
BETH JEANS HOUGHTON & THE HOOVES OF DESTINY
‘Yours Truly, Cellophane Nose’-CD
(Mute/Self)
3/5
Considerando che dall’esordio sulla lunga distanza di una cantautrice barra polistrumentista indicata come la nuova promessa barra scommessa del panorama inglese barra internazionale puoi aspettarti le cose più svariate, questo ‘Yours Truly, Cellophane Nose’ ne esce tutto sommato bene. C’è un singolo che si chiama ‘Sweet Tooth Bird’ e che suona come una specie di pop da camera con rifrazioni psichedeliche, c’è una domanda sinfonica che parla di glam e una risposta folkloristica che invece sorregge la baracca, c’è qualcuno che tira in ballo il nome St. Vincent (giusto) e qualcun’altro quello Laura Marling (sbagliato), c’è una dimensione globalmente mainstream (produzione di Ben Hillier, con un curriculum fatto di Blur e Depeche Mode, ma anche di Elbow) che a lungo andare finisce per essere troppo, non so, slavata. Un paio di belle inflessioni weird/arty, un paio di peccatucci di resa per il grande pubblico, un buon lavoro sugli arrangiamenti. In un mondo di indiepoppettari con la puzza sotto al naso la giovane (22 anni) di Newcastle upon Tyne potrebbe finire ad occupare un posto nella top 20. Nella realtà finirà nella top 5. Però il disco non è male.
(Flavio Ignelzi)

TUNATONES
‘iTunas!’-CD
(Prosdocimi)
4/5
Per entrare adeguatamente nello spazio musicale dei Tunatones è bene seguire i punti cardinali che caratterizzano il loro suono: Stati Uniti d’America, anni ‘50/‘60, sale da ballo, taglio pomp. Ecco. Riuscendo a mantenersi sufficientemente distante da operazioni revivalistiche troppo impersonali, il power-trio veneto scrive un debutto classico nel senso più autorevole del termine, dinamico ed effervescente, permeando ogni composizione di sfumature peculiari e distintive: dal pulp dell’opener-track ‘Cleopatra’, che potrebbe essere il top in una soundtrack di un film di Tarantino (con tanto di fischiettìo morriconiano), al rodeo di ‘Mafia e Sti Cazzi’, dalle inflessibilità boogie’n’roll di ‘Party By The Pool’ alle galoppate in prateria di ‘Wild Pony’, fino al dichiarato omaggio a George Harrison, per il pezzo più corposo della raccolta che è anche una sfavillante sequenza di citazioni. Cantato solo dove necessario e suonato alla stragrande. Messaggio per gli amanti del surf/rockabilly (che, per chi non lo sapesse, è la contrazione di “beat-heavy boogie-bop made by hillbillies”, cioè roba troppo country per essere apprezzata dai teenager): quest’album è una vera bomba.
(Flavio Ignelzi)

MARK LANEGAN BAND
‘Blues Funeral’-CD
(4AD/Self)
5/5
È ovvio associare la parola “capolavoro” a una votazione piena come quella che ho attribuito a questo ‘Blues Funeral’, e non so se, con la decantazione degli anni che trascorrono inesorabili, conserverò il medesimo giudizio. I dischi non cambiano, cambia invece (e molto) la percezione che abbiamo di essi (noi comuni fruitori mortali). Al sodo: diciamo che probabilmente mister Lanegan ha composto, per quel che mi riguarda, il disco giusto al momento giusto, e non è una opinione univoca (per quel che si legge in giro). Questo mi consola e dovrebbe mettere in guardia tutti voi. Quindi occhio. Perché se non cercate quello che c’è scritto nel titolo, cioè un blues nero come la notte, mortuario come la ballata del becchino (‘The Gravedigger’s Song’), spesso sintetico nei suoni, con divagazioni western (‘St. Louis Elegy’) e country (‘Deep Black Vanishing Train’), allora girate alla larga. Lanegan ve lo dice in faccia. Sempre. Come quando innalza una preghiera commovente al Maestro (‘Bleeding Muddy Waters’) o decide di inscenare un dancefloor (‘Ode To Sad Disco’, e capisco che possa non piacere). Album dell’anno, per chi abita in una palude o in un cimitero.
(Flavio Ignelzi)

IL BUIO
‘Via Dalla Realtà, 7’-7″
(CORPOC)
S.V.
Con due soli pezzi Il Buio afferma il proprio valore e la propria personalità attraverso un sound sospeso sul filo pericoloso dell’indie/noise. Ottime intuizioni chitarristiche e gran senso dell’equilibrio: la sezione ritmica guida (soprattutto in ‘Inno Generazionale Di Noi Sfigati’) un coacervo impietoso di sussurri e sbattimenti, che confluisce in un potente inghippo melodico. La matrice “rumorosa” trasporta con sicurezza il quintetto vicentino, sia nella title-track che sviluppa modalità operative che potrebbero ricordare qualcosa degli Zu (forse per l’intervento di sax di Mojomatt Bordin), sia in ‘Inno Generazionale Di Noi Sfigati’, che poi è una cover del cantautore Caso. Belle liriche e confezione da urlo (cartoncino fustellato e ripiegato, 300 copie numerate). Dieci minuti sono troppo pochi per sbilanciarsi in modo troppo entusiastico. Ma dieci minuti profondi e pesanti come questi, dolenti fin dentro alle ossa, permettono di mettere in mostra una band a cui sembra mancare davvero un niente per spiccare il volo definitivo. Ora bisogna osare il full-length.
(Flavio Ignelzi)

KING DUDE
‘Tonights Special Death’-CD
(Avant!)
3/5
Il progetto solista di Thomas Jefferson Cowgill (a.k.a. King Dude) è descritto come folk apocalittico ed è impossibile non essere d’accordo con questa descrizione. Al massimo io c’avrei aggiunto anche un “funebre” (soprattutto per l’opener ‘My Everlasting Life’). Uscito nel 2010 su Disaro, ‘Tonight Special Death’ è stato ristampato in vinile dalla bolognese Avant! Records con l’aggiunta di due inediti (‘White Hands’ e ‘Day Of The Night’) ma il minutaggio resta scarno (25 minuti totali per dieci tracce). Così come scarni sono gli arrangiamenti, in cui la chitarra acustica e la voce decadente tratteggiano paesaggi caliginosi in cui fanno capolino orientamenti pagani, sviluppi ancestrali ed esalazioni esoteriche. Il musicista statunitense si cimenta con il dark-folk anglosassone e con frammenti dilatati ed evocativi (‘No One Is Here’ è post-rock nordico), in cui gioca un ruolo da protagonista assoluto il suo chitarrismo solista ossuto, monotematico, sospeso nel vuoto. Sono piccole colonne sonore per i momenti brumosi e in chiaroscuro delle nostre giornate più tristi, e quindi, come tutte le quotidianità che ci è dato vivere, un po’ uggiose e a tratti velate di già sentito.
(Flavio Ignelzi)