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Posted by Salad Days On February - 20 - 2012 ADD COMMENTS

CEREMONY
‘Zoo’-CD
(Matador/Self)
3,5/5

Questo nuovo (quarto) album dei Ceremony andrà certamente ad alimentare l’interesse degli addetti ai lavori per quella sorta di revival garage-punk dagli eccessi dark-wave che oggi sembra andare così tanto. La band californiana esordisce su Matador con un album che si presenta funambolico e incandescente, a testimonianza di quanto i Ceremony siano maturati. Un disco che la band ha costruito secondo le proprie esigenze e nel quale vi è una gran sensibilità artistica che, emergendo a più riprese, conferma quanto il quintetto di Rohnert Park sia riuscito a proseguire per la propria strada senza ripetersi o banalizzarsi. C’è il recupero e il riassemblaggio di canoni musicali di qualità (dai Pixies ai Joy Division) senza sconfinare nel plagio bello e buono. È sorprendente la facilità con cui i Ceremony staccano pezzi agili, nervosi, ubriacanti da ossute carcasse anni ottanta che rosolano al fuoco del mito. Gli andamenti sfatti di ‘Hotel’ e ‘Nosebleed’ sono quanto di meglio si possa ascoltare in questi ambiti, con quel retrogusto decadente che solo i grandi cantastorie à la Waits o Lanegan sanno perpetuare, e sovrastano perfino le mitiche cavalcate punk (ma anche beat & surf) come ‘Citizen’ o ‘Community Service’.
(Flavio Ignelzi)

ATTIC
‘On Your Grave’-CD
(Moonlight/Masterpiece)
4/5

Poi arrivano gli Attic e spazzano via tutto. Mi ritrovo fra mani e timpani questo ‘On Your Grave’ e mi preparo al solito (gradito) assalto di corrosivo e irritante post-hardcore con urla e sudore e pogo e ossa rotte. Insomma, roba per fan di Converge, Boris, Eyehategod o Cult Of Luna. Ecco, allora: in quanto ad aggressività ci siamo, eccome. La distorsione delle chitarre è fangosa e stordente come quella dello sludge/doom (soprattutto nell’iniziale ‘Eye To See/Mouth To Speak’) e si addice alla bellissima confezione funerea (ennesimo inchino al BatZar Studio). Poi, in certi passaggi si giunge ai confini del noise, ma ci sta tutto, alternato sempre da frammentazioni ritmiche tipiche del suono mathcore, ma l’assalto è vario (sebbene costantemente brutale) come se gli elementi fondanti della loro musica fossero stati destrutturati e lasciati vagare su coordinate indipendenti. La title-track infine apre una crepa horror-drone e ciò è bello assai (in attesa di sapere se si tratti di un esperimento a sé o di una effettiva direzione stilistica). L’esito disturbante del tutto ha dalla sua una solida struttura compositiva e gli Attic si candidano come sorpresona italiana di questi primi mesi del 2012.
(Flavio Ignelzi)

INME
‘The Pride’-CD
(Graphite Record /Northern Music)
2,5/5

A chi non conoscesse gli InMe, posso dire che la band inglese è (in linea con le proposte in odore di mainstream) una di quelle band che assomiglia sempre a qualche altra band. Cambiano le mode, cambiano le forme, cambiano le pettinature, ma la sostanza resta quella. Ieri nu-grunge, oggi alternative-rock, domani chissà. Buone melodie, buona tecnica, registrazione perfetta senza un sussulto: è difficile trovare una magagna in un disco come ‘The Pride’ (disco numero cinque in curriculum, per inciso). È la prima uscita con il nuovo chitarrista Gazz Marlow, il quale sembra abbia apportato una ventata di virtuosismo strumentale, ma non è riuscito a limitare il fervore melodrammatico che contraddistingue il songwriting del combo dell’Essex. Tanti rimasugli nu-metal (il singolo ‘A Great Man’), qualche riflesso ebm mitteleuropeo (‘Moonlit Seabed’), ballatone romantiche in quantità industriale (‘Escape To Mysteriopa’ accorata e sospesa, ‘Halcyon Genesis’ sulla scia dei vecchi Linkin Park). Musica da ascoltare distrattamente in radio e poco più. Però bisogna far loro i complimenti per essere ancora qua e non soltanto negli scatoloni dei cd in special price dei supermercati.
(Flavio Ignelzi)

LOSTALONE
‘I’m A UFO In This City’-CD
(Redemption/Warner Bros)
3/5

L’etichetta modern-rock ha mille possibili definizioni. Quella dei LostAlone è una delle tante. Per metterla in pratica il trio albionico si è servito di una pletora di produttori, scelti tra i più importanti e influenti: Jacknife Lee (Weezer, U2, REM), Greg Wells (Deftones), Gerard Way (My Chemical Romance), Mark Needham (Killers, Fleetwood Mac), Alan Muolder (Smashing Pumpkins, NIN, Foo Fighters). Un bell’esercito di guest-producer, quindi, che potrebbe lanciare una probabile nuova tendenza. Nonostante questo, l’album suona abbastanza uniforme e quindi congruente. La band originaria di Derby potrebbe essere definita come una versione meno ampollosa e sinfonica dei Muse (il cantato à la Matt Bellamy in ‘We Are The Archaeology Of Futures Past’ è clonazione pura), o meglio una attualizzazione (con le debite proporzioni) della lezione dei Queen (in ‘Paradox Of Earth’ il riferimento è abbastanza palese). Pop-rock anthemico, dunque, con melodismi che sfiorano più volte la zuccherosità da classifica generalista, con qualche sparuta accelerazione (tipo nella bella e metallosa ‘Vesuvius’ o nella punkettara ‘Creatures’). Secondo me dal vivo questi pezzi funzionano piuttosto bene.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On February - 13 - 2012 ADD COMMENTS

SILVERSTEIN
‘Short Songs’-CD
(Hopeless)
3/5

È matematica: ventidue tracce in venti minuti. Fare la media è banale. Canzoni che a stento superano il minuto di durata. Alcune mezzo minuto. Comunque tutte sotto i novanta secondi. Il sesto lavoro in studio dei Silverstein è una strana creatura, una specie di Giano Brifonte. La prima faccia è formata da undici canzoni originali, la seconda da undici cover. Ed è molto divertente da ascoltare. Sembra che la band canadese abbia voluto asciugare i propri brani fino al raggiungimento della scheletricità punk/hc. Intro, strofa, chorus, bridge (quando c’è). Linearità ed essenzialità. Sfrondato di tutta la solita sovrastruttura screamo, sembra che sia venuta a galla la sostanza hardcore, che sovrasta il buonismo e le armonie troppo catchy (‘Brookfield’, la semi-acustica ‘Sleep Around’ e ‘One Last Dance’ sono le uniche che posseggono passaggi melodici rassicuranti). L’altra faccia dell’album è un tributo ai nomi importanti (Dead Kennedys, Gorilla Biscuits, NOFX, Descendents, Green Day, The Promise Ring) che spazia tra sottogeneri punk/hc anche molto distanti tra loro, la qual cosa sta a indicare con molta probabilità l’ampio ventaglio di ascolti che ha caratterizzato la band.
(Flavio Ignelzi)

CLOUD NOTHINGS
‘Attack On Memory’-CD
(Carpark/Spin Go)
3,5/5

Il pericolo autentico che corre questo ‘Attack On Memory’ è che il nome del produttore Steve Albini (il quale, se state leggendo queste righe, non dovrebbe avere bisogno di presentazioni) venga ricordato molto più spesso di quello di Dylan Baldi, che poi è il frontman dei Cloud Nothings. Il combo di Cleveland (Ohio) confeziona un esordio che dimostra di possedere la capacità di calamitare l’attenzione di tutti (stampa & pubblico), seppur utilizzando standard conosciuti in ambiente indie-rock. Non è difficile individuare gli insegnamenti di Pixies e Pavement, in queste otto tracce, ma anche la lezione di Fugazi e Slint si distingue bene, miscelate in un minestrone piuttosto gradevole. Forse proprio questi riferimenti, amplificati dalla firma Albini, hanno generato un certo astio della stampa, che si è scagliata sulla facilità d’ascolto e sulla ripetitività di canoni e codici conosciuti. Il sottoscritto, più candidamente e ingenuamente, preferisce godersi questo rock tagliente e rumoroso (la disperata ‘No Future No Past’, la urlata ‘No Sentiment’, persino le prolissità strumentali di ‘Wasted Years’), sorvolando sulle menate da finta “next big thing” e sugli inciuci da music-biz.
(Flavio Ignelzi)

FUNK POLICE
‘Hot We Are Funk We Play’-LP
(Avant! Records)
3/5

L’unico aspetto sostanzialmente negativo di questo ‘Hot We Are Funk We Play’ resta una certa difficoltà di assimilazione nei confronti di uno stile di grande impatto sonoro ma sostanzialmente monocorde che, per quanto avvinto da radici così profondamente nere (funk, naturalmente, ma anche soul e dance) da costituire di per sé elemento distintivo e sorprendentemente stuzzicante (specialmente al confronto con la miriade di insignificanti realtà che si ripetono con lo stampino), alla lunga rischia di diventare vagamente asfissiante. Viceversa, uno degli aspetti più controversi della proposta musicale firmata dai francesi Funk Police, nonché ciò che probabilmente ne potrebbe contraddistinguere il trionfo commerciale, è la maestria nella costruzione e nel controllo del groove, che poi è il cuore di tutte e dieci le tracce dell’album. I loop di basso avvinceranno soprattutto coloro i quali amano un sound un po’ retrò (a volte anni settanta, a volte anni ottanta), conservando quella spontaneità un po’ tribale e un po’ metropolitana che lo caratterizza e senza la quale certamente si perderebbero colpi. Comunque la Avant! ha pubblicato un bel vinile a tiratura limitata (350 copie) che gli amanti del genere non dovrebbero lasciarsi sfuggire.
(Flavio Ignelzi)

SELENITES
‘Animaltar’-CD
(Maximum Douglas)
4/5

Impressionante questo secondo lavoro dei Selenites, un mausoleo post-metal che riprende la lezione dei Neurosis e degli Isis di un lustro fa, aggiornandola il minimo indispensabile. Il quintetto transalpino (da Tolosa) sa picchiare duro, non c’è che dire, anche se pecca un po’ in originalità. La dinamica delle composizioni, suddivise in tre “lati”, agevola quasi sempre le grandi aperture, come le vocals rugginose e scorticanti di Michel Balitran che lacerano solo quando richiesto, su una base corpulenta e gravida di distorsione, costruita da immensi vortici saturi e pieni. Qua e là si apre anche qualche piccolo spiraglio di tranquillità, la classica quiete che anticipa la tempesta che tanto bene abbiamo imparato ad apprezzare nelle band post-rock. Altre volte le ritmiche impazziscono ed il riferimento diventa inevitabilmente il nuovo hardcore. I Selenites sono bravi, tecnicamente irreprensibili (presenti anche slanci progressive), e risulta purtroppo riduttivo definirli come un semplice cocktail di luoghi comuni del post-metal e dell’hardcore, ma è inevitabile. Intanto la rabbia per nulla repressa che guizza fuori da queste otto tracce è incendiaria e con uno scatto di audacia in più, si può mirare davvero in alto.
(Flavio Ignelzi)

ROBERTO SCIPPA
‘Vagando Dentro’-CD
(RoberMusic/Synpress44)
3/5

Cantautorato intimista con chiari riflessi folk, quello del debutto autoprodotto di Roberto Scippa. Il giovane musicista laziale impone una forma acustica alle tredici canzoni dell’album, nel quale si riescono a leggere sia le derivazioni a stelle e strisce (Springsteen e Dylan, direi), sia quelle del classico cantautorato nostrano (Bennato, De Gregori). L’utilizzo della madrelingua e quello di strumenti archetipali come armonica o violino non permettono di sbagliare colpo: se in alcune tracce è evidente un retrogusto americano (tipo ‘L’Invisibile Presente’ o ‘In Un Giorno Del Duemila’), in altre prende corpo uno schema vicino alle cantilene tradizionali nostrane (‘Al Rogo Dei Perchè’). Poi ‘La Testa Che Gira A Vuoto’ starebbe benissimo in un disco di inediti di Fiorella Mannoia, mentre ‘Un Re’ sembra sottratta al libretto degli appunti di Ligabue (e non vuol essere un’offesa). Quello che colpisce, nella scrittura di Scippa, è la capacità di scrivere bei testi tutt’altro che banali (un esempio: ‘Canzone Al Lavoro’), mentre la ripetitività dell’arrangiamento “ballata acustica” rischia di far passare in sordina alcune canzoni troppo simili ad altre. Ma avercene di idee come in ‘Vagando Dentro’.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On February - 6 - 2012 ADD COMMENTS

BLACK LIPS
‘Arabia Mountain’-CD
(Vice)
4,5/5

Rispetto a ‘Good Bad Not Evil’, qui si gira ancora di più attorno alle corde del garage, calcando la mano fin che si può. E i ragazzacci di Atlanta questa mano la sanno calcare alla grande. ‘Arabia Mountain’ è, praticamente, un viaggio attraverso la storia del genere: ci sono i primi accordi degli Animals, c’è un’influenza massiccia dei Music Machine e c’è addirittura qualche scampolo surf che ricorda da vicino gruppi revival di inizio anni ottanta come i Barracudas. Un po’ di tutto, insomma, ma impastato e reinterpretato con cura e, per quanto, possibile, originalità. Se il rock è morto, ci si limita a copiare, il trucco sta nel farlo con classe e i Black Lips ne hanno da vendere: smaliziati, politicamente scorretti, hype ma non troppo, furiosi sul palco, bravi a suonare e talentuosissimi quando si tratta di comporre. Tutto esce fuori ed ‘Arabia Mountain’ – forse il loro miglior disco (cosa non da poco, se consideriamo che i precedenti, a pochi anni di distanza, sono già dei cult) – è un disco piacevolissimo, allegro perfino, con delle melodie praticamente istantanee e dei riff fulminei. Il tutto registrato in salsa minimalista. Prodotto (in parte) dal chitarrista del gruppo quasi gemello Deerhunter. Più che una conferma, un piccolo trionfo.
(Giorgio Guernier)

BOSTON SPACESHIPS
‘Let It Beard’-CD
(GBV Inc.)
3,5/5

Robert Pollard, si sa, è un fiume in piena. Quando non sa cosa fare – e la cosa sembra succedere spesso – fa uscire un disco: ne sforna mediamente tre all’anno da solista, poi magari uno con i Boston Spaceships e, come se non bastasse, a fine 2010, ha pensato bene di riformare i Guided By Voices (line-up originale) ed ecco che per l’inizio del 2012 uscirà anche il nuovo (attesissimo) disco dei padrini del low-fi. Con i Boston Spaceships (progetto che vede complici di Pollard Chris Slusarenko dei GBV e John Moen dei Decemberists), le cose, ovviamente, sono un pochino diverse: i BS suonano più puliti – anche se qualche incursione nel low-fi è presente anche in ‘Let It Beard’ -, hanno un basso ben presente che supporta un solido impianto di chitarre, batteria, sporadiche tastiere, trombe e violoncelli, i pezzi sono tendenzialmente – stiamo parlando di artisti che non usano schemi fissi di composizione – più quadrati rispetto a quelli dei GBV e dal calderone salta fuori anche qualche ballata (‘The Ballad Of Bad Whiskey’). Le melodie di Robert Pollard sono in certi casi un po’ più cupe del solito (‘Make A Record For The Lo-Life’, ‘Let More Light Into The House’), meno immediate, il tono della sua voce è (volutamente?) spesso basso e quasi stonato, cosa che un po’ ci fa storcere il naso, ma, alla lunga, dopo qualche ascolto, tutto esce splendidamente, facendosi apprezzare per classe ed ingegno, e pezzi come ‘Earmarked For Collision’, ‘Tabby And Lucy’ e ‘The Vice Lords’ sembrano già dei classici. Il disco registra delle collaborazioni importanti, come quella della cantante soul Tahoe Jackson e quella dell’immancabile amicone di tutti J Mascis, che provvede a fornire un assolo di chitarra in ‘Tourist U.F.O.’. Insomma, un disco da ascoltare con pazienza ma che, grazie alla classe dei suoi interpreti, non deluderà le attese degli appassionati del genere.
(Giorgio Guernier)

OUTCUBE
‘Anima liquida’-CD
(Autoproduzione)
3/5

‘Anima Liquida’ segna il ritorno dei sardi Outcube, band che già dall’esordio omonimo mostrava idee abbastanza chiare sul da farsi ma ancora troppo acerba per concretizzare al meglio il tutto. Con questo secondo disco il gruppo ha lavorato sodo su quello che era il punto debole del suo predecessore, ossia quella mancanza di un filo conduttore capace di amalgamare il prodotto. Un problema affrontato e risolto attraverso una soluzione scomoda ma d’altra parte agibilissima per una band capace di scrivere belle canzoni: la scelta di proporsi in madrelingua. I più esterofili di voi giudicheranno inopportuna a priori questa soluzione, ma coi tempi che corrono – forse – non è poi così insensata la cosa. Gli Outcube hanno dalla loro il pregio di saper scrivere testi mai banali, dote che esce limpida all’interno dell’album, riuscendo in alcune circostanze a impressionare l’ascoltatore. Buoni anche gli arrangiamenti, che alternano con parsimonia il lato più melodico/rock a quello più elettrico dei musicisti. Il risultato finale è un disco fresco e tutto sommato piacevole, destinato a chi ama il rock impegnato.
(Arturo Lopez)

MARATHONMANN
‘Die Stadt Gehört Den Besten’-MCD
(Acuity Music)
Senza voto

Tre brani di cui una intro sono davvero poco per farsi un’idea su questa hardcore band tedesca. Di sicuro c’è che siamo di fronte a un gruppo che nei suoi due brani appare sul pezzo ma ancora acerbo, adattissimo più al contesto live che da studio (come si evince dal sound, metallizzato al punto giusto e dalle forti tinte post) ma ancora privo di un’identità precisa che lo possa rendere appetibile agli amanti del genere. Difficile avere un’idea precisa sui contenuti dei testi in lingua madre, cosa che potrebbe rallentare vistosamente l’ascesa di questi Marathonmann. Al giorno d’oggi porre in vendita un EP di tre (due) brani non è una scelta proprio vincente, soprattutto quando si parla di un emergente. Aspettiamo nuove per poter dire di che pasta è fatta questa band.
(Arturo Lopez)

TODIO
‘Biomechanical Future Engine’-CD
(Black Mamba)
3/5

Seppur poco conosciuti, i Todio hanno alle spalle una carriera ventennale costellata da partecipazioni su diverse compilation e tre dischi all’attivo. Dopo aver ascoltato qualche estratto dei precedenti lavori arriviamo a ‘Biomechanical Future Engine’, disco che già dopo pochi ascolti si dimostra il migliore finora partorito dal quintetto marchigiano. La loro proposta è assai varia, nei loro brani troviamo elementi heavy, altri che conducono diretti al goth rock al femminile (non a caso nella line-up è presente una cantante) e in minima parte il prog, genere che li ha contraddistinti in passato. La cosa che piace di questo nuovo episodio dei Todio è sicuramente la capacità di variare con estrema facilità ritmiche e scenari senza per questo perdere di vista il concept del lavoro. Si passa da brani cadenzati di chiara matrice teutonica ad altri molto più rocciosi dove la scuola metal nordica si fa sentire nelle vesti di ispiratrice. Le parti vocali – costantemente sorrette dall’uso di tastiere – mostrano la bravura di questa cantante, autrice di una performance a tutto tondo, senza cedimenti improvvisi. Se la musica heavy è il vostro pane quotidiano e non avete mai avuto modo di conoscere i Todio questa potrebbe essere l’occasione giusta per dar loro una chance.
(Arturo Lopez)

TROUBLED COAST
‘I’ve Been Thinking About You Leaving’-MCD
(Pure Noise Records)
4/5

Questo EP dei Troubled Coast potrebbe essere visto come il perfetto biglietto da visita di una band che presto farà parlare di sé. Un apripista degno di nota, dove l’hardcore made in U.S.A. prende sembianze varie, attraverso intensità e la capacità di emozionare di questo combo. Suoni distorti si combinano alla perfezione con melodie apparentemente docili, per poi sfociare nella furia controllata del cantato, anche in questo caso in netta contrapposizione con i cori, assai catchy ma non per questo troppo ruffiani. Sanno osare i Troubled Coast, hanno tanta di quell’energia e idee in corpo da spingerli a scrivere di getto un EP che farebbe la fortuna di tante band note ormai prive di idee. Questione di attitudine, mentalità, stimoli. Cosa che molti giovani di oggi hanno nel loro DNA. Dategli una chance o perlomeno segnatevi il loro nome… Quando saranno famosi potrete dire di conoscerli!
(Arturo Lopez)

FAMOUS LAST WORDS
‘Pick Your Poison’-CD
(InVogue Records)
1/5

“Fuori tempo massimo”. Così mi erano stati descritti via mail da chi mi proponeva di parlare di questo ‘Pick Your Poison’. Beh, c’è poco da fare, quelle tre parole descrivono alla perfezione quanto presente in questo album. I Famous Last Words da bravi americani si sono lanciati a testa bassa in una sfida più grande di loro, ossia mettere assieme elementi che oggigiorno non li regge più nessuno, nell’ordine: emo-rock, deathcore, elettronica. Bene mettete tutto assieme ed eccovi descritta la loro proposta. Sui perché di simili scelte non ci è dato saperlo, ma ascoltando questo ‘Pick Your Poison’ sembra di essere di fronte ai peggiori I Am Ghost (e per esser peggio di loro ce ne vuole!) che di tanto in tanto si brutalizzano scimmiottando i Winds Of Plague, il tutto con basi electro da disco e coretti dolci come il miele. Breakdown e growl vanno ad incastrarsi con il lato più romantico ed emo del gruppo, portando a non capire che cosa vogliono fare da grandi questi teenager dalle capigliature bizzarre. Beata gioventù (o beata ignoranza, a voi la scelta). Magari oltreoceano tutto ciò sembrerà dannatamente figo, ma da queste parti ci limitiamo a ripetere un concetto semplice semplice: “fuori tempo massimo”.
(Arturo Lopez)

TUMULUS ANMATUS/STRIX
‘Anatema Ritualis’-CD
(Lo-Fi Creatures)
3/5

Split tra due valide realtà della scena black metal tricolore, i Tumulus Anmatus e gli Strix. Ad aprire le danze sono i primi, che nei due pezzi a loro disposizione mostrano le due facce del genere, quello più lento e viscerale che porta alla mente la scena primordiale nordica e la furia senza mezze misure messa in piedi in maniera perfetta attraverso quella fame di aggredire l’ascoltatore che li rende così interessanti all’ascolto. Con i bellunesi Strix si passa invece al black metal vecchia scuola, quello dove tutto suona duro e puro, e l’uso di computer non viene mai contemplato. I loro due pezzi sono quindi un inno a questo modo di intendere la musica estrema, con suoni in presa diretta e una voce maligna che fa quasi da sottofondo all’ascolto. Un progetto che farà impazzire gli amanti della musica black e che porta alla ribalta due nomi meritevoli di attenzione.
(Arturo Lopez)

VAULT 13
‘We All Bleed’-CD
(This Is Core Music)
4/5

Party core, easy core, chiamatela come volete, ma questo tipo di musica portata in voga dagli A Day To Remember funziona sempre. Il perché è presto detto: se fatta bene sa far divertire. Perché in fondo la musica oltre a far riflettere ed emozionare dovrà pur far divertire di tanto in tanto no? Considerazione che pare sia stata fatta anche dai Vault 13, gruppo padovano che in ‘We All Bleed’ mostra di avere tutte le carte in regola per far bene. Il loro album piace perché semplice e immediato, i riff sanno essere ruffiani e allo stesso tempo interessanti (grazie soprattutto alla buona tecnica strumentale dei musicisti), e il timbro della voce non è né sdolcinato né troppo incazzoso. Una via di mezzo che sa farsi apprezzare insomma. Pur non essendoci picchi di gradimento, il primo singolo ‘Your Biggest Mistake’ è un brano che riassume perfettamente ciò che i Vault 13 sono: una band dal sound diretto e dalle liriche ben congeniate. Di sicuro c’è che il nostro paese non è ancora pronto per questo tipo di sonorità, e proprio per questo motivo è facile prevedere per questi ragazzi maggiori fortune al di fuori dei nostri confini.
(Artuto Lopez)

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Posted by Salad Days On February - 3 - 2012 ADD COMMENTS

ACHEODE
‘Anxiety’-CD
(Kreative Klan)
4/5

Il brutal-death è probabilmente uno dei generi musicali più congrui a descrivere il “concetto di angoscia” di Kierkegaard. Se poi si aggiunge anche la freddezza chirurgica delle trame matematiche (à la Meshuggah, per capirci), ci si rende conto che l’impatto sonoro è devastante e rappresenta con cognizione di causa le ragioni del filosofo danese (possibilità, angoscia e disperazione, semplificando da profano). Gli Acheode debuttano con un disco che, forte di significati filosofici e simbolismi trascendenti, riprende la lezione estrema di band come Dying Fetus o Beneath The Massacre per instillare nell’ascoltatore angoscia e disperazione. Che gli otto brani di ‘Anxiety’ riescano a riprodurre con estrema competenza tali stati d’animo è palese, tra architetture contorte e assoli strumentali che sfiorano il virtuosismo jazz e/o neoclassico, disorientando continuamente con intrecci devianti e deraglianti. Il combo veronese resiste per tutta la durata del disco (quasi mezz’ora) e regge il confronto con i nomi sopra citati, appoggiandosi a doti tecniche di primissimo ordine che fanno da contraltare alla violenza palesata. Non è un disco per tutti, questo è chiaro, ma può conquistare molti.
(Flavio Ignelzi)

TALISMAN STONE
‘Lovecraftopolis’-CD
(Moonlight/Masterpiece)
3,5/5

Senza preoccuparsi di peccare di presunzione con un titolo tanto impegnativo ed altisonante (soprattutto nei confronti dei tanti fan di H.P. Lovecraft, che sono notoriamente schizzinosi), le Talisman Stone (due girl e un boy) si presentano subito con una formazione inusuale a tre composta da due bassi e una batteria. Il trio originario di Ravenna sacrifica, nel rito sciamanico delle offerte ai Grandi Antichi, quattro tracce di durata considerevole che sondano i fumosi ed ipnotici fondali bui del rock psichedelico. Un sound denso e slabbrato, con una giusta preponderanza dei toni cupi, che procede come un lento cingolato sfuggendo più volte verso traiettorie indiane/orientali grazie soprattutto all’utilizzo del sitar. Immaginate una versione “bollywoodiana” degli Electric Wizard, che si mantiene in equilibrio sulla barriera che separa lo psych-rock dallo sludge-metal. Le due voci (maschile e femminile, e relativi cori) sono l’unica nota che non convince a pieno (troppo pulite?) in un disco che sperimenta coraggiosamente territori tutt’altro che battuti. E poi, i diciotto minuti della conclusiva ‘Lovecraftopolis (Part I)’ fanno intendere che ci sarà un seguito e siamo curiosi di ascoltarlo.
(Flavio Ignelzi)

BEATS ME
‘Out Of The Box’-CD
(Mind Pollution Records)
3,5/5

I Beats Me (con membri che arrivano da Turturros, Bonnie Parkers, Snake Cult e Brigate Rozze) sono un power-trio romano di punk-rock. Correzione: sono un ottimo power-trio romano di punk-rock. Le dodici composizioni, infatti, risultano essere schegge rapide (venticinque minuti totali) che combinano urgenza e orecchiabilità procedendo lungo le coordinate sonore delle leggende del genere, tipo Ramones o Clash, ma con una spinta vivace e spumeggiante che le rende anche fresche e moderne. L’inizio con ‘Give Me Some Love’ è al fulmicotone, veloce e virulento, rock’n’roll senza sbavature e carico di energia, e fa il paio con la successiva ‘Sexy City Night’, che viaggia sui medesimi binari. È con la terza traccia (‘Inside Your Brain’) che i ritmi si fanno più cadenzati, ma l’intensità non accenna certo a diminuire. ‘Sick & Alone’ è un bel gioiellino dal delizioso sapore vintage, mentre ‘Fast & Ready’ sembra mixare l’irruenza dello scan-rock alla licenziosità dello street-metal a stelle e strisce di fine anni ottanta. ‘Out Of The Box’, quindi, si presenta come un bell’esordio che fa venir voglia di dimenarsi e (soprattutto) di andare a vedere i Beats Me dal vivo.
(Flavio Ignelzi)

LUST FOR YOUTH
‘Solar Flare’-CD
(Avant! Records)
3/5

L’oscuro synth-pop dei Lust For Youth, duo svedese formato da Amanda Eriksson e Hannes Norrvide, sprigiona una interessante predisposizione alla sperimentazione, attraversando diverse sfaccettature di un suono sintetico e asettico, ricco di sonorità old-fashioned (banalmente anni ottanta), e costruendo un disco d’esordio che potrebbe essere una colonna sonora di un film di fantascienza cervellotica. Dark-ambient è un’etichetta che si potrebbe adattare bene al suono di questo ‘Solar Flare’, che utilizza le voci soltanto come echi in lontananza, dando l’impressione che l’intero lavoro sia quasi esclusivamente strumentale, e che le dodici tracce siano in qualche modo alla stregua di un’unica, lunga, composizione. Se non fosse per qualche deviazione industrial e qualche concessione al rumorismo, l’album avrebbe un aspetto alquanto monolitico, con qualche inevitabile momento di monotonia, ma può certamente interessare tutti coloro i quali cercano in un disco quella spinta alla ricerca di nuove forme di espressione che genera nuove prospettive, senza badare necessariamente alla fruibilità finale del prodotto. Un ascolto prima dell’acquisto è d’obbligo.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On January - 30 - 2012 ADD COMMENTS

DREAM AFFAIR
‘Endless Days’-CD
(Avant! Records)
3/5

Qualcuno potrebbe pensare che la scena dark-wave (a livello internazionale) sia sostanzialmente ferma, dopo i fasti irraggiungibili degli anni ottanta (Bauhaus, Joy Division, The Cure, Siouxsie and the Banshees) e qualche remissiva scintilla trascinatasi pure negli anni novanta. Non è così, of course. Di dischi ne continuano ad uscire, ed anche di buona qualità, tanto che gli appassionati continuano ad avere modo di aggiornare e rinfrescare la propria discografia senza doversi rivolgere per forza al passato. I Dream Affair rientrano a tutti gli effetti nel filone, e il loro ‘Endless Days’ (che è il full-lenght di debutto) percorre attraverso nove tappe quelle che sono le diverse influenze che possono aver contraddistinto il movimento. Dal dark synth-pop della title-track, alla coldwave di ‘Lucid’, fino ai riflessi post-punk di ‘Apology’, il terzetto di Brooklyn sfrutta tutti gli stereotipi a disposizione, si trastulla beatamente nei cliché, sviscera ogni riferimento senza alcuna vergogna (‘Silent Story’ sembra veramente un inedito datato dei Cure e recuperato casualmente da qualche polveroso archivio), realizzando un prodotto che sarà amato soprattutto dai nostalgici di quel suono.
(Flavio Ignelzi)

FORGOTTEN TOMB/WHISKEY RITUAL
‘A Tribute To GG Allin’-7″+CD
(Lo-Fi Creatures/Southern Apocalypse/Masterpiece)
3,5/5
Kevin Michael Allin, meglio noto come GG Allin, è stato il cantante di molti gruppi punk (tra i quali ANTiSEEN, The Murder Junkies e The Criminal Quartet) ed è diventato famoso (nel giro) per le sue esibizioni live a dir poco oltraggiose (nudità, defecazione sul palco, automutilazioni, sesso orale con i fan) fino alla sua inevitabile morte prematura (New York, 1993, overdose). Un’attitudine punk così estrema ha molti punti di contatto con il black-metal, e non è un caso che i Forgotten Tomb e i Whiskey Ritual hanno deciso di dedicargli questo split doppia uscita (vinile 7” più cd). Le due band nostrane, in qualche modo old e new school della scena black italiana, si dividono i riflettori (e i lati del disco) riprendendo vecchi cavalli di battaglia del frontman statunitense, riproducendone la predisposizione nichilista, marcia e animalesca. Tre pezzi per gruppo (‘Expose Yourself to Kids’ la mia preferita per i Forgotten Tomb, ‘Die When You Die’ per i Whiskey Ritual), una serie di cazzotti in faccia ben assestati e niente da obiettare. Naturalmente si tratta di un prodotto non adatto a tutti, ma può riservare grandi sorprese, soprattutto agli amanti del punk primordiale.
(Flavio Ignelzi)

UNDER THE OCEAN
‘Gates’-CD
(Moonlight Records/Masterpiece)
3/5

‘Gates’, disco di debutto degli Under The Ocean, è ispirato ai racconti di H.P. Lovecraft, e questo spiega le atmosfere horror che caratterizzano il sound, e l’artwork (splendido) che pare riproporre i miti di Cthulhu e il pantheon dei Grandi Antichi. Il brutal-death della band emiliana presenta un livello di collera superiore alla media: violento, disumano, efferato. Un assalto sonico che dura per ognuno dei trentasei minuti del disco, prendendosi una (relativa) pausa solo in occasione dello strumentale (e affascinante) ‘Notturno’. Per un disco come questo, per una band giovane che non possiede (almeno per il momento) l’afflato dei grandi monumenti della scena (i riferimenti: At The Gates e Cannibal Corpse per il passato, The Black Dahlia Murder e Lamb Of God per il presente, peraltro ininterrottamente omaggiati, nobilitati, presi ad esempio), si correrebbe il rischio di passare per semplici esecutori di luoghi comuni. Il quintetto nostrano, invece, riesce nella complicata incombenza di metterci un pizzico di personalità ben distinta, riuscendo a realizzare un esordio interessante, il quale fa pronosticare delle ottime cose per il futuro.
(Flavio Ignelzi)

PORT OF SOULS
‘The Life And The Damage Done’-7″
(Badman Records)
3,5/5

La bassa fedeltà è una religione, non c’è molto da capire. Un po’ come il culto per Jeffrey Lee Pierce (il monicker della band riprende il pezzo omonimo dei suoi Gun Club). Se il rock’n’roll revival è il vostro credo, se vi piace perdervi nei vinili degli anni cinquanta e sessanta, se detestate la cristallina qualità di registrazione del digitale, se le uniche vibrazioni soniche che riescono a farvi smuovere il culo arrivano dal glorioso passato, allora ‘The Life And The Damage Done’ è quello che fa per voi. Un singolo vinilico 7” che ha l’unico difetto di durare soltanto tre canzoni: ‘Mutant Tonight’, che corrompe le menti con invettive proto-punk, ‘Lick My Pick’, che recupera svolgimenti biecamente psychobilly, e ‘Skinning Little Humans’, che si muove circospetta tra funeree paludi infestate di coccodrilli. Una bella scoperta, il quartetto meneghino, tutt’altro che inesperto (membri di Crummy Stuff e STP, Point Of View, Jilted e Reverends…) che, sebbene recuperi ambiti fin troppo conosciuti e codificati, non lesina di stupire e di coinvolgere sfruttando i soliti quattro riff di chitarra e le solite quattro ritmiche scalmanate. E tutto in appena sei minuti.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On January - 25 - 2012 ADD COMMENTS

HOLY
‘Holy’-12″
(Hell, Yes! Records)
4/5

Holy è un aggettivo autorevole, importante, che descrive qualcosa di intoccabile, qualcosa di sacro e qualcosa che in realtà non è reale e concreto. ‘Holy’, l’e.p. di debutto del quartetto omonimo milanese, è esattamente così: il 12” gratta lo sporco che si è accumulato sul fondo delle nostre esistenze e lo immola sull’altare dell’immediatezza punk (Hardcore? Grind? Crust?) declinandolo attraverso otto frammenti che non la mandano a dire a nessuno (in poco più di dieci minuti totali). L’opener-track (anche primo singolo) a titolo ‘The Wrong Side’ è dichiarazione d’intenti e assalto frontale senza compromessi: una strofa, una variazione e stop. Giusto qualche larsen e qualche fischio d’amplificatore a rendere tutto ancor più crudo. La voce grattugiata impreca su una base volgare, ignorante, ed è eversione autentica. È un lavoro frantumato e a tratti solo abbozzato. Ma è opera di una band degna (ex Verme, Light Up, Skruingers, To The Embers…) di sedere sul trono dei campioni del grind-punk, capace di esaltarne l’attitudine. In attesa di sviluppi, a noi fare in modo che questo metodo destabilizzatore, pur già visto (The Locust?), riesca a minacciare il maggior numero di persone possibili.
(Flavio Ignelzi)

BOY FRIEND
‘Egyptian Wrinkle’-CD
(Hell, Yes! Records)
3,5/5

Il progetto Boy Friend è un soggetto strano e apparentemente inafferrabile. Rifilargli l’etichetta dream-pop potrebbe essere uno dei modi per risolvere la questione in tempi rapidi, ma sarebbe anche troppo comodo e abbastanza superficiale. Il duo tutto al femminile composto da Christa Palazzolo e Sarah Brown possiede quella sacra essenzialità che è guidata dalla genuina ispirazione e dalla scrittura, e padroneggia la intangibile arte di saper rendere scenari vasti con soluzioni minimali. Non è affatto strano, quindi, che la berlinese Hell, Yes! Records le abbia messe sotto contratto e, dopo il 7” ‘Lovedropper’ dell’anno passato, eccole ora debuttare sulla lunga distanza. È strano semmai riuscire a capire in che modo l’etichetta teutonica sia riuscita a scovare la coppia di musiciste texane (da Austin, per la precisione). Se le atmosfere sognanti, poetiche, celestiali, con riferimenti agli anni ottanta, risolte in arrangiamenti scarni con voce, sintetizzatori e drum-machine sono quello che vi affascina nel mondo della musica, ‘Egyptian Wrinkle’ delle Boy Friend dovrebbe essere quello che fa per voi.
(Flavio Ignelzi)

KAPTIVITY
‘Walk Into The Pain’-CD
(Lo-Fi Creatures/Masterpiece)
3/5

‘Walk Into The Pain’ non spreca affatto tempo e con una doppietta iniziale clamorosa si impone immediatamente come uno dei dischi più violenti e luciferini in ambito death/black. Dopo la usuale ‘Intro’ strumentale atmosferica, attacca prima ‘Kaptivity’ (l’invettiva putrida e primordiale di un orco demoniaco che giunge da epoche ancestrali) e subito dopo ‘Dawn of the Immolated’ (che si muove lungo le stesse coordinate sonore) e l’ascoltatore non può non essere investito in pieno viso da un tale cumulo di nera cattiveria. Per la band parmigiana i riferimenti più prossimi sembrano essere i Venom, i primi Slayer, gli Hellhammer e tutto il thrash che si stava evolvendo in death partendo da stilemi NWOBHM a metà anni 80. Questo è abbastanza chiaro in brani come ‘The City Of Pain’ o in alcuni passaggi di ‘Burning Until The End’, mentre appare altrettanto chiaro che l’impostazione black di molti pezzi è parte integrante dell’ispirazione dei Kaptivity, e non un caso isolato. Gli arpeggi oscuri di ‘Outro (End Of Path)’ chiudono un disco duro, infernale, insopportabile per chi non ha dimestichezza con questi suoni e con il catalogo Lo-Fi Creatures, ormai garanzia di qualità in questi ambiti.
(Flavio Ignelzi)

WILDMEN
‘Wildmen’-7″
(Jungle Beat Records/Muzak Production)
S.V.

Duo garage-punk capitolino formato da Giacomo Mancini (chitarra) e Matteo Vallicelli (batteria), quest’ultimo conosciuto alle forze dell’ordine anche in quanto pestatamburi degli Smart Cops, che esordisce con un 7 pollici di due sole tracce: ’20.000 $’ (durata 2:05) e ‘Goin’ Away’ (durata 1:40). Meno di quattro minuti totali, quindi, per immergersi nelle atmosfere anni sessanta dei Wildmen: camice a fiori hawaiane, occhiali da sole, beach-boys (da intendersi sia in quanto gloriosa band californiana, sia in quanto spiaggianti del litorale laziale), beat, surf, power-pop e revival dei tempi andati. Nonostante l’esiguità della proposta, si intuiscono tante belle cose, che ci riserviamo di confermare in occasione di un’uscita più consistente. Per adesso, se vi siete incuriositi un po’, potete andare a guardarvi su youtube il video effervescente, svitato e dai colori smarmellati di ’20.000 $’.
(Flavio Ignelzi)

CAPITAN LOVE
‘The Wasted Years Of Capitan Love’-CD
(Self-released)
3/5

Le influenze britanniche di Raniero Spinelli, alias Capitan Love (già metà del duo The Erotics a metà anni Duemila), sono talmente esplicite da essere quasi sfacciate. Il suo pop da cameretta costruito con poco ma non per questo povero di suoni e trovate, si poggia su fondamenta robuste, come il disco-funky della title-track, che potrebbe essere un hit-single se solo fosse pompato adeguatamente da un luccicante video su Mtv e sugli altri canali musicali, oppure il cantautorato lieve e intimista, come ne ‘Lo Stagno Delle Rane’. L’inevitabile ascendente beatlesiano si manifesta palesemente in ‘Kitchen Flower’, deviando solo un attimo verso approdi electro-pop a metà corsa, mentre ‘Ennio’ (unico pezzo in italiano) è scheletrico cantautorato che potrebbe essere accomunato a certe cose di Bugo e/o di Dente. ‘ I Fall Down On The Grass’ sviluppa melodie zuccherose gradevoli, laddove ‘The Sky, Tonight’ chiude con un tono accigliato, sottolineato dagli archi sintetici. ‘The Wasted Years Of Capitan Love’ mostra ottime doti di songwriting e un eclettismo che potrebbe portare il cantautore di Udine a dire cose importanti in futuro, ben oltre questo debutto.
(Flavio Ignelzi)

Reviews update

Posted by Salad Days On January - 16 - 2012 ADD COMMENTS

ENTER SHIKARI
‘A Flash Flood Of Colour’-CD
(Ambush Reality)
3,5/5

Gli Enter Shikari sono volati fino in Thailandia per registrare il nuovo (terzo) ‘A Flash Flood Of Colour’ e, sperando di non essersi fatti suggestionare troppo, si riescono a cogliere bene le sfumature orientali nel sound dell’album e pure nel songwriting. Sarà che il loro stile è per definizione un ibrido di più culture e di più etnie (Shiraki signitica “cacciatore” in Hindi, in Bengali e in altre lingue indoarie). La commistione di modern-rock e dubstep della band di St Albans (Hertfordshire) è il prodotto ideale per l’hipster medio, roba raffinata e curata, poco conosciuta dai più ma che suona come una variante bizzarra e colorata dei (migliori?) Linkin Park. Soprattutto perché ha alleggerito il carico post-hardcore che si portava dentro con i primi due dischi e ha aumentato ancor di più la già consistente componente elettronica. Resiste ancora qualche sprazzo più duro (tipo qualche parte vocale growls), ma il grosso del disco ha un impatto molto più techno-core, con la melodia che gioca il ruolo di primadonna. Se riesce a limitare la voglia di piacere a tutti i costi alle grandi platee, la band inglese rischia di aver inventato il primo crossover etnico cazzuto dai tempi dei SOAD.
(Flavio Ignelzi)

BLESSED BY A BROKEN HEART
‘Feel The Power’-CD
(Rude/Tooth & Nail)
3/5

Sì, lo so, sono un po’ tamarri e la copertina (e le foto promozionali) in cui posano in costumi post-apocalittici, diciamo tra Mad Max e i Duran Duran del video di ‘Wild Boys’, non aiuta molto. Ma i Blessed By A Broken Heart sono così: prendere o lasciare. La band metal-core, che è una delle poche che possiede l’elemento “metal” preponderante su quello “core”, giunge al terzo album via Tooth & Nail barra Rude Records e sciorina quasi cinquanta minuti divertenti e melodici. Già, perché quando si parla di metal, in questo caso si intende quello classico, che qualcuno chiama hard & heavy, insomma la vecchia scuola anni ottanta (‘Deathwish’), che possiede delle ascendenze glam (‘Forever’), con le tastiere ad abbellire (‘Shut Up And Rock!’), qualche accelerata quasi NWOBHM (‘Holdin’ Back For Nothing’) e l’immancabile lentone per il pomicio tra le borchie (‘I’ve Got You’). C’è persino un pezzo che inizia con il rombo di una moto e s’intitola ‘Rockin’ All Night’: è davvero uno spettacolo! Qualche anno fa avrei dato fuoco al disco, oggi questa roba è modernariato, nostalgia canaglia, e ci manca poco che mi scenda la lacrimuccia. E poi scommettiamo che ‘Skate Or Die’ diventerà un inno?
(Flavio Ignelzi)

ZOLA JESUS
‘Stridulum II’-CD
(Souterrain Transmissions)
4/5

Non si tratta dell’ultimo album in ordine temporale, quel ‘Conatus’ che ha riscosso ottimi consensi di pubblico e critica, finendo in molte classifiche di fine anno tra i migliori dischi dell’anno. ‘Stridulum II’ è il lavoro precedente della cantautrice statunitense (ma di origine russa) Zola Jesus, al secolo Nika Roza Danilova. In verità questo album è una riedizione by Souterrain Transmissions nonché made in Europe del precedente e.p. ‘Stridulum’ con l’aggiunta di tre (ottime) composizioni, lavoro che segna anche la consacrazione definitiva del talento brumoso della bionda e glaciale cantantessa, già nota per il progetto Former Ghosts. Il synth-pop marziale, spietato e gotico, è una magnifica ossessione, che spazia tra nenie esili come ‘Night’ e un pop post-apocalittico tipo ‘Trust’, ondeggiando continuamente tra dannazione e redenzione, tra buio e luce. La qualità di scrittura è sorprendentemente alta, tanto da lasciare avvinti nelle maglie wave, sempre dark e sperimentali, sebbene la chiusura con ‘Lightsick’ lascia l’ascoltatore con un inaspettato slancio pianistico meno teso e quasi distensivo. Per chi non ce l’ha, penso che ‘Stridulum II’ sia un disco da recuperare alla svelta.
(Flavio Ignelzi)

ATTACK ATTACK!
‘This Means War’-CD
(Rise Records)
Voto: 2,5/5

‘This Means War’ è uno di quegli album che hanno la straordinaria capacità di lasciarti interdetto nel giudizio: se da una parte possiamo ascoltare ogni traccia indipendentemente dalle altre e apprezzarne le varie componenti stilistiche e tecniche e tematiche, allora il disco risulta buono sotto quasi tutti i punti di vista, con inserti melodici ed elettronici (perché pur sempre di post-hardcore si parla!), con un ottimo utilizzo dei vocals da parte del ventenne Shomo; dall’altra, nel complessivo, non aggiunge, purtroppo, nulla di nuovo alla folta schiera di giovani band che popolano la scena metal/post, ed è forse questa la colpa maggiore, se di colpa si può parlare, che possiamo imputare agli Attack Attack!. Quindi, un album discreto in definitiva per questi ragazzi dell’Ohio, che non vi farà girare la testa, ma che almeno una buona mezz’ora ve la farà passare, grazie anche soprattutto alla open track ‘The Revelation’ e a ‘The Motivation’, i due pezzi a mio avviso migliori.
(Fabrizio De Guidi)

BRAVO
‘Apes In Space’-CD
(Autoprodotto)
Voto: 3/5

I Bravo si presentano ufficalmente con questo lavoro super punk alla Ramones, tanto per capirci, e devo dire che non hanno sfigurato. Già, ma chi sono questi Bravo? Sono un trio di Latina composto da Luca (voce e chitarra), Riccardo (batteria) e Giuseppe (basso). E direi che è abbastanza, dato che quello che ci interessa come suonano. Quindi, undici pezzi che coprono, come nel classico standard, circa la mezz’ora, spaziando dal punk rock al power pop, con qualche variazione skate punk, quindi ,veloci ed immediati come è giusto che sia. Le tracce migliori risultano ‘Street Lights’, ‘Television’ e ‘You Are Wrong’, che, nonostante i testi non troppo impegnati (tutti in inglese, e devo far loro i complimenti perché dimostrano di saperlo parlare), fanno passare un po’ la malinconia dell’inverno, preparandoci per la bella stagione. Sarebbe troppo facile concludere con la battuta “Bravi Bravo!”, quindi mi congedo con una vigorosa stretta di mano virtuale.
(Fabrizio De Guidi)

VEILS
‘Clarity EP’-MCD
(Tangled Talk Records)
Voto: 3,5/5

Bene, bene, trovarsi tra le orecchie questi Veils, una female fronted hc band della Cornovaglia, mi ha decisamente cambiato il pomeriggio, dandomi qualche speranza in più nel fatto di poter credere che esistano ancora band meritevoli di questo nome. Bene, dicevo, bene, perché con il loro EP di prossima uscita a fine Gennaio, ‘Clarity’, ci mostrano come la potenza e la profondità possano benissimo contenersi in soli cinque pezzi di puro e crudo hc melodico, grazie anche, e soprattutto, alla cantante Chlo Edwards, che sprigiona tutta la sua energia in testi profondi (‘Standing Alone (Isolation)’ e ‘Stallions (Adrenaline)’ su tutti) e performance sul palco (guardatevi anche qualche video), supportata ottimamente dalla batteria. Cinque tracce che non hanno nulla da invidiare ad altre di più titolate band della scena, e che, in attesa di un loro full lenght (spero a questo punto già quest’anno!), hanno già lasciato un’impronta.
(Fabrizio De Guidi)

THE LONG HAUL

‘Debtors’-MCD
(Tangled Talk Records)
Voto: 3/5

Devo dire che la Tangled Talk ci sta dando dentro con le sorprese quest’anno! È di prossima uscita, verso gli inizi di Febbraio, il lavoro dei The Long Haul ‘Debtors’, un EP di cinque pezzi di esplosivo prog hardcore! Dopo l’arrivo ai vocals di Harry Fanshawe, che ha portato nuova linfa allo stile di una band che aveva dato un’ottima prova con lo split assieme ai Kerouac, si arriva a questo ‘Debtors’ che va, come tematiche, dalle relazioni personali, alla religione, al disfacimento di una società; se poi aggiungiamo una batteria martellante ed una chitarra estremamente metal, allora il disco è fatto, ed è veramente devastante. Anche senza arrivare ai livelli dei Converge, che sarebbe ingeneroso scomodare nei confronti dei The Long Haul, si può tranquillamente affermare che questi ragazzi hanno ormaile spalle larghe per fare il grande salto. Date un ascolto, ne vale la pena!
(Fabrizio De Guidi)

MADISON AFFAIR
‘Teenage Time’-CD
(Acuity.Music)
Voto: 1,5/5

Subito ho pensato fosse uno scherzo. Poi un errore. Ma ho dovuto lasciare il posto alla dura realtà. Non è nemmeno facile parlare male dei Madison Affair, purtroppo o per fortuna al loro debutto, che sfornano un disco che è per metà un insuccesso: si prova con l’unione di diversi elementi, dall’hardcore all’elettronica, dallo screamo al rap, condendo il tutto con un fastidiosissimo auto-tune, che mi domando come ancora si abbia il coraggio di proporre (è servito solo con Antoine Dodson). Le tracce strumentali, seppur valide, non aggiungono molto al disco, che si schianta al suolo alla fine con la traccia ‘The Hardest Storm’, una mezza copiatura dei P.O.D. massicciamente condito dal diabolico strumento di intonazione voce e da una qualche tastiera disco anni ‘80. Non è tutto da buttare, e il pezzo ‘Now Let’s Be Honest To The World’ ne è la dimostrazione, che casualmente è quello meno condito da vari artifici bestiali.
(Fabrizio De Guidi)

SECRETS
‘The Ascent’-CD
(Velocity/Rise Records)
Voto: 3/5

Non abbiamo molte notizie su questi Secrets, quintetto utlra-fashion post-hardcore della torrida San Diego, qui al debutto discografico con ‘The Ascent’, patrocinato dalla giovane Velocity Records, che da quanto ho capito è una sorta di branca della Rise Records. A dispetto di quanti potrebbero pensare ad una prima occhiata (io in primis), i Secrets sono capaci di fare il loro lavoro, che si eleva notevolmente sopra la media delle recenti uscite del genere: undici pezzi catchy, un’estrema facilità di assimilazione, breakdown ben assestati e un cantato molto pulito contribuiscono al mantenimento di una soglia di interesse nell’ascolto durante tutto il disco. In ‘Somewhere On Hiding’, una tra i pezzi più riusciti, è possibile che ci sia lo zampino dell’ex chitarra degli A Day To Remember Tom Denney, qui in veste di produttore del disco, che pare aver dato l’ispirazione ai ragazzi su come improntare lo stile della canzone (e non solo in questa). Unica pecca è la mancanza di innovazione e il continuo giostrarsi con piccole variazioni sul tema, il tutto, però, con giudizio.
(Fabrizio De Guidi)

MERCE VIVO
‘lasortedelcanecheleccalalama’-CD
(I Dischi del Minollo/Audioglobe)
3,5/5

Con un titolo come questo che è una citazione di Erri De Luca (da ‘Montedidio’), non ci vuole molto a capire che l’ispirazione dell’intero lavoro è di tipo letterario, soprattutto quando ritroviamo in posizione 5 anche una ‘Oceanomare’ di palese e baricchiana illuminazione. Il terzo capitolo a firma Merçe Vivo (a quattro anni dal precedente ‘imbarcoimmediatoin7minuti’) si destreggia tra il cantautorato intimista (e anche molto accorato) nostrano e il post-rock dilatato, diluendo in poco più di trenta minuti una manciata di spezie delicate, a volte spudoratamente jazzy (per il sax?), in un brodo gustoso che rimanda inevitabilmente a(i) Benvegnù. Ballate catacombali, notevoli nonostante un po’ di maniera, con qualche impennata (come il finale noisy) su testi rarefatti, poetici e ambiziosi. La tendenza alla depressione si affaccia più volte (come è naturale che sia per questo tipo di composizioni), ma viene stemperata da aperture solari positive, come il chorus de ‘Il Sole e La Sorte’, con i cori di Valentine Carette e Daniel Benoit (Frank Williams and The Ghost Dance) a dare manforte. Per chi ama il cantautorato underground tricolore, non penso che ci sia modo migliore per iniziare l’anno.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On January - 10 - 2012 ADD COMMENTS

ATARI
‘Can Eating Hot Stars Make Me Sick?’-CD
(SuoniVisioni/Audioglobe)
3,5/5

Indicare gli Atari tra gli esponenti più stimolanti all’interno del panorama electro/indie tricolore, non è un’insensatezza. Al contrario, questo nuovo ‘Can Eating Hot Stars Make Me Sick?’ (a più di tre anni dal precedente ‘Sexy Games For Happy Families’) sviluppa un suono che recupera gli stilemi dal versante deep house e chillwave per costruire un flusso sonoro intimista e simpatico, tenero e malinconico, tenuto vivo da una predisposizione alla melodia pop che non ha eguali. Gli ingredienti utilizzati sono i soliti sintetizzatori, i soliti giri di basso avvolgenti, le solite raffinatezze da club e la solita chincaglieria luccicosa simil-lounge. Il tutto impastato all’interno di una terrina svogliatamente new wave e messo in cottura nel forno caldo di quella che qualcuno (erroneamente) potrebbe definire musica da cocktail. Quello in cui il duo partenopeo appare davvero campione è la capacità di sedurre attraverso composizioni giocate sulle minuzie, anche quando l’atmosfera si fa più tenebrosa e marziale (la quasi-industrial ‘City Lights’), per un disco che allontana gli Atari dai territori dance/8 bit dell’esordio, avvicinandoli ad una musica capace più di evocare immagini che di far ballare.
(Flavio Ignelzi)

TEXAS IN JULY
‘One Reality’-CD
(Nuclear Blast)
2/5

Non mi sembra imprescindibile, il secondo lavoro dei Texas In July, prima uscita per il colosso Nuclear Blast (via Equal Vision, o viceversa). Riff sempre pesanti e death-oriented, voce cavernosa/sofferente/incazzatissima, volumone di suono garantito dall’esperto Chris “Zeuss” Harris (All That Remains, Agnostic Front, Shadows Fall e mille altri), poche e inavvertibili variazioni di tema. Hardcore metallizzato nell’anima, che per incomprensibile pudore non si avventura del tutto nel territorio della violenza più sfacciata e fine a sé stessa, ma gioca anche con le atmosfere (addirittura è presente ‘May’, nient’altro che una ballatona strumentale semiacustica). Il quintetto originario della Pennsylvania è ancora una crisalide, e probabilmente non ha ancora deciso quale strada intraprendere nella vita, così si lascia trasportare dai venti forti del trend senza pensarci su troppo. Il risultato, quindi, è un sound a dir poco inflazionato, che ha fatto epoca ed ora è, appunto, epoca (passata). Non saprei trovare un motivo valido per consigliarvelo: se già avere in collezione dischi di August Burns Red, The Devil Wears Prada o Killswitch Engage, rischiate di prendere un doppione.
(Flavio Ignelzi)

RINGO DEATHSTARR
‘Shadow EP’-CD
(Club AC30)
3/5

Nati dalla mente di Elliott Frazier nell’intimo della propria cameretta a Beaumont (Texas), i Ringo Deathstarr escono oggi con l’ennesimo e.p. di quattro pezzi, che segue il loro primo vero full-length ‘Colour Trip’ (2011) e anticipa il loro nuovo album previsto per il febbraio del 2012. ‘Shadow’ candida i tre texani come i più accreditati paladini dello shoegaze/noise degli ultimi tempi, soprattutto perché Billy Corgan li ha scelti personalmente per aprire il tour europeo degli Smashing Pumpkins e il loro nome ha cominciato a circolare con una certa insistenza nei circuiti che contano. Le quattro canzoni contenute in ‘Shadow’ sono canzoni pop ricoperte di rumore, e questo può piacere o meno. La title-track ha suggestioni che riportano al grunge primigenio di fine anni ottanta (Screaming Trees, primi Smashing Pumpkins), ‘Just You’ è una cantilena dei sixties calata nell’acido, ‘New Way’ (durata 1:18) è quello che suonerebbero i Foo Fighters se Dave Grohl non avesse deciso di campare nell’agio per il resto dei suoi giorni, ‘Prisms’ è un trip allucinogeno con rock in sottofondo. Se queste sono le premesse, il disco in uscita può riservare delle belle sorprese.
(Flavio Ignelzi)

VINTAGE VIOLENCE
‘Piccoli Intrattenimenti Musicali’-CD
(Popular)
3,5/5
La nuova generazione dell’indie-rock nostrano, li definii tempo addietro, all’epoca dell’uscita di ‘Cinema’ (era il 2008). Il nuovo (terzo) album dei Vintage Violence affina ancor di più la scrittura, soprattutto a livello lirico, con testi sferzanti e ironici. ‘Piccoli Intrattenimenti Musicali’ fa quindi bella mostra di pulsanti aggiornamenti come ‘Chupito & Plusvalore’ che viaggia dalle parti dei Queens Of The Stone Age, simpaticherie ottantiane come ‘Fuori Dal Partito’ che potrebbe essere Bluvertigo, essenziali punk d’altri tempi come ‘Natale Lavavetri’, rock’n’roll sornione come ‘PPP (Pier Paolo Pasolini)’ che si sanno allungare in maniera naturale verso qualcosa di indistinguibilmente nuovo, saltellanti cover come ‘I Pop’ (di Leo Ferré, con la partecipazione straordinaria di Dario Ciffo dei Lombroso). Non a caso il folk evoluto di ‘Il Processo di Benito Mussolini’ ha vinto il premio ANPI 2011 come miglior canzone che rispecchia i valori della resistenza. Divertenti, sbarazzini, facili e assimilabili ma niente affatto superficiali, la band di Lecco sta sulla linea maestra del rock tricolore, con il suo songwriting maturo e consapevole, che saprà raggiungere una platea molto ampia.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On December - 31 - 2011 ADD COMMENTS

GORAN D. SANCHEZ
‘Diaul’-CD
(Self-released)
4/5

Da componenti di De Crew, Detroit, La Crisi e Rhyme, ecco l’e.p. post-hardcore italiano dell’anno (e che non ti aspetti). ‘Diaul’ coniuga perfettamente estremismo vocale metal con frammentazione sonora noise, amplificando il tutto attraverso scelte di suono e produzione palesemente new-school. Tra cavalcate quasi stoner/sludge come l’opener-track ‘Weed Or Weedout You’, scatti e rasoiate helmetiani come quelle inferte in ‘Don’t Bother Me’, la carneficina punk di ‘Yanduu’ e gli slabbramenti ripetuti e neri come la pece di ‘Born Against What?’ si giunge alla fine del mini. Che conta solo sei pezzi (per venticinque minuti totali), ma pare durare un secolo. Lo dicono loro stessi: questa è musica satanica, nel senso di quella che il figlio del diavolo potrebbe ascoltare nel suo cazzo di ipod. E non vedo il modo di dar loro torto. La chiusura con ‘I Wish Maya Were Right’, tra gorghi mind-expanding e marce militari agghiaccianti, è un bell’augurio misantropo per il nuovo anno. Ed io mi unisco ai Goran D. Sanchez. P.S.: il video di ‘Weed Or Weedout You’, girato da Danilo Pasquali (fotografo indie tra i più apprezzati), è un vero gioiellino di claustrofobia ed erotismo.
(Flavio Ignelzi)

CASA DEL MIRTO
‘The Nature’-CD
(Mashhh! Records)
3,5/5

È musica per ballare e per pensare, quella della Casa Del Mirto. Una equilibrata terra di mezzo tra dance e chill-out, o meglio chillwave, come si trova scritto un po’ dappertutto. In pratica flussi sognanti e costruzioni rilassanti, che profumano molto di anni ottanta, con un debito imprescindibile con le cose nostr(an)e di qualche anno fa (provate ad ascoltare i suoni di ‘Ultimatum’, giusto per farvi un’idea). Il progetto, di stanza a Trento, dimostra di avere classe da vendere, come già aveva dimostrato col precedente (di soli cinque mesi) ‘1979’, che molti avevano indicato tra le migliori uscite italiane del 2011. ‘The Nature’ ripropone quella efficace mistura di Pet Shop Boys e Royksopp dall’indubbia carica nostalgica, che è lounge ma non è ancora nu-jazz, che è trip-hop (‘Snap Yr Cookies’ featuring Cornershop) ma è pure (quasi) sexual-pop à la Brian Ferry (‘Shout Into The Night’ featuring Freddy Ruppert dei Former Ghosts). Nomi/ospiti importanti per un disco diviso tra una prima parte più lineare (‘The Nature’) e una seconda forse più coraggiosa (‘Behind The Nature’), ma che nel complesso si presenta come un gran bel flusso di musica elettronica made in Italy.
(Flavio Ignelzi)

DO OR DIE
‘The Downfall Of The Human Race’-CD
(Demons Run Amok/Code7)
2/5

Sembra che siamo in piena terza fase, per il metal-core. Cioè, dopo che i padrini del genere hanno codificato le coordinate sonore (prima fase) e dopo che si è formata una scena con l’uscita di dischi più che degni (seconda fase), ecco giungere lo tsunami dei gruppi imitatori, quell’enorme massa di copie che apportano solo affollamento del mercato e (tra non molto tempo) la morte del genere. È successo per lo street-metal, per il grunge, per il nu-metal e per ogni genere di tendenza che ricordi. Oggi tocca al metal-core. I belgi Do Or Die, forse l’avrete capito, contribuiscono attivamente a questa ondata, collocandosi in una posizione che è già occupata attivamente dagli Hatebreed (persino questi ultimi hanno avuto dei cedimenti, ultimamente). ‘The Downfall Of The Human Race’ è hardcore metallizzato senza un briciolo di inventiva, suonato discretamente e dall’impatto notevole, ma che andrà bene solo a chi si rifornisce di una tipologia d’ascolto molto omogenea e priva di variazioni significative. Se rientrate anche voi in questa tipologia di fruitore, fatevi avanti: i Do Or Die sono qui ad aspettarvi. Altrimenti passate oltre senza crucci particolari. O recuperate un vecchio disco degli Hatebreed.
(Flavio Ignelzi)

ANDREA RA
‘Nessun Riferimento’-CD
(Modern Life/Audioglobe)
3/5

Il cantautorato rock (che non è un ossimoro come si vorrebbe far credere) è roba difficile da assimilare, almeno per il sottoscritto. Andrea Ra è un bassista e questo lo salva, perché la sua scrittura risente di influenze sospettabili come Les Claypool (tipo nella title-track), dalla quale deriva una notevole potenza di fuoco che affonda le radici direttamente nel funky. Se qualche composizione, tipo ‘Mi Avveleno Di Te’, affronta ancora la forma ballata tricolore resa celebre dagli ultimi (mediocri) Timoria, altre, tipo ‘C’è La Luna Piena (Stasera)’, prendono il volo su ritmiche avvolgenti che potrebbero rivaleggiare con le migliori fast-song dei Mr. Big (quelli di Billy Sheehan, sia chiaro). Ma anche ‘I Soldi Del Pupazzo’ è dotata di una energia incendiaria che è difficile da contenere e che fa saltare dalla sedia. Su tutto si evidenzia una intelligenza nelle liriche (e anche nel concept “orario”) e una competenza tecnica ragguardevole, che non si limita ai virtuosismi slappati dello stesso musicista capitolino. L’album trasuda mestiere e cognizione di causa, per un gruppo di canzoni che probabilmente dal vivo offrono una soddisfazione ancora maggiore.
(Flavio Ignelzi)

Reviews update

Posted by Salad Days On December - 26 - 2011 ADD COMMENTS

SKRILLEX
‘Scary Monsters And Nice Sprites’-CD
(Mau5trap)
4/5

Un vero fenomeno questo Skrillex. Un’artista capace di costruirsi una carriera solista dopo la sua dipartita dai From First To Last e che oggi viene osannato in tutto il mondo. I motivi di cotanto interesse nei suoi confronti sono facilmente riscontrabili dal fatto che, sostanzialmente, questo simil nerd ha dato lustro a una scena in ascesa come quella dubstep. Che la musica elettronica abbia aperto le sue porte a collaborazioni insolite ormai è un dato di fatto: nel metal ormai sembra essere una scelta gettonata quella di affidarsi a DJ di fama per collaborazioni di ogni sorta, stesso dicasi per il rock. E allora ecco Sonny Moore, in arte Skrillex, che dopo essersi presentato nel mondo alternative con collaborazioni degne di nota con Bring Me The Horizon e Korn, decide di dare un seguito al suo esordio ‘My Name Is Skrillex’ mandando alle stampe ‘Scary Monsters And Nice Sprites’. Come definirlo? Una bomba. Essere di fronte a un’artista in piena crescita è sempre gratificante, ma qui c’è molto di più, ci sono idee, stravaganza e una voglia fottuta di lasciare il vuoto dietro di sé. Il modo di intendere la parola dubstep di questo personaggio è distruttiva, beat martellanti, suoni freddi e meccanici a profusione e la capacità di spiazzare sempre l’ascoltatore. Nulla a che vedere con quello che la scena electro inglese ci offre insomma, qui di pettinato e ballabile non c’è praticamente nulla. Semplicemente selvaggio, ‘Scary Monsters And Nice Sprites’ è quanto di più pesante ed eccentrico si possa trovare oggigiorno sul mercato discografico, un contenitore di idee e soluzioni che potrebbe aiutare tanti DJ senza speranze.
(Arturo Lopez)

MAINLINE
‘Azalea’-CD
(Autoproduzione)
4/5

Tornano a distanza di qualche anno dall’ultimo lavoro i piemontesi Mainline, mostrando una maturazione stilistica ormai conseguita. ‘Azalea’ è la naturale evoluzione di una band che ha avuto modo di crescere confrontandosi con colleghi internazionali non da poco come Misery Signals e Alexisonfire, nomi che hanno agevolato l’ascesa del quintetto al punto da portarli a essere oggigiorno uno dei nomi di punta della scena post-hardcore italiana. Questo nuovo capitolo discografico si mostra omogeneo all’ascolto, dando l’impressione di essere stato studiato nei minimi dettagli. Da cosa si nota ciò? Dalla cura del dettaglio innanzitutto: ogni musicista ha svolto la parte che gli compete donando qualcosa in più del semplice compitino, assistito da un talento della produzione quale Fusini che – come al solito – ha dato ancor più groove al muro sonoro dei Mainline. ‘Azalea’ ha poco o nulla di italiano all’ascolto, è un disco dal forte approccio esterofilo (cosa giustissima), che a tratti sa entusiasmare e che vista la pochezza delle nuove produzioni poste sul mercato da band ben più blasonate si pone tra i migliori lavori della categoria. L’unica cosa che fa strano è la mancanza di un’etichetta a supportare il tutto, ma forse meglio così. Il DIY in fondo è una soluzione talmente romantica e coraggiosa che va oltre ogni regola di mercato.
(Arturo Lopez)

SWEET DANGER
‘City Nights’-CD
(This Is Core Music)
3/5

Il pop-punk pare abbia un mercato florido vista la quantità industriale di band che di anno in anno si affacciano sulla scena italiana. A dar manforte a questa tesi ecco gli Sweet Danger che per evitare di bruciarsi subito all’esordio hanno pensato bene di rilasciare un EP di sei brani, ‘City Nights’. In un genere dove si è detto tutto è fisicamente difficile per una band trovare una soluzione che possa aiutare a farsi notare rispetto alla concorrenza. Ciò porta le band a mettere in atto la più semplice delle regole: “fai il tuo senza sfigurare” e di sicuro è quello che i Sweet Danger hanno fatto in questo EP. Una scelta che non ci sentiamo di criticare vista la storia ancora tutta da scrivere dei ragazzi e quindi passiamo a al vaglio il tutto. La scena americana ha sicuramente influenzato non poco il gruppo, che di tanto in tanto riporta alla mente i primi Ataris, bilanciando con cura elementi quali melodia e altri più in linea coi trend odierni. I momenti più ispirati sono quelli che vanno verso il punk-rock vecchia scuola, adottati di tanto in tanto ma capaci di dare brio e velocità a brani altrimenti fotocopia. Insomma trattandosi di un’apripista l’idea che si ha è quella di una band che merita una chance ma che deve lavorare sodo, cercando una strada personale che darà loro molte più soddisfazioni rispetto a qualcosa di standardizzato come il pop-punk.
(Arturo Lopez)

CAD [:TCHAD:]
‘Tazky Kov’-CD
(My Sleeping Cat Records)

3/5
Che le metal band dell’est Europa siano la rappresentazione più pura e cruda della scena lo si sapeva da tempo, al punto che imbattersi con alcuni adepti di tanto in tanto fa sempre piacere. Questa è la volta dei Cad [:Tchad:] e del loro quarto album ‘Tazky Kov’, stampato nel formato che più ci piace, il vinile. Che dire… I nostri citano Madball, Agnostic Front, Cannibal Corpse e Six Feet Under nelle loro principali influenze e in effetti qui c’è tutto meno che una logica. Il terzetto pesta come un fabbro dal primo all’ultimo minuto, avvicinandosi più al death/brutal che ad altre sonorità. Registrazione low cost, miraggio e masterizzazione a cura dei Mana Studios (di proprietà di Erik Rutan degli Hate Eternal) e un entusiasmo che ormai sembra merce rara per la maggior parte dei gruppi occidentali sono altri aspetti interessanti di questo lavoro, che evidenzia oltretutto la buona tecnica strumentale dei musicisti. Unica “ignorantata” classica delle band dell’est la scelta di proporsi in madrelingua, cosa che rende ancor più estremo e fuori dagli schemi questo ‘Tazky Kov’. Se siete alla ricerca di nuove esperienze mistiche, fatevi avanti!
(Arturo Lopez)

YOUNG ENGLISH
‘I Hate My Friends’-CD
(Panic Records)
3

Orange County, oltre ad essere famosa per i numerosi teen drama, è culla spesso e volentieri formazioni musicali di indubbio valore che non vi sto certo ad elencare. Sarà il sole, sarà il mare, saranno proprio i teen drama che danno quel pizzico di sprint in più? Questa volta tocca agli Young English ed il loro EP di debutto composto di quattro pezzi chiamato ‘I Hate My Friends’, titolo che non riesco a capire se ironico o meno, dato che come cover vediamo un ragazzo immortalato mentre sta precipitando dalle scale. Beh, ironia o meno, poco importa. I ragazzi ci riportano indietro agli anni ’90 (se volete pensate a Beverly Hills 90210, che tra l’altro dista nemmeno un centinaio di chilometri da O.C.) con sonorità emo-pop-punk, con chitarre dai riff distorti ma orecchiabili e batteria leggermente più pesante del solito che, seppur abbiano un gusto di “già sentito”, riescono a ricreare un’atmosfera invernale, che calza a pennello con la data di uscita del disco. Testi semplici che calcano le tipiche tematiche adolescenziali, dal disagio del vivere in un piccolo quartiere dove la routine è di norma (‘Neighbors’), al ricordo di un amore durato solo una sera (‘I Knew You Once’). Il bilancio è positivissimo e di sicuro più di un ascolto lo meritano.
(Fabrizio De Guidi)

ERRA
‘Impulse’-CD
(Tragic Hero Records)
3

Dopo una prova convincente con l’EP dello scorso anno ‘Andromeda’, la giovane band di Birmingham, gli Erra, si presentano ufficialmente con il full-lenght ‘Impulse’, che esce sotto l’egida della Tragic Hero Records. Subito il primo pezzo ‘White Noise’ ci fa capire che non abbiamo davanti cinque ragazzini sprovveduti, che sanno benissimo giostrarsi nel metalcore melodico tra rallentamenti di ritmo, accelerazioni, assoli di chitarra e via dicendo. Anche i duetti, seppur con alle volte un cantato alle volte un po’ tirato e sotto la media, riescono a non far sfigurare troppo i pezzi in sé ed i testi, non banali e che vi invito a leggere indipendentemente dall’ascolto del disco, tra cui emergono ‘Seven’ e ‘Architect’ (i miei preferiti), che contribuiscono a creare quell’atmosfera oscura e contrastante tra metal e melodia. Mi ricordano molto gli Ocean, ma in salsa metalcore, anche se l’essere descritti come un derivato non lo meritano.
(Fabrizio De Guidi)

HONEST ABE
‘Someone Punch Abel’-MCD
(Glory Kid)
3

Se siete fan di Iron & Wine, gli Honest Abe non potete di certo perderveli. Ma chi sono gli Honset Abe? Sono un duo folk di Riverside CA composto da Jesse Avila, chitarra/voce/percussioni, accompagnato al violoncello da Rosemary Danelski. A molti di voi i nomi non suoneranno familiari, ma forse è meglio così, tanto sono sicuro che rimarrete sorpresi alla fine del loro piccolo EP di sei pezzi, per la durata totale di circa 20 minuti. Intrecciando accordi caldi ma semplici ad un delicato sottofondo di violoncello sfiorato, talvolta arricchito da un tamburello forsennato, e dalla chiara voce di Jesse, veniamo catapultati nella tranquillità di un buio salotto illuminato solamente dal fuoco di un camino, e noi seduti sul divano a gustarci pezzi come pieni di paura di non essere amati come ‘Hormones’, dell’odio sussurrato di ‘You Were Hiding, I Fell Asleep’, della tristezza evocata da ‘Why’d They Take My Coat?’. Uno dei debutti più leali che abbia mai visto, e il loro nome è forse il migliore che potessero scegliere per rappresentarsi.
(Fabrizio De Guidi)

JACK OF HEART
‘Only Seven Inches For Your Girlfriend?’-CD
(Teenage Menopause Records)
4

Direi che le chiavi di ricerca che hanno messo sul loro bandcamp possono introdurre la band meglio di quanto io possa fare: death garage lo-fi punk Paris. In verità vi dico che questi Jack Of Heart non sono esattamente di Parigi ma del Sud francese (chissenefrega, aggiungo alla mia precisazione), non sono punk ma hanno quel psychedelic rock che mi ricordano tanto i Brain Jonestown Massacre (una citazione per alcuni amici, che solo loro capiranno) e per qualche pezzo sembrano farsi prestare la voce da un giovane Nick Cave e per altri da un vecchio frigorifero rumoroso, sono tanto lo-fi (registrazioni analogiche) e garage, e se vi cercate qualche loro intervista in giro per il web capirete che razza di elementi sono, anche se in realtà basterebbe leggere il titolo! In questo LP di prossima uscita troviamo tutto quello che ci serve per amare i JOH, quindi pezzi fumosi e caotici come ‘Nowadays’e ‘San Francisco’, altri più calmi e smooth come ‘It’s You Baby’, che ci proiettano in maniera limpida nelle atmosfere tipiche degli anni ’60-’70, quando tutto era ancora possibile.
(Fabrizio De Guidi)

GALLOWS
‘Death Is Birth EP’-MCD
(TDON Records)
4

Quando un gruppo celebre come i Gallows perde il suo elemento di punta (Frank Carter, che se non conoscete, potete leggervi una sua intervista su Salad Days Mag #8) è sempre un punto di domanda il futuro: continuare, sciogliersi e riformarsi poi, sostituire il membro perduto, smettere definitivamente e cercare un lavoro serio. Nel loro caso, è stato scelto di continuare con lo stesso nome, sostituendo il partente con Wade MacNeil (Alexisonfire, Black Lungs). Dopo questa breve intro, i dubbi rimangono, perché come diceva la Zingara “chi lascia la via nuova, sa quel che perde ma non sa quel che trova”, ma presto ci possiamo accorgere di quanto siano immotivati. In poco meno di quattro mesi rilasciano questo EP ‘Death Is Birth’, che è tutta un programma, per due motivi: dal lato puramente musicale e tecnico, quattro pezzi che sono “tutto odio e vendetta urlata”, veloci e taglienti, tra cui risaltano ‘Mondo Chaos’ e ‘True Colours’ (di soli 36 secondi!), ma anche ‘Hate! Hate! Hate!’ non scherza; dal lato umano e della band, ci dimostrano come i ragazzi abbiano saputo fare quadrato e non scoraggiarsi, e che forse Carter (ora al lavoro con il suo nuovo progetto Pure Love) non fosse i Gallows, ma solamente una prima donna che vuole solamente tatuare.
(Fabrizio De Guidi)

Reviews update

Posted by Salad Days On December - 20 - 2011 ADD COMMENTS

BEASTIE BOYS
‘Hot Sauce Committee Part Two’-CD
(Capitol)
3,5/5

La parte due, senza la parte uno. Roba che solo i Beastie Boys (o quasi). Ci sarebbe da raccontare tutta la storia del cancro diagnosticato ad Adam Yauch nel 2009 e che rimandò (a questo punto, annullò) l’uscita di ‘Hot Sauce Committee Part One’, ma non mi va. Concentriamoci sulla musica, su questi tre quasi-cinquantenni che ancora hanno voglia di stupirci con le loro rime taglienti, ironiche, surreali, caustiche, insolenti. Forse la cosa che colpisce di più dell’intero album è la varietà di suoni, campionamenti, atmosfere che riescono a creare, con gli spoken che sono sottoposti in molti casi all’alterazione di filtri, vocoder, riverberi. La miscela di elettronica, dub e hip-hop possiede le caratteristiche che hanno reso i Beastie Boys una leggenda fin dagli anni ottanta. ‘Make Some Noise’ apre proprio inseguendo il passato, ma le cose più forti arrivano dalla danzabilissima ‘Nonstop Disco Powerpack’, dai giri street di ‘Too Many Rappers’ (featuring NAS), dalle arie reggae di ‘Don’t Play No Game That I Can’t Win’, dal punk rozzo di ‘Lee Majors Come Again’, dal basso cosmico di ‘Multilateral Nuclear Disarmament’. Philippe Zdar dei Cassius (Daft Punk, Air) chiude con un fiocco l’ennesimo regalo che i tre newyorchesi hanno confezionato per noi.
(Flavio Ignelzi)

JET MARKET
‘Sparks Against Darkness’-CD
(No Reason)
3,5/5

L’hardcore dei Jet Market possiede delle caratteristiche ben definite: velocità, melodia e tecnica; l’ombra dei maestri californiani è sempre presente e perfino pressante, questo è vero, ma non è mai scontata, tanto che non si ha l’impressione (come in altri casi simili) di aver a che fare con dei cloni senz’anima. Tutt’altro. Il quartetto romano sviluppa quattordici pezzi (più ghost-track) con tempi ristrettissimi (che scendono fino ai 28 secondi di ‘Don’t Say You’re Sorry, Because You’re Not’), mantenendo una forma espressiva abbastanza uniforme, con qualche naturale digressione (‘You Can Always Make My Day’ che ha un arrangiamento meno invasivo, quasi à la Dashboard Confessional). Il singolo ‘15 Hundred Miles For A 15 People Show’, ad esempio, è un prototipo di killer-song d’assalto, catchy e avvolgente al tempo stesso, mentre ‘The Missing Link’ accentua sensibilmente il lato cattivo del combo capitolino (con le vocals che sfiorano lo scream). Alla fine dei conti ‘Sparks Against Darkness’ si rivela album scritto apposta per gli amanti dell’hc tiratissimo di fine secolo, e non delude in nessuna occasione. Da segnalare le guest-vocals di Steve Rawles (Belvedere) nella title-track.
(Flavio Ignelzi)

WE CAME AS ROMANS
‘Understanding What We’ve Grown To Be’-CD
(Nuclear Blast)
2,5/5

In pratica tutte le canzoni hanno una struttura simile: strofa cattivissima, diciamo swedish death con cantato urlato e disumano, e ritornello ultra-melodico, diciamo nu-metal con voce pulita e beneducata. È come se la strofa l’avessero incisa gli In Flames ed i ritornelli i Linkin Park. Ora, non prendete le mie parole come oro colato (qualche lieve variazione c’è sempre), ma l’assalto sonoro dei We Came As Romans è abbastanza monotono e persino prevedibile, sebbene non ci si possa esimere dal sottolineare competenza e suoni (produced by Joey Sturgis, al quale già si devono i lavori di The Devil Wears Prada, Emmure, Of Mice & Men). La band del Michigan, che pure gioca delle belle carte con gli innesti di elettronica, ha il solo (grosso) difetto di arrivare lunga dopo lustri di dischi simili, soprattutto perché conserva quelle aperture “emo” (scusate la parola) e quelle uscite sinfoniche (sintetizzate) che non riescono ad essere spazzate via neanche dagli sfoghi post-hc che pure aggrediscono l’ascoltatore a più riprese. In pratica si passa da un eccesso all’altro con nonchalance, ma si rischia di perdere credito nelle frange più estreme e rimetterci fan tra le ragazzine che li trovano troppo duri. A volte le vie di mezzo non pagano.
(Flavio Ignelzi)

SPARKLE IN GREY
‘Mexico’-CD
(Lizard/AFE/Grey Sparkle /Musica di un Certo Livello/Old Bicycle)
3,5/5

Chi (valutando titolo e copertina) si aspettava un disco di musica mariachi, rimarrà deluso. O forse semplicemente sorpreso. Gli Sparkle in Grey, progetto sperimentale di Matteo Uggeri, Alberto Carozzi, Cristiano Lupo e Francesco Brambilla, sonda i fondali profondi della musica elettronica innervata di strumenti acustici: per esempio, ‘From The Air’ (cover di Laurie Anderson) perde la sua connotazione ottantiana, ma conserva un ipnotismo ‘art’ che non sembra sintetico, grazie all’uso di armonica e violino; i dieci minuti della title-track, poi, iniziano roteando lentamente in una spirale post-rock che si allarga sempre di più, assumendo densità ed intensità maggiori col procedere dei minuti e, dopo aver raggiunto l’apogeo, si chiude con tromba in lontananza e gocce di pianoforte. ‘That One’ è una lunga parabola sonora (quasi nove minuti) edificata su effettistica ricercata e un mulinello che lievita in volume e consistenza per poi decresce fino a spegnersi, mentre ‘Sunrising’ infonde tensione e spinge a moti rivoluzionari. L’ensemble lombardo sa districarsi bene con una forma di post-rock quasi completamente strumentale, con tratti avanguardistici e tante idee. Bello.
(Flavio Ignelzi)

ALCATRAZ
‘Smile Now, Cry Later’-CD
(Demons Run Amok/Code7)
3/5

Gli Alcatraz, da non confondere con gli Alcatrazz di Graham Bonnet, arrivano da San Francisco e fanno il culo all’ascoltatore attraverso un hardcore metallizzato, moderno nell’impatto e nella registrazione, ma tradizionale nell’impostazione. Immaginateli come occupanti quella terra di mezzo che separa Agnostic Front e Terror, Sick Of It All e Buried Alive. Che poi, centimetro più centimetro meno, è la stessa casellina di Integrity, Hoods, Ringworm e compagnia bella. Hardcore brutale, quindi, crudo e quadrato, martellante e privo di alcun tipo di compromesso. Venti tracce in poco meno di quaranta minuti per un assalto continuato ai padiglioni auricolari dell’ascoltatore, con rallentamenti ad un passo dal thrash (d’altronde siamo in piena Bay Area) e cavalcate spasmodiche. Batteria secca sempre in primo piano, frequenti stop & go annegati in bollori mosh assieme ad un’ugola incazzatissima, invalicabile muro di chitarre (piene e scure) di impostazione tradizionale. L’impatto demolitore, il binomio thrash/hardcore ed una certa personalità ne fanno un gruppo più che promettente. Organizzando ancora meglio le idee, ci si può aspettare da loro grandi cose per il futuro.
(Flavio Ignelzi)

Reviews update

Posted by Salad Days On December - 15 - 2011 ADD COMMENTS

ANTHRAX
‘Worship Music’-CD
(Nuclear Blast/Kizmaiaz)
4/5

Godersi il disco e dribblare tutti i pettegolezzi che lo hanno preceduto. Ecco. Gli Anthrax li conosciamo tutti, ed è onesto far notare che da queste parti li abbiamo ascoltati (e amati) parecchio. E anche che Bush ci piace(va) più di Belladonna. Il nuovo ‘Worship Music’, studio-album numero dieci a otto anni dal precedente ‘We’ve Come For You All’, è emozionante: esplode con una ‘Earth On Hell’ a dir poco convulsa, procede con gli stacchi monumentali di ‘The Devil You Know’, ‘Fight’em ’til You Can’ ci riporta indietro ai tempi di ‘Persistence Of Time’ grazie al rifferama cristallizzato di Scott Ian e ‘In The End’ (introdotta dalla viola) marcia solennemente con campane al seguito, e non resta che immaginarla cantata da Ronnie James Dio (per il quale era stata pensata). La band newyorchese non presenta cedimenti, con la sezione ritmica storica Benante/Bello che domina la scena in maniera incontrastata. Persino il momento di relax ‘Crawl’ (che viaggia comunque a momenti alternati: ballata e impennata) ha quella dignità che la maggior parte dei metallari poppettari si sogna. L’artwork del maestro Alex Ross (inchino) completa un lavoro che noi fan degli Anthrax non possiamo che idolatrare.
(Flavio Ignelzi)

NOVEL OF SIN
‘Sound Of Existence’-CD
(Kreative Klan)
4/5

Se in Italia cercate una etichetta giovane e decisa, che faccia vero talent-scouting in ambito hardcore/metal, dovete rivolgervi necessariamente alla Kreative Klan. La label di Verona è una delle poche che prova a coinvolgere le proprie band a 360 gradi in un discorso che va oltre la semplice firma di un contratto. L’ultima scoperta in casa KK si chiama Novel Of Sin, band di Ravenna che, nonostante sia solo al debutto, possiede già molta esperienza accumulata sui palchi di mezza Europa, e lo s’intuisce dal disco. ‘Sound Of Existence’, infatti, scorre potente, la produzione è esplosiva, le canzoni sono distruttive, il gruppo picchia forte. Si potrebbe liquidare come il solito disco metal-core, di quelli che ci si aspetta di questi tempi. In verità c’è uno scatto in più: c’è la credibilità, quella componente indispensabile per evitare che un album giri un po’ di tempo nello stereo di casa prima di essere scalzato dalla nuova release metal-core. Non c’è rivoluzione nel suono del quintetto ravennate (questo è chiaro), ma la promozione è comunque guadagnata a pieni voti. Da segnalare il remix di ‘Fragile’ (in coda) a opera del duo elettronico Double Kids, e l’ospitata di Scott Kennedy dei Bleed From Within (in ‘Alone Through The Tides’).
(Flavio Ignelzi)

PAYBACK
‘Usque Ad Finem’-CD
(Indelirium Records)
3,5/5

Può considerarsi quasi un modo per festeggiare i dieci anni di attività, questo nuovo parto dei Payback. Senza voler accennare a possibilità di fraintendimento alcuno, la band capitolina suona hardcore. Punto. E lo fa rielaborando un suono vecchio ormai di almeno una ventina d’anni. Il suo essere Hardcore attinge a piene mani dagli anni 90 senza per questo apparire antiquato, fuori dal tempo o, peggio ancora, mettendo in piedi un teatrino nostalgico. Il sestetto romano dimostra di aver studiato alla scuola newyorkese di Sick Of It All, Agnostic Front & compagnia bella, ne ha acquisito i sacri comandamenti e li ha impiegati in un contesto che ha poco a che spartire con la terra italica. Old-school al cento per cento, quindi, per undici tracce (più intro) in appena ventisei minuti, che vanno mandate una dietro l’altra, fino alla fine (‘Usque Ad Finem’, appunto). ‘Die Hard’ è chiara fin dal titolo e spacca di brutto, ‘No Turning Away’ è un mitragliatore fumante, ‘Italian Style’ profuma di Oi! (bel lavoro di cassa) e ‘Support Your Local Recordstore’ non ha bisogno di commenti. Concreti, precisi e coerenti, praticamente senza pecche per una band che sta diventando un riferimento in Italia.
(Flavio Ignelzi)

FADÀ
‘Polvere Di Musica’-CD
(Fadamusik/Synpress44)
3,5/5

William Fusco (in arte Fadà) ha vinto su tutta la linea nel momento in cui si è dimostrato coraggioso. Coraggioso nell’incidere l’intero disco in regime fotovoltaico (a impatto zero), coraggioso nello scegliere di distribuirlo in formato digitale (facendo a meno del supporto fisico), coraggioso nello scegliere la completa indipendenza artistica. ‘Polvere Di Musica’ mi si offre forte di queste premesse e il mio orecchio è già (con)vinto. Ma c’è il contenuto, soprattutto, che la definizione di “pop asimmetrico conclusionato” descrive con sufficiente precisione, a sferrare la botta definitiva. Si percepiscono molte referenze: Capossela è quella che giunge per prima (tipo nelle traiettorie sbilenche de ‘Il Cappellaio Matto’), ma ‘L’Antidoto’ possiede un bel mood electro-wave che sembra arrivare direttamente dagli anni ottanta; così come la ballata sintetica ‘Perfect Face’, con una strofa che mi ha ricordato Giulio Casale per le linee vocali e un bel pezzo di violino in omaggio. Alla fine dei conti l’album riflette una personalità estroversa ed estrosa, che trasuda passione sincera per la forma di cantautorato più aperta e libera. I devoti di questo tipo di sonorità dovrebbero segnarsi questo nome.
(Flavio Ignelzi)

Reviews update

Posted by Salad Days On December - 12 - 2011 ADD COMMENTS

THE MIGHTY MIGHTY BOSSTONES
‘The Magic Of Youth’-CD
(Rude Records)
3,5/5

Prodotto in maniera impeccabile da Ted Hutt (Dropkick Murphys, The Gaslight Anthem, Bouncing Souls), il nuovo album dei Mighty Mighty BossTones torna a iniettare nuova linfa vitale nelle vene di una band che è da molto tempo (venticinque anni, più o meno) paladina dello ska-punk più classico. Le melodie solari preda di imprescindibili aperture di fiati, le battute quasi sempre in levare, i giri freschi e allegrotti non possono che coinvolgere qualsiasi ascoltatore (anche casuale) che si imbatta in loro: se ‘Disappearing’ è songwriting sopraffino, mostrando anche delle belle novità percussive quasi spanish, ‘Sunday Afternoons On Wisdom Ave’ ha uno schema che più tradizionale non si può, mentre ‘The Package Store Petition’ sviluppa un bel tiro di chitarre e ‘Like A Shotgun’ suona come il perfetto singolo per le classifiche. L’ensemble di Boston è pronto e scattante, giacca e cravatta ben stirate, per travolgere con la loro vena irriverente e festosa. ‘The Magic Of Youth’ non introdurrà una nota che sia una di innovazione, questo è indubbio, ma ogni tanto nella vita si sente il bisogno di appoggiarsi alle certezze, e i Mighty Mighty BossTones ne rappresentano una.
(Flavio Ignelzi)

DINE IN HELL
‘Orphans’-CD
(Indelirium Records)
3/5

Massacro metal-core solido ma standardizzato per questo esordio sulla lunga distanza dei Dine In Hell. ‘Orphans’ allinea dieci song (in poco più di mezz’ora) che, con i suoi chitarroni ed i suoi martellamenti ritmici, ambisce a guadagnarsi il lasciapassare per fare entrare il quintetto romagnolo nel novero delle band meritevoli benché di genere. Se le growls dell’orco Luca Mercuri posseggono una sfumatura particolarmente cruda e oscura, le architetture compositive favoriscono il groove disumano e i tempi cadenzati, con delle brevi ma intense sfuriate tipicamente hc. La parte centrale (la acustica ‘Accept The Good’, che fa da intro alla successiva ‘Circle of Crypts’) rappresenta il breve intervallo per rifiatare, tra una carneficina e l’altra, con ‘Siberia’ che si evidenzia per cattiveria e complessità di scrittura, mentre ‘The Forgotten’ è una invidiabile dimostrazione di perfetta applicazione degli stereotipi con risultati più che soddisfacenti. L’ospite Chad Ruhlig dei Legend in ‘Echo’ aggiunge poco al disco, il quale si presenta come un’ottima palestra in vista dei prossimi lavori, sui quali bisognerà concentrarsi più sull’identità che non sulla forma (quest’ultima già irreprensibile).
(Flavio Ignelzi)

OUTOPSYA
‘Fake’-CD
(Lizard Records)
4/5

Sfrenata e ossessionata esplosione artistica, nonché un monicker che di per sé è contemporaneamente un giochino di pronuncia e un acronimo (OUT Of PSYchical Activity), l’entità Outopsya si presenta con una uscita doppia (cd viola e cd nero) così come doppia è l’anima del progetto: Evan Mazzucchi (basso, violoncello e artwork) insieme a Luca Vianini (voce, chitarra, synth, batteria). Una musica sperimentale, in continua ricerca, spesso soffocante, altre volte minimale, quella del duo originario della provincia di Trento. In ‘Fake’ convivono compattamente rock sintetico e progressive, rumorismi e avanguardia, effetti di chitarre neopsichedelici ed elettronica wave, sviluppi da soundtrack carpenteriana e soluzioni quasi industrial. Una opera rock dai riflessi senza dubbio dark, fuori dagli schemi e severa nei suoni, sicuramente ostica per il grande pubblico, ma affascinante e ricca di trovate illuminanti. Se il disco viola appare più orientato al “concept” (e alla sperimentazione), quello nero sembra più concretamente e muscolarmente rock, senza perdere in continuità e uniformità. In soldoni, una ventata di creatività nel circuito underground nostrano, che non si allinea ai trend, ma che segue convinto la propria via. Bene così.
(Flavio Ignelzi)

ABATON
‘Hecate’-CD
(Lo-Fi Creatures/Masterpiece)
3/5

Questo mini six-tracks urla rabbia e disperazione, pulsioni così comuni (e maldestramente inflazionate nel mondo della musica), ma rese invece in modo abbastanza convincente. Gli Abaton da Forlì comunicano con le stesse immagini forti del doom, dello sludge e del black. Il rifferama dilaniato e dilatato ricorda genealogie scandinave, qualche blastbeat mitraglia di tanto in tanto perché la furia ha già un suo modo di manifestarsi, l’incedere soffocante è quello del funeral più claustrofobico, le growls passano dal soffocante al gutturale a seconda delle occorrenze, e una sezione ritmica tribale fa il resto. Estremo impatto, per dirlo in poche parole, al punto che ci si sente sotto pressione seguendo le grida agonizzanti che scandiscono le tracce. È un assalto monodirezionale, in cui la sofferenza è cercata sistematicamente, al fine di non lasciare attimi di respiro. Certo, molta suggestione ce la mette la splendida confezione/artwork, luciferina ed arcaica come si conviene (d’altronde il disco è intitolato a Ecate, dea degli incantesimi e degli spettri), mentre il canovaccio musicale cavalca le raggelanti atmosfere costruite apposta per gli appassionati del genere. Come primo passo è positivo.
(Flavio Ignelzi)

Reviews update

Posted by Salad Days On December - 7 - 2011 ADD COMMENTS

LIKE MOTHS TO FLAMES
‘When We Don’t Exist’-CD
(Nuclear Blast)

Il mercato discografico va a picco, i dischi non si vendono e colossi come Nuclear Blast che fanno? Scoprono il metalcore nel 2011! Sembrerà un’assurdità ma questo sembra essere il trend visto che dopo essersi accaparrati gli italiani Tasters ora è la volta degli americani Like Moths To Flames, band che all’attivo ha un EP e poco altro. Che dire di questo debutto? Beh che se avete già nella vostra discografia i lavori di As I Lay Dying, Parkway Drive, Hatebreed e compagnia bella questo ‘When We Don’t Exist’ è senza ombra di dubbio superfluo. Nulla di nuovo all’orizzonte: solita dose di breakdown, growl, parti mosh e tamarrate varie in stile Emmure, cose che non riescono a stupire nemmeno i ragazzini oggigiorno. Nonostante la buona volontà dei musicisti nel farsi trovare trendy attraverso l’abbondante utilizzo di cori melodici a smorzare un po’ il piattume generale non c’è che dire, L’Europa ahimè non è l’America dove con un trend ci si inventa un mercato, label come Rise Records oltreoceano possono avere ancora un senso…qui la vedo dura. -2/5-
(Arturo Lopez)

HEART IN HAND
‘Only Memories’-CD
(Siege Of Amida)

Un esordio convincente quello dei britannici Heart In Hand, che dopo essersi fatti le ossa sui palchi locali hanno trovato in Siege Of Amida la carta giusta per farsi conoscere su scala mondiale. E di sicuro sono meritevoli di questa chance, perché ‘Only Memories’ lo annovero tra i migliori dischi di questo 2011. La strada intrapresa dal gruppo è quella che vede unirsi due scuole hardcore assai diverse nell’approccio, quella old school e quella metalcore unite in maniera più che saggia, ossia evitando tutti quei clichè che alla lunga hanno sfiancato anche il fan più tenace. Il loro modo di proporsi mi ricorda molto quello degli ultimi lavori degli Have Heart e degli australiani Carpathian, con un sound decisamente cupo e tutt’altro che trendy e un cantato straziante che mette a fuoco la totale apatia dei nostri verso il sistema musicale odierno. Ma ‘Only Memories’ è questo e molto altro, soprattutto quando gli Heart In Hand iniziano a giocare coi propri strumenti e spostando il mirino verso territori post-hardcore, con robuste dosi strumentali e una ferocia che colpiscono al primo colpo. Cosa ne sarà di questa band è difficile saperlo, di sicuro il futuro è dalla loro parte. -3/5-
(Arturo Lopez)

NERD FOLLIA
‘Logout’-CD
(Self Production)

Al secondo disco i Nerd Follia confermano le buone impressione destate ai tempi dell’esordio. Il loro modo di intendere indie rock è assai in controtendenza con quanto fatto dalla maggior parte dei gruppi odierni, qui è sì tutto pettinato e preciso, ma con un gusto decisamente più accattivante, innovativo. Innanzitutto la band meneghina ha un talento innato nello sfornare singoli radiofonici, tant’è vero che è davvero difficile citare qualche episodio all’interno del lavoro talmente è alto il livello medio di ogni canzone. La proposta? Indie rock bastardo, fatto di synth, elettronica e un cantante degno di nota, capace di far cantare e muovere i culi di chi ascolta. Insomma un lavoro decisamente ruffiano e commercialmente parlando perfetto, godibile al punto giusto e attento nell’evitare lo sfiancamento dell’ascoltatore dopo pochi brani. Cosa chiedere di più coi tempi che corrono?! -4/5-
(Arturo Lopez)

THE POTT
‘To Those In The Eyes Of God’-CD
(Sinusite Records)

Dopo aver sentito parlare di loro in ogni salsa, finalmente per i torinesi Pott arriva il momento tanto atteso, ossia quello del debutto discografico. E se le belle parole spese dai comunicati stampa potevano passare inosservate, di sicuro questo ‘To Those In The Eyes Of God’ merita sicuramente la vostra attenzione. Perchè? Perchè sinceramente dal duemila a oggi il mondo alternative non ha fatto altro che produrre band fatte con lo stampino, senz’anima né una ragione d’esistere. Non che i Pott siano dei maghi intendiamoci, ma di sicuro spaccano. Scenari glaciali, chitarre elettriche, una voce particolare al microfono e un uso sapiente di synth e musica elettronica fanno di questo debutto qualcosa di strano, affascinante. Far musica è qualcosa di intimo per questa band piemontese, lo si capisce dalla cura dei suoni e dall’energia distribuita all’interno di ogni canzone. Il cantato in lingua inglese è un vantaggio non da poco: molto più semplice essere apprezzati al di fuori dei confini che in un paese globalizzato come il nostro. Fuori da ogni schema, fuori da tutto. Bravi Pott. -3/5-
(Arturo Lopez)

THE SOUTHERN ORACLE
‘Hellwakening’-CD
(Let It Burn)

L’Est Europa di tanto in tanto riesce a dare qualche soddisfazione in fatto di musica, vuoi perchè i metallari locali sono dei veri malati di mente e per il fatto (fondamentale) di essere fuori da ogni influenza commerciale. A confermare la tesi ecco gli ungheresi Southern Oracle, estimatori della musica estrema e pronti a generare una bella dose di caos attraverso ‘Hellwakening’. Di che si tratta? Difficile catalogare questa proposta, ma per farla breve prendete come esempio una band metalcore che unisce thrash e blast beat alla sua proposta. Troppo complesso? Forse sì ma in fondo è quello che questi ragazzi fanno, con una totale noncuranza in fatto di metriche e melodia. Qui si picchia duro, si fa casino e a quanto pare ai fan del posto piace davvero parecchio visto che hanno un seguito incredibile in patria. Pesantissimi dal primo all’ultimo secondo i Southern Oracle viaggiano a ritmi vertiginosi mostrando doti tecniche da pesi massimi e una certa abilità nel dare il giusto effetto live a ogni brano grazie a soluzioni che dal vivo faranno sfracelli. Presente in veste di ospite Mike Scaleibaum dei Darkest Hour che in ‘Bring The Children Home’ offre la sua ugola alla causa. Ottimo esordio insomma, peccato solo per l’artwork davvero troppo simile a quello di ‘Blue Record’ dei Baroness. -3/5-
(Arturo Lopez)

THE ATTENDING
‘Are You Watching Closely?’-CD
(Blood & Ink Records)

Chiuso il capitolo Life In Your Way (e che capitolo, almeno per il sottoscritto), Corey Stroffolino ha dato vita a un progetto molto più intimo e personale, lontano anni luce da hardcore e derivati. Gli Attending sono una band dall’anima rock, di quelle intente a scrivere canzoni che facciano colpo nel cuore e nella mente di chi ascolta, non ad aizzare le folle. E partendo da questo presupposto ecco ‘Are You Watching Closely?’ un debutto nato in collaborazione con l’amico produttore Greg Thomas (Shai Hulud, Ambitions…) e forte di una manciata di buone canzoni che di sicuro aiuteranno la band a farsi un nome. Mood rilassato e testi curati nei minimi dettagli sono l’anima dell’intero lavoro, ben congeniato anche sul lato sonoro e da ascoltare nei momenti di relax. Di sicuro i giudizi su ‘Are You Watching Closely?’ saranno constrastanti, visto il netto stacco col passato da parte di Corey e la totale mancanza di elementi capaci di rassicurare i fan datati. Certo, vedere un marchio prettamente hardcore come Blood & Ink sul disco fa strano, ma di questi tempi ormai non ci si stupisce più di nulla no?-3/5-
(Arturo Lopez)

The Horrors @ Magazzini Generali (Milano) – photorecap

www.myspace.com/thehorrors
www.thehorrors.co.uk

(Pics by Mario Carina x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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Posted by Salad Days On December - 2 - 2011 ADD COMMENTS

STRANGE FEAR
‘A Permanent Cold’-CD
(Indelirium Records)

L’appartenenza alla famiglia Indelirium Records non lascia fraintendimenti sulla materia con la quale abbiamo a che fare. Gli Strange Fear, che già avevano positivamente sorpreso con l’esordio ‘Another Bullet Of Hate’ del 2008, ritornano con un secondo album di hardcore duro e puro, nel quale le dodici schegge impazzite, dalla durata irrisoria (totale: sedici minuti!), sfruttano tutte le gabbie stilistiche e tutti i fantasmi “old-school”, per un risultato davvero violento e distruttivo. Naturalmente si possono scomodare i campioni del genere (in particolare, la scena storica newyorchese) e nessuno troverà nulla da ridire, perché le idee sono reinterpretate con personalità e convinzione, nonostante la costruzione delle song sia abbastanza tradizionale e segua linee guida collaudate da decenni di palchi e sudore. Il quintetto modenese crea un “wall of sound” pesante come un macigno e veloce come un treno in corsa, sorretto da una produzione (by Emiliano A. e Davide R.) secca ed efficace, per un’uscita che è una delle migliori in questi ambiti. Pezzi preferiti: la title-track, ‘Stop The Burning Wheel’, ‘Day By Day’. Look inside of you and never look back.
(Flavio Ignelzi)

AMP RIVE
‘Irma Vep’-CD
(Als Das Kind)

L’Italia si sta dimostrando un’ottima fucina di gruppi post-rock à la Mogwai/Godspeed You! Black Emperor (lasciatemi passare la semplificazione da inventario comunale). Mi vengono in mente Giardini Di Mirò, Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo, Port-Royal, Il Cielo Di Bagdad, Mokadelic. Gli Amp Rive, che annoverano anche ex membri di The Death Of Anna Karina, contribuiscono a tenere alta la media qualitativa schierandosi a favore della formula strumentale e poco elettronica, limpida come la copertina di Emanuele Sferruzza Moszkowicz, invernale come i campi di grano innevati, accogliente come una cucina con il camino acceso. La band di Reggio Emilia trascrive in maniera quasi calligrafica un suono già standardizzato (e forse ormai abusato), per riproporlo in una forma che è tutt’altro che banale o approssimativa. Gli Amp Rive paiono abili nello sfruttare le melodie a loro vantaggio, con crescendo emozionali e aperture imponenti, ed equilibrati nell’arrangiare le sei tracce e nel liberare la loro forza strumentale soltanto dove necessita realmente. ‘Irma Vep’ esce per l’etichetta francese Als Das Kind, ma è in free download. Cercateli.
(Flavio Ignelzi)

ROCK DESTROY LEGENDS
‘Lions In Norway’-CD
(NerdSound Records)

L’idea embrionale dei Rock Destroy Legends sboccia dal talento di due chitarristi italiani a Londra, ma poi si concretizza solo al ritorno in Italia (a Bologna, per la precisione), mantenendo comunque una sorta di ponte tra il Belpaese e la terra d’Albione. Tutto questo si ribalta certamente sul sound di questo ‘Lions In Norway’, un rock alternativo dinamico, incandescente, convulso, in dieci tracce dal forte impatto. Infatti è facile rilevare una certa influenza “brit” (per esempio in certi intermezzi in cui i percorsi melodici sembrano prendere spunto dalle soluzioni adottate abitualmente dai Muse; un esempio: ‘Homemade Earthquakes’), comunque affogata in un oceano di energia di chiaro stampo “crossover” (tipo Incubus o Lostprophets, tanto per capirci). Mantenendo sempre un’impostazione catchy, con tempi frenetici (ottimo lavoro della sezione ritmica), con strofe incontenibili e cori enormi, i quattro giovani musicisti confezionano dieci avvincenti canzoni che possono fregiarsi di una confezione formale di prim’ordine, anche se si appoggiano (com’era prevedibile, d’altronde) a qualche cliché. Ma la band è solo agli inizi e si può tranquillamente assolvere. Bravi.
(Flavio Ignelzi)

PUNTURE D’INSETTO
‘Punture D’Insetto’-CD
(Self-released)

Lasciando da parte i sentimentalismi nostalgici suscitati dal contatto col vinile (macchebello!), la release eponima del progetto Punture D’Insetto, pseudonimo dietro al quale si cela il giovane musicista pugliese Daniele Raguso, è uno di quei gioielli che ti fa sentire privilegiato e ti fa sopportare con più slancio le mille boiate che sei costretto a sorbirti perché scrivi di musica. Difficilmente ti sarebbe capitato in altro modo di scoprire questi quattro brani di elettronica danzabile dall’appeal internazionale. Roba che sembra Warp, tale è la qualità della miscela sintetica proposta, la quale prende le mosse da campioni come Autechre o Aphex Twin, per dilettarsi in movenze robotiche acide e apocalittiche (la prima ‘Dubwar’), per spostarsi sulle frequenze disturbate di ‘Intention’, con interventi percussivi poco meno che industrial. Il secondo lato si apre con ‘Isn’t Grey?’ in cui riecheggiano tintinnii quasi glitch su una battuta bassa che vira verso il lounge, per proseguire (e concludere) con ‘Waiting For Nothing’, ancora più espansa, in grado di emanare fluidi ambient un po’ lisergici. Un disco dai suoni bellissimi, che non mi meraviglio sia bollato come IDM, Intelligent Dance Music.
(Flavio Ignelzi)

Crash Of Rhinos live al Blah Blah, Torino, 20/11/2011

Sembrava di stare a un concerto degli Eversor, modalità post hc anni ’90. Stupendo.

www.myspace.com/crashofrhinosband

(Txt & Pics by Luca Benedet x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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Posted by Salad Days On November - 26 - 2011 ADD COMMENTS

RADARE
‘Hyrule’-CD
(Shark Men Records)

C’era da aspettarselo. In pieno rush finale per il Premio Disco Dell’Anno 2011, ecco giungere un altro lavoretto outsider a combattere per il podio nella categoria “Post-Qualcosa”. Due tracce di una dozzina (abbondante) di minuti cadauna vanno a formare l’e.p. ‘Hyrule’ dei teutonici Radare, che sbucano dal nulla e bucano le resistenze dell’ascoltatore medio rodato che si aspettava del ciarpame doomy (in considerazione dei precedenti) e invece si ritrova in una terra di nessuno tra post-(inevitabilmente)-rock strumentale, jazzismi e colonne sonore post-moderne (di nuovo il prefisso “post”). Sarà per il trombone di Matthias, per i tempi slow, per le macerie lounge, ma la prima ‘Filth (Oder: Im Dreck Einschlafen)’ rilassa muscoli e mente in un infinito sfarfallo notturno che plana, nella seconda parte, sulle dune mosse di un deserto mediorientale. La seconda ‘Zur Stillen Vernunft’ conferma le intenzioni, le metodologie ed i risultati, incorporando rifrazioni folk e irrequietezze prog (così il quadretto dei prefissi è completo). Qualcuno potrà obiettare che un intero disco di rallenty tutti uguali come questi (alla lunga) può stancare. Qualcuno potrebbe anche (alla lunga) andarsene affanculo.
(Flavio Ignelzi)

NORDIC NOMADIC
‘Worldwide Skyline’-CD
(Tee Pee Records)

Chad Ross (cantante e chitarrista dei rockers canadesi Quest For Fire) decide di cimentarsi con un lavoro solista, utilizzando lo pseudonimo di Nordic Nomadic che ben si adatta ai climi invernali, alle atmosfere confidenziali, ai colori pastello caratterizzanti la musica di ‘Worldwide Skyline’. Nove canzoni che vengono a patti con il minimal-folk, che spremono sensazioni tenui da sentimenti forti, con spunti psichedelici in composizioni intime ed impalpabili. Una strumentazione essenziale (chitarra acustica e sintetizzatori, sostanzialmente), con la partecipazione straordinaria di Paul Aucoin (Arcade Fire, The Hylozoists, Sloan) a guarnire le pietanze con i suoi tocchi di vibrafono, mentre il disco si scioglie in liquidi e svolazzanti pensieri. Non tutto è centrato in questi quaranta minuti (bello l’arpeggio effervescente di ‘The Future’s Fear’, lo sviluppo settantiano à la Simon & Garfunkel di ‘The Soft Way’, il western dilatato e al rallentatore di ‘Listen To The Leaves’), ed è uno di quei lavori che necessitano senza dubbio del giusto stato d’animo per poter essere apprezzati a pieno. E lo stato d’animo giusto potrebbe essere la malinconia, ma anche la depressione. Quindi occhio.
(Flavio Ignelzi)

SENZAFISSA DIMOIRA
‘La Tragedia Del Dolce’-CD
(Red Birds/Seahorse Recordings/New Model Label)

I Senzafissa Dimoira sono un qualcosa di non usuale, uno di quei progetti per cui quando esce un disco tutti dicono che è un po’ scardinato, un po’ onirico, un po’ aleatorio (come comprova il titolo del loro e.p. d’esordio), un puzzle o un mosaico, un prodotto non strutturato. Voce (quasi) narrante, ispirazione che pare letteraria, spoken come reading, sviluppi non lineari, intermezzi quasi avanguardistici che arrivano dritti dalle scene a lingua anglofona, liriche sbilenche (a volte non-sense) e poetiche, strutture rock che incappano casualmente in risvolti cantautorali. Il quartetto toscano tenta di sfuggire alle catalogazioni e alle etichette, ma noi non ci facciamo scrupoli e gli appioppiamo “indie” per l’avvolgente ‘Livio’, azzardiamo “noise” per la tortuosa ‘Pavimentazioni’ e pure “prog” ai passaggi interni di ‘Al Traffico e Al Mattino’. Sia chiaro: niente che sia di moda o accessibile al grande pubblico (a meno che non consideriate accessibili Marlene Kuntz, Verdena, Massimo Volume), ma piuttosto un atto di intelligenza speculativa che non si prostra soltanto al rock dalle sensazioni e dalle emozioni scioccanti, ma anche a quello che lascia interdetti e fa pensare.
(Flavio Ignelzi)

ESSENZA
‘Devil’s Breath’-CD
(BigMud Records/Red Cat Promotion)

Terza prova per una delle tante entità cresciute e pasciute nell’underground italico, accasatasi ora sotto l’ombrello coraggioso della piccola etichetta indipendente BigMud Records. Programmaticamente ancorati alle sonorità più classiche dell’heavy-metal, gli Essenza dei fratelli Rizzello (devo essere sincero? Bruttino il monicker, soprattutto adesso che i testi sono in inglese) dichiarano senza remore, nelle modalità espressive barra estetiche, il proprio amore smodato per la stagione epica del metallo primordiale. Direi che se non fosse per l’ugola ruvida à la Mustaine (con il sound che quindi ricorda i Megadeth dei novanta), si potrebbe tranquillamente parlare di tradizione, di fede, di “defenders” e di strutture compositive ultra-telefonate. Quello che sorprende, del trio leccese, è l’ottima competenza tecnica (soprattutto quella del batterista Paolo Colazzo) e la grande coerenza di seguire i propri sogni senza lasciarsi distrarre da tendenze modaiole. Complessivamente il disco è però giocato solo su echi e reminiscenze di tempi andati e, nonostante la buona qualità di alcuni episodi, a piccole dosi piace e coinvolge, mentre a dosi massicce tende a risultare ridondante.
(Flavio Ignelzi)

BATTLE OF BRITAIN MEMORIAL
‘The Aftermath Of Your Bright Beings’-CD
(Self-released)

La voce grattugiata screamo su una base sostanzialmente post-rock non è proprio il massimo dell’abbinamento. È un po’ come andare in giro con i calzini spaiati. I Battle Of Britain Memorial debuttano con un disco autoprodotto (in maniera eccellente, bisogna dirlo) che cerca di coniugare modi di concepire la musica sostanzialmente antitetici. Cosa che, detta tra noi, ci sembra un buon modo per cominciare. Ed infatti nei 7 minuti di ‘Memories Of The Lighthouse’ sembra di ascoltare i Mogwai che jammano con i Cult Of Luna, che poi (senza voler per forza sbalordire) è la medesima strada intrapresa da (un nome a caso) gli ultimi Envy. Con ‘Midnight Blue’ il post-core è emarginato alla coda urlata, mentre la marcia percussiva di ‘The Fall’ chiude il cerchio ricollegandosi idealmente a quella iniziale ‘Welcome To Rapture’. È pacifico che il trio francese utilizzi un procedimento che è abbastanza noto, con brani corposi in lunghezza che aumentano d’intensità, passando dalla calma alla tempesta in pochi giri (più volte, of course). Ed è pacifico che tra un milione di band che propongono tutte la stessa cosa con sfumature impercettibili sarà difficile farsi notare. Forza e coraggio.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On November - 23 - 2011 ADD COMMENTS

H2O
‘Don’t Forget Your Roots’-CD
(Bridge 9)

Sai, mi riesce difficile apprezzare band che coverizzano altre band, mi danno l’impressione che non abbiano abbastanza talento per saper emergere da soli nella scena musicale; quando poi sono band che si sono dimostrate ultra capaci di fare qualcosa di buono, allora “metto mano alla pistola” (cit.). Credevo fosse il caso degli H2O, ma alla fine mi son dovuto ricredere. ‘Don’t Forget Your Roots’, ad una prima occhiata, mi è sembrato subito il classico tentativo di revival della scena di sorta, il ricordo dei tempi passati, il continuo guardarsi indietro con nostalgia (cosa che odio), e quindi un’inutile pezzo di plastica da usare come supporto per la mia bottiglia di birra cattiva (cosa che amo). Ma già dai primi secondi di ‘Attitude’ messo come apri-disco, si capisce quale sia il vero proposito di Morse e soci, ovvero non tanto quello di rimpiangere gli anni ’80, quanto il proposito di insegnare qualcosa alle nuove generazioni, che nemmeno immaginano o ignorano in gran parte le basi del punk hardcore: quindi dai Madball, Cro Mags e Gorilla Biscuits, ai Ramones, The Clash e Social Distortion, solo per citarne alcuni, reinterpretati in stile H2O. Un disco che di certo non cambierà la storia della musica, ma come perdersi una rivisitazione a sorpresa di ‘Scared’ dei Verbal Assault?
(Fabrizio De Guidi)

AS I LAY DYING
‘Decas’-CD
(Metal Blade)

Dieci anni insieme, e ‘Decas’ esce per celebrare l’anniversario di una delle più solide band metalcore degli ultimi tempi, gli As I Lay Dying. Il disco si compone di una dozzina di pezzi, tra cui troviamo quattro cover (Slayer, Judas Priest e Descendents), una versione ri-registrata di ‘Beneath The Encasing Of Ashes’, e altri quattro tracce remixate da altrettanti artisti, ognuna pescata dagli album successivi a quello di debutto. Si inizia bene con ‘Paralyzed’, traccia pesante con un cantato pulito, e si procede a ruota con ‘From Shapeless To Breakable’ e ‘Moving Forward’, con riff di chitarra potenti e una perenne batteria incalzante, a cui gli AILD ormai ci hanno abituati. Le cover sono realizzate accademicamente e non hanno quasi nulla di innovativo, se non per l’ovvia rivisitazione in chiave metalcore: l’assolo di ‘Hellion’ è come in ‘Screaming For Vengeance’ messo come apertura di ‘Electric Eye’, ‘Coffee Mug’ è suonata un po’ più duramente, e forse la più riuscita è ‘War Ensemble’, con tutta la parte growl che la contraddistingue e la esalta. Infine, arriva la parte più sperimentale dell’album, i remix dei pezzi dei lavori precedenti in chiave electro-core: una scelta forse azzardata, ma sicuramente apprezzabile da parte mia perché dimostra l’apertura mentale degli AILD verso un genere che centra poco o nulla col metal.
(Fabrizio De Guidi)

A CASUAL AFFAIR
‘The Further’-CD
(Indipendent)

È forse un mezzo insuccesso quello dei A Casual Affair, che si presentano sulla scena con il loro album prevalentemente post-metal ‘The Further’. Dico un mezzo insuccesso non tanto per la parte suonata, un po’ disordinata forse ma orecchiabile e anche attraente (grazie soprattutto alla parte di batteria), quanto per la parte vocale che fa scadere il tutto: ricorda moltissimo i Bring Me The Horizon senza però avvicinarli minimamente, manca di spinta e qualità, ed alcuni acuti (vedi ‘Outlaws Gulch’) fanno venire la pelle d’oca, ma in senso negativo. Forse non è nemmeno il caso di dilungarsi troppo sulla parte musicale, che tuttavia riesce a salvare per metà il disco, ma che non gli permette di raggiungere la sufficienza: vi è una buona parte melodica supportata egregiamente dalle chitarre che portano tranquillamente agli standard del genere, ma è un peccato che il tutto venga danneggiato da un unico membro, che ha la colpa di un’occasione mancata.
(Fabrizio De Guidi)

BLANK
‘Blank’-CD
(Vi House Records)

I Blank sono un gruppo relativamente giovane di Vicenza, formatosi a fine 2009 dall’incontro tra Vince (ex voce e chitarra de i Melt, gruppo punk dei primi anni ’90, che molti di voi ricorderanno), Icio (basso) e Teo (batteria), che in pochi mesi hanno sfornato questo omonimo EP, composto di otto pezzi, dal gusto squisitamente hard rock e punk (che ricorda molto i Social Distortion) e con l’impopolare scelta al giorno d’oggi, basta guardarsi un po’ in giro, del cantato in italiano. Si entra subito nell’atmosfera marcatamente mesta e disillusa ma con una voglia di rivalsa, che pervarrà poi per tutto l’album, con ‘In Questo Mondo’, con ottime chitarre e cori azzeccati che sostengono bene il pezzo, veloce quanto basta, a cui seguono ‘Tutte Le Notti’ e la travolgente ‘Sarah’, avanzando con ‘Ormai È Tardi’, traccia in cui basso e chitarra energici e forse un po’ rudi danno il meglio di sé, sempre con una batteria decisa e incalzante. ‘Per Avermi’, ‘Inutile’ e ‘Non Valgo Niente’ lasciano per una decina di minuti in apnea, furiosamente, condite sempre dall’ottimo talento compositorio di Vince, che crea delle vere e proprie poesie (forse non dovrei dirlo, ma dotate di vita propria rispetto alla musica, che però ha il merito di esaltarne i significati). L’end track ‘Fino Alla Fine’ con un ritmo più lento ma “cavalcante”, termina in modo azzeccatissimo l’EP, un buonissimo biglietto da visita che merita senza dubbio il supporto.
(Fabrizio De Guidi)

WE WERE PROMISED JETPACKS

‘In The Pit Of The Stomach’-CD
(FatCat)

Una conferma questi scozzesi We Were Promised Jetpacks con il loro secondo lavoro ‘In The Pit Of The Stomach’, con cui si avventurano nuovamente, dopo l’eccellente esordio del 2009 ‘These Four Walls’, in atmosfere rock e post-punk di estrema intensità e qualità. La capacità dei ragazzi è evidente, e si sviluppa man mano che si procede con l’ascolto dei pezzi, che dimostrano il lavoro corale con cui si sono andati a comporre: ‘Circles And Squares’ è il perfetto esempio, voce mai sforzata che ci accompagna in testi profondi anche se ironici, appoggiata da chitarra e basso molto malinconiche e dark, scandite da un’ottima parte drum. Tra i pezzi più riusciti segnalo ‘Hard To Remember’ e la end track che ci accompagnerà per sei minuti ‘Pear Tree’ che però non si fanno sentire in tutta la loro lunghezza, capaci di regalare all’ascoltatore attimi di vera depressione (non spaventatevi!) che, quando tutto sembra perduto, tornano a far vedere una luce in fondo al tunnel.
(Fabrizio De Guidi)

Reviews update

Posted by Salad Days On November - 18 - 2011 ADD COMMENTS

DEEP SLEEP
‘Turn Me Off’- LP
(Grave Mistake)
‘Turn Me Off’ è più veloce dei 7’ che lo precedono: prima, i pezzi dei Deep Sleep erano quasi tutti in mid-tempo, facevano l’occhiolino ai Black Flag, ai Descendents dei primi tempi, un po’ ai Bl’ast e magari un po’ anche agli Adolescents, ora invece, pur continuando ad emulare quei gruppi californiani, tirano dritto quasi senza pause, puntando maggiormente su ritmi up-tempo e ruvidezza, assomigliando, in certi casi, quasi di più agli Uniform Choice che a, per esempio, il gruppo di Bill Stevenson (a cui, tuttavia, è stata rubata pari pari una rullata – ‘Destroy Everything’). Nonostante le numerose accelerazioni, l’influenza dei Black Flag si continua a sentire pesantemente, soprattutto in ‘Always Run’, ‘Head Spins’ e ‘Another Me’ e i ragazzi, in generale, suonano bene, sporchi ma non troppo; a completare il circo ci pensa qualche (inaspettato) coro alla Bad Religion. I Deep Sleep, insomma, prendendo un po’ qua e un po’ là (come è normale che sia), cercano di metterci un po’ di personalità e ciò che ne esce è decisamente interessante, complice anche l’ottima voce del cantante, i suoi testi e le sue melodie. Visto che i Career Suicide sono stati sepolti dal successo dei Fucked Up, gli Street Trash non esistono più e i Direct Control risultano al momento dispersi (sono ancora vivi?), i Deep Sleep rimangono, forse assieme a Social Cirkle, Double Negative e Government Warning (ma una spanna sopra, rispetto ai tre gruppi citati), tra i pochi gruppi hardcore old school interessanti ancora in circolazione.
(Giorgio Guernier)

SCORPIOS
‘Scorpios’-CD
(Autoproduzione)

Era inevitabile che i tre amiconi, prima o poi, si unissero in un gruppo vero e proprio, accomunati da un unico nome, da intenti artistici unici. O quasi, perché, in realtà, le canzoni dell’album di esordio degli Scorpios (nome, ad essere sinceri, orribile) sono piuttosto eterogenee, perchè il songwriting trae spunto dai diversi background, dai diversi ascolti dei tre artisti. Joey Cape (Lag Wagon) è forse il più difficile da catalogare, perché infila nel disco riff acustici di matrice rock, ma è capace al tempo stesso di aggiungerci maracas e qualche banjo, e di cantarci sopra melodie piuttosto inusuali (per lui, quantomeno: ad un certo punto canta in russo?), mentre Jon Snodgrass è più legato alla tradizione country/folk americana e con il suo vocione caldo e profondo non è difficile immaginarlo cantare, armato di chitarra acustica, in una baita di montagna del Colorado (dove, almeno per anni, ha abitato e suonato con i Drag The River), e Tony Sly, infine, è quello più palesemente attaccato alle sue origini e spesso si ha la sensazione (forse maliziosa, forse no) che i suoi pezzi non siano altro che la versione acustica di riff in principio destinati ai No Use For A Name: niente di male, intendiamoci, visto che i pezzi sono ben arrangiati, ben suonati e ancora meglio cantati. Un disco autoprodotto (niente Fat Wreck o Suburban Home stavolta), fatto uscire in concomitanza con il tour europeo ed interamente scaricabile dal loro sito (ora per dieci dollari, prima, a quanto sembra, con il sistema pay-what-you-want).
(Giorgio Guernier)

ELKS
‘Destined For The Sun’-CD
(Tee Pee)

In arrivo da Brooklyn con il loro e.p. di debutto ‘Destined For The Sun’, gli Elks sfoggiano un sound sludgy crudele e fortemente metallizzato, in linea con gruppi come Baroness, Kylesa o The Melvins. Sei schegge (in appena ventidue minuti) di furia spietata che prendono le mosse da un’insana e slabbrata combinazione di stoner desertico, classico heavy-metal e fumoso psych-rock, con la definizione di “astral metal” che rischia di confondere chi si affida alle parole dei flyer promozionali. Il riffing tritatutto imbastito dalle due chitarre, il cantato urlato/sofferente/incazzato, un muro di suono imponente e frastornante, caratterizzano un suono che sembra avere come scopo principale quello di stordire l’ascoltatore, senza avventurarsi mai in territori troppo innovativi. Sono ancora agli inizi, questi Elks, ma già posseggono un imponente volume di fuoco, con testi di ispirazione fantascientifica di una certa suggestione (‘White Fang Learns To Hate’, ‘Fall Of The Starchitect’, ‘Two Moons Of Mars’). Si tratta di un suono che non è (e non sarà mai) trendy, e quindi massimo rispetto per chi decide di intraprendere un percorso musicale seguendo solo i propri istinti.
(Flavio Ignelzi)

THE WET
‘The Largest White Guilt’-CD
(www.thewetofficial.com)

L’attitudine è industrial/punk, da novello Al Jourgensen, con utilizzo della distorsione e dei filtri su strumenti e voce in modo da procedere decisi in direzione techno-metal. Se l’intento dell’artista laziale Max The Black Bear, con make-up facciale e risvolti tribali, è quello di inserirsi nello stesso filone di NIN, Marilyn Manson, Rob Zombie e compagnia bella, l’intenzione trova in queste sette tracce (per quasi mezz’ora di musica) notevoli riscontri, anche se la componente electro è decisiva, nella stessa maniera di act quali Skinny Puppy o Prodigy. Brani come ‘War Of Ethics’ e ‘Let’s Start A Riot’ si fanno portabandiera di furie martellanti hardcore e feroci sferzate di energia. Nel manifesto ‘We’re All Wet’, che ha la stessa forza propulsiva di un inno, variazioni ritmiche, sviluppi quasi melodici e coda tribale caratterizzano un songwriting tutt’altro che banale, così come nella successiva ‘Wake The Bear’, in cui i Sepultura di ‘Roots’ sembrano aver influenzato determinati pattern di scrittura. Anche quando i tempi rallentano (la title-track, la chiusura con ‘Shitlist’), il livello di perversione non cala mai, grazie al cielo. Ottimo inizio e bellissimo poster allegato! Per la cronaca: mi ha ricordato un’altra bella promessa dell’underground romano, Aquefrigide. Che si stia formano una vera e propria scena da quelle parti?
(Flavio Ignelzi)

BROKEN SOCIAL SCENE
‘Forgiveness Rock Record’-CD
(City Slang/Arts & Crafts)

L’ultimo disco dei Broken Social Scene, che dovrebbe essere il sesto se non erro, possiede ancora e sempre dei tratti indie-rock, ma anche quelli pop-sinfonici che hanno contraddistinto la carriera del collettivo canadese in tutti questi anni. La componente elettronica continua a ricoprire un ruolo importante, così come le sezioni di archi e in generale tutte le componenti ‘arty’ (qualunque cosa questa parolina voglia significare). Così, senza lasciarsi intimidire dal bell’incipit U2-oriented ‘World Sick’, si alza subito il tiro sperimentale con la successiva ‘Chase Scene’, con sintetizzatori e orchestra che convivono, sebbene in camere separate. Le melodie solari di ‘Texas Bitches’, il post-punk ingessato di ‘Forced To Love’ o la cantilena finto-infantile come una versione lo-fi dei Cure a titolo ‘Ungrateful Little Father’ dimostrano quante soluzioni diverse possegga l’ensemble di Toronto, per il quale è difficile trovare delle definizioni calzanti che comprendano tutte le sfumature di sound. Non conoscendo bene l’intera discografia (spalmata in dodici anni di carriera) mi viene difficile collocare bene quest’ultimo ‘Forgiveness Rock Record’, ma di certo tutto il talento dei diciannove musicisti del collettivo è impiegato al massimo.
(Flavio Ignelzi)

JELLIED EELS
‘Il Quieto Vivere’-CD
(Satellite Records/Pea Records)
La prima cosa da rimarcare, e soprattutto rispettare, è l’orgoglio con cui i Jellied Eels riportano la scritta “album interamente autoprodotto” sul retro del cd. È evidente che un album come ‘Il Quieto Vivere’ persegue i canoni della più classica filosofia DIY, cercando di evitare qualsiasi filtro e manipolazione. A cominciare dall’utilizzo della lingua (inglese o italiano) che cambia a seconda del brano. Per ‘Fratelli Di Taglia’, ad esempio, una bella e divertente variazione sul tema del nostro inno nazionale che sembra uscita direttamente dal repertorio dei migliori Klasse Kriminale, non poteva che essere la madrelingua; per ‘Love And Hate’, invece, che esibisce strutture ricche di stop & go e ritmiche saltellanti, le vocals in inglese sembrano più adatte, addirittura con delle intonazioni à la Serj Tankian dei System Of A Down. ‘This Infection’ è un avvincente strumentale quasi “post”, prima dell’esplosione delle chitarre nella seconda parte, mentre ‘Futili Pensieri’ (presente anche in traccia video live) è alt-rock con le caratteristiche del singolo. Tante idee, quindi, per la giovane band di Bergamo che cerca una propria dimensione, e sembra sulla buona strada per trovarla.
(Flavio Ignelzi)

EMA @ Pop Corn (Marghera-Ve) – photorecap

Posted by Salad Days On November - 17 - 2011 ADD COMMENTS

EMA @ Pop Corn (Marghera-Ve) – photorecap

(Pics Alice Scomparin x SALAD DAYS MAG – All Right Reserved)

The Subways @ Apartamento Hoffmann (Conegliano-Tv) – photorecap

11.11.11: I due fratelli Billy e Josh iniziano a suonare da giovanissimi (neanche maggiorenni) uniti dalla bassista Charlotte. Dopo aver cambiato vari nomi Billy sceglie The Subways che definiva il suo luogo-rifugio preferito. Arrivano al successo con l’album di debutto ‘Young For Eternity’ (2005) e appaiono con il loro singolo più conosciuto, ‘Rock’n'Roll Queen’, in ‘Rocknrolla’ (2008) di Guy Ritchie. Attualmente in tour per promuovere il nuovo lavoro ‘Money And Celebrity’.

Mi trovo nell’intimo e affollato Apartamento Hoffman per la seconda data dei The Subways in Italia. Ad accompagnarli in queste due date italiane (il giorno prima hanno suonato al Tunnel di Milano) i Minnie’s, band milanese dalla lunga carriera underground, conosciuti e apprezzati dal 1995 con il loro Indie Punk Rock.

‘Oh Yeah, Oh Yeah’ scatena un pogo selvaggio che si conclude solo a fine concerto. La scaletta accontenta tutti fra i successi dei primi due album. Con un’esecuzione perfetta e potente passano ‘Young For Eternity’, ‘Pop Death’, ‘Shake Shake’, ‘Mary’, ‘Rock ‘n’ Roll Queen’ e per finire ‘It’s A Party’. E proprio nel finale, Billy, il cantante, si butta fra la gente che lo trasporta per tutto il locale. Sopravvissuta al pogo selvaggio, incontro Billy e Charlotte nel backstage dove chiacchierando scopro le 5 songs ever che non possono mancare nel loro iPod: ‘Come As You’ dei Nirvana in testa. Scopro due ragazzi disponibili a incontrare fan e a farci due parole.

http://thesubways.net/
www.myspace.com/thesubways

(Txt & Pics Alice Scomparin)

Reviews update

Posted by Salad Days On November - 14 - 2011 ADD COMMENTS

LOU REED & METALLICA
‘Lulu’-CD
(Mercury)

Ho finito tutti gli insulti per ‘The View’ (il primo singolo), quindi questa recensione durerà poco. Scherzo. Non sono così fesso da finirli tutti, qualcuno me lo conservo, ma non penso di usarli in questa sede. Primo perché sono un sostenitore convinto della libertà d’espressione: ognuno dovrebbe fare quel che cazzo vuole. Punto. Secondo perché ho smesso da tempo di prendermela per un disco (l’ultima volta era ancora presidente Cossiga, più o meno). Non so qual è la formula per miscelare due forti nomi/personalità e tirarne fuori qualcosa di nuovo e interessante, non so se sia davvero così importante farlo, soprattutto. Lou Reed e Metallica poteva essere (sulla carta) qualcosa che mi piaceva e invece no. Punto. I protagonisti li conosciamo e quindi passiamo oltre (se non è così, c’è un mondo che v’aspetta, là fuori), i suoni sono quelli pesi post-black-album (più o meno), con qualche chicca d’arrangiamento (tipo l’organo in ‘Mistress Dread’), poi c’è lo spoken di Lou Reed, qualche deriva noise, qualche passaggio ambient, ma niente che m’ha colpito veramente. Posso fare tutte le supposizioni del mondo, analizzare ogni secondo dell’album, congetturare complotti e manipolazioni, ma il dato è questo. Non m’ha preso. Forse a voi sì, ma a me no.
(Flavio Ignelzi)

THE FUCKING WRATH
‘Valley Of The Serpent’s Soul’-CD
(Tee Pee Records)

Un suono grezzo e corrosivo, che qualcuno ha osato definire come un incrocio tra Discharge, Black Flag, The Melvins e primissimi Metallica, che pesta a dovere richiamando il metal primigenio in maniera quasi invasiva, con le vocals cartavetro del frontman (anche chitarrista) Craig Kasamis che giocano un ruolo importante e quasi determinante nella definizione del sound. Di sicuro la proposta del quartetto californiano è una commistione di generi: c’è la polverosità del southern, il frastuono dello stoner, l’urgenza del punk/hardcore, la violenza dello sludge, il tutto che pare filtrato attraverso il rock’n’roll dei Motorhead. È un tale mix di influenze diverse, questo ‘Valley Of The Serpent’s Soul’, che si fa fatica a capire dove si voglia andare a parare. Di certo produce una grande quantità di decibel, e questo per un certo tipo di pubblico più essere motivazione necessaria e sufficiente per procurarsi il disco. Non è difficoltoso neanche trovare momenti di genere (uno dei tanti elencati qualche rigo sopra) quasi stereotipali, e questo potrebbe essere allo stesso tempo il pregio o il difetto del lavoro. Dipende da quale angolazione lo si guarda e cosa si cerca da un album. Io non mi sbilancio: a voi la scelta.
(Flavio Ignelzi)

DURACEL
‘Nati Negli Anni ’80’-CD
(Indiebox/Venus)

Un album spensierato di punk-rock semplice, immediato, con testi in italiano che raccontano della vita di tutti i giorni, senza complicati simbolismi o astruse metafore. Si parla di amori adolescenziali quasi teneri (‘Io Ti Difenderò’), di ‘Deejay’ che ‘Hanno Ammazzato Il Rock’n’Roll’, del desiderio di fidanzarsi con ‘Una Ragazza Che Va In Tivù’, di ricordi giovanili e di ginocchia sbucciate che ‘Non Bruciavano Così’. ‘Nati Negli Anni ‘80’ è un album che potrebbe essere descritto tutto con i titoli delle sue canzoni (e fino ad un certo punto c’ho provato, a farlo), perché è tutto nei testi più che nelle musiche. Queste ultime, infatti, seguono pattern abbastanza conosciuti, giri melodici che non sbagliano un accordo, linee vocali disciplinate e didascaliche che ricordano dei Moravagine quasi educati o dei Peter Punk più leccati. Comunque globalmente è un disco divertente e nostalgico, nel quale la band veneziana mostra di avere come platea di riferimento quella dei giovani under-30 (come da titolo), e nel quale si percepisce anche l’esperienza della band (si tratta del quarto album) che, è bene ricordarlo, si è aggiudicata al MEI del 2009 il premio come “Miglior Punk Band Italiana”.
(Flavio Ignelzi)

ANCIENT VVISDOM
‘A Godlike Inferno’-CD
(Shinebox Recordings)

Un pizzico di popolarità, gli Ancient VVisdom (scritto proprio così, con la doppia V) se la sono andata a cercare l’anno passato con lo split/e.p. ‘Inner Earth Inferno’ in coppia col criminale satanico/canterino Charles Manson (che evidentemente si diletta molto con la musica, da dietro le sbarre). Lasciando da parte le curiosità pruriginose che possono scatenare tali collaborazioni, mi viene da rimanere un po’ perplesso da questo nuovo ‘A Godlike Inferno’, perché se da un lato si percepiscono le interessanti influenze neo-folk e persino death-rock del combo texano, dall’altro l’assenza di una strumentazione completa (tutti i pezzi sono voce/chitarre/sintetizzatori, con un po’ di drum-machine) sembra lasciare un alone di incompiutezza a tutte le tracce. Le quali hanno anche dei buoni momenti, le quali riescono anche ad avere un mood abbastanza in linea con le liriche pagane/sataniche/occultiste, ma che mancano di qualcosa di sfuggente ed indefinibile. Probabilmente è una questione di arrangiamenti, di equilibri che non si raggiungono, di accordi che non si accordano, ma il tutto prende le sembianze di una buona occasione sciupata per una quisquilia.
(Flavio Ignelzi)

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