band, devo confessare che le nostre influenze sono state totalmente diverse. Fonte di maggior ispirazione – melodica e lirica – sono stati i Thrice di ‘Artist In The Ambulance’, i Fightstar di ‘Grand Unification’, i Rise Against di ‘Siren Song Of The Counter Culture’, i Blindside di ‘A Tought Crushed My Mind’, Alexisonfire, Deftones e Cancer Bats. Non posso negare la somiglianza del singolo a una certa band chiamata A Day To Remember, band che noi tutti apprezziamo moltissimo, ma devo dire che in un mercato come questo è davvero difficile creare qualcosa di nuovo quando quasi tutto è già stato sperimentato e provato… La ricerca dell’originalità la lasciamo ad altri! Il nostro obiettivo è quello di creare canzoni semplici, dirette e d’impatto che divertano l’ascoltatore e, senza falsa modestia, credo che ci sia riuscito molto bene.

SD: Quali sono a vostro avviso i pro e i contro sui quali bisognerà lavorar sodo di ‘We All Bleed’?
V: Credo, più che altro, che si debba lavorare maggiormente sull’identità di gruppo, sul fatto di creare un sound ben riconoscibile fin dal primo ascolto, ma per far questo è necessario rodare opportunamente la band in sede live dato che l’attuale formazione esiste dallo scorso luglio.

SD: ‘We All Bleed’ è il classico disco che può esser maggiormente apprezzato fuori dai confini nazionali. Siete d’accordo? Avete qualche progetto in chiave estera?
V: Sì e no, nel senso che l’album suona molto “America” ma la concorrenza lì fuori è spietata e il mercato – oltre alla crisi che sta attualmente attraversando – è super saturo di band tutte troppo simili tra loro ed è per questo che, come dicevo poco prima, dobbiamo lavorare sull’identità di gruppo. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda ti dico sì, abbiamo progetti in chiave estera ma è nostro desiderio testare prima l’impatto sul pubblico nazionale, ti dico solamente che di offerte ce ne sono già arrivate ma preferiamo procedere a piccoli passi.

SD: Trovare agenzie che credano ancora nelle band italiane oggigiorno è quasi un miracolo per quel che concerne la parte live. Come vi state muovendo a proposito di live, indipendentemente o tramite agenzie? Come vedete la situazione live in Italia?
V: E qui si arriva al tasto dolente! Noi ci stiamo muovendo indipendentemente anche se, devo confessarlo, l’etichetta ci sta già facendo delle proposte che riguardano soprattutto scambio di date con band del nostro stesso roster. Noi pensavamo di muoverci in questo modo, l’unione fa la forza ed è ora di smetterla con inutili rivalità e invidie tra colleghi, siamo tutti nello stesso barcone e galleggiamo in un mare di merda, se vogliamo venirne fuori bisogna darsi una mano a vicenda. La situazione live in Italia? Eh, la vedo molto magra! Ci son sempre meno spazi, meno soldi, meno gente disposta a rischiare e talvolta la stampa non aiuta per nulla, anzi… Alla fine se non sei della casta sei fuori dai giochi.

SD: I migliori 5 dischi dell’anno appena conclusosi e i 5 che aspettate con trepidazione per il 2012?
V: Allora… Stray From The Path ‘Rising Sun’, While She Sleeps ‘North Stands For Nothing’, Anchor ‘Recovery’, Betraying The Martyrs ‘Breathe In Life’ e ‘Returners’ dei Ghost Inside per quanto riguarda questo 2011, mentre per il 2012 attendo con assoluta trepidazione Cancer Bats, Caliban, Every Time I Die, I The Breather e Meshuggah che non guastano mai!

SD: Cosa avete in programma per i mesi a venire?
V: Live, live, live e… ho detto live? Show a parte, iniziare la stesura del seguito di ‘We All Bleed’, assolutamente!

SD: Chiudete a vostro piacimento!
V: Ringraziamo Salad Days per aver dato voce e dedicato spazio prezioso sulle vostre pagine ai Vault 13, ringraziamo inoltre chi c’ha supportato fino ad oggi e continuerà a farlo, This Is Core Label per la sua infinita pazienza, Maurizio Baggio dell’Hate Studio, Tony Cavaliere e tutte quelle persone che hanno creduto in noi. Ora vi aspettiamo ai nostri concerti per far festa e… Un ultimo consiglio a tutte le band dell’underground italiano: “ragazzi non mollate mai per nessun motivo, anche quando le cose vi sembreranno mostruosamente difficili o impossibili da superare voi dovrete premere su quel cazzo di acceleratore e dare gas, sempre!”

Vault 13 I Myspace
www.wearevault13.wordpress.com

(Txt Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Mainline interview

Posted by Salad Days On January - 18 - 2012 ADD COMMENTS

MAINLINE INTERVIEW
I Mainline sono uno dei nomi di punta della scena post-hardcore italiana, autori di ottimi dischi e capaci di destare interesse anche al di fuori dei nostri confini. Con l’uscita del nuovo album ‘Azalea’ i nostri hanno optato per il DIY, autoproducendosi. Una scelta coraggiosa che ci viene spiegata dal batterista Alessandro Benedetto.

SD: La prima domanda è una considerazione personale: da anni siete considerati come uno dei nomi più interessanti e validi della scena alternative italiana, ciò nonostante al posto di battere il ferro finché è caldo vi siete sempre presi i vostri tempi, sia a livello discografico che di live. Non pensate di aver perso per strada delle chance adottando questa tattica?
M: Effettivamente si sono verificati per la band momenti di maggiore attività sul palco e in studio alternati ad altri in cui o per motivi personali (impegni lavorativi, di studio…), o per problemi tecnici (cambio di line-up) ci siamo fermati, arrivando a chiederci addirittura se era il caso di ridimensionare la nostra passione per la musica, incasellandola nella categoria “hobby da tempo libero”. Le chance, così come i passi falsi, sono all’ordine del giorno. Avere fretta di crearsi/darsi opportunità nel mondo musicale può accelerare anche la possibilità di fare scelte sbagliate. Spesso abbiamo visto ottime band di amici andare in crisi e/o finire con lo sciogliersi proprio per questa impellente necessità di raggiungere in fretta degli obbiettivi. Se nell’apprensione di far crescere una pianta, la innaffio e la concimo di continuo, rischio di farla marcire prima che possa fiorire.

SD: Con il vostro nuovo album ‘Azalea’ avete confermato la validità del progetto Mainline. Dove trovate di volta in volta gli input necessari a mettere in piedi dischi di buona fattura?
M: La realizzazione di ‘Azalea’ ha richiesto tempo e risorse da parte di tutti noi e rappresenta il punto di incontro (in certi casi sarebbe più saggio parlare di scontro) di cinque musicisti con background ed esperienze molto diverse. Rispetto al nostro primo disco gli spunti necessari a scrivere sono però arrivati anche dalla maggior esperienza conseguita negli anni sia sul che fuori dal palco, nonché dall’ingresso nella band nel 2008 di Flavio e Davide in sostituzione di Diego e Simone. Le ispirazioni per comporre i brani del disco sono arrivate sulla distanza, nella ricerca di un suono che ci rappresentasse senza risultare troppo vincolato al nostro passato o, dall’altro lato, eccessivamente moderno.

SD: Siete spesso etichettati come post-hardcore band e forse in fondo è il termine migliore per descrivervi. Quanto stanno strette queste definizioni a una band come la vostra?
M: Il discorso delle etichette e dei generi fa storcere il naso a quasi tutti i musicisti che conosco, noi compresi (tranne i venduti che hanno bisogno di cavalcare la moda del momento)! Nelle definizioni di generi, sottogeneri, correnti… penso alla nostra band come un’entità post rispetto all’hardcore, post rispetto al metal, post rispetto al grunge, post rispetto al punk, semplicemente perché cronologicamente e musicalmente siamo stati influenzati (in momenti diversi) da questi tipi di musica. Dire che suoniamo cosa ci piace credo sia la definizione più banale ma in assoluto più vera della nostra musica. Se si dice che siamo ciò che mangiamo, allora è più che lecito dire che suoniamo e reinterpretiamo ciò che ascoltiamo.

SD: Il ritorno al DIY è molto gettonato in questi tempi di crisi, al punto che anche una band ormai rodata e conosciuta come la vostra ha preferito l’autoproduzione all’affidarsi a label di ogni sorta. Cosa sta succedendo al mercato discografico e quali sono i punti che vi hanno spinto a questa coraggiosa scelta?
M: Anche in questo caso la scelta del DIY e’ stata frutto sia di necessità contingenti che di esperienze passate.
Saremmo degli ipocriti se dichiarassimo di non aver tentato di far uscire il disco sotto una label; i mezzi di chi fa dischi per lavoro sono superiori a quelli di chi come noi, per sopravvivere, deve comunque avere un altro lavoro oltre alla musica. Il disco è stato fatto ascoltare in anteprima agli addetti ai lavori, ricevendo proposte inizialmente interessanti da parte di molte etichette. Alla fine però non si è proceduto anche perché, reduci dalle passate esperienze con Dioxion Records e Glasstone Records, non c’erano le premesse per far gestire il disco e la band a chi, spesso mimetizzato dietro tante belle parole, cerca innanzitutto le possibilità di un business. Un conto è fare musica che ti piace, farla ascoltare agli altri e magari riuscire a viverci dignitosamente (il sogno di tanta gente che fa musica), un conto è subire forzature da chi ti gestisce per fare musica che deve piacere, col fine di venderla ad altri. Sempre più spesso sento di band che arrivano a compromessi non solo artistici ma anche economici assurdi pur di farsi produrre un disco. Il DIY in questo senso ci ha permesso di non scendere a compromessi, se non quelli dati dalle risorse che la band stessa è stata in grado di impiegare per auto prodursi.

SD: Ognuno di voi ha un lavoro e la musica ha preso le sembianze più naturali ossia quelle della passione. Avete mai creduto di riuscire a fare il grande salto di notorietà oppure avete sempre pensato i Mainline come una sorta di piacere personale?
M: A riguardo penso che ognuno nella band abbia delle opinioni diverse e delle precise motivazioni a suonare nei Mainline. Personalmente sono passato da momenti in cui desideravo affannosamente fare della musica il mio lavoro, ad altri in cui mi rendevo conto che, nel cercare di realizzare questo sogno, mi stavo privando di tante cose altrettanto importanti, rischiando infine di perdere la passione per la musica, unica cosa che reggeva il castello di carte che stavo tentando di costruire. Stavo finendo per rendere il suonare più simile ad un lavoro pesante (e spesso poco remunerativo) che ad un piacere personale. Ora penso alla band come a un insieme di momenti di impegno e condivisione che portino a soddisfazioni e divertimento per me e chi mi circonda. Rimango comunque fiducioso e sarei ben contento di essere smentito, finendo a fare musica a tempo pieno con la band!

SD: Tornando ad ‘Azalea’, trovo una certa omogeneità tra i singoli brani. Quanto è durata la fase di scrittura e quali sono stati i momenti topici di essa (positivi e negativi)?
M: Il processo di scrittura del disco come ti dicevo è stato lungo. Alcune canzoni erano pronte da tempo, alcune le avevamo già incise in un promo del 2009 (‘Mainline’) suonandole dal vivo in molte occasioni (il tour del 2009 con i Destroy The Runner in Gran Bretagna, le date in Italia con Misery Signals e Your Demise). Poi, rimettendo tutto in discussione, alcune le abbiamo stravolte, altre solo modificate, cercando di uniformare stesure che arrivavano dagli ultimi due anni di lavoro in sala. I momenti migliori sono certamente quelli che si hanno in fase di scrittura, a partire da idee dei singoli che vengono sviluppate tutti quanti assieme durante le prove. I momenti più delicati e di maggior tensione hanno riguardato la fase di arrangiamento, in cui mettere d’accordo tutti è stato molto difficile.

SD: Quali difficoltà avete riscontrato nel partorire questo disco?
M: Tutte quelle in cui ci si imbatte normalmente nel processo creativo e nella realizzazione pratica delle proprie idee (quindi molte!). A partire dai soldi necessari all’autoproduzione fino alle scelte legate ai suoni, agli arrangiamenti. Altri elementi del disco, sono stati invece portati a termine in tempi brevi, quasi di getto, come le registrazioni a cura di Andrea Fusini, realizzate in un paio di settimane, e l’artwork realizzato dal nostro chitarrista Flavio, grafico di ‘The Artscapes’.

SD: Quali sono a vostro avviso i migliori album del 2011 e quali hanno influenzato ‘Azalea’?
M: Le influenze a bagaglio di ‘Azalea’ sono sicuramente antecedenti al 2011 e vanno a pescare dai dischi e dagli ascolti più datati che sono parte del background musicale di ogni membro della band. Tra le uscite del 2011 ho personalmente apprezzato l’ultimo degli Animals As Leaders, dei Textures, degli Opeth. Tra gli italiani ‘The Long Procession’ degli Amia Venera Landscape e l’ultimo disco dei Destrage.

SD: Il lavoro svolto sulla produzione delle tracce l’ho trovato azzeccato, la voce non viene danneggiata dai suoni e viceversa. Se non erro vi siete affidati ai Fusix Studio… Cosa vi ha portato a lavorare da loro?
M: Conosciamo Andrea Fusini da anni. In molte occasioni, ci ha seguito dal vivo per concerti importanti (tra tutte le date fatte quella che ricordo con maggior piacere fu all’EastPack Antidote tour all’Alcatraz di Milano nel 2009). A partire dal promo realizzato con lui nel settembre 2009, ci ha aiutati al meglio nel realizzare ‘Azalea’. Andrea ha un gran talento come produttore e nonostante avessimo poco tempo per le registrazioni, essendo lui sempre molto impegnato, ci ha messi comunque nelle condizioni di suonare al meglio svolgendo un ottimo lavoro.

SD: Qual è il concept o il significato di un disco come ‘Azalea’? Quali sono i messaggi che i Mainline vogliono lanciare ai propri ascoltatori?
M: Il significato del disco va ricercato non solo nella musica, ma anche nei testi scritti dal nostro cantante Mao. L’insieme di musica e parole riflette le esperienze personali dei singoli e collettive della band in questi anni. La nostra musica racconta di speranza, di delusioni, di felicita,’ di rabbia, di tutto ciò che abbiamo provato come band nella vita assieme, dalla sala prove ai tour. ‘Azalea’ è per me un resoconto, un’istantanea del tempo e dei chilometri percorsi assieme come band.

SD: Pensando a quanto fatto fino a oggi, che idea vi siete fatti del progetto Mainline?
M: Anche a riguardo, ognuno della band credo abbia un’idea diversa. Per me i Mainline sono un processo di catarsi, un momento di libertà che si realizza suonando, non importa se solo in sala prove o su un palco davanti a centinaia di persone. Ma negli anni ci siamo tolti tantissime soddisfazioni, portandoci a suonare un po’ ovunque, e un po’ con chiunque; è proprio questa la magia che continua a incollarci a questo “Nirvana”.

SD: Con il 2012 alle porte, cosa dobbiamo aspettarci da voi?
M: Abbiamo in progetto un tour all’estero nei prossimi mesi; cercheremo di suonare il più possibile in Italia e all’estero per promuovere il disco, nel frattempo continueremo a scrivere nuove canzoni come stiamo facendo da qualche mese. Al momento siamo al lavoro sul videoclip di un singolo tratto dal disco. Presto ci saranno news a riguardo.

SD: In Rete su di voi i pareri sono spesso discordanti, chi evidenzia le vostre doti e chi invece fa il contrario. Come vivete queste situazioni?
M: Sinceramente al momento siamo davvero soddisfatti del riscontro su ‘Azalea’, sapevamo fosse un album impegnativo e difficile all’ascolto, ma davvero ci spiazza avere un riscontro così positivo sul lavoro svolto; ci prendiamo i nostri meriti ed è motivo davvero di orgoglio. ‘Azalea’ è davvero un album eccellente a nostro parere e merita di essere ascoltato, figurati che all’inizio stavamo considerando di distribuirlo freeware online ma per motivi di un minimo recupero spese abbiamo deciso sull’autoproduzione. Realizzare e proporre la propria musica comunque ti pone di fronte ad apprezzamenti, alcuni spiazzanti, altri motivo di orgoglioso, a stroncature, a critiche di ogni tipo, anche a commenti interessati o pilotati da un secondo fine in certe situazioni. Sinceramente, nel momento in cui il presupposto del fare musica per noi e’ quello di suonare ciò che ci soddisfa, le critiche servono sempre ma non sono più fonte di eccessivo affanno o incazzature come al tempo del nostro debut album.

SD: Dati gli anni di militanza nella scena musicale italiana, cosa consigliereste a una band al debutto?
M: Di portare avanti la propria musica in modo coerente, senza vendersi per cercare solamente riscontri e approvazioni. Il music business tira fuori da certi individui il peggio, sia a livello umano che professionale; suonare solo per ottenere facili consensi non porta da nessuna parte.

SD: A voi la chiusura!
M: Il vero motivo per cui i Mainline sono ancora vivi è descritto in una canzone dell’ultimo album, che è la prima dell’album tra l’altro; camminare a testa bassa. Be honest! Grazie per lo spazio concessoci, ascoltate ‘Azalea’, e supportate la musica italiana, sempre!

Mainline I Myspace

(Txt Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Sweet Danger interview

Posted by Salad Days On January - 3 - 2012 ADD COMMENTS

SWEET DANGER INTERVIEW
Una volta tanto un’intervista sincera verrebbe da dire, non di quelle classiche dove gli artisti tendono a esaltare i propri meriti e a oscurare i demeriti. Loro sono i Sweet Danger e li abbiamo incontrati per farci raccontare qualcosa del loro l’EP d’esordio ‘City Nights’.

SD: Partiamo dalle presentazioni visto che siete un nome nuovo per molti dei nostri lettori. Raccontateci qualcosa sul progetto Sweet Danger!
SD: Gli Sweet Danger nascono nel 2010, inizialmente come cover band. Subito dopo le prime prove abbiamo però trovato il giusto feeling che ci ha spinto a scrivere i nostri primi brani. A partorire le prime idee è stato Simone (voce e chitarra ritmica – nda), il quale ha ricevuto poi dagli altri componenti della band un forte contributo compositivo: ciò ha permesso una maggiore spinta nell’evoluzione dei pezzi.

SD: ‘City Nights’ esce sottoforma di EP, una sorta di biglietto da visita in attesa del grande passo. A cosa dobbiamo la scelta di tale formato? Avevate pochi brani a disposizione o volevate semplicemente tastare il terreno?
SD: Esclusivamente la seconda, in quanto avevamo già molti brani su cui lavorare. Il problema è stato decidere quali mettere nella tracklist. La decisione dell’EP è stata presa per metterci alla prova prima di un lavoro importante e completo quale il full lenght.

SD: Quanto è difficile per una band emergente farsi notare in Italia?
SD: Difficilissimo. E’ veramente complicato riuscire a trovare spazio all’interno di un panorama che accetta solo determinati canoni musicali. Infatti la nostra attenzione è maggiormente rivolta all’estero.

SD: Il vostro stile mi ricorda in parte quello degli ultimi Ataris, ossia un sound altamente melodico dove di tanto in tanto spuntano inserti punk rock (che sinceramente in quei frangenti ho notato gli spunti migliori). Come sono nati i brani dell’EP?
SD: Sono nati in maniera molto spontanea. Non abbiamo messo dei paletti sul modo di comporre e ci siamo lasciati guidare da ciò che più ci ispirava. Infatti si può notare che i brani, nonostante appartengano allo stesso genere, hanno caratteristiche differenti l’uno dall’altro.

SD: Attualmente su cosa state concentrando gli sforzi? Promozione, live o stesura di nuovi brani?
SD: Tutti e tre i punti! Abbiamo intensificato la nostra attività live in modo da farci conoscere e notare il più possibile e inoltre stiamo lavorando sui nuovi pezzi.

SD: Un pregio e un difetto di ‘City Nights?’
SD: Un pregio (come già accennato) è la sua eterogeneità, in quanto ogni brano ha le proprie caratteristiche; un difetto potrebbe essere l’inesperienza nello sfruttare al meglio il potenziale di ogni singola canzone. Ma su questo ci stiamo già lavorando.

SD: Per un EP d’esordio a mio avviso quanto fatto da voi può sicuramente bastare, ma di sicuro per un debutto vero e proprio c’è molto da fare, soprattutto per non risultare ripetitivi (che è un classico di molte band facenti parte della vostra scena). Avete in serbo qualche sorpresa per il futuro disco?
SD: Certamente! In vista dell’album d’esordio, valorizzeremo il nostro modo di comporre, creando melodie vocali più elaborate e lavorando meglio sulla struttura dei pezzi. Cercheremo di migliorarci in ogni aspetto insomma. Il nostro obiettivo sarà quello di guardare oltre il nostro orizzonte.

SD: Nonostante si stia parlando di un EP apripista si evince una certa padronanza in fatto
strumentale. Arrivate da esperienze pregresse?

SD: Sì. Nonostante ci siamo formati da poco più di un anno, abbiamo avuto varie esperienze con band locali. Tutti noi militavamo in altri progetti con obiettivi e generi diversi.

SD: Cosa vorreste ottenere dal 2012 a livello di band?
SD: Vorremmo ottenere una maggiore visibilità, attraverso concerti e qualche passaggio radiofonico e/o televisivo.

Sweet Danger I Myspace

(Txt by Eros Pasi x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

The Nerd Follia interview

Posted by Salad Days On December - 23 - 2011 ADD COMMENTS

THE NERD FOLLIA INTERVIEW
Nerd o folli? Difficile dirlo. Sicuramente il loro ultimo lavoro ‘Logout’ ci ha incuriosito parecchio, al punto da andarli a interpellare…

SD: Ciao ragazzi, non vi nego che il vostro progetto mi ha incuriosito non poco. Come avete messo in piedi il progetto Nerd Follia?
TNF: Siamo nati alla fine del 2003, dopo la fusione delle nostre band giovanili punk rock/hardcore Andy’s Donuts e The Lazy. Volevamo creare un sound che unisse l’attitudine punk alla melodia. Con l’andare del tempo ci siamo evoluti e dopo vari cambi di formazione e un massiccio inserimento di elettronica e synth, siamo diventati quello che siamo.

SD: Il vostro nome in qualche modo rispecchia il vostro modo d’essere nella vita di tutti i giorni oppure c’è qualche altro motivo che vi ha spinti a sceglierlo?
TNF: In realtà deriva da un soprannome dato di nascosto al nostro primo batterista Fabrizio! Comunque suona bene, e soprattutto per l’epoca in cui è stato “partorito” ci sembrava abbastanza inedito. Chiaramente siamo abbastanza nerd.

SD: Arrivate da Milano, una città da molti considerata morta sotto l’aspetto musicale e ricca solamente di lounge bar (la famosa Milano da bere) e imprenditori allo sbaraglio. Come vi trovate in questa metropoli e quanto vi ha aiutato a emergere?
TNF: Ci troviamo molto bene, e le varie realtà presenti in città ci hanno aiutato moltissimo. Cito il circolo Magnolia o i ragazzi di Tilt/Kilt grazie ai quali abbiamo fatto alcuni dei live più fighi della nostra carriera. C’è una parte di Milano che, per fortuna, è tutt’altro che morta.

SD: Parliamo di ‘Logout’ il vostro secondo disco. Quali obiettivi vi eravate posti inizialmente pensando al disco? Vi ritenete pienamente soddisfatti di quanto fatto?
TNF: Siamo soddisfatti sì, anche se personalmente ne farei subito un altro. Abbiamo tante idee ma purtroppo pochi soldi/tempo per svilupparle! Gli obiettivi chiaramente sono gli stessi di qualsiasi band: suonare in giro il più possibile e tirare in mezzo più gente possibile.

SD: Quale pensate sia il brano più rappresentativo del disco?
TNF: ‘Wwrevolution’, primo singolo estratto perché contiene un po’ tutti i generi: indie, pop, punk rock, elettronica, synth pop, che vengono esplorati nel disco. É un mischione ben riuscito, e la melodia è una bomba.

SD: Musicalmente come siete arrivati ad amalgamare così bene elettronica e parti prettamente indie rock? Quali sono le maggiori influenze di questo disco?
TNF: Intanto ti ringrazio per il “così bene”. E’ stata la sfida maggiore da affrontare in studio. Avevamo un sacco di brani molto diversi tra loro, ma grazie ad un grande lavoro sulla ricerca dei suoni, degli arrangiamenti e dei testi, siamo riusciti a dare un senso compiuto al disco. La domanda sulle influenze è veramente troppo complicata… Il nostro sound è influenzato da qualsiasi cosa! Dal post-punk all’hardcore punk, dalla disco all’electro, dall’indie rock modaiolo di qualche anno fa al pop da classifica.

SD: Altro punto a favore è sicuramente l’ottimo lavoro svolto su voce e testi, che a mio modo di vedere rispecchiano fedelmente il titolo del disco. Qual è il tema generale su cui avete incentrato il tutto?
TNF: Volevamo creare una sorta di concept album (anche se è un parolone) che trattasse in maniera ironica il tema internet e società. Si parla di social network, di webcam girls, di poker online, di Milano, di rapine, di serate in cui ci si mette in posa… Volevamo ritrarre il mondo che ci circonda e di cui facciamo parte. Il tutto è presentato non in maniera critica ma semplicemente descrittiva, con un invito (almeno per qualche minuto) a staccare la spina.

SD: Quali sono state le problematiche maggiori nel partorire questo disco?
TNF: Autoprodursi per non scendere a compromessi dal punto di vista artistico, il prezzo da pagare è che si è indipendenti anche dal punto di vista economico.

SD: Cosa dobbiamo aspettarci a livello promozionale?
TNF: Sicuramente degli altri video e concerti. Ultimamente si sta alzando il tiro delle date che facciamo e abbiamo avuto la fortuna di aprire gli show di grandi artisti come Planet Funk, Metronomy e Architecture in Helsinki.

SD: Finora in Rete si sta parlando molto bene di ‘Logout’, pensate sia il disco adatto a fare il tanto atteso “grande salto” verso territori più noti?
TNF: Il “grande salto” per una band indipendente ed autoprodotta/autofinanziata è spesso una chimera. Speriamo che piaccia a chi lo sente, e che lo ascolti il maggior numero di persone possibile. Tuttavia credo che il “grande salto” sia possibile solo con una azione ben coordinata con una grossa label.

SD: In chiave video noto che siete decisamente attivi, con diversi clip postati in Rete e ben due singoli tratti dal disco. Come nasce un video dei Nerd Follia, o meglio andiamo nello specifico, come è nato il vostro ultimo clip?
TNF: Per questi ultimi 2 videoclip abbiamo lavorato con la regista emergente Martina Pastori, i video sono nati da brainstorming che abbiamo fatto tutti assieme. Siamo molto soddisfatti del video di ‘Logout’ per i risultati ottenuti, rispetto al budget a disposizione. Hanno vinto la creatività e la voglia di fare, nostra, della regista, e delle fantastiche ballerine che grazie alla coreografia di Luisa Bamberghi e i costumi di Valentina Ghirardi hanno dato sicuramente un tocco speciale al video.

SD: Il vostro sound così particolare immagino non sia semplicissimo da vendere ai club. Come vedete la situazione live in Italia? Meglio lo stile DIY oppure booking agency?
TNF: Fino ad ora siamo degli estimatori del DIY, ma purtroppo, in Italia molto nella musica si basa su conoscenze, favori reciproci, eccetera. E questo è il mestiere di un’agenzia di booking, non nostro. Quindi trovare una buona agenzia è sicuramente la strada più auspicabile ed efficace.

SD: Da band instancabile quale siete immagino sarete già alle prese con nuovi progetti e live, cosa dobbiamo aspettarci dai Nerd Follia per i primi mesi del 2012?
TNF: Altri concerti, mentre abbiamo già cominciato la stesura di nuovi brani.

SD: In tempi di crisi economica cosa dovrebbe indurre chi legge ad acquistare il vostro disco?
TNF: E’ l’unico modo per mantenere in vita una band indipendente, oltre che chiaramente andare ai concerti. Prendetelo come una buona azione. Un po’ come dare l’otto per mille al rock’n’roll.

SD: A voi la chiusura!
TNF: Se siete arrivati a leggere fin qui, grazie mille per la pazienza che che il rock’n’roll sia con voi, siempre!

The Nerd Follia I Myspace
www.thenerdfollia.com

(Txt by Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Darkest Hour interview

Posted by Salad Days On December - 19 - 2011 ADD COMMENTS

DARKEST HOUR INTERVIEW
La band più nordica che la scena statunitense abbia mai avuto è riuscita a coronare il sogno di una vita, fare della musica la propria vita senza mai scendere a compromessi. A parlarcene in questa veloce chiacchierata è il chitarrista Mike Schleibaum.

SD: Come sta andando questo tour europeo in compagnia di Machine Head, Devildriver e Bring Me The Horizon?
DH: Alla grande! Stiamo suonando in club molto grossi ed essere sullo stesso palco dei Machine Head credo sia il sogno di ogni musicista.

SD: Quanto vi aiuta a livello di immagine far parte di un tour simile?
DH: Più che a livello di immagine ti aiuta a livello di curriculum. Nel senso che questa è un’esperienza che rafforza il nostro nome in vista di un futuro ritorno in Europa in veste di headliner. L’immagine non subisce alcuna variazione, la maggior parte dei nostri fan non spende 40 euro per vederci suonare venti minuti e ai fan dei Machine Head credo non interessiamo più di tanto pur godendo della loro stima.

SD: Insomma una visione poco romantica di un tour sognato da molti…
DH: No, affatto. Siamo felicissimi di essere qui, ma per forza di cose siamo costretti a guardare oltre senza soffermarci più di tanto sul fatto di essere fighi per via di un tour coi Machine Head. Se vuoi vivere di musica e sei una band come la nostra avere occupato un periodo così lungo è controproducente. Non ci permette di essere on the road con un tour nostro e nemmeno di metterci a scrivere nuovi brani.

SD: Vivere di musica è possibile per una band come la vostra?
DH: Sì, ma rispetto a tanti altri colleghi dobbiamo faticare il doppio. Suoniamo in ogni parte del mondo senza fermarci mai e quando lo facciamo è solo perché stiamo scrivendo un nuovo disco. Amo suonare e amo fare questo tipo di musica. Altro non saprei fare.

SD: Personalmente mi ritengo un vostro vecchio fan, ma non ti nego che dopo ‘Hidden Hands Of A Sadist Nation’ ho smesso di ascoltarvi…
DH: Hai fatto male! A parte gli scherzi, credo anche io che quel disco sia il punto massimo dei Darkest Hour, ma sono conscio del fatto che non potevamo continuare a scrivere lo stesso disco per anni. E’ giusto cambiare, andare incontro alle proprie esigenze da musicista ed è quello che abbiamo fatto. Sarai però d’accordo con me nel dire che dal vivo siamo sempre gli stessi?

SD: …Beh la indole distruttiva non l’avete persa di certo. Quali concerti in Italia ricordi con maggior piacere?
DH: Quello del tour promozionale di ‘Hidden Hands…’ al Leonkavallo di Milano. In quell’occasione si creò una situazione assurda, una sala piccolissima gremita all’inverosimile e una cappa di fumo e sudore che rendeva ancor più ostico il tutto. Fu un concerto memorabile.

SD: Quando vi vedremo nuovamente dalle nostre parti?
DH: Nel 2012, ma non chiedermi quando. Stiamo cercando di mettere in piedi un tour da headliner… Chissà.

Darkest Hour I Myspace
www.DarkestHour.cc

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The PotT interview

Posted by Salad Days On December - 16 - 2011 ADD COMMENTS

THE POTT INTERVIEW
La scena musicale alternative torinese continua a offrire grandi sorprese. A confermarcelo ecco i PotT e il loro debut album To Those In The Eyes Of God licenziato da Sinusite Records.

SD: Ciao ragazzi, innanzitutto partiamo con le presentazioni e un breve riassunto dei fatti salienti della vita dei PotT.
Emanuele: Ciao a te! Siamo in cinque: io, Simone, Manuele, Simone e Fabio, a cui abbiamo permesso di unirsi a noi semplicemente perché aveva un nome diverso dagli altri… Ovviamente sto scherzando! Ad ogni modo, il progetto prende vita nel 2009 come duo composto da me e Simone Seminatore. Facendo di necessità virtù – non è stato affatto facile trovare altri elementi con cui collaborare – abbiamo mosso i nostri primi passi sviluppando un sound che presentava una declinazione dimessa dell’industrial anni ’80 (per intenderci: Coil, Throbbing Gristle, Foetus, Nurse With Wound) combinata con gli isterismi chitarristici e vocali di Simone e miei. La nostra proposta live era piuttosto irriverente… A ripensarci mi diverte il ricordo delle facce stralunate, per usare un eufemismo, del pubblico. Ma andiamo avanti: nel 2010 la Sinusite Records si interessa al nostro operato: prendiamo quindi accordi con loro per la pubblicazione di un disco sotto la loro ala protettrice. Ci mettiamo quindi al lavoro per la produzione di questo esordio e nel giro di poco ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di una spinta propulsiva per il nostro suono, di un corpo vivo e reattivo entro il quale diventi possibile rendere dinamici i nostri raptus sonori. Riusciamo quindi a trovare qualcuno folle abbastanza da supportarci e questi sono i tre di cui ti ho parlato all’inizio della presentazione. Da lì abbiamo iniziato a costruire passo dopo passo il disco che avete sentito, ed eccoci qua.

SD: ‘To Those In The Eyes Of God’, titolo e artwork dove troviamo un occhio sembrano essere collegati. Da cosa trae spunto il concept del disco?
E: Tutto è collegato, all’interno del disco (inteso nella sua interezza, artwork compreso) ci sono dei richiami fra i vari elementi che lo compongono. Siamo abbastanza concentrati sulla circolarità, in quanto tutto deve tornare ed essere coerente con sé stesso fintanto che ci si avvicina al nostro lavoro. La figura di un Dio che esercita un controllo pressoché totale sulle menti di coloro che si fanno avvolgere dai suoi tentacoli può essere osservata da diverse angolazioni: c’è un richiamo alla religione (nessuna in particolare) questo è ovvio, ma anche all’invasione televisiva di tutti i giorni. Sono innumerevoli i livelli entro i quali si decide, più o meno consciamente, di non ragionare più, ed è per questo che riteniamo sia un peccato rifiutare le enormi capacità che ognuno di noi possiede. La nostra proposta tenta semplicemente di incentivare le persone a fare meglio, ogni singolo uomo può davvero fare la differenza in questo mondo e siamo peraltro convinti che le qualità di uno solo possano illuminare molti, se sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda. Il concept dell’artwork (opera del nostro amico Eeviac, consiglio di fare un giro fra i suoi lavori perché meritano davvero) trae spunto ovviamente da tutto questo. Viviamo in tempi tremendamente oscuri, ma possiamo fare sicuramente qualcosa per poter vedere di nuovo la luce, un giorno.
Simone: Gli spunti sono molti e tutti di stampo evidentemente critico. Il collegamento tra l’occhio del titolo e l’occhio della copertina identifica chiaramente Dio col teschio di cui l’occhio è parte. Ma sarebbe limitativo credere che si tratti meramente del Dio in chiave religiosa. Nel nostro lavoro qualsiasi richiamo alla religione, cattolica e non, è pura forma espressiva laddove il contenuto di religioso ha ben poco, essendo invece molto concreto e direttamente legato a tematiche politico-sociali. Tutto il disco, dai testi alla grafica, è un intrecciarsi di significati e allusioni più o meno criptiche che attendono di essere svelate. Non ricerchiamo consensi, desideriamo solo attivare le zone sopite del cervello atte ad un ragionamento più problematico e critico sulla vita e sulla società.

SD: Parliamo delle vostre origini sonore. Inizialmente eravate un duo electro, ora vi siete spinti verso un sound più rock oriented e molto “tooleggiante” nel mood. A cosa dobbiamo questa scelta?
E: Propendo per l’idea secondo cui si le cose si sono svolte seguendo la loro naturale evoluzione. Fin dal principio non abbiamo mai sviluppato il nostro suono utilizzando esclusivamente l’elettronica, la chitarra di Simo c’è sempre stata, e quindi direi che abbiamo sempre amato mescolare le carte che ci potevamo giocare. Con l’arrivo dei nuovi componenti abbiamo finalmente potuto equilibrare la situazione, dare a ogni elemento il giusto peso affinché la formula potesse reggere. C’è sempre molto da fare per perfezionarla, ma è questo il bello della crescita: la prospettiva. Per quanto riguarda il mood “tooleggiante” non possiamo che essere felici di quanto dici, in quanto si tratta – in maniera più o meno rilevante – di un’influenza per ognuno di noi… Anche se probabilmente il fissato nel gruppo sono io.
S: In realtà è stato come lasciarsi trasportare dalla corrente di un fiume dopo esservi caduti casualmente. Nuotando puoi più o meno capire e forse decidere su quale riva andrai a spiaggiarti, ma la direzione della corrente è qualcosa di spontaneo e ineludibile. Mi trovo bene sulla riva che abbiamo raggiunto, ma siamo già pronti a seguire nuovamente il flusso per toccarne una nuova, immer wieder.

SD: Il disco è stato prodotto in pieno stile DIY, ossia budget ridotti e tutto fatto in casa per quanto fosse possibile. A cosa dobbiamo questa scelta e in futuro pensate di continuare su questa linea?
E: Giusto per la precisione, il disco è stato prodotto nello studio (il Gramarossa Studio Recording) del nostro batterista Manuele Miceli, che unisce alla sua professionalità – ma questa potete valutarla autonomamente sentendo la qualità audio del disco, della quale andiamo molto fieri – dei prezzi veramente onesti… Inoltre penso che il suo più grande talento sia quello di riuscire sempre a trovare una soluzione ai problemi nei quali si può incorrere, quindi mi sento di consigliarlo a chiunque voglia realizzare un progetto organizzato con efficacia ed esperienza. Detto ciò, la storia testimonia che da mezzi modesti possono nascere opere straordinarie: qualunque bravo artista, trovandosi costretto a limitare il suo campo di lavoro per una qualsivoglia ragione, debba per forza di cose riuscire ad acuire la portata delle sue intuizioni e delle sue idee, riuscendo in questo modo a tirare fuori qualcosa di grande.
Anche se dovessimo avere dei budget straordinari in futuro sicuramente cercheremo di investire quel denaro nella maniera più equa possibile, tirando fuori il meglio da noi stessi, questo senza ombra di dubbio. Onestamente rabbrividisco quando realizzo quanto possano essere costate alcune produzioni… Purtroppo sembra che certi meccanismi malati – apparentemente lontani – non siano in realtà così estranei al mondo della musica, che essendo un’arte dovrebbe consolidare, secondo me, le proprie qualità esclusivamente intorno a intelligenza, gusto e prospettiva. E mi limito a questo.
S: Non sento la necessità di nascondere il fatto che il motivo essenziale di questa scelta sia rappresentato dalla mancanza di alternative. Anzi credo sia un merito. Non l’essere poveri, sia chiaro, ma il sapersela cavare con poco. Credo fermamente che siamo riusciti ad andare ben oltre le massime potenzialità offerte dal nostro budget. Se in futuro avremo un’altra scelta sono certo che investiremo tutto quello che avremo, soldi ed energie, come sempre.
Manuele: Il disco è stato registrato e mixato – come ha detto prima Emanuele – al Gramarossa, che è il mio studio e la nostra base operativa. L’abbiamo registrato velocemente, in circa sette giorni (per quanto riguarda la parte strumentale) e questo sia per mantenere intatta la nostra spontaneità nei confronti della struttura dei pezzi, sia per contenere i costi il più possibile. I suoni che abbiamo scelto sono stati dettati dal suono di chitarra di Simone: lui aveva un’idea molto precisa di ciò che voleva ottenere, e da lì siamo partiti. Continuavamo a dirci: “marcio è bello, marcio è bello!”… E marcio è stato! Indubbiamente, ora che iniziamo a diventare un po’ più sicuri come musicisti, i nuovi brani che stiamo provando hanno un suono molto più articolato e questo influenzerà moltissimo il nuovo lavoro. Poi sai, alla crescita della band generalmente corrisponde la maturazione del suo suono; per questo mi sento di dire che il nuovo disco sarà una bomba!

SD: Quale pensate sia il brano più rappresentativo del disco?
E: Domanda difficile… A livello affettivo posso dirti che tengo particolarmente a ‘SBV’… Per quanto riguarda il discorso puramente artistico, penso invece che l’episodio migliore sia ‘Prison Of Social Conformity’.
S: Il disco in sé.
M: Non saprei. Li amo tutti indistintamente, come se fossero dei figli. Non potrei mai dire “mi piace più questo o quello”, è sempre stata molto importante la visione totalitaria dell’opera, non il brano in sé.

SD: Quali sono state le problematiche maggiori nel partorire questo disco?
E: Diciamo che se c’è qualcosa che abbiamo collezionato durante il nostro lavoro, si tratta sicuramente di un’enorme quantità di sfighe. Quella che mi rimane più impressa è stata quella in cui a causa di un’alluvione veramente violento abbiamo dovuto interrompere il nostro lavoro per circa una decina di giorni, in quanto lo studio era diventato inagibile. Ad ogni modo, seppur con qualche difficoltà siamo sempre riusciti ad andare avanti ed è questo quello che conta.
S: La burocrazia senza dubbio. Il lato artistico è filato via liscio come l’olio, quello burocratico scabroso come la superficie di una pietra pomice. Spero non dovremo occuparcene per il prossimo disco, devo ammetterlo.
M: Credo il fatto che non avessimo mai suonato insieme, mancava un po’ l’alchimia del provare insieme, di non aver mai condiviso un palco. Grosse incomprensioni non ce ne sono state, solo qualche occhio nero! No, a parte gli scherzi, sapevamo tutti di voler fare un’onesta opera prima e il traguardo finale ci ha permesso di lavorare bene fin dall’inizio. Ci siamo fidati gli uni degli altri.

SD: Cosa dobbiamo aspettarci a livello promozionale?
E: Cercheremo di portare il nostro disco dove, ambiziosamente, pensiamo meriti di arrivare. Il classico modo di farsi promozione porta a contattare webzine, radio, riviste di settore e questo è un percorso che intraprenderemo sicuramente, ci mancherebbe. Siamo peraltro sempre molto affascinati dal legame della nostra musica con un certo immaginario visivo che vorremmo concretizzare e quindi mostrare quanto prima. Quanti più sensi un’opera riesce a stimolare, tanto più è completa. Ci proveremo.
S: Un bombardamento sui social networks, Facebook in particolare, di recensioni e link per il download. Poi molti live ovviamente. Il solito insomma.

SD: Siete di Torino, città sempre recettiva in chiave rock. Quanto vi ha influenzato il mood cittadino e com’è la scena musicale locale?
E: Per quanto riguarda l’aspetto strettamente musicale, Torino ci ha influenzati pesantemente. Una città come questa ti vomita addosso una miriade di informazioni, ogni giorno… Basta saperle captare. Per esempio, ci sono alcuni elementi sonori all’interno del disco che sono estrapolati dalla nostra vita di tutti i giorni: vorremmo sempre riuscire a portare ciò che sta fuori, quello che ci circonda, dentro ai nostri dischi.
Per quanto riguarda la scena musicale locale, penso sia estremamente claustrofobica; ci sono molte possibilità, sicuramente… Il problema è che passano per le mani di poche persone sulle cui priorità mi sono spesse volte interrogato, ma direi che non è il caso di andare avanti. Inoltre credo che la mentalità imperante in città sia più facilmente competitiva che collaborativa: se possibile, un gruppo tenta di mangiarti in testa piuttosto che cercare di realizzare qualcosa di bello insieme a te… Anche se ovviamente ci sono le eccezioni che confermano la regola. Non è che mi trovi eccessivamente male eh, siamo chiari, diciamo che vorrei comunque esplorare altri orizzonti.
S: Il disco, al pari di noi stessi, è un’emanazione diretta della città, è suo figlio. Un figlio dall’animo ribelle, forse, ma molto affezionato alla madre.
M: Nella nostra città l’offerta in quanto a gruppi musicali è elevatissima, e molti di questi sono davvero pazzeschi… Ma i club in cui suonare stanno diventando da una decina di anni sempre meno. Non so quanto possa avermi influenzato musicalmente il mood cittadino, ma io sono un torinese atipico… Non faccio testo.

SD: Quali sono i prossimi appuntamenti/progetti in casa PotT?
E: Stiamo organizzando il tour di promozione del disco e speriamo di poter fornire novità succulente in tal senso molto presto… Siamo inoltre già al lavoro sul secondo album, che porterà il discorso intrapreso finora su un altro livello, ma non vorrei approfondire ulteriormente questo argomento. Per il resto, consiglio vivamente di mettersi in contatto con noi, ci si può seguire sui soliti canali (la nostra fan page su Facebook e i nostri account Twitter, Vimeo e YouTube) per rimanere aggiornati su tutto. Infine, come già detto precedentemente, stiamo cercando di realizzare dei visual belli gustosi.
S: Secondo voci di corridoio c’è già un altro lavoro in progettazione, ma io non ne so niente… OVVIAMENTE!
M: Salutare amici e parenti, perché per i prossimi dieci anni saremo in tour?! Sicuramente faremo un sacco di date, e altrettanto sicuramente tireremo fuori un secondo disco incredibile!

SD: A voi la chiusura!
E: Ringraziamo per lo spazio che ci avete concesso e per la professionalità. Buon lavoro, continuate così!

The PotT I Myspace

(Txt by Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Right Reserved)

Living Dead Lights interview

Posted by Salad Days On November - 25 - 2011 ADD COMMENTS

LIVIND DEAD LIGHTS INTERVIEW

SD: Let’s talk about “Living Dead Lights”. Describe it.
LDL: Raw, Attitude, Rock n Roll with something to say! A cultural experience!

SD: Introduce the band and the past musical experiences (perhaps through your tattoos)
LDL: Taka Tamada Vocals/Guitar… Kyoto Japan
Alan Damien Guitar. Hollywood Ca.
Martin Kelly Bass Ireland/UK
Nick Battani Drums Austin TX
Basically Taka and Alan were friends for a while and used to song write on the side while they were in other bands…and Nick and Martin had played together in a band before too…more or less social circumstances and a series of events brought this band together.

SD: What are the records that have influenced you?
LDL: GNR ‘Appetite For Destruction’! Beatles ‘White Album’, Skid Row ‘Slave To The Grind’, Sex Pistols ‘Nevermind The Bollocks’, Marilyn Manson ‘Antichrist Superstar’, Nirvana ‘Nevermind’, Johnny Cash ‘Folsom Prison’, Dead Boys ‘Young Loud And Snotty’ and 1000′s more!!!!!!

SD: What do you say to those who say that you copy the Hardcore Superstar?
LDL: To be honest we’ve never really heard of them until lately…they don’t play European rock bands in The US…its too bad…Americas rock scene sucks!

SD: If you weren’t been musicians, what job would you have done?
LCD: Martin likes to do magic and juggle, Alan would be a con-artist or a house husband…or a stunt double in porno, Nick would be a bill collector or a shoe salesman, and Taka likes to draw pictures of unicorns and color stuff something like that.

SD: In recent times, what is the record that has disappointed more?
LDL: Almost every new band over the past 10 years! (I dont think theres been very many good new bands since the 90′s) nobody has anything to say anymore…people are becoming too concerned with aesthetics rather than the depth or soul of their music. This is the fault of the industry though…there has been no real artist development since then.

SD: And the cd that you liked most?
LDL: There’s a lot of good cds…right now im listening to Rob Zombies ‘Hellbilly Deluxe 2′ (not his best work but we love Rob & John5)

SD: Do you like Italy? What do you love about our country?
LDL: Italy was amazing! The fans and the people were really cool to us!…Love the quality of the people and their genuineness…the food the countryside, the artwork and the history of every area of the country!

SD: What do you hate about California (where you are from)?
LDL: Hahaha The Los Angeles Airport! LAX and loser poser wannabees.

SD: Ok, thank you very much for the interview. Anything else to say to our readers?
LDL: Get ready for our New Full-Length Record in Spring 2012

Living Dead Lights I Myspace
www.livingdeadlights.com

(Txt by Flavio Ignelzi; Pics by Ricky Monti x Salad Days Magazine – All Rights Reserved)

Malazeta interview

Posted by Salad Days On November - 23 - 2011 ADD COMMENTS

MALAZETA INTERVIEW

Il read’n’roll dei Malazeta è una di quelle forme musicali che incanta per il perfetto incrocio di musica e parole: la forza delle liriche che si innesta nelle pieghe delle chitarre. Un post-rock coraggioso che ci invita a riflettere, senza strizzatine d’occhio alle facili soluzioni da classifica. Proviamo a scoprirne le origini (e molto altro) attraverso la voce della stessa band padovana.

SD: Salve ragazzi, benvenuti su Salad Days Magazine. Iniziamo da ‘Burattinai’, il vostro primo full-length. Come è nato?
M: L’album è ispirato al libro di Marcello Pamio “Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale”, dove abbiamo colto l’importanza di trasmettere alle persone ciò che normalmente non viene detto, anzi ciò che il più delle volte viene nascosto. L’idea di trarre i testi da un libro è ciò che più ci entusiasma e appassiona: anche il primo album “Dio era tra noi” è stato tratto dal libro di Primo Levi ‘Se Questo E’ Un Uomo’. Con la musica cerchiamo di avvicinare chi ascolta anche alla lettura, strumento sempre più dimenticato, almeno nel nostro Paese, perché troppo lento rispetto ai tempi ormai così veloci del comunicare.

SD: Cosa rappresenta la copertina?
M: Per la realizzazione della copertina, abbiamo provato varie soluzioni grafiche, poi su comune accordo abbiamo delegato Massimo Fenzi (batterista) perché pittore e scultore. Massimo ha pensato di proporre come soluzione il quadro surrealista al quale stava lavorando, quadro in cui i vari soggetti proposti lasciano libero spazio di immagine e di pensiero. In esso ci sono spunti e suggerimenti provocatori che vogliono far incuriosire chi li osserva, e nel ricercare il loro significato si possa ampliare la propria informazione.

SD: Parlateci del vostro rapporto con I Dischi Del Minollo, la vostra etichetta.
M: L’etichetta è stata una conoscenza importante perché ci ha dato la possibilità di attraversare la soglia di casa, Padova, una cittadina che sentiamo ormai così distante, restia a trovare i modi e i luoghi dove esprimere punti di vista diversi, se non addirittura nuovi, e che invece sostiene ciò che è già noto e pertanto rassicurante, senza sorprese, belle o brutte che siano…

SD: Siete un gruppo “nuovo”, ma quali sono le vostre esperienze musicali precedenti?
M: Prima di formare i MALAZETA venivamo da esperienze musicali diverse: chi amava il rock, chi aveva un orientamento pop, chi aveva ormai smesso di suonare,
ma poi l’incontro ci ha dato la possibilità di esprimere tutti la stessa idea, quella di “rinnovarsi”. Abbiamo dunque deciso di intraprendere questo percorso condividendo e sintetizzando le nostre esperienze precedenti in una sintesi che fosse ‘solo nostra’.

SD: Siete più fighi voi o i Massimo Volume (a cui molti vi accomunano)?
M: I Massimo Volume sono il gruppo che ha creato questo genere musicale di conseguenza nutriamo per loro ammirazione, stima e grande rispetto: abbiamo consumato le puntine negli anni ’90, il fascio laser nel ‘2000, a suon di ascoltarli! Qualche anno fa abbiamo avuto la fortuna di incontrare e conoscere Emidio Clementi…Mimì!

SD: Cosa amate e cosa odiate della scena rock italiana?
M: Crediamo che più che amare o odiare sia l’indifferenza la malattia più grave in questo momento, lo sappiamo ormai tutti che il POP/ROCK classico viene amato dal grande pubblico attirato com’è unicamente dalla musicalità orecchiabile. Invitiamo tutti a leggere con attenzione i testi delle canzoni commerciali e non solo a soffermarsi sull’immediatezza del motivo…come suona adesso?!

SD: La letteratura è importante nel vostro linguaggio musicale. Quali libri stazionano sui vostri comodini, in questo momento?
M: Dai più svariati, Tolstoy, Dante, Mancuso, Marzano, Wilde, ci sono una miriade di ottimi autori…(credo ci voglia un’intera intervista solo per questa domanda).

SD: Se potreste scegliere dei gruppi con i quali andare in tour, quali sarebbero?
M: Sicuramente in primis i Massimo Volume, poi il Teatro Degli Orrori, e i grandi Reds Worms Farm.

SD: Descriveteci un concerto dei Malazeta. Avete preferenze dove suonare?
M: (I nostri concerti si adeguano alla location, anche se noi) Amiamo in particolar modo il teatro perché pensiamo che il futuro della musica (ogni genere) sia fatta all’interno di un posto bello, comodo, insomma che aiuti ad apprezzare ciò che si esprime. Nei nostri concerti/spettacoli siamo accompagnati da un attore, Mattia Pastò, e un regista, Nicola Pittarello, che si occupano dell’espressione visiva della nostra musica, diventa così un mix di sonorità e visualizzazioni. Stiamo lavorando sulla versione degli stessi brani, in modo da poterci esibire in posti diversi.

SD: Ok, grazie mille per l’intervista. Qualcos’altro da dire ai nostri lettori?
M: Sarebbe importante, visto che siamo in un momento di cambiamento globale, avere il coraggio di esprimere le proprie idee senza aver paura di essere scoraggiati da chi non vuole apprezzare il nuovo e non sa riconoscervi in esso bellezza. Sognare fa bene e fa progredire.

(Txt Flavio Ignelzi)

Federico Faccioli – ‘Proxima Centauri’

Posted by Salad Days On November - 22 - 2011 2 COMMENTS

‘Proxima Centauri’ è il primo libro di poesie di Federico Faccioli. in tutte le librerie d’Italia. Le copie sono limitate, solo 1000!. Se hai una libreria di fiducia chiedi di ordinartelo. Se invece non ce la fai ad aspettare con 10,00 euro, comprese spese spedizione, arriva a casa tua. Info qua: http://www.bonaccorsoeditore.it (puoi anche telefonare ad un fisso). Un grazie a Morando, Brancaleoni, Giorgio Maria Bellini e Frangenti Culurali, editore Bonaccorso, Biblioteca Civica di Verona, libreria Bocu e Fuoricorso Caffè. Grazie anche a Valeria Tezzon e Serena Benassù.

Intervista di Giorgio Maria Bellini

SD: Da che cosa potrebbe essere rappresentato l’acme della tua visione poetica?
FF: L’esigenza di scrivere è un dovere in questa città. Ma è solo uno dei miei sfoghi. Al contrario di molti amici poeti mi ritengo un ossessivo compulsivo, le parole le peso più con filosofia del messaggio che come “sfogo” fine a se stesso. La poesia ha avuto un gap generazionale assurdo… quello che scrivono i miei coetanei è completamente diverso dai 50 anni che ci precedono. Questo lo dico sia da uomo di pensiero che da insegnante. Il mercato e il cambio del concetto di lavoro sono le prime cause. Scrivere dopo 8 ore nei campi o 8 ore sul pc sono esperienze diversissime.

SD: Nel tuo modo espressivo la parte emotiva e quella razionale si sovrappongono, si compensano o creano divari interpretativi?
FF: Divari molto ampi e me ne accorgo dai sogni che faccio. Ho un educazione molto occidentale… testa testa testa. La filosofia dapprima è stata maestra poi abile nemica. Ora faccio molte attività orientali per spalmare la mia energia ma la ricerca del bilanciamento è sempre dura. Ma sono felice, soffro, ma faccio cose belle.

SD: L’eventuale parere di terzi su una tua opera creativa ha ampliato o modificato la tua ricerca?
FF: Nessuna delle due direi… ho la testa dura! Ho fatto leggere le mie cose a molte persone ma il parere (sempre molto positivo o addirittura “scrivi molto difficile, sei un pazzo/genio”) non ha cambiato la strada della mia stilografica sul foglio.

SD: Da quando hai iniziato a comporre versi che tipo di evoluzione c’è stata?
FF: Ho scritto i miei primi versi nel 1992… Da allora la cultura assorbita ovviamente ha ampliato sia il mio modo di scrivere che di agire. Mi fa piacere non definirmi un poeta (anche se la mia carta d’identità dice il contrario ehheeh) ma sono semplici provocazioni figlie della cultura punk! Per concludere vi dico che le 35 poesie contenute in ‘Proxima Centauri’ non sono getto su carta ma unione di pensieri e emozioni volte a soddisfare il lettore. Se notate c’è una poesia per argomento (o almeno ve lo farò credere). A me interessa lasciare un impronta sull’anno 2010: l’amore, il lavoro, la famiglia, dio, etc…

link rai news
http://poesia.blog.rainews24.it/2011/03/14/opere-inedite-federico-faccioli/

Poesia per Salad Days Magazine:
Un Punk su Facebook
Fai lo stronzetto?
Bevi wodka
Vai a puttane.
Fai cilecca.
Dormi.
Ricominci a bere.

Poi se non è alcool
ce sempre una soap alla tv
o facebook.
Tutti amici.

Sul web l’hai scopata
e ti ha lasciato i segni
delle mestruazioni.
Sul mouse.

Come il giovane ribelle.
Muori per la gloria del tuo gruppo.
Tanto paga Mamma,
anche la connessione a banda larga.

Tanto paga papà.
Non hai fatto neppure testamento;
ed hanno speso 6mila euro
per il tuo funerale.

Non hai cambiato questo mondo:
dormi in pace amico ribelle,
ed avvisami per tempo de dio esiste.

In caso questa cara informazione
risultasse positiva:
comunque non cambierò il mio Agire.

Federico Faccioli
La Ghigliottina® founder & owner

http://LaGhigliottina.com
Best Italian Skateboard Team’s BLOG:
http://LaGhigliottina.com/blog

New Event!
Chief Exec. Officer
http://LaGhigliottina.com/new_event

Contact:
http://www.facebook.com/federicofaccioli
skipe: federico-faccioli
http://www.myspace.com/dr_faccioli
mobile: 3294195014
Personal contact (only good news):LaVeritaTiRendera@Libero.it

The Brokendolls interview

Posted by Salad Days On October - 16 - 2011 ADD COMMENTS

BROKENDOLLS INTERVIEW

I Brokendolls provengono da Cerea, provincia di Verona, da poco hanno sfornato il loro secondo disco; ‘TWOFITHYNINE’, qui davanti a me ho Ros il cantante, straripante animale da palco; impossibile vederlo fermo per più di un paio di secondi, dando l’idea di essere un’anima dannata in continuo movimento. I Brokendolls non fanno musica da “fighetti”, la birra è il loro carburante. Schietti sono orgogliosi di quello che stanno facendo…

SD: La prima domanda è d’obbligo, perché il disco si chiama ‘TWOFIFTYNINE’?
B: E’ il tasso alcoolico che il nostro bassista aveva un anno fa dopo una festa, quando fu fermato dai carabinieri, come puoi ben capire patente revocata e un po’di casino con i caramba, era un mostro in movimento. E’ dato che le nostre liriche parlano solo d’alcool, ‘Twofiftynine’ è in onore del bassista.

SD: E’ un disco dedicato all’alcool?
B: Non in maniera cosi esplicita, non è che siamo alcolizzati, non dobbiamo far vedere di saper bere, i Brokendolls parlano di festa, sia in maniera positiva che in maniera negativa, pro e contro vedi la patente ritirata, due punto cinquantanove è decisamente un bel casino. Il resto parla di vita vissuta, non canzoni fatte a caso, tutti fatti realmente accaduti. ‘The Revenge Of Ford Taunus’ parla dell’esperienza fatta con un vecchio Ford Taunus, sempre di propietà del bassista, due anni fa a Bassano del Grappa, quando quattro stronzi ‘audio tuning’ ci hanno dato fastidio e noi li abbiamo picchiati. ‘Lookin’ For A Driver’ è il problema del sabato sera, cercare qualcuno che guida l’auto mentre te la spassi. ‘Monday In The Jacks’ è il problema del lunedì mattina dopo che hai fatto il leone tutta la domenica, beh te ne stai seduto in bagno a causa del troppo alcool, ripeto non è che siamo alcolizzati ma però…facciamo festa

SD: Cerea Drunk City Rockers?
B: Cerea è un posto davvero depresso. I problemi della pianura padano veneta sono: il primo è la nebbia, poi le persone che hanno come modelli di vita: macchinone, vestirsi da fighetti anche se in un mese prendi novecento euro, però fai debiti per vivere…questa è una cazzo d’utopia. Noi cerchiamo di scappare da tutto questo, facendo skate e rock’n’roll!

SD: Sicuramente spiccherete come personaggi a Cerea?
B: Come brutta gente da vedere, ma solo per quelli che si ritengono omologati, per quelli un po’ più underground no, ma ormai dopo tre anni anche gli altri si sono abituati a noi, anche se c’è ancora chi associa capelli lunghi e tatuaggi alla droga.

SD: Come è nata la band, come vi siete trovati?
B: Tutti a parte il sottoscritto suonavano in altre band, io non ho mai fatto niente a parte organizzare concerti o fare il dj, loro li conoscevo giravamo insieme in skate, un giorno sono venuti a prendermi a casa che cercavano un cantante.

SD: Eri l’unico che non suonava e ti hanno scelto come cantante?
B: Perchè sono amico di tutti, conosco tutti, organizzo concerti da dieci anni, sono arrivati una sera a casa mia con una cassa di birra e una bottiglia di Jack Daniels e lì praticamente mi hanno imposto di andare a cantare e io ho accettato. Ora vado a lezione da un amico, mi spiega, mi aiuta con la pronuncia inglese, gli esercizi da fare prima di cantare; non fumare, non bere (figurarsi quando non deve cantare allora), come puoi vedere non sono ubriaco. Inizi a suonare all’estero, in Germania, non puoi andare a fare figuracce.

SD: Il vostro punto d’unione è stato lo skate?
B: Skate e amicizia, quella vera, soprattutto nelle nostre zone dove ti dicono ciao e ti accoltellano alle spalle.

SD: Avete dei posti dove skateare a Cerea?
B: Abbiamo un indoor skatepark privato, perché gli altri posti è un casino, cosi noi ci siamo fatti il nostro posto per stare in pace, paghiamo, abbiamo costruito le strutture, è nostro: ONLY FOR LOCALS. Il Conkster Park si trova a casa di un ragazzo, siamo in dieci a fare skate e non vogliamo nessuno, non vogliamo fighetti o poser, solo bandana, tatuaggi e Suicidal Tendecies, noi siamo cosi sempre ventiquattro ore al giorno, non è la nostra divisa da fighetto per fare skate; quando lavori, quando vai a fare la spesa, noi siamo sempre vestiti così. E’proprio un’attitudine, quella che nella bassa padano veneta non esiste con persone che si rinnovano l’armadio una volta al mese, oggi faccio lo skater, domani il metallaro, poi il fighetto, poi vado ad ascoltare l’indy e cosi via, quelli con noi non centrano niente, meglio pochi ma buoni.

SD: I Suicidal (Tendecies) restano un gruppo di riferimento importante per voi?
B: Suicidal e AC/DC, per l’attitudine hardcore e stile di vita sempre i Suicidal, ci piace mescolare l’hardcore con l’hard rock, questo è il nostro contesto. Come influenze musicali siamo di provenienza diversa ma alla fine l’attitudine è quella.

SD: Il disco è stato prodotto da Luca Isabelle dei Cowboy Prostitues?
B: Si, lui vive in Svezia, quando ha voluto tornare in Italia per suonare ci siamo incontrati, io gli organizzavo i concerti ed è nato un certo feeling, poi tramite Jack della Rocky Rocketz Management li abbiamo fatti suonare in giro, lui in Svezia ha aperto uno studio e ci ha fatto da produttore. Luca però è intervenuto soprattutto nelle parti vocali, siamo stati noi da soli ad arrivarci, suonando molto dal vivo in questi ultimi due anni, riesci ad apprendere molto. Luca poi…..ci ha messo la ciliegina sulla torta, ci conosce molto bene sa chi siamo, come suoniamo, quello che volevamo da lui e dove volevamo arrivare, ci siamo proprio trovati bene.

SD: Prima hai accennato ai concerti fatti all’estero, come è stata la risposta del pubblico tedesco e scandinavo?
B: Meglio all’estero, il problema che c’è in Italia è che la maggioranza del pubblico compra T-shirt, spille gadget, all’estero comprano vinili e cd; qua non interessa possedere musica originale o supportare la band in questo modo, in Germania l’acquisto lo fanno per partito preso, ancora prima di vederti suonare, in Italia comprano la T-shirt da esibire con la fighetta. All’estero parti svantaggiato, sei italiano, mafia, pizza e le solite cose, sei tu che devi fargli vedere quanto vali, che attitudine hai, come ti muovi.

SD: In Svezia durante la produzione avete fatto concerti?
B: Zero, dodici ore di lavoro al giorno, senza uscire dallo studio, poi in Svezia io avevo un problema particolare: la figa…e in Svezia sono tutte fighe, quindi mi rinchiudevano dentro lo studio, Luca mi teneva a guinzaglio, niente distrazioni, ma è stato un bene, perché in otto giorni abbiamo fatto tutto, io sono passato da fumare un pacchetto di sigarette al giorno a due.

SD: Dopo la tua esperienza svedese, riesci a spiegarmi la ragione percui un paese cosi piccolo ha una scena rock molto attiva che domina a livello europeo da anni?
B: Per me proprio perché il paese è piccolo, nelle scuole c’è libertà di scelta dello strumento, non il flauto, ti danno la batteria, la chitarra, sono avanti rispetto a noi, supportano con la musica e lo sport le aspirazioni giovanili, cercano in questo maniera di tener lontano i giovani dal bere e dalla droga. Nel paese dove eravamo, c’era la prima fabbrica d’armi a livello mondiale, quando ha chiuso le famiglie si sono trovate senza lavoro è scattato un sussidio per impedire che il paese si svuotasse, infatti vivono ancora lì, se hai bisogno di soldi per uno strumento ti danno un po’di soldi e quando un giovane va via di casa lo aiutano con l’affitto.

SD: Considerate questo progetto Brokendolls come un hobby fatto seriamente? Dato che come sappiamo in Italia non si campa suonando un certo tipo di musica…
B: In Italia la cultura musicale è quella che è, si siamo un gruppo che c’è la mette tutta, si fa il culo, in Italia nessuno ti regala niente, ti sbatti per tutto; per le date per organizzare i concerti, i tour, i rapporti con le altre band. Abbiamo la fortuna di aver trovato persone come il “Gallo”(Gallinini Andrea/Tornado Ride Records) che ci ha dato una grossa mano con la sua etichetta. Persone come lui le senti a pelle che sono quelle giuste per te, uno che crede tanto in quello che fa, nella musica, ha l’attitudine giusta, persone rare da trovare, mi sono sentito orgoglioso quando mi ha chiamato a far parte dei Postal Market Babies (punk’n’rolla side project di Ross e appunto Gallo).

SD: Eppure noi avremmo anche tutte le componenti del settore: musicisti, fotografi, label, solo che sono destinati a rimanere a livello underground, sempre hobby resta vero?
B: In effetti ci sono tantissime persone che si danno da fare, perdono tempo e alla fine tutto questo non viene considerato come un lavoro, l’importante è crederci sempre, avere l’attitudine, puoi anche suonare per niente ma l’importante è sempre avere l’attitudine giusta e quella o l’hai o non l’hai! Noi puntiamo tutto su questo…che anche un gruppo di cinque deficienti riesca a fare qualcosa di buono con il rock’n’roll.

The Brokendolls I Myspace

(Txt by X-Man x Salad Days Mag – All Right Reserved)

Screaming Eyes interview

Posted by Salad Days On October - 15 - 2011 ADD COMMENTS

SCREAMING EYES INTERVIEW
A furia di buone produzioni la scena italiana è riuscita a conquistarsi una piazza d’onore anche in terra estera, arrivando a risultati fino a qualche anno fa impensabili. Oggi è il momento degli Screaming Eyes che da quanto fanno sentire nel debutto ‘Greed’ hanno tracciato le basi di un futuro se non altro molto promettente…

SD: Ho avuto la fortuna di poter parlare sia del vostro debutto che dell’EP d’esordio, a mio avviso la crescita è evidente. In cosa pensate siano cambiati gli Screaming Eyes in questo arco di tempo?
SE: Siamo cresciuti sia dal punto di vista personale che artistico, senza dubbio la ragione principale della nostra crescita è stata la maggiore intesa che nel tempo si è venuta a creare tra i due chitarristi Matti e Ame. Il secondo infatti all’epoca dell’EP era da poco con noi. Inoltre per il disco sebbene la musica sia stata scritta principalmente dai chitarristi c’è stato spazio per tutti, pensa che ‘We Are’ è stata scritta dal nostro batterista Brok!

SD: Nell’EP troviamo in produzioni Ettore Rigotti, mentre su ‘Greed’ invece due nomi nuovi e senza ombra di dubbio emergenti nella scena. Come è stato lavorare con due tipi di produttori così diversi in tutto tra loro?
SE: Lavorare con persone così differenti inevitabilmente ci ha aiutato a crescere sotto più aspetti, tutti in ugual modo importanti e allo stesso tempo diversissimi tra loro. L’esperienza ormai più che decennale di Ettore chiaramente ci ha fornito strumenti di lavoro incredibilmente validi sui quali abbiamo continuato a esercitarci per quasi un anno e che hanno portato un mucchio di miglioramenti in fase di composizione e registrazione. Se a questo aggiungi l’energia di due ragazzi come Becko e Cresta che a soli 23 anni hanno già alle spalle un’immensa quantità di esperienze live a livello internazionale e una maturità in fase di mixing impressionante il risultato di tutti questi “incontri” non può che essere quantomeno interessante.

SD: Cosa vi ha spinto ad affidarvi a un nuovo produttore?
SE: Principalmente le tempistiche che stavano restringendosi e la nuova etichetta (This Is Core Music), oltre che ovviamente la curiosità verso nuove esperienze, stuzzicata dalle ottime produzioni Skie che ci vennero fatte ascoltare.

SD: Cosa vi aveva spinto ai tempi a pubblicare un EP di così pochi brani? Di questi tempi una scelta davvero coraggiosa…
SE: Onestamente il budget, abbiamo deciso di puntare sulla qualità musicale e in fatto di produzione. Per budget intendiamo sia quello quantificato in vile ma necessario denaro, sia quello temporale; Avevamo fretta di fare uscire qualcosa e volevamo che fosse di buon livello. L’idea era quella di offrire un’idea di cosa avevamo in mente senza annoiare eccessivamente l’ascoltatore. In fondo era solo un antipasto e grazie al cielo la cosa ha funzionato!

SD: In fatto di influenze ho citato due scuole metal specifiche: quella di nuova generazione di matrice americana (dalle nuove generazioni metalcore in poi per intenderci) e quella nordica. La prima in fatto di groove e la seconda in fatto di tecnica strumentale. Siete d’accordo su quanto dico o avete altre idee in fatto di linee guida?
SE: Beh, ci hai preso in pieno! Siamo tutti cresciuti ascoltando da un lato i mostri sacri svedesi, in particolare In Flames, Dark Tranquillity, At The Gates e Soilwork e dall’altro gli abitanti dell’olimpo americano come Death, Pantera e Slipknot (giusto per fare qualche nome in epoche diverse). Da subito abbiamo seguito e apprezzato il nascere della nuova corrente con una componente “core” con Killswitch Engage, i primi Trivium e Darkest Hour, fino ad arrivare ad August Burns Red, As I Lay Dying, Bring Me The Horizon e così via. In altre parole sì, ci hai inquadrato benissimo!

SD: Quanto tempo avete impiegato a mettere in piedi il nuovo album?
SE: Praticamente un anno!

SD: A cosa dobbiamo la scelta del titolo, ‘Greed’?
SE: Il titolo deriva dalla visione che abbiamo del panorama sociale attuale, non solo italiano ma mondiale (così evitiamo inutili speculazioni). Abbiamo quindi deciso di mettere in evidenza simbolicamente quello che a nostro avviso è il peccato capitale che più ha creato disastri nel mondo. In verità il titolo doveva essere Cashocracy, ma poi abbiamo optato per ‘Greed’.

SD: I testi vengono accomunati da un unico denominatore/concept o trattano tematiche più ampie?
SE: No, nessun concept vero e proprio, almeno per questa volta. Ci sono molti pezzi in cui però esterniamo la nostra indignazione verso il periodo storico che stiamo attraversando, quindi sì, per la maggior parte dei pezzi il denominatore comune c’è eccome ed è l’attualità (‘Cash-O-Crazy’, ‘We Are’, ‘Pull The Trigger’, ‘Moderns’ ad esempio), dal punto di vista economico e sociale (abbiamo fatto di tutto per non tirare in ballo direttamente la politica). Negli ultimi anni di cose ne sono successe davvero tante e senza dubbio hanno influenzato le tematiche. Molti testi inoltre sono stati scritti nel bel mezzo del caso Assange, della crisi economica che nonostante tutto continua, del menefreghismo abbastanza generalizzato, quindi puoi immaginare che la componente emotiva è stata decisamente influente. Per completare il quadro, ci sono anche pezzi i cui temi sono più astratti (‘Dream Pt. 9′, ‘One Last Trip’) e tentiamo di evocare emozioni e immagini in maniera un poco più astratta e lasciando più spazio all’interpretazione.

SD: Musicalmente la vostra crescita mi è sembrata evidente fin dal primo ascolto. Come è stato lavorare sui nuovi brani? E’ stato un percorso a ostacoli rispetto alle passate esperienze o tutto è andato in maniera tranquilla?
SE: Non ti nascondo che ci siamo fatti prendere un po’ dalla tipica sindrome dello studente, ma tutto sommato contando che è stato il nostro primo full-length abbiamo gestito discretamente bene il tempo a nostra disposizione. La crescita è stata decisamente aiutata dall’introduzione di un metodo più strutturato nella composizione con il quale ci siamo imposti di registrare le canzoni ad una qualità buona per poterle ascoltare e modificare “da fuori”, senza doverle suonare. Per questo dobbiamo ringraziare principalmente Ame che è ottimo anche dietro al mixer!!

SD: Se vi chiedessi tre band o album che vi hanno ispirato in fase di stesura chi tirereste fuori?
SE: August Burns Red, As I Lay Dying, Killswitch Engage

SD: Se non erro nel disco sono presenti due guest, volete presentarceli?
SE: In realtà ci siamo dovuti presentare noi! Per chi segue il panorama metalcore italiano sono gente ben conosciuta, Davey è stato il cantante dei Doomsday, Cresta chitarrista dei suddetti Doomsday e degli Everland… Credo che ogni presentazione sia superflua a questo punto!

SD: L’artwork riprende concetti direi quotidiani, business, metropoli e manager in preda a una crisi di nervi. Su cosa si basa il concept grafico?
SE: L’artwork è direttamente ispirato alla canzone che doveva essere almeno per assonanza la title-track: ‘Cash-O-Crazy’, dove effettivamente si descrive un mondo nel quale la follia è portata dal denaro e dall’eccessiva avidità… Daniele di Skie Graphic ha fatto un superbo lavoro nel rendere quest’idea un’immagine concreta!

SD: Siete di Mondovì, paese dove ha preso vita un’altra ottima realtà metal italiana, gli Stigma. In che rapporti siete e come viene preso il successo di band non prettamente commerciali dalla vostra zona?
SE: I rapporti con gli Stigma sono stati per lunghissimo tempo molto buoni, poi le strade diciamo che si sono divise un po’. Per rispondere all’altra domanda il successo di band locali non è da prendere bene o male, è una cosa ottima perché oltre a valorizzare persone che si sono sempre impegnate e ci hanno creduto fino in fondo (oltre a Stigma mi preme ricordare If I Die Today e Septycal Gorge i quali fanno parte di diritto del panorama nazionale e sono anche loro di Mondovì e dintorni), fanno sì che la scena locale venga conosciuta aprendo migliori opportunità alle altre band che fanno parte della scena. In sostanza per noi quindi il successo di una band nostra concittadina è una cosa molto positiva!

SD: A breve partirete con un tour che vi porterà a suonare in diverse città d’Italia, quali sono i vostri progetti in merito?
SE: Come prima cosa senz’altro confermare su palco quello che siamo riusciti a dare su disco, in altre parole far sì che il verdetto del palco del quale hai parlato tu sia positivo, facendo di tutto per avvicinarci alle persone che apprezzano la nostra musica anche dal vivo, poi cercare di suonare in altre occasioni, inoltre è in programma anche un minitour all’estero!

SD: Un saluto ai lettori di Salad Days?!
SE: Prima di tutto grazie per la pazienza che avete dimostrato arrivando fino a questa risposta! Speriamo di incontrarci molto presto e intanto…rock on!!!

Screaming Eyes I Myspace

(Txt by Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Right Reserved)

SuperHillCool interview

Posted by Salad Days On October - 13 - 2011 ADD COMMENTS

SUPERHILLCOOL INTERVIEW

Quanto è legato il mondo del rock a quello dei comics? E quanto è difficile la vita del “fumettaro” in Italia? Lo abbiamo chiesto a Sergio Barbasso, autore del progetto SuperHillCool (www.superhillcool.com) realizzato in modo assolutamente autonomo ed indipendente: scrittura, disegno, colorazione, lettering. In pratica si tratta di un fumetto DIY in pieno stile punk…

SALAD DAYS – Ciao Sergio, bentrovato su Salad Days Magazine. Innanzitutto presentati e presentaci il tuo fumetto.

Sergio Barbasso – Ciao a tutti, mi chiamo Sergio Barbasso, ma per gli amici dell’Agenzia delle Entrate sono semplicemente “Cartella n°00124839274716″. Sono ricco, famoso e tutti quelli che dicono che in realtà mi guadagno da vivere facendo il grafico sottopagato mentono. Tre anni e mezzo fà mi è venuta la brillante idea di creare un fumetto pirla e dal nome altrettanto pirla, e così dopo aver detto addio al mio tempo libero l’ho pensato, disegnato, ripassato, colorato, effettato, ultimato ed infine stampato. Ed ora eccomi qui. A cercare di diventare ancora più ricco allestendo banchetti di fortuna in locali e festival rock sfidando le condizioni meteo più improbabili, e cercando di vendere copie su copie della ISSUE #1 per rientrare almeno delle spese. Certo, avrei potuto citofonare in una villa a caso ad Arcore e dire che ero minorenne e bisognoso, ma ho preferito autoprodurmi tutto dall’inizio alla fine. Che idiota.

SD – Quali sono gli autori a cui ti ispiri? Mi verrebbe da dire Matt Groening per alcune caratteristiche, Bryan Lee O’Malley per altre…

SB – Sono sincero, prima di questa avventura non avevo mai scritto niente nè tantomeno sapevo come realizzare uno storyboard, e dopo anni di lavoro a computer nemmeno sapevo se riuscivo a disegnare qualcosa di decente… quindi sono andato a ruota libera con l’aiuto di internet ma senza farmi troppo influenzare dagli altri; sicuramente gli unici input mi sono arrivati dai cartoni animati in tv, ma nel momento in cui ho disegnato i personaggi per la prima volta ho pensato solo “lo stile manga non fa per me” e “gli occhioni giganti e tondi mi fanno ridere”. Ah, e poi che i Raised Fist spaccano il culo ai passerotti.

SD – Come nascono i personaggi e le ambientazioni di “SuperHillCool”?

SB – Diciamo che in buona parte è colpa della birra; non tanto delle prime due quanto di quelle successive. In realtà inconsciamente ero alla disperata ricerca di una valvola di sfogo per le mie minchiate, e non essendoci stata poi la necessità di inventare a tavolino personaggi che potessero funzionare perchè DOVEVO farlo, ho attinto da ciò che mi circondava e dalle mie più grandi passioni (musica in primis, ma anche cinematografia e viaggi) per creare storie che facessero ridere me e i miei amici. Alcuni personaggi quindi sono caricature di amici e parenti, altri sono persone bizzarre che ho visto in giro (tipo il manager della Emorrock Records), altri ancora sono… IO. Sai com’è, ho pensato che dal momento che faccio un fumetto tutto mio che disegno io coi personaggi che voglio io è giusto che ci sia anch’io… e così sono il batterista dei Uattaffac, la band rivale. Eh sì. Son soddisfazioni.

SD – Sembrerebbe pronto per diventare un cartone…

SB – In effetti era nato proprio per essere un cartone, solo che dopo aver disegnato circa 200 tavole per neanche 2 secondi di scena ho capito che o brevettavo il “cartoon autoprodotto” come nuova forma di suicidio o ridimensionavo la cosa… e visto che all’Ufficio Brevetti mi facevano storie per il fatto del suicidio ho “ripiegato” sul formato fumetto, scoprendo che in realtà è un’ottima piattaforma per la narrazione delle mie storie, e molto utile per il concetto di sintesi. Sto comunque lavorando perchè diventi prima o poi un cartone, anche perchè i personaggi erano stati pensati per avere certe voci e movenze che su carta non posso ovviamente ricreare; ma ci vuole tempo. Cominciamo a vendere ‘ste 1000 copie intanto, và.

SD – Che ne pensi del fumetto digitale, nel senso di fruito senza la carta? Ha futuro? Mi viene in mente “Sugarshock!” di Whedon/Moon, simile per tematiche a “SuperHillCool”…

SB – Come autore emergente direi che è un’ottima cosa, perchè molte più persone possono venire a conoscenza di ciò che faccio e leggere le mie storie, tant’è che proverò sicuramente anch’io a proporre prossimamente i SuperHillCool anche in versione digitale. Come fruitore invece non so ancora, ho provato a scaricare un paio di fumetti digitali ma mi sentivo un po’ impacciato nel leggerli in quella maniera; credo comunque ci voglia solo un po’ di pratica, il cambiamento non si può ignorare e va sempre assecondato, mai porsi dei limiti. Sono in ogni caso straconvinto che il fumetto su carta non morirà mai, diventerà una cosa per cultori come lo è adesso il vinile e come tra poco lo sarà il CD, e proprio per questo ne acquisterà di brutto in valore e fascino.

SD – Visto che evidentemente segui il mondo del rock, quali sono i tuoi ascolti preferiti? Suoni in qualche band?

SB – Ho suonato la batteria fino a qualche anno fa in una gran bella band di Milano, però se prima battevo per passione, ora mi sa che devo battere per lavoro… per il resto, sono un divoratore di musica e collezionista sfegatato di CD, dall’Hardcore più violento ai City and Colour, dal prog italiano di Area e Banco agli esperimenti moderni di Patton, Meshuggah e The Dillinger Escape Plan. In linea di massima adoro tutto ciò che è suonato col cuore, quindi anche la band della Brianza che fa musica da paura e che non conosce nessuno. Ma il più grande artista in assoluto è Marco Carta, non dimentichiamolo mai. Anzi no, dimentichiamolo.

SD – Cosa significa fare fumetti in Italia?

SB – Essere un pirla, credo. Non tanto per i fumetti in sè, quanto per il fatto che qualsiasi cosa fatta in Italia è sempre più difficile da realizzare che da altre parti. Faccio il grafico da più di 10 anni, ho realizzato copertine di CD anche per artisti famosi e faccio un lavoro che adoro, ma il merito qui a Berluscolandia purtroppo non mi ha mai portato da nessuna parte. “Fantastiche le tue grafiche, sei davvero bravo, veloce e puntuale. Però sai, il figlio di un mio amico che quando non si fa le pippe su YouPorn ogni tanto smanetta un po’ con Photoshop mi costa meno di te”. È frustrante vedere che tanti disegnatori di talento (ma è un discorso che vale anche per molte altre figure professionali in ambito creativo) qui in Italia devono sbattersi come dei matti per pochi euro, non vengono gratificati e se provano ad investire su sè stessi lo stato anzichè promuoverli e supportarli gli tira tante di quelle sberle con le tasse da far passare la voglia di fare qualsiasi cosa. Ecco perchè per far sopravvivere il mio fumetto mi troverò una vecchiaccia coi soldi: è l’unico modo per attenuare la mia precarietà.

SD – I tre fumetti che tutti dovrebbero aver letto.

SB – Dipende cosa si cerca quando si compra un fumetto: se uno cerca umorismo a palate direi “A come Ignoranza” di Daw, mentre se uno vuole il disegno fantastico tipo “gioia per gli occhi” ce n’è a quintalate, della Marvel, della DC… se invece uno cerca sia umorismo a go-go che disegni fantastici beh… è appena uscito il nuovo fumetto dei SUPERHILLCOOL, sapete?

SD – Se non avessi fatto il “fumettaro”, cosa avresti fatto?

SB – La escort. O la twingo. Non sono fumettaro di professione e probabilmente non lo diventerò mai, però se non avessi fatto il grafico mi sarebbe piaciuto continuare a suonare la batteria, girare il mondo con la mia musica, drogarmi, spaccare tutto e poi a 40 anni cercare di rientrare in società con qualche lavoretto non impegnativo, tipo scrivere testi per Zucchero, o per Raf.

SD – Cosa dobbiamo aspettarci da te per il futuro?

SB – Farò il bravo, te lo giuro. Il progetto che ho messo in piedi prevede non solo il fumetto dei SuperHillCool ma anche il fumetto parallelo dei Uattaffac, che vedrà la luce appena il fumetto potrà autofinanziarsi e potrò permettermi i disegnatori/coloristi per la prossima storia; ho già altre sceneggiature pronte e un quaderno strapieno di idee e stronzate, nonchè un piano di marketing abbastanza verosimile… l’ideale sarebbe trovare prossimamente un investor (meglio se negli States) e creare un ottimo team di lavoro col quale sfornare storie su storie dedicandomi esclusivamente alle sceneggiature, agli storyboard e alla supervisione, ma comunque con o senza investor continuerò fino a quando saprò che sto facendo qualcosa che mi rende felice e che fa divertire gli altri. Nel frattempo voi spargete la voce più che potete, amici di Salad Days Mag, che il passaparola è l’unico strumento grazie al quale un’autoproduzione totale come la mia può pensare di avere un futuro. E se volete farvi un po’ di risate, comprate i miei fumetti e venite a trovarmi ai banchetti! E mi raccomando: stay Super. Stay HillCool.

www.superhillcool.com

(Txt by Flavio Ignelzi x Salad Days Mag – All Right Reserved)

ILF Crew Records interview

Posted by Salad Days On July - 27 - 2011 1 COMMENT

ILF CREW RECORDS INTERVIEW

Essere una piccola realtà non significa non avere sogni ed ambizioni, e non significa essere meno bravi di altri, anzi! Questo ce lo dimostra Andy Varlaro, giovane manager della IFL Crew Records, collettivo musicale ed etichetta indipendente di Roma…

SD: Ciao Andy, come va?
ILF: Non c’è male, grazie.

SD: Raccontaci un po’ come nasce l’idea di fondare un’etichetta indipendente…
ILF: L’idea embrionale di creare un collettivo musicale ci è venuta nel 2008, all’epoca a Roma c’era una scena indipendente musicale molto attiva e in pieno fermento, quello è stato il punto di inizio di tutto.

SD: Siete attivi dal 2008, leggo. Com’è stato finora il vostro percorso nel mondo dell’underground romano? Avete un occhio anche per il panorama nazionale e magari un altro per l’estero?
ILF: Dal 2008 ad oggi sono cambiate molte cose. Nasciamo come un progetto totalmente indipendente, rivolto essenzialmente alle realtà emergenti del panorama musicale punk e post hardcore a Roma. Iniziamo ad organizzare serate, eventi e manifestazioni sul territorio, con la possibilità di lavorare con esperti del mondo della musica e artisti già affermati sulla scena nazionale ed internazionale. Con i mesi, i progetti e le nuove idee, nuovi elementi entrano a far parte della crew creando un ambiente nuovo e più esperto, che può finalmente dedicarsi anche ad altri generi musicali, nazionali e non. Nel 2011 ufficializziamo tutto, diventiamo finalmente un’etichetta indipendente, una vera figata.

SD: In quanti collaborate al progetto e come vi suddividete i compiti all’interno?
ILF: In IFL siamo 10 per ora, con persone esterne che collaborano ad alcuni progetti, tutti specializzati in compiti diversi. Ognuno è essenziale. Chi si occupa di grafica e illustrazione, chi invece cura l’aspetto del sound design e dell’ allestimento delle serate e chi si occupa della promozione dei gruppi, dei progetti e delle piattaforme web che abbiamo.

SD: C’è una buona risposta da parte degli artisti e del pubblico?
ILF: Dopo anni di gavetta stiamo iniziando ad avere un riscontro molto positivo da parte del pubblico e questo ci piace molto. Vediamo sempre facce nuove e per noi è necessario che sia così. Con gli artisti di cui ci occupiamo siamo sempre professionali e amichevoli. Ci teniamo che si crei un rapporto di serenità e fiducia che garantisca l’integrità dei nostri progetti, proprio come una famiglia.

SD: Il vostro artista di punta? Tank mi pare molto promettente…
ILF: TANK, Simone è un ragazzo molto valido, che si sta dedicando interamente alla carriera musicale RAP. Si impegna e lavora sodo. Noi crediamo molto in lui, pensiamo anche che la sua personalità rispecchi bene la nostra politica lavorativa.

SD: Che realtà musicali preferite cercare di mantenere sotto la vostra ala?
ILF: Ci occupiamo di rap, di electrofunk e di musica indipendente ben fatta. Lavoriamo spesso a progetti punk hardcore, serate dub, DnB e House. Ci occupiamo di musica, dal metal all’acustico.
Tutto, se ovviamente ci ispira.

SD: Roma è sempre stata una città precursore sotto molti punti di vista, anche a giudicare dal numero di etichette presenti. Come interagite con loro o semplicemente c’è un rapporto non-pestiamoci-i-piedi?
ILF: Roma è la culla della musica indipendente, non ci piove. La possibilità di lavorare con numerose realtà che si occupano della tua stessa passione credo sia tutto. Non si finisce mai di imparare. Abbiamo creato rapporti lavorativi con molti dei nomi della scena Romana indipendente. Fondamentalmente ci piace collaborare, ci arricchisce culturalmente.

SD: Vuoi aggiungere qualcosa?
ILF: Volevo concludere ringraziando Salad Days Magazine per la possibilità che ci ha dato nel farci parlare del nostro lavoro, infine la gente che segue le nostre iniziative e chi ci sostiene seguendo i nostri progetti.

www.iflcrewrecords.com
www.andyvarlaro.tumblr.com

(Txt by Fabrizio De Guidi)

Till The Last Breath interview

Posted by Salad Days On July - 25 - 2011 ADD COMMENTS

TILL THE LAST BREATH INTERVIEW
Vengono da Brescia e sono in giro da poco più di un anno. Nonostante ciò i Till The Last Breath hanno già in curriculum un buon numero di show e un EP fresco di stampa. Conosciamoli meglio in questa intervista.

SD: Dando un’occhiata alla vostra bio si legge che siete in giro da circa un anno. Ciò nonostante avete già tirato fuori un EP, ‘Apeiron’, siete stati decisamente rapidissimi… Come siete riusciti a mettere in piedi il tutto in così poco tempo?
TTLB: Effettivamente sì, siamo nati solo un anno fa (nell’estate 2010), registrando allo SkieStudio di Roma il primo singolo ‘By The Memories Of A Daydreamer’. Avendo ottenuto un buon riscontro ed essendoci sentiti ancora più motivati, abbiamo intensificato l’attività di songwriting registrando i 4 pezzi che completano ‘Apeiron’ a gennaio.

SD: A proposito di Roma, ascoltandovi la prima band che mi è venuta in mente sono gli Hopes Die Last. Pensate di avere in comune qualcosa con il gruppo capitolino?
TTLB: I lavori degli Hopes Die Last hanno contribuito alla crescita musicale di ognuno di noi da prima che decidessimo di comporre materiale inedito. Siamo stati tutti ispirati da loro negli anni. Nonostante le influenze musicali all’interno del gruppo siano comunque varie e soggettive, nel nostro sound si avvertono elementi in comune con la band romana e un approccio simile a questo genere musicale.

SD: Siete consapevoli del fatto che look e ovviamente il vostro stile sonoro vi porterà al centro di critiche/dibattiti di chi non la pensa come voi? Come vivete queste situazioni (che credo abbiate avuto già modo di affrontare vedendo le crociate mediatiche dei più oltranzisti nei confronti di band come la vostra)?
TTLB: Siamo assolutamente consapevoli di questo. La sensazione generale è che questo movimento musicale, nelle sue varie sfaccettature e realtà musicali, non sia ancora preso del tutto sul serio, come invece sono considerati altri generi musicali. Ad ogni modo siamo poco interessati a polemiche tutt’altro che costruttive e poco obiettive. Amiamo fare musica, amiamo farlo a modo nostro. Accettiamo le critiche quando sono costruttive, ma crediamo che alcune di esse meritino solo indifferenza.

SD: Arriviamo ad ‘Apeiron’. Guardando in Rete il significato letterario di questa parola viene così descritta: “è una materia infinita, indeterminata, eterna, indistruttibile e in continuo movimento”. Significato che attribuite anche voi alla scelta del titolo o ci sono altre spiegazioni a riguardo?
TTLB: Hai colto nel segno, il concetto di ‘Apeiron’, maturato nell’ambito della filosofia greca ci affascinava particolarmente per il concetto di origine, inizio e movimento costante ma allo stesso tempo di indefinito ed infinito.

SD: Il vostro sound fonde diversi elementi, elettronica, metal, rock, hardcore. Quanto è complesso amalgamare il tutto e come nasce un vostro brano?
TTLB: In fase di songwriting non ci risulta complesso amalgamare tutti questi elementi, è un processo naturale ed inconscio. I nostri brani nascono da un intenso lavoro di gruppo, dall’apporto e lo sviluppo costante di idee da parte di ognuno di noi. Trovato il punto d’incontro tra le migliori idee, il pezzo comincia a delinearsi. A questo punto il processo si velocizza e si giunge ad una struttura grezza del pezzo, che viene in seguito lavorata e smussata in modo che ogni cosa ci convinca appieno.

SD: Il genere da voi proposto non è ancora ben assimilato dal pubblico italiano, siete d’accordo? Con questo penso che siate molto più adatti a guardare oltre i confini, in Paesi dove magari è più facile trovare sbocchi dove crescere. In chiave estera quali sono i vostri progetti?
TTLB: Siamo purtroppo d’accordo. La scena italiana è molto valida e agguerrita ma il nostro paese non permette a molte valide band di emergere, come di avere l’attenzione meritata. Complice di tutto ciò anche una certa esterofilia da parte del pubblico, sempre pronto ad assecondare l’ennesima “next best thing” che giunge dall’estero ma non a supportare le band locali. I nostri progetti futuri sono di riuscire appunto a portare la nostra proposta musicale fuori dall’Italia. Al momento puntiamo all’Europa ed in un futuro, speriamo non troppo lontano, all’America.

SD: Se non erro siete di Brescia. La vicinanza con Milano e la possibilità di avere a che fare spesso e volentieri con show di band rinomate e un panorama musicale alternative vivo e vegeto pensate possa avervi stimolato a mettere in piedi il progetto?
TTLB: Assolutamente sì. Milano è sempre stato un punto di ritrovo di realtà musicali abbastanza differenti tra loro nel sound ma unite in un’unica scena. Tutto ciò ci ha nel tempo affascinato e spinto a iniziare un progetto nostro, da portare avanti con costanza ed impegno.

SD: Quale brano dell’EP pensate sia perfetto per presentarvi a chi ancora non vi conosce? E quale invece pensate possa essere adatto come base per il futuro full lenght?
TTLB: L’EP contiene pezzi più inclini alla melodia come pezzi più pesanti. Non crediamo ci sia un singolo brano adatto a rappresentare in pieno i nostri intenti, anche perché probabilmente ogni membro della band avrebbe una risposta differente a questo quesito. Per il futuro full-lenght vogliamo riuscire ad amalgamare sempre meglio gli elementi che ci caratterizzano ed unirli ad idee nuove anche più particolari ed innovative.

SD: A proposito di album di debutto. Ci state lavorando? Quale sarà la direzione stilistica?
TTLB: L’album è già in lavorazione e molte cose sono ancora da definire… Puntiamo comunque a un lavoro più curato e in tempi più lunghi rispetto all’EP. Il songwriting sarà ancor più variegato e rallentato in modo da rendere perfetto ogni aspetto del materiale nuovo.

SD: Fattore live: come procedono le cose? E’ difficile trovare date in Italia?
TTLB: Siamo soddisfatti, abbiamo avuto occasione di suonare con band anche abbastanza affermate e trovare sempre un buon feedback da parte del pubblico. Siamo molto positivi per le date future nonostante in Italia sia sempre complicato trovarne di interessanti.

SD: Meglio DIY o booking agency?
TTLB: In fondo in fondo entrambe, anche se le agenzie di booking ricoprono un ruolo fondamentale per noi.

SD: Quanto conta il look in una band come i Till The Last Breath?
TTLB: Cerchiamo di curare al meglio ogni aspetto della band. La proposta musicale, la cura riservata ai pezzi e alla resa live, come la ricerca di un sound personale sono gli aspetti più importanti. Ad ogni modo siamo convinti che il look comunque se ne dica conti molto nell’impatto dato da una band e noi cerchiamo di far fronte al meglio anche a questo aspetto, ovviamente!

SD: Chiudete pure a vostro piacimento!
TTLB: A tutti voi che leggete, continuate a vivere la musica che vi piace con passione e supportate le band italiane. Ringraziamo per quest’intervista ed il tempo che ci avete concesso. Un saluto dai Till The Last Breath!

TILL THE LAST BREATH I MYSPACE

(Txt by Eros Pasi)

Gazebo Penguins interview

Posted by Salad Days On July - 15 - 2011 ADD COMMENTS

GAZEBO PENGUINS INTERVIEW
Straight from the campagne emiliane, una delle più belle ed inaspettate realtà punk-hardcore made in Italy, i Gazebo Penguins. Al loro terzo lavoro, ‘Legna’, sono ormai giunti alla piena maturità. Non avete scuse, vi regalano pure il loro album…

SD: Gazebo Penguins, presentatevi…
Sollo: Basso e voce.
Piter: Batterista prevalentemente con gusti hardcore/metallari, ma che trova comunque molta soddisfazione nel suonare da pinguino.
Capra: Chitarra e voce restante.

SD: Il fatto di essere originari e vivere tra Correggio e Zocca, luoghi che hanno dato alla luce importanti personalità artistiche quali Arnaldo Bambini e Giovanni Maria Bononcini, vi hanno spinto o influenzato in qualche modo nella vostra passione musicale?
Capra: Da Arnaldo Bambini abbiamo sicuramente appreso l’arte dell’improvvisazione, mentre da Giovan Maria Bononcini (che nacque a Montecorone, una frazione di Zocca) ci siamo ispirati alle sua intramontabile ‘Arie E Correnti à Tre’ per forgiare lo stile dei Penguins.

SD: Il vostro ultimo album, ‘Legna’, uscito (in free download l’11 Maggio, nei negozi il 27 dello stesso mese) per l’etichetta To Lose La Track: siete soddisfatti del vostro lavoro? Collaborazioni?
Sollo: Soddisfatti? io sono esaltato! Le collaborazione sono state a tutti i livelli: da Francesco che ci ha prodotto il disco (a livello di suono) con il quale io sono riuscito a lavorare in studio (nel mio studio di registrazione lo IAF) imparando trick e skills e hollie e grind appalladifuoco. Nel senso che lavorare con un genietto così mi ha dato davvero tanto. Poi c’è stata la collaborazione con Jacopo dei Fine Before You Came, che ci ha davvero aiutato a produrre una hit single spaccculi quale ‘SENZA DI TE’, per non parlare del fatto che ci ha sempre spronati e seguiti nel nostro lavoro, all’inizio ci credeva forse più lui di noi. A seguire, sempre Jacopo, assieme a Stefano, suo socio a Legno – Brutta Grafica e Serigrafia, hanno ideato e realizzato tutto l’artwork e la serigrafia del packaging. E così anche Luca Benni, che è davvero un tesorone, non ci ha pensato su 2 secondi a proporci di fare uscire il disco per TLLT.
Pieter: Per quanto riguarda il lavoro su ‘LEGNA’, io era un po’ che accusavo la poca cura che abbiamo sempre dedicato ai testi e alle parti vocali in generale, tanto che tempo fa avevo addirittura proposto di inserire nella formazione un quarto elemento che potesse prendersi in carico questa parte della composizione dei pezzi e dei live, ma non se ne è fatto niente ed è meglio così, avrebbe rotto l’equilibrio. Questo disco mi ha soddisfatto molto dal punto di vista strumentale, e anche dal punto di vista vocale, sollo e capra hanno fatto un ottimo lavoro, i pezzi hanno assunto un spessore di cui sentivo la mancanza nei vecchi pezzi ed ora si stanno impegnando a cantarli e a cantarli bene perché ne vale la pena! Prima di questo disco al momento di fare il soundcheck sulle voci le richieste al fonico erano “voci basse, tanto cantiamo male”
Capra: Questo disco è nato coi Penguins; è stato affinato in studio con una persona di rara capacità come Burro; è stato incoraggiato con un’energia spaventosa da Jacopo; ha avuto l’appoggio incondizionato di Luca Benna e To Lose La Track; è stato stampato con incomparabile zelo da Legno. Questo disco è nato con noi, ma è diventata una storia condivisa da persone che pensavano solo a creare qualcosa di bello, che potesse restare. E alla fine, sicuramente, una delle cose più significative che LEGNA ha portato nella storia del Penguins sono stati questi incontri, e queste persone che, grazie a questo disco, abbiamo avuto l’onore di conoscere.

SD: Spiegateci la scelta di poterlo scaricare gratuitamente…
Sollo: Tanto se no chi cazzo lo compra? Dai, un disco te lo compri al concerto, se ti piace il concerto, oppure lo assaggi e poi lo compri perché vuoi bene a chi l’ha fatto. Tu li compri i cd? Dai, serio eh? Io scarico, poi mi compro il vinile perché sono un vinilofago, però prima scarico dai. Ci sta, è un discone, ci abbiamo creduto tantissimo e ci crediamo, e vogliamo che tutti, ma tutti tutti quelli che lo vogliono, lo ascoltino e dicano “cazzoperò legna eh!”
Piter: Ho smesso di usare i cd quando sono usciti i minidisc, dai minidisc sono passato agli mp3, non compro cd da anni, non ho mai apprezzato l’oggetto in sé, lo trovo scomodo e inutile, qualcosa che prima o poi butterò via, un intralcio alla diffusione della musica. Supporto le band che mi piacciono andando ai concerti e comprando un sacco di t-shirt. Ho visto i The Ghost Inside qualche giorno fa, e gli ho preso due tshirt invece che i cd, preferisco così. Desidero che chi vuole sentire quello che facciamo lo possa fare nel minor tempo possibile, col minor sforzo possibile, subito! Per questo, oltre al free download, dal sito stiamo piazzando la nostra musica praticamente ovunque sul web: bandacamp, last.fm, jamendo, myspace etc. Con questo approccio in 24 ore abbiamo avuto più di mille downloads del disco, e migliaia di ascolti in streaming dai vari siti. Quello che volevamo.
Capra: Prima che uscisse il disco in frì daunlò, abbiamo voluto spiegare la nostra scelta con questa roba qua, che ti giro paro paro:
Quanto costa fare un disco? È facile. Facciamo due conti. Prendiamo ‘LEGNA’.
‘LEGNA’ è stato registrato all’Igloo Audio Factory, che è lo studio che, assieme ad altri, ha fondato Sollo, che suona nei Penguins. Lo IAF sta a Correggio. Le giornate trascorse in studio a registrare son state circa 10, a fine gennaio, cui vanno aggiunti altri 5 giorni di mix in marzo. Diciamo due settimane. Indicativamente, tra una balla e l’altra, per far uscire 8 pezzi mixati dallo IAF abbiamo speso 2.500€! In studio, in media, in quelle due settimane lì, c’erano quasi sempre 4 persone. Che suonavano, spippolavano pomelli, mangiavano, dormivano, bevevano e cagavano. Nient’altro. Vogliamo calcolare 10 € al giorno di spese pensione completa tutto compreso? È una cifra irrisoria, ma prendiamo quella. 40€ al giorno x 14 giorni = 560€ (trascurando i giorni in cui eravamo in 8 o più. Ma non siam qua a fare gli zelanti). Noi pinguini, di quel che abbiamo preso per i concerti e i dischi venduti negli ultimi due anni, non ci siamo mai tenuti un euro (a parte una volta, a Pegognaga, dove abbiam deciso di prenderci 60 € a testa, e Piter disse: “Uoah. Ossigeno”). Tutto finiva in cassa, e la cassa è stata debitamente svuotata per pagare le registrazioni. Vogliamo buttarci le spese di viaggi? Mettiamoci solo quelli che ho fatto io, per stare scarsi. Più o meno 5 volte avanti e indietro, per una spesa sommaria al difetto di 150€. Una volta finito di registrare, il disco è andato da Carl Saff a Chigago per il master. Carl Saff è un brav’uomo con tanto di famigliola felice, e oltre a questo ti fa pagare in base al minutaggio del disco. Il nostro dura 23 minuti circa e abbiam speso 200 dollari. Che son più o meno 150€ a far conto pari. Nel frattempo si è lavorato alle grafiche. Le grafiche partivano da alcune foto, che ci ha fatto Albo, che lavora con Piter, che suona nei Penguins, in cambio di un pranzo in giardino e di una sudata come poche. Le grafiche poi le ha seguite Jacopo, che ha pure cantato in un pezzo. Jacopo ci ha detto: “Voi mi avete regalato un pezzo, io vi regalo le grafiche”. Jacopo è un guaglione come pochi (e lo sarebbe anche se non ci avesse regalato le grafiche). Ma qui parliamo di soldi, e per tanto non starò a incensarlo con commoventi panegirici, ma possiamo solo dire che la spesa delle grafiche ci è stata abbuonata. Poi c’è la stampa, sia dei ciddì che del packaging. Siamo andati sempre da Jacopo, nella bottega di serigrafia che gestisce assieme Stefano e che si chiama Legno (pensa te). La stampa è stata una spesa che ha deciso di accollarsela To Lose La Track, nella persona di Luca Benni (altro incredibile soggetto). Su per già siamo sui 1.200€ per cinquecento copie di ‘LEGNA’. Serigrafate a mano. Addendiamo: 2.500€ + 560€ + 150€ + 150€ + 1.200€ = 4.560 €!
Di ‘LEGNA’ circoleranno 500 copie. E si sa già che, tra una balla e l’altra, 25 di queste verranno regalate a chi se lo è meritato. Ne restano 475. Saranno vendute a 10 € l’una. Il che fa un ricavo di 4.750€ nella celestiale ipotesi che vengano vendute tutte. Tutto ‘sto pippone per dire cosa? Niente, che per noi sono tra i soldi spesi meglio della nostra vita. E lo abbiamo fatto proprio sapendo che non ci avremmo preso una lira. Perché le cose più belle restan sempre quelle che regali. E questo disco ve lo volevamo regalare a tutti i costi. “Se fai così, è bello”capra

SD: Ho apprezzato la scelta dei pezzi in italiano, a differenza dei due vostri precedenti lavori: un modo per staccarsi dal cliche’ (ho messo apposta l’apostrofo sulla e) dei gruppi “fighetti” o per mettere ulteriormente le radici nel Belpaese?
Piter: La mia è stata una scelta abbastanza passiva ma derivata da una necessità interiore. Non l’ho vista come una scelta per conquistare il pubblico italiano o per differenziarsi: l’ho vista come un sfida, oppure la strada da prendere per migliorarci, per fare musica in modo più professionale e consapevole. I testi in italiano non perdonano: o sono belli e li canti bene oppure è un fiasco totale. Ed ora ne sono pienamente soddisfatto. Quando suono i pezzi del nuovo disco li vivo di più, mi emozionano di più. In buona parte è la musica, che credo sia più matura rispetto a prima, ma molto lo fanno anche i testi. Credo che abbiamo superato la prova e che adesso siamo una band migliore.
Sollo: Un modo per far capire le poche cose serie che abbiamo da dire e per farcele ricantare, ognuno a modo suo, in faccia ai concerti. Tutto qui. Semplice.
Capra: Se vai su www.gazebopenguins.com trovi questa roba qua (paro paro), sul perché abbiamo cantato in italiano:
1. Il nostro inglese era ed è imbarazzante
2. Il nostro italiano è forbito e pertinente
3. Prima di entrare in studio avevamo questi 8 pezzi: quattro canticchiati in inglese e 4 canticchiati in italiano. C’era da scegliere tra 50 e 50. Abbiamo scelto 50.
4. Il primo Ep ‘Invasion’ era cantato in una lingua a metà tra inglese e italiano. Il primo disco ‘The Name Is Not The Named’ era cantato in inglese. Il secondo disco ‘LEGNA’ è cantato in italiano. Il 4 Ep sarà cantato in una lingua a metà tra italiano e inglese.
5. Visto che si tende sempre a ripetere le cose che ci piacciono, se ti piace una canzone tendi ad ascoltarla più volte e a ripeterla anche quando non la ascolti più. Visto che non tutti possono ripetere una canzone risuonandola con la chitarrina, canticchiarla o cantarla è la cosa più facile. Se capisci le parole, poi, è ancora più facile. Per dire: volevamo un disco da far ripetere, da poter cantare con più amena facilità. La gioia. L’amore. E che magari mentre sei lì che suoni qualcuno te lo canta in faccia e diventa molto bello tutto.
6. Vasco canta in italiano

SD: Avete già in programma qualche data?
Sollo: il 20 Maggio 2011 c’è (o c’è stato…) il release party di ‘LEGNA’, dove ci sarà il disco materiale in anteprima mondiale. Poi sicuramente stanno iniziando a lavorare a DeStijl per la programmazione estiva. E in autunno gran bomba.

SD: Un tema ricorrente in quasi tutti i pezzi è il tempo, nelle forme del passato e dei ricordi: sbaglio?
Capra: Sì, il tempo è qualcosa di decisamente ricorrente. ‘Frate Indovino’ è incentrata interamente su questa roba delle cose che si dimenticano per sempre. Che quando qualcosa è dimenticato per sempre – nel senso di cancellato dalla memoria, mai più prendibile, zero assoluto – ecco, quel qualcosa è diventato un pezzo di nulla, sparito dell’esistente. Eppure rimane un qualcosa che hai vissuto, qualcosa che hai avuto dentro, che ha vissuto con te per un pozzo di tempo. Se c’è un ricordo che non potrai più far rivivere perché è sparito dalla memoria, allora ti stai portando dentro un pezzo di nulla, ma che ti è appartenuto, che era tuo e non lo è più. E la cosa destabilizzante è che non puoi saperlo. Anche ’300 Lire’ è un testo che è partito da un ricordo, quello di un salvadanaio, con dentro 2 monete: una da duecento e una da cento lire. E c’è un padre, che lo dice a sua figlia. In quel momento, quel salvadanaio, i cui cocci gli hanno fatto un taglio sulla mano, per quel padre è una cosa grandissima. Qualcosa di eroico. Ma è un’emozione che non riesce a trasmettere, che non è condivisibile. Di quel che vivi nei ricordi, a volte, puoi metterne a parte solo chi c’era, in quel ricordo. Tutti gli altri saranno sempre assenti.

SD: Ma che vuol dire ‘Legna’?
Sollo: Dai cazzo. LEGNA! Spacca! E’ na ghega! Devasta! Bomba! Bomber! Spacchiuso! Togo! Figo! Gran pacca! Gran botta! Gran pacca di gesù! Ecc.
Piter: Un disco che legna! Io lo dico per un disco che mi esalta, e di questo disco sono molto soddisfatto, per me il titolo è diventato espressione della soddisfazione che provo.
Capra: E’ il materiale ricavato dai fusti delle piante.

Gazebo Penguins I Myspace
www.gazebopenguins.com

(Txt by Fabrizio De Guidi; Pics by Albo & Lance)

Meanwhile interview

Posted by Salad Days On July - 8 - 2011 ADD COMMENTS

MEANWHILE INTERVIEW
Chi non muore si rivede… o si risente! Sì perchè i Meanwhile dopo anni di apparente silenzio sono tornati alla carica con quello che è a tutti gli effetti il loro miglior prodotto discografico, ‘Daylight’. A fare un sunto della situazione è uno dei membri storici della band, Bassa.

SD: Innanzitutto parto col dirvi bentornati. In seconda battuta mi piacerebbe capire cosa vi ha spinto a stare lontani dalle scene per così tanto tempo…
M: Grazie mille! La scelta di rimanere lontani dalle scene per un po’ è stata una scelta obbligata, dovuta in primis al cambio di formazione all’interno della band, e in secondo alla voglia di uscire con un prodotto che fosse impeccabile sotto tutti gli aspetti, senza preoccuparci di quando sarebbe uscito.

SD: Quando si è in pausa il 90% delle volte la cosa si tramuta nella fine della band. Il vostro caso non è certo uno di questi… C’è stato un momento in cui avete pensato di mollare tutto?!
M: Anche se siamo stati un po’ fuori dalle scene la band non è mai stata in pausa, in questi anni abbiamo comunque lavorato sodo scrivendo, registrando e mixando le canzoni che compongono ‘Daylight’. Non ci è mai passato per la testa di mollare tutto, anzi, il cambio di formazione e di etichetta ci ha dato nuova linfa vitale e siamo più affiatati che mai!

SD: Arriviamo a ‘Daylight’. Un disco che si discosta se non totalmente, quasi, dai vostri passati episodi. A cosa dobbiamo questa nuova fase?!
M: I Meanwhile sono da sempre una band che scrive il proprio materiale in base alle influenze dei quattro elementi che la compongono. Il fatto di avere cambiato due componenti su quattro ha inevitabilmente influito molto sulle sonorità di ‘Daylight’. In ogni caso è stato tutto molto naturale. Non ci siamo mai posti limiti o prefissati un genere preciso. Questo è il nostro sound attuale e lo sentiamo molto nostro.

SD: Sinceramente oggi giorno mi risulta difficile porvi nel calderone hardcore melodico di cui facevate parte tempi or sono. Essere una rock band era quello che desideravate anche ai tempi o è stato un mutamento naturale?
M: Come ti accennavo sopra, negli anni in cui facevamo hardcore melodico ci veniva naturale suonare quel genere. Ciò che nasce ora in sala prove è tutt’altro che hardcore melodico e quindi non ci vogliamo forzare a comporre e suonare un genere ben preciso, ma seguire il nostro istinto musicale e le nostre influenze, che comunque sono molto disparate.

SD: Quanto tempo è servito a strutturare il lavoro?
M: Né troppo né poco. Diciamo che non abbiamo voluto avere fretta perché ciò che ci interessava era far uscire un prodotto impeccabile, e questo ha inevitabilmente allungato un po’ i tempi…

SD: La prima cosa che ho notato ascoltando il disco è il fatto che ogni brano sembra quasi legato da un filo conduttore comune, ossia niente alti e bassi di rendimento, una costanza che tiene alto il disco dall’inizio alla fine… Come sono stati strutturati i lavori per la composizione del disco?
M: Abbiamo composto ‘Daylight” con il preciso pensiero di fare un disco composto da potenziali singoli, che si differenziassero tra loro ma che fossero legati da un “Meanwhile sound” comune. Questo tuo commento mi rende molto felice perché è proprio ciò che avevamo in mente quando stavamo componendo ‘Daylight’.

SD: In questo album si annovera la presenza di nuovi membri nella line-up. Hanno influito sulla buona riuscita del disco?
M: Assolutamente sì. Snico suonava già live con noi quando il nostro ex batterista Pinna era impegnato in tour con gli Hormonauts, quindi conoscevamo bene il suo potenziale e il suo ingresso ufficiale nella band è stato molto naturale. Mik suonava già con me in un altro progetto parallelo e conoscendo bene le sue qualità tecniche gli ho proposto di venire a fare qualche prova per entrare nella band. La nuova formazione si è così completata. L’apporto di Snico e Mik è stato fondamentale per la buona riuscita del disco.

SD: Quali band e dischi hanno influenzato maggiormente ‘Daylight’?
M: Questa è una domanda che nel nostro caso non ha risposta… Abbiamo talmente tante influenze disparate che non saprei proprio cosa rispondere! Anzi, come in tutte le band, si finisce sempre con il prendere in giro i gusti musicali di uno che sono matematicamente l’opposto degli altri.

SD: Una grande professionalità di fondo, questo si nota in tutte le fase del disco: dalla parte sonora (suoni, produzione, tecnica strumentale) all’aspetto visivo (artwork…). Un aspetto che avete migliorato tanto rispetto al passato, o mi sbaglio?
M: Grazie mille. Abbiamo sempre cercato di dare un’impronta professionale alla band. Anche in passato. Sicuramente, negli anni, siamo cresciuti e abbiamo fatto esperienza degli errori e delle cose potenzialmente migliorabili, cercando di evolvere sempre. Credo sia un istinto naturale. O vogliamo addirittura parlare di saggezza? La lunga barba bianca ancora ci manca!

SD: So che per questo lavoro vi siete gestiti autonomamente il tutto, licenziandolo autonomamente. La vendita del disco infatti oltre al vostro banchetto sarà online e per via digitale. Pensate che questa nuova strada possa essere una nuova via per la catena discografica fatta di major in crisi ed etichette sempre più restie?
M: Dopo l’esperienza con Wynona eravamo indecisi sulla strada da seguire, ci siamo consultati col nostro manager attuale e siamo subito stati d’accordo sul fatto che il futuro per una band al giorno d’oggi è online. Quindi cerchiamo di sfruttare al massimo tutti i benefici che la Rete può darci sia a livello promozionale che a livello commerciale.

SD: Sul lato promozionale come vi state muovendo? Anche in questo caso autonomamente?
M: No, abbiamo il nostro manager che si occupa della promozione della band, e comunque anche noi cerchiamo di fare ciò che possiamo per promuoverci al meglio.

SD: Avete in cantiere un videoclip? Su cosa si baserà il concept?
M: Registreremo a breve il video del singolo ‘Dear Gun’ e il concept sarà una sorpresa. Anche in campo video, comunque, cercheremo di avere la massima professionalità a livello di qualità di regia, immagini e audio.

SD: Fronte estero quali sono i vostri progetti in merito?
M: Ci piacerebbe poter tornare in Tour in Europa. Vedremo come procederanno le vendite del disco e da lì ci faremo un’idea di come e dove muoverci.

SD: Che altri progetti avete in cantiere per il 2011?
M: Suonare, suonare e suonare. Vogliamo portare la nostra musica in più posti possibili, anche perché la dimensione live è quella che preferiamo e quella in cui riusciamo meglio a esprimere il nostro potenziale. Faremo più date possibili di promozione a ‘Daylight’.

SD: Chiudete pure a vostro piacimento!
M: Innanzitutto complimentoni per il magazine! Grazie mille per l’intervista e un saluto a tutti i ragazzi che ci seguono sempre!

Meanwhile I Myspace
www.meanwhile.it

(Txt by Arturo Lopez)

Solrize interview

Posted by Salad Days On July - 3 - 2011 ADD COMMENTS

SOLRIZE INTERVIEW
Gli austriaci Solrize, provenienti da Vienna, propongono il loro stoner, felici per come stanno approntando il nuovo disco, per il quale fra poco voleranno in California, si dimostrano molto sicuri e determinati in quello che vogliono e cercano d’ottenere dalla loro musica…ne abbiamo discusso con Elvis Nine (cantante) e Mike (batterista).

SD: Vi siete formati nel 2006?
S: Si dal settembre del 2006!

SD: Fin da l’inizio siete partiti con lo stoner o è stato un passaggio graduale?
S: Subito con lo stoner.

SD: Prima suonavate in altri gruppi?
S: Prima avevo un gruppo punk Psy -9!

SD: A parte il batterista, siete sempre gli stessi nella line up?
S: Abbiamo cambiato batterista nel 2009, all’inizio quando abbiamo incominciato a creare il gruppo, Mike era nella line up originale, poi se ne andò, perché suonava in un’altra band e nel 2009 è ritornato.

SD: Quando è stato fatto il vostro disco ‘March Of The Maraboo’?
S: L’abbiamo registrato nel febbraio 2009, con l’altro batterista Markus e subito dopo Mike ritornò nel gruppo.

SD: Dopo l’ho avete anche ristampato per il mercato americano?
S: Con una nuova copertina e una registrazione sia per il mercato americano che quello canadese.

SD: Finora avete sempre suonato in Europa ma mai negli States?
S: Solo in Europa.

SD: I contatti con il mercato americano come ve li siete procurati?
S: Solo ascoltando le nostre canzoni sulla nostra pagina Myspace, poi ci ha contattato la Blast Zone Entertainment.

SD: Avete avuto qualche responso di come sta andando il disco negli States?
S: No, ancora non ne sappiamo niente è passato troppo poco tempo sono solo due mesi e mezzo che è uscito … ci danno i dati delle nostre vendite ogni 6 mesi, diventa difficile per noi sapere come sta andando.

SD: In Europa avete fatto solo il cd o avete anche provveduto a stampare il vinile?
S: Niente vinile, ma in agosto andiamo in California, ci sono parecchie etichette che ci stanno contattando, speriamo di riuscire a proporre ‘March Of The Maraboo’ in vinile, si perché sarebbe un’ottima promozione. In California andiamo da Scott Reeder il bassista dei Kyuss per registrare il nuovo disco che a differenza del primo non sarà autoprodotto.

SD: Per il secondo avete fatto delle preproduzioni?
S: Stiamo facendo il demo, dopo lo spediremo a Scott negli States, perché il bello della rete è che tu lavori qua in sala prova, lo fai ascoltare a Scott dall’altra parte dell’oceano e lui dopo ci dice dove lavorare. Solo attraverso il web ci siamo accordati, questa è la grande comodità di internet, che tutto il mondo può comunicare assieme, attraverso skype, email, tutto questo è fantastico, solo quindici anni fa non era possibile. Ora vai in sala prova, cinque minuti dopo aver registrato la demo, la spedisci.

SD: Siete voi che siete entrati in contatto con Scott?
S: Ha ascoltato il nostro disco e ha mostrato molto interesse verso di noi.

SD: Avete suonato parecchio con parecchi gruppi famosi?
S: ZZ TOP, Marylin Manson, Europe, anche con John Garcia plays Kyuss e Brant Bjork dei Kyuss, quando hanno fatto una specie di reunion.

SD: Come vi siete trovati davanti a un pubblico che era lì per gruppi che fanno una musica cosi differente rispetto alla vostra?
S: Molto bene, c’è un posto a Vienna che si chiama “Statale” che contiene fino a settemila persone, si perché noi alla fine non siamo tanto differenti suoniamo sempre del rock, la gente ci ha sempre detto che ha trovato sempre tanta energia nei Solrize e che disponiamo di un buon talento, alla fine riusciamo sempre a sorprendere il pubblico, a volte la gente non mostra molto interesse verso la supporting band, noi con la nostra energia siamo riusciti a coinvolgerli. Anche la crew dei ZZ TOP e Marylin Manson è rimasta colpita dal nostro sound, questa è gente che ogni giorno si ascolta una supporting band diversa e sono venuti da noi a farci i complimenti. Joey Tempest (cantante degli Europe) ha assistito da bordo palco a tutta la nostra esibizione e quando abbiamo finito e venuto a dirci che eravamo stati grandi.

SD: Come è la scena viennese per la musica rock?
S: C’è stato un proliferare di bands negli ultimi dieci anni, troppi gruppi, ogni sera puoi decidere fra cinque o sei concerti diversi.

SD: E’ bello aver a disposizione molti posti fra cui scegliere.
S: Si e no, perché quando ci sono troppe band che suonano le persone non hanno i soldi per andare tutti i giorni a vederle, diventa difficile per delle band nuove emergere, a volte fanno fatica anche delle band famose a richiamare gente per la troppa scelta che c’è, la gente non va a vederli perché non ha i soldi, all’inizio del mese i locali sono sempre pieni ma quando siamo alla fine, che i soldi sono finiti, di gente ne vedi poca. Prima abbiamo parlato dei lati positivi d’internet, ma ha anche dei lati negativi, diventa estremamente facile registrare e proporsi per tutti, ma anche emergere diventa molto difficile, se dieci anni fa costava molto registrare un disco, adesso te lo registri in casa e spendi davvero poco, ogni band è grande, possiede un bel suono, tutto risulta perfetto su internet, se hai un computer non serve nemmeno essere capaci a cantare, tutti sono diventati i migliori musicisti in studio, ascolti il cd ed è bello, poi dal vivo vengono fuori tutti i problemi. Esistono dei gruppi famosi che vendono anche parecchio che dal vivo non suonano, perché non ne sono capaci.

SD: A proposito e la vostra attività live come è, suonate parecchio dal vivo?
S: Ci stiamo organizzando, stiamo partendo.

SD: In Germania avete suonato?
S: Una volta a Monaco!

SD: E in Italia?
S: Abbiamo già fatto due date; una a Cavasagra di Vedelago e l’altra a Milano. Ogni sera le persone sono state contente e si sono divertite, quella di giovedì è stata davvero buona.

SD: Avete già in mente il titolo del nuovo disco?
S: Non potremmo dirlo ma giusto per Salad Days Mag…’La Mano Cornuta’ il simbolo del rock.

Solrize I Myspace
www.solrize.com

(Txt by X-Man)

Fine 99 interview

Posted by Salad Days On June - 25 - 2011 ADD COMMENTS

FINE 99 INTERVIEW
Molti criticano la scena musicale italiana e pochi ne riescono a cogliere le belle novità, rischiando di farle passare sotto silenzio. I bresciani Fine99 sono appena usciti con il loro nuovo disco ‘Fino Alla Fine’ (My Motion Records) e mostrano grandi potenzialità in grado di interessare una fetta di pubblico molto più ampia di quanto si possa immaginare. Sentiamo cosa hanno da raccontarci.

SALAD DAYS – Ciao ragazzi, benvenuti su Salad Days Magazine. La prima domanda è d’obbligo: chi sono i Fine99? Perché avete deciso di metter su una band? Non era meglio un hobby più tranquillo, chessò collezionare francobolli?

FINE99 – Ciao, i Fine 99 sono una banda di amici che per diletto e mancanza di altri talenti si sono dati alla musica! Altri hobby tranquilli non fanno per noi.

SD – Raccontateci del vostro nuovo disco ‘Fino Alla Fine’: genesi, ispirazione, scrittura, realizzazione.

F99 – Il disco nasce come naturale evoluzione del precedente lavoro. Finita la stesura e promozione (con annessi live) del primo cd, ci siamo ributtati in sala prove. La registrazione di “Fino Alla Fine” è la chiusura del cerchio. Un’ispirazione vera e propria non c’è stata, provando e lavorando sui vari riff e giri che più ci piacevano si è arrivati alla composizione di questo album. Una volta definite le parti musicali si è passati alla registrazione del cantato. Per questo cd abbiamo deciso di registrarci quasi tutto in casa, abbiamo la fortuna di avere Gabriele (Festa) che oltre a essere un musicista è anche un ottimo fonico; abbiamo acquistato l’occorrente per farci un piccolo studio di registrazione e abbiamo iniziato la produzione del cd. Tutte le parti sono state registrate da noi tranne le batterie che sono state registrate presso il “Living Rhum Recording Studio”.

SD – Con la scelta dell’italiano non rischiate di escludervi dal mercato internazionale?

F99 – Abbiamo la consapevolezza che un cantato in inglese aumenterebbe le “possibilità di mercato”; ma non ci interessa. Siamo italiani, ci piace cantare in italiano, la scelta è facile.

SD – Prima suonavate ska-core. Ora vi siete spostati verso sonorità crossover vicine anche al nu-metal e allo screamo. I motivi di questa evoluzione? Non avete paura di essere tacciati di tradimento?

F99 – No dai, non è stato un tradimento, è stato una naturale evoluzione; non rinneghiamo il passato. Con l’invecchiare sono cambiati i gruppi di riferimento e, come logica conseguenza, sono cambiati i suoni e gli stili che abbiamo messo man mano nei nostri pezzi.

SD – Siete attivi da un bel po’ di anni. C’è stato un momento o un evento particolare che vi ha fatto pensare di mollare tutto?

F99 – Si, di momenti difficili ce ne sono stati tanti, siamo sempre riusciti a superarli in quanto noi vediamo il suonare, prima come un divertimento, e poi come un impegno. Finché ci divertiamo andiamo avanti.

SD – Il video di ‘Carillon’ mi ha colpito molto. Di chi è stata l’idea dell’ambientazione “zombesca”? Come è stato girarlo?

F99 – L’idea è venuta al regista (Ludovico Galletti) che ascoltando il pezzo ha avuto l’illuminazione; noi avevamo pensato a un’ambientazione totalmente diversa, ma poi, sentita l’idea di Ludo ci è piaciuta subito e abbiamo optato per questa scelta. Il girare il video è stata un’esperienza veramente bella ma al contempo massacrante, molte scene sono state girate durante giorni di pioggia in cui faceva parecchio freddo, e l’abbigliamento magliettina e jeans non era proprio l’ideale. Anzi ci teniamo a ringraziare ancora tutte le persone che si sono offerte per fare le comparse durante le riprese!

SD – Fateci i nomi di almeno tre band che sono meglio di voi (e perché).

F99 – Oddio… allora Story Of The Year per l’impatto scenico, NIN per l’eccellente uso delle parti elettroniche, Protest The Hero per la capacità e varietà compositiva, Nirvana per il mood che hanno saputo creare; e una miriade di gruppi per la tecnica musicale…

SD – Descriveteci un vostro concerto e convincete i lettori di Salad Days Mag a venirvi a vedere dal vivo.

F99 – I nostri live sono stati sempre caratterizzati da una forte componente goliardica e con una buona dose di ignoranza. Durante i vari show cerchiamo di trasmettere molto, oltre che con la musica, anche con quanto riguarda la presenza, non ci piacciono quei concerti dove i musicisti rimangono fermi e quasi distaccati; a noi piace coinvolgere il pubblico!

SD – Qualcos’altro da aggiungere?

F99 – Vi aspettiamo a un nostro concerto per poterci apprezzare dal vivo!

Fine 99 I Myspace

(Txt: Flavio Ignelzi)

Rob Zombie – Interview

Posted by Graphic deparment On June - 19 - 2011 ADD COMMENTS

Rob Zombie is a fascinating character with some fascinating philosophies on art.

Salad Days Mag had the honour, with the rest of the press, to meet him at Sweden Rock Festival, taking place in the south of Sweden earlier this week.

 

Rob gives the impression of being a bit of a Jack-of-all-trades. He is obviously most famous for his music and films but he has also been involved in a lot of other projects in show business. Is he bored?

  • ”I just do everything because I like it. You never know if you’re gonna do well. It is impossible to tell. I just like the challenge of new things, just to get the experience.

During the last couple of years however, he seems to have spent a lot of his time directing and making movies. He is just in the making of start shooting his new film about the Salem witch trials.  ”Lords of Salem”.  A Roman Polanski psychological thriller/ghost story type of movie.

Are there any boundaries or limits when it comes to horror and blood and gore?

-”No, not really. I don’t think you should self-censor yourself. As long as it suits the story and makes sense. I never really did any worrying if it was too much.. It is all fake anyway!”

For a while movies were more of a priority for the last couple of years. But now he tries to balance it out with music and do more touring.

-“ It takes up all of my time. I will tour, make a movie, tour, and make a movie. As long as it is possible!”

What directly comes to my mind is why not combine the two. Would he do a rock-musical if he got the chance? And what I have in mind is a Rob Zombie version of the Rocky Horror Picture Show. After some thinking he replies that even though he thinks that Rocky Horror is great, he still finds most rock-musicals horrible.  He did have the idea about one day make”The house of a thousand corpses” into a rock-musical.

-“It sounds like a joke but I’m serious! I think it is ridiculous enough it might work.”

What actors would be in it?

-”Oh I dunno. Just a bunch of annoying Broadway people who could sing and dance I guess!”

Rob Zombies music really stands out. He explains that he just do what he like. He does not pay any attention to anything that is going on. He lost interest in buying records after 1976!  And so he continues and tells us that if you don’t know what is going on, you have a better chance of not becoming trendy. Some bands pay attention to every little thing and they get dated fast.

-“ We do not follow a fad, we just do what we love.”

Apparently Rob once said that he wouldn’t be doing more cd’s. But this he denies and explain that he was only worried that by the time they were making another record, they might not even be making cd’s anymore. And that he has got the feeling that in a couple of years time the cd will be of the past, they won’t be printing them anymore.

-“But I do hate digital music! It is so boring. But you know those damn kids, they love their iPods!”

Rob Zombie is out on his European tour right now! Check him out at a place near you!

Txt Therese Botin

Pics Christian Olsson

 

 

 

THE COMEDIES interview

Posted by Salad Days On June - 14 - 2011 ADD COMMENTS

THE COMEDIES INTERVIEW
Dall’Abruzzo una nuova realtà del panorama alternative tricolore dal taglio sonoro molto US, i Comedies. A presentarceli è la cantante Clara.

SD: Una band in erba ma con le idee ben chiare i Comedies, nati nel 2009 e giunti al debutto due anni dopo con l’EP ‘Awakening’ e il primo singolo ‘Time’ il cui video impazza sui canali Web TV. Tratti somatici del progetto? Avendo una ragazza al microfono e un sound in linea con quanto va negli States certi paragoni vengono d’obbligo, come ci spiega la cantante
TC: I Paramore sono sicuramente tra le band che più ci hanno influenzato e sinceramente non ci ha mai creato disagio essere accostati a loro. La ricerca di un nostro sound personale rimane comunque un punto fisso per i Comedies. Ma oltre alla band già citata nella musica che creiamo c’è sicuramente l’influenza dell’alternative rock di Jimmy Eat World, There For Tomorrow e Panic At The Disco!, che è anche il genere di musica che ascoltiamo per la maggiore.

SD: Un EP che fa da apripista a ciò che dovrebbe arrivare a breve, ossia il disco d’esordio
TC: Sì, ci stiamo lavorando, o meglio, siamo sempre e costantemente al lavoro su nuovo materiale. Nel prossimo disco sicuramente saremo più “Comedies” che mai: come abbiamo detto prima siamo sempre alla ricerca di un nostro sound personale e per il full-lenght ci saranno sicuramente dei cambiamenti in positivo.

SD: Quando si tratta di musica alternative si va inevitabilmente a parlare di fattore live, cosa su cui la band abruzzese punta molto, così come promuovere nel migliore dei modi ‘Awakening’:
TC: Ci stiamo organizzando per alcune date estive mentre per quanto riguarda il vero e proprio tour stiamo chiudendo il tutto per l’autunno!La voglia di suonare è tanta e non vediamo l’ora di confrontarci con il nostro pubblico! Promozionalmente parlando far conoscere la nostra musica attraverso il fattore live è fondamentale, ma sicuramente è altrettanto importante avere l’EP disponbile in digitale e il video che gira sul Web, cose che ci permettono di far conoscere la nostra musica anche al di fuori dell’Italia.

SD: Insomma fin qua tutto fila liscio, ma, in fondo, chi sono i Comedies? TC: Cinque ragazzi che fanno della musica la propria ragione di vita e che amano suonare, mettendo in ogni canzone qualcosa che parli di loro. I propri sentimenti e storie, nella speranza di far ridere, commuovere, riflettere le persone con la propria musica.

(Txt by Arturo Lopez)

PLACE OF SKULLS interview

Posted by Salad Days On June - 1 - 2011 ADD COMMENTS

PLACE OF SKULLS INTERVIEW
Victor Griffin, storico chitarrista dei Pentagram, è giunto in Italia con il suo gruppo parallelo; i Place Of Skulls di cui è il leader, dove suona la chitarra e canta, dove Victor, cristiano credente e praticante, ha modo di esplorare quelle tematiche religiose a lui care. Non capita tutti i giorni d’incontrare una persona come lui, tanto tranquillo, disponibile nel rispondere alle domande, quanto un vero animale da palco, in grado di guidare la band ad un live set capace d’entusiasmare come pochi. Per il sottoscritto è stato davvero interessante fargli l’intervista di seguito riportata, parlare con una persona come Victor, tanto umile quanto determinata in quello che fa.

SD: Dieci anni di Place Of Skulls cosa significano per te?
POS: Già sono trascorsi dieci anni e siamo ritornati con un nuovo disco questo ‘As A Dog Returns’; era dal 2007 che non facevamo un disco, c’eravamo presi una pausa e ora siamo ripartiti a suonare. Sfortunatamente abbiamo dovuto rimpiazzare il nostro batterista giusto due giorni prima di partire con il tour.

SD: Il vostro batterista Tim Tomaselli?
POS: Si esatto e lo abbiamo rimpiazzato con Pete Campbell.

SD: Tim è ricoverato in ospedale?
POS: No, non è ricoverato in ospedale ha problemi di salute e abbiamo dovuto rimpiazzarlo con Pete.

SD: Questa è la prima volta che venite in Italia…come Place Of Skulls?
POS: Si, in effetti questa sia la prima volta che suoniamo in Italia, sempre in questo posto (Sabotage Bar Vicenza) siamo venuti già con i Death Row.

SD: I testi di cui parlate hanno come temi: la spiritualità, il destino, Dio…so che sei credente, hai anche un aspetto critico verso tutto questo?
POS: Credo in Dio, credo nel Creatore, penso che tutto quello che accade non sia casuale, credo che ogni persona ha un suo spirito dentro se stessa, un’anima e quando muore sia solo il corpo ad andarsene, pensa a Gesù Cristo, muore e risorge e Dio che lo sacrifica per la salvezza di tutti, se lo ha fatto Dio lo possiamo fare anche noi, possiamo farlo, noi che siamo semplici persone possiamo lavorare per Dio, Gesù si sacrificò per tutti, diede il suo sangue per noi, altre religioni sacrificano animali, uccidevano pecore e dopo ricoprivano le persone con il sangue di pecora, Dio sacrifica Gesù per noi. Nel nuovo testamento Gesù si sacrifica per tutti gli uomini per tutto il tempo a venire.

SD: Cosa ne pensi del fatto che l’Italia sia la sede del Vaticano e del Papa e che tutto questo esercita una forte influenza sulla vita qui?
POS: Che questo possa attrarre i nemici dalla chiesa, ma non capisco tanto della chiesa, non capisco i cattolici, non capisco i preti; non riesco a capire come possa un uomo perdonare i peccati di un’altra persona, era Gesù che poteva assolvere i peccati altrui, la chiesa è subentrata in tutto questo senza averne l’autorità per farlo, lo so, questo è un argomento scottante.

SD: Cosa ne pensi delle guerre di religione, che purtroppo sono sempre attuali in questo mondo?
POS: Non è questa la via giusta per risolvere i problemi, penso che non fosse nei piani di Dio tutto questo, che gli uomini combattessero senza fine per la religione.

SD: C’è un unico Dio per tutti?
POS: Sicuramente c’è un unico creatore, poi ognuno trova la sua via per credere in Dio, Dio venne in terra e fece morire Gesù per tutti gli uomini, io credo che ci sia un solo Dio per tutti noi e noi dobbiamo seguire la sua stessa via, lo so che questo è un discorso controverso perché c’è tanta gente che crede in molte maniere diverse, ho letto le sacre scritture e Dio venne per tutti noi, egli ama ognuno di noi senza distinzione, si tratta solo di credere in lui, hai figli?

SD: Al momento no e tu?
POS: No ma se avessi dei figli vorresti programmargli la vita nel migliore dei modi, perché tu li ami, Dio fa questo con gli uomini, gli mostra la giusta via e comunque viviamo in un mondo libero è una tua scelta se credere o no in Dio.

SD: Nell’ultimo disco ‘As A Dog Returns’ avete cercato di cambiare un po’ il vostro sound, meno doom rispetto al solito?
POS: Ma solo un po’, cerchiamo di progredire, l’hai ascoltato il nuovo disco? E’ un po’ differente dal solito doom metal che proponiamo, è molto dinamico, ci sono parti melodiche, parti doom, Abbiamo lavorato davvero bene, abbiamo inserito parti di blues metal, ti piace il metal blues?

SD: Parecchio! Quanti anni avevi quando hai iniziato a suonare nei Pentagram venticinque?
POS: Ero nei Death Row nell’81, poi siamo confluiti nei Pentagram nell’84 e il primo disco arrivò nell’85, noi registrammo il primo album dei Pentagram, cambiando nome da Death Row, ci sono parecchie persone che sono confuse riguardo a tutto questo, Pentagram e Death Row.

SD: Quindi all’inizio i Death Row diventarono Pentagram, quali erano le vostre influenze dell’epoca?
POS: I primi Black Sabbath, i supergruppi dell’epoca, gli Steppenwolf.

SD: Hai fatto delle cover degli Steppenwolf?
POS: Si nel nuovo disco!

SD: Anche degli Animals?
POS: Si abbiamo fatto ‘Don’t Let Me Be Misunderstood’ nel primo disco, mentre l’ultimo contiene una cover dei Steppenwolf: ‘Desperation’, penso che sia dal secondo disco dei Steppenwolf, sono un grande fan della band per quel loro modo di fare blues, sono stati la mia prima band favorita, Quando ero ragazzino, dopo scoprii i Black Sabbath, altre band che mi piacciono un sacco sono i ZZ Top, il primo Ted Nugent.

SD: Double live ‘Gonzo’ è eccezionale?
POS: L’adoro quel disco, penso che tutta questa vecchia roba abbia influenzato il suono dei Death Row all’inizio, il mio modo di suonare old style.

SD:…e dei nuovi gruppi quali sono quelli che ti piacciono?
POS: Goverment Mule, mi piacciono davvero tanto, con Warren Haynes che suona la chitarra nei Allman Brothers Band, lo so alla fine quando mi domandano quali band nuove ascolto finisco per nominare vecchi gruppi o le loro diramazioni, la musica deve venire dall’anima.

SD: In questo periodo stai anche suonando con i Pentagram?
POS: Si abbiamo appena registrato il nuovo disco, penso che sia il mio disco favorito dei Pentagram, non suona troppo heavy, ricorda parecchio le prime cose che facevamo, ha parecchio blues e Bobby (Liebling) canta davvero bene, hard rock dei seventies, buona roba, semplice. C’è un po’ di southern rock dentro, io ascolto un sacco di musica country, l’adoro: Johnny Cash il mio preferito, suoniamo della sua roba nelle jam.

SD: In Italia Johnny Cash è diventato il padre putativo di tutte quelle band che si rifanno alla musica dei Motorhead, lo coverizzano spesso, è diventato il padrino di un modo d’intendere il Rock’n’Roll.
POS: Un idolo della mia giovinezza, io suono sempre la sua ‘Folsom Prison Blues’, la proponiamo dal vivo.

Alcune precisazioni: i Pentagram esistevano da molto tempo prima che arrivasse Victor Griffin, ma a parte qualche sporadico 7” e demo non arrivarono mai ad un vero e proprio debutto discografico, cambiando innumerevoli volte formazione, questo accade con l’arrivo dei componenti dei Death Row, che nel primo disco portarono il loro materiale…quando nell’intervista Victor dice che cambiarono nome da Death Row in Pentagram, lo fa riferendosi alla fusione fra le due band, tenendo il cantante dei Pentagram Bobby Liebling e il nucleo proveniente dai Death Row.

Place Of Skulls I Myspace
www.placeofskulls.com
(Txt by X-Man)

FIGURE OF SIX interview

Posted by Salad Days On May - 17 - 2011 ADD COMMENTS

FIGURE OF SIX INTERVIEW
Album nuovo di zecca e tanti progetti in cantiere per la band cesenate, ultimi baluardi di un movimento – quello modern metal – che pur perdendo la lucentezza di anni fa rimane comunque seguitissimo.

SD: Da qualche tempo la vostra situazione interna è stata minata da diversi contrattempi non da poco, cambi di line-up, nuova label… Questi avvenimenti hanno in qualche modo influito sul sound di ‘Brand New Life’?
FOS: Ciao a tutti. Sì, diciamo che l’ultimo anno e mezzo è stato tutt’altro che facile. Potremmo scrivere un libro su questo. Diciamo che i più significativi sono stati i cambi di line-up. Il primo, quello del cantante, con l’ingresso di Enrico “Erk” Scutti, è stato il più significativo. È avvenuto durante le registrazioni, abbiamo dovuto cambiare i piani e allungare i tempi, ma come si dice, a volte si chiude una porta e si apre un portone. Lo abbiamo contattato e in 4 giorni avevamo un nuovo cantante. É un ragazzo eccezionale, dotato come pochi e ci ha finalmente consentito di arrivare alle sonorità che volevamo. La sua voce ha influito sul sound di ‘Brand New Lifeì. Con un’altra voce non suonerebbe così come volevamo. Il cambio di batterista è avvenuto recentemente, in amicizia, perchè per problemi personali Lele non poteva più seguire la band. Colgo l’occasione per augurargli tutto il bene possibile, perchè rimane un grande amico per cui provo tanto affetto.

SD: Di sicuro c’è una cosa: che siete tra gli ultimi esponenti odierni in Italia di ciò che possiamo definire modern metal. In molti hanno infatti cambiato strada, andando verso sonorità più in voga col momento. Cosa vi spinge a rimanere fedeli alle vostre origini?
FOS: Grazie mille, lo vedo come un bel complimento. Parto dal concetto che secondo me band e musicisti sono liberi di cambiare, perchè si cambia ogni giorno nella vita e questo influisce sulla musica che fai. Rimanere fermi e ripetersi non è nè piacevole nè utile. Anche il nostro album è diverso da ‘Aion’, ma certo se fosse stato “totalmente” diverso, magari pop-rock, sarebbe stato eccessivo. A noi piace suonare così, potenti e diretti e continueremo a farlo, magari in maniera diversa e con più soluzioni possibili, ma è parte del nostro DNA e così ci piace essere.

SD: Il nuovo lavoro annovera tra le proprie fila ben due nuovi elementi, cantante e batteria se non erro. Volete presentarci i nuovi arrivati?
FOS: Non sbagli affatto. Il primo, il cantante è Enrico “Erk” Scutti, della band Cheope di Roma. Preparato da anni di studio di canto, sulla lingua inglese e sulla pronuncia che continua a studiare. É anche un ottimo produttore musicale, capace di suonare più strumenti e di muoversi quindi su tutta la composizione e non solo sul lato vocale. È un piacere vedere come sia totalmente autonomo e su come ti aiuti a 360°. E’ anche stato accettato con borsa di studio al Berklee Music College di Boston, e questo ti può spiegare brevemente la sua preparazione. Il secondo è Antonio Aronne, un giovane talento di Frosinone, che Erk ci ha fatto conoscere. Talento puro, polistrumentista e capace nella produzione musicale, e oltretutto un ragazzo semplice nella vita comune. Diciamo che siamo stati fortunati nella cattiva sorte.

SD: La loro entrata in scena ha cambiato qualcosa all’interno del DNA della band?
FOS: Ovviamente quando cambi dei componenti qualche cosa a livello di equilibri cambia. Noi siamo stati chiari su cosa sono i Figure Of Six e su cosa volevamo, e abbiamo dato modo a loro di esprimersi. Ora siamo la stessa cosa e diciamo che siamo sempre noi, evoluti e spero migliorati. Cambiare può essere un rischio ma a volte è inevitabile e a noi ha fatto bene.

SD: Su quale concept sono strutturati i testi?
FOS: In ‘Aion’ c’era una sorta di concept, più polemico nei confronti della religione e altri aspetti sociali della vita, ma questa volta abbiamo preferito non ripeterci e parlare di ciò che avevamo dentro. Sono testi personali, più rock diciamo e spaziano dalle delusioni personali, paure e amore. Esperienze nelle quali tutti ci possiamo riconoscere. L’ultimo anno e mezzo poi ci ha dato molti spunti su cui scrivere.

SD: Quanto tempo è stato impiegato in totale su ‘Brand New Life’?
FOS: Tanto, troppo purtroppo, ma è stato inevitabile. Troppi ritardi dovuti ai problemi sopracitati. Cambio di cantante in corso e sfortune varie. È stato un parto di un anno e mezzo ma alla fine ne è valsa la pena. A volte non puoi cambiare le cose, ci sono tempistiche che non dipendono da te, e bisogna sapere sorridere e aspettare.

SD: Quando si parla di modern metal si pensa agli anni 90, a gente come Disturbed, Mudvayne, Fear Factory e via dicendo. Oggigiorno chi sono gli esponenti chiave di questo movimento a vostro avviso?
FOS: Grazie ancora. Credo che band come Disturbed continuino a trascinare. Poi ci sono band che io amo come Sevendust, Stone Sour, Rammstein e tante band di modern rock americano, come Three Days Grace, Red e simili. La musica sta cambiando e c’è un ritorno a sonorita più anni 90 e sinceramente non mi dispiace. C’erano cantanti più bravi e più novità.

SD: Diciamocelo francamente: oggi far uscire un disco non è più come una volta, le label chiedono spinta sonora e monetaria dalle band. Proprio per questo motivo vi chiedo quali sono oggi i motivi che portano a scegliere una label piuttosto che un’altra visto che ormai penso la media generale sia più o meno identica tra tutte?
FOS: Hai pienamente ragione. Oramai con l’avvento della produzione in digitale, e del Web tutti possono registrare un disco e promuoverlo. L’accesso alla musica è ormai gratuito, e ci sono sempre meno soldi. Ci sono ragazzini con 100.000 visualizzazioni su YouTube di un video ma poi ai concerti sono seguiti da 3 persone. É un periodo strano e difficile. È una guerra e le etichette non si fidano se non di un prodotto di alta qualità e garanzia di seguito. Perciò una scelta di etichetta sbagliata ti può far perdere terreno. Personalmente sono dell’opinione che non importa tanto il nome dell’etichetta di per sè. Se firmi major e poi sei l’ultima ruota del carro, non sei seguito e non hai budget per la promozione è peggio. Bisogna fidarsi di chi crede in te, chi ti conosce e chi ha un piano ben preciso e forze da investire sul tuo progetto. Fortunatamente Tiefdruck è riuscita a convincerci per il progetto che ci ha proposto e perchè crede veramente nella qualità della nostra musica e non ci lascia in balia di noi stessi.

SD: Quali sono a vostro parere i punti a vostro favore e quelli bassi a riguardo dei Figure Of Six? In cosa si può e si deve migliorare?
FOS: Domanda difficile. La qualità della produzione e della proposta musicale e il live sono sempre stati punti a nostro favore. Diciamo che punti a sfavore visti gli avvenimenti dell’ultimo anno è la sfortuna. Speriamo che giri un po’ anche per noi da ora in avanti.

SD: Una cosa che mi ha incuriosito molto è la pulizia dei suoni. Semplicemente cristallini. Quanto conta un produttore che sappia fare il suo lavoro in una produzione come la vostra?
FOS: É fondamentale. Affidarsi a professionisti capaci è basilare, in ogni fase della produzione. Però bisogna anche avere le idee chiare di come fare suonare il tuo album, e mai accontentarsi. Alla fine sono le tue orecchie le migliori consigliere. Questo può far si che ci voglia più tempo per finire un album, ma almeno non hai rimpianti.

SD: Essere italiani vi ha in qualche modo penalizzato a vostro parere?
FOS: Mi piacerebbe dirti di no, ma purtroppo la realtà è che essere italiani è penalizzante. Questo non detto da me, ma da gente del settore estero.
Abbiamo tante band valide, buoni musicisti, le produzioni migliorano di anno in anno e abbiamo anche un sound personale, ma non c’è mercato e le etichette per raggiungere un riscontro devono investire il doppio. Perciò non ci credono e optano magari per band anche peggiori ma che possono contare su un mercato meglio avviato che da maggiori riscontri subito e con meno dispendio di fondi.

SD: Quali dischi ascoltate in questo periodo?
FOS: Io personalmente sto ascoltando musica del passato, Beatles, Doors, e tanto rock americano come Three Days Grace, Shinedown e vari. Il disco dell’ultimo periodo che ho consumato però è l’ultimo dei Sevendust, semplicemente eccezionale. Amo quella band. In ogni caso diamo sempre un ascolto a tutte le nuove uscite per tenerci aggiornati. E’ fondamentale essere al corrente di cosa succede nell’ambiente musicale.

SD: Chiudete pure a vostro piacimento.
FOS: Grazie a tutti per il tempo concesso. Spero gradirete e amerete ‘Brand New Life’ come lo amiamo noi. E spero di vedere tutti i lettori al più presto dal vivo in giro per l’Italia. Horns up!

Figure Of Six I Myspace

(Txt By Eros Pasi)

Psychic Jail interview

Posted by Salad Days On May - 1 - 2011 ADD COMMENTS

PSYCHIC JAIL INTERVIEW
L’abito non fa il monaco, o almeno non nel caso dei romani Psychic Jail, che nonostante un look in piena linea con il trend odierno sfoggia un sound ben più aggressivo e personale…

SD: Dal vostro look si pensa subito alla classica band pop-punk, invece poi si ascolta ‘Autumn’ e… sorpresa! Siete tutt’altro. L’idea di dare questo forte contrasto immagine/sound è studiata a tavolino o com’è venuta fuori?

PJ: Possiamo affermare con certezza che non è niente di costruito, ci piace essere spontanei e rimanere sempre noi stessi. E ci piace, ma non solo rimanere come siamo, ma anche dare idea di una band totalmente differente da ciò che si pensa, per uscire un po’ dagli schemi che solitamente caratterizzano la nostra scena!

SD: A cosa è dovuta la scelta di affidarsi a un EP e non a un disco vero e proprio per il debutto discografico?

PJ: La scelta è dovuta all’interesse di voler sperimentare un cambiamento. Infatti durante quest’anno sono cambiate molte cose, ovvero abbiamo avuto cambi di line-up frequenti, ma soprattutto di genere musicale spostandoci su uno scenario più melodico, che è quello che ci rispecchia di più. Proprio da qui nasce l’idea di chiamare l’EP ‘Autumn’ proprio perche in autunno ci sono stati questi cambiamenti radicali nella band!

SD: Ascoltando i brani presenti ho apprezzato sia il vostro lato classico, ossia quello devoto a metalcore e derivati sia quello più easy del brano melodico. Questo mix di elementi verrà usato anche in futuro per quel che concerne il full lenght oppure era semplicemente un esperimento?

PJ: Non vorremmo anticipare troppo, però crediamo di aver trovato un equilibrio affidandoci a questa specie di “mix”. Essendo cinque persone molto diverse su alcune cose, abbiamo deciso di unire i nostri gusti musicali, le nostre strutture e la nostra esperienza. E questo è ciò che ne è venuto fuori, ovvero un mix di giri melodici di chitarra alternati a potenti breakdown, e questo ci piace moltissimo!

SD: Quali band sentite più vicine a voi a livello di influenze? Direi Underoath, You Me At Six, Bring Me The Horizon.

PJ: Esatto! Anche se le band che ci rappresentano di più a livello di gusti personali sono Parkway Drive e Killswitch Engage. Ma c’è anche chi si spinge su generi più pesanti, ascoltando anche i fantastici Veil Of Maya. Nonostante ciò ci piace essere originali e non fermarci su un genere già sperimentato da altre band.

SD: Il fatto di essere di Roma e confrontarsi con una scena ricca di band alternative pensate sia stato d’aiuto nel farvi metter in piedi questo progetto? Come è nato il tutto?

PJ: Certamente, frequentando la scena romana siamo stati spinti a entrarci personalmente, per dare il nostro meglio. Anche se alla base della nascita della band c’è la nostra passione maggiore, ovvero la musica. I Psychic Jail nascono nel 2008 con una line-up totalmente diversa e un genere musicale vicino al deathcore, che con l’entrata di altri membri è andato ad alleggerirsi sempre più.

SD: In casi come il vostro si può dire che la promozione attraverso social network e web sia fondamentale? Quanto tempo dedicate a questa parte?

PJ: Internet è il mezzo più veloce per arrivare ovunque e ci piace pensare che la nostra musica può arrivare in ogni angolo del mondo. Dedichiamo molto tempo alla nostra promozione sul Web e su tutti i Social Network come Facebook, Twitter, MySpace… Ma soprattutto manteniamo tutti i rapporti che abbiamo con i nostri fan di Roma e non!

SD: Come definireste il vostro stile a una persona che non ha mai sentito parlare di voi?

PJ: Probabilmente la inviteremmo semplicemente ad ascoltare il nostro EP per avere un suo giudizio, non amiamo classificarci. Piuttosto ci piace ricevere apprezzamenti e critiche, grazie alle quali possiamo migliorare!

SD: In cosa i Psychic Jail devono migliorare a vostro avviso?

PJ: Beh, come già scritto sopra questo è ciò che vorremmo sempre sapere dai nostri fan. Sicuramente abbiamo i nostri difetti, ma una cosa è certa, siamo come una famiglia e nessuno può dividerci perché ciò che ci unisce non è solo l’amicizia, ma anche la passione per la musica!

SD: Quali dischi ascoltate in questo periodo?

PJ: Il nostro! A parte gli scherzi, amiamo le nuove uscite degli I See Stars, Parkway Drive, Stray From The Path e molti altri.

Psychic Jail I Myspace
www.psychicjail.com

(Txt Arturo Lopez)

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