Reviews update

Posted by Salad Days On July - 16 - 2010 ADD COMMENTS

THE RATT
‘Infestation’-CD
(Roadrunner)

Chiarisco subito un concetto; questo è un bel disco non perché nel 2010 bisogna accontentarsi, no cari signori questo disco è un bel disco perché chi lo suona ci ha messo dentro tutta la classe e l’esperienza di cui dispone e tanta tanta voglia accumulata in anni di attese e fallimenti, consapevoli che forse questa era, è l’ultima chiamata per restare a fare musica di un certo livello. I losangelini Ratt “prime mover” della scena glam fin dal 1983 ci danno un disco che parte con il botto: ‘Eat Me Up Alive’ è posta lì in apertura giusto per catturare subito l’attenzione di chi ascolta, stupenda song tirata il giusto con una melodia e ritornello super azzeccati per non parlare dell’assolo, fosse uscita nei eighties sarebbe un super classicone; ‘Best Of Me’ è puro Ratt style all’ennesima potenza, Stephen Pearcy è magico nel cantare e la coppia di asce formata da Warren De Martini e Carlos Cavaso non prende prigionieri, il trittico iniziale si chiude con ‘A Little Too Much’ superba nel refrain e credetemi che forse è il migliore tris iniziale di sempre per i cinque roditori. Di notevole livello anche ‘Garden Of Eden’ e ‘As Good As It Gets’, giocano a fare i Van Halen alle chitarre in ‘Last Call’ altra song riuscita. Complimenti dunque ai Ratt che sono riusciti a fare un disco che restando legato ai canoni del genere si presenta con un suono moderno forse meno ruvido rispetto al passato ma che colpisce nel segno, LA DIFFERENZA rispetto al passato la fanno i membri del gruppo che non più divisi da lotte interne hanno ripreso a suonare e comporre come i vecchi anzi vecchissimi tempi; Stephen Pearcy tornato nella band offre sicuramente una prova di notevole spessore al canto ben coadiuvato da Warren De Martini e l’ex Quiet Riot Carlos Cavaso alle chitarre e dalla sezione ritmica formata da Bobby Blotzer alla batteria e da Robbie Crane al basso. Disco quindi che anche nella non eccesiva durata ricorda i bei tempi andati e che sicuramente farà felici i vecchi fans del genere che forse non si aspettavano una prova cosi convincente; io stesso ero piuttosto restio di fronte a questo nuovo disco, mi sono ricreduto ascoltandolo, l’ho trovato proprio godibile con canzoni davvero indovinate, il problema è che dischi come questi non godono più del dovuto supporto per risultare appetibili per un pubblico giovane, più propenso a orientarsi verso altre sonorità.
(X-Man)

PAPA ROACH
‘Metamorphosis’-CD
(Interscope)

I Papa Roach li conosciamo un po’ tutti. Per qualche tempo, più o meno subito dopo l’uscita di ‘Infested’, hanno spadroneggiato sulle copertine delle riviste specializzate (ed in cima alle classifiche di vendita) diventando ben presto l’esempio più paradigmatico di nu-metal per famiglie. Era l’anno del signore 2000 ed il genere stava esplodendo in tutta la sua potenza. Non ci volle molto (giusto un paio d’anni) perché quel carrozzone miliardario restasse in panne, e molte delle band che vi erano salite poco prima costrette a scendere e a spingere. Tra queste anche gli stessi Papa Roach, che inanellavano album poco significativi a ripetizione, tanto da essere costretti continuamente a riallacciarsi ai fasti del passato per tirare avanti. L’ultimo ‘Metamorphosis’ non fa eccezione, smentendo alla grande il titolo stesso, e presentandosi come un abile bilanciamento tra le inevitabili leccatine commerciali e qualche rara mazzata assestata come Dio comanda. Alla fine il risultato è moscio: qui dentro c’è rimasto ben poco metal, sostituito dal ben più redditizio rock-alternative, e tutto suona finto e freddo, a partire dal singolone ‘Hollywood Whore’. Trascurabile.
(Flavio Ignelzi)

COHEED AND CAMBRIA
‘Year Of The Black Rainbow’-CD
(Roadrunner)

Succede che la musica abbracci la letteratura. Succede anche che la letteratura sia il seme da cui la musica germoglia. Ma come? Nel corso dei secoli sono stati elaborati i modi più disparati per farlo, e questo tipo di modus operandi affascina ancora tanti artisti. Uno di questi è sicuramente lo scrittore Claudio Sanchez, cantante, chitarrista e deus ex machina del progetto Coheed And Cambria. Coheed e Cambria Kilgannon sono i personaggi da lui creati, le cui gesta vengono narrate contemporaneamente sia sui fumetti di Sanchez che sui dischi dei Coheed And Cambria. ‘Year Of The Black Rainbow’ è il loro quinto release, rappresenta un prequel delle quattro precedenti avventure vissute negli altri dischi/fumetti. L’album che deve chiudere l’intera storia. Non è questo però il luogo per parlare di letteratura, meglio discutere sulla musica dei quattro statunitensi, cioè quell’alternative rock di fine anni 90, potentemente venato di heavy metal, di space rock anni 70, di progressive sapientemente mescolata a piccole dosi di elettronica e qualche accenno di “cattiveria” punk rock. Una formula coraggiosa, che negli anni ha assicurato a questo combo l’attenzione che merita. Ma stavolta non basta. Gli accenni, i suoni, cosi come i refrain delle canzoni non colpiscono, non rapiscono l’ascoltatore. Sia chiaro, è facile carpire il possente lavoro di songwriting e di arrangiamento dei pezzi, ma il tutto risulta troppo “da manuale”. Sembra di ascoltare un malriuscito ibrido tra heavy metal e pop rock e la soglia d’attenzione cala subito dopo la quarta traccia, ‘Here We Are Juggernaut’ (uno degli episodi meglio riusciti dell’opera e secondo singolo estratto). Neanche la più elettronica e sperimentale ‘Far’ o la ballad acustica ‘Pearl Of The Stars’ risollevano questo lavoro, povero forse di nuove e concrete idee. La speranza è che Coheed e Cambria ritornino sulla scena con un’avventura nuova, accompagnata stavolta dalla musica di livello che il gruppo di Sanchez sa produrre.
(Diego Pani)

PERIPHERY
‘S/T’-CD
(Roadrunner)

Questo è un album di debutto davvero particolare. Arriva da una band che di strada ne ha già fatta tanta, pubblicando e distribuendo gratuitamente le proprie composizioni attraverso la rete, aprendosi al music business in maniera completamente nuova, senza pensare all’album come punto di partenza, ma come quello di arrivo dopo una gavetta fatta di canzoni e concerti, spesso in compagnia di grandi della scena metal mondiale come Lamb Of God e Darkest Hour. Chi sono? Si chiamano Periphery, vengono da Washington D.C e spaccano di brutto. Formato per volere del chitarrista Misha Mansoor, questo sestetto assesta un colpo dritto in faccia a tutti quelli che credono che generi come il progressive metal siano ormai morti. Attenzione, non pensate di trovare in questo disco ipertecniche cavalcate alla Dream Theater, non è questo il caso. In ‘Periphery’ il prog metal respira l’aria di altre scene parallele come quelle del metalcore cosi come del mathrock. Le canzoni sono consapevolmente composte per essere allo stesso tempo astruse e complesse ma di facile presa e memorizzazione: Mosh, cambi di tempo, stop and go sono uniti ad un lirismo accentuato e ad una tecnica sopraffina. Da ‘Insomnia’ a ‘Light’ i sei di Washington scoprono le carte in tavola che torneranno, in forma di assi nella manica, per tutto il disco. Batteria e basso in continuo movimento, chitarre possenti ma estremamente dettagliate, voce che agilmente alterna growl a melodico, e su tutto un tappeto di suoni elettronici, fredde modulazioni al sintetizzatore che velano questo disco di un alone futuristico, quasi fantascientifico. Questo disco vi colpirà subito, vi sarà facile memorizzarne i contenuti, dopo che gli stessi vi sorprenderanno.
(Diego Pani)

MELISSA AUF DER MAUR
‘Out Of Minds’-CD
(Roadrunner)

All’interno del tendone di quel circo chiamato rock’n'roll troviamo le più disparate personalità. Alcune di esse divengono subito protagoniste, vuoi per le “parentele”, per il look preciso o per la pittoresca vita privata, elevandosi su piedistalli di fama mondiale, diventando semi – dei dall’aspetto fiabesco, facendo i soldi, quelli veri. Spesso, accanto a queste personalità “blasonate”, c’è ne sono altrettante, che però operano per anni nell’ombra, che compiono la propria ricerca musicale in maniera maggiormente silenziosa, ma non per questo meno importante. Cosi potrebbe descriversi forse l’incipit della carriera di Melissa Auf Der Maur, storica bassista delle Hole che, esaurita l’esperienza con la band di Courtney Love, ha dato vita al proprio progetto solista, raccogliendo praticamente solo consensi grazie ad ottimo materiale in studio e a centinaia di concerti in giro per il mondo. La nostra Melissa è giunta ora al secondo disco. Questo ‘Out Of Minds’ arriva dopo l’esordio solista ‘Auf Der Maur’ e l’ep ‘This Would Be Paradise’ e ci mostra una musicista notevolmente cresciuta, che riesce ad incorporare nel proprio sound nuovi elementi senza però perdere quella irruenza e sfacciataggine rock’n'roll che ha contraddistinto la sua carriera fin dagli esordi con le Hole. Il disco si apre con un battito. Un cuore che batte e il suo ritmo, che lentamente si concretizza in musica, con un gioco di sovrapposizione di più parti strumentali e vocali che con l’opener ‘The Hunt’ funge da intro a questo lavoro che sorprende traccia dopo traccia. Grazie anche ad una produzione artistica “chirurgica”, ‘Out Of Minds’ si mostra camaleontico, contraddistinto da frequenti cambi di mood sempre legati all’imponente spinta ritmica data dai giri di basso della responsabile di questo progetto, che guidano e schiudono le canzoni di questo disco. Da momenti più pop si passa ad episodi concitati, eredi della tradizione indie/post punk degli anni 90 ed in cui si evince la passione di Melissa per gruppi quali Pavement e Smashing Pumpkings (gruppo in cui tra l’altro a militato ad inizio millennio). Un ulteriore richiamo alle passioni della bassista canadese e il featuring del mitico Glenn Danzing, che impreziosisce una criptica ‘Father’s Grave’ con la sua inconfondibile voce. Un disco completo, caparbio e capace sia di accontentare i numerosi fan di Melissa, che di attrarne di nuovi. Una gradita conferma.
(Diego Pani)

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Posted by Salad Days On July - 6 - 2010 ADD COMMENTS

OZZY OSBOURNE
‘Scream’-CD
(Epic)

Non è così brutto come lo si dipinge, quest’ultimo Ozzy. Cioè, tenete conto del fatto che sono particolarmente affezionato all’operato del vecchio (e ormai rincoglionito) madman, soprattutto di quanto realizzato ai tempi-che-furono coi Black Sabbath, però questo ‘Scream’ suona potente e gagliardo, ma anche abbastanza allineato e standardizzato. Colpa del chitarrista Gus G. (Firewind, Dream Evil, Mystic Prophecy), probabilmente, che ha sostituito alla sei-corde il barbuto Zakk Wylde interrompendo una collaborazione che durava da un casino di anni. Un chitarrista forse che pecca in autorità, facilmente malleabile (scelto proprio per questo?), tanto che il sound è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al recente passato, con le canzoni di questo disco che potevano tranquillamente essere contenute nel precedente ‘Black Rain’ e nessuno se ne sarebbe meravigliato. L’album comunque ha i suoi momenti di slancio, come ‘Let Me Hear You Scream’ o ‘Life Won’t Wait’, anche se il sottoscritto continua a prediligere la prospettiva doomy, tipo la massiccia ‘Soul Sucker’. Alla fine non cambia nulla: chi lo ama continuerà ad amarlo, chi lo critica continuerà a criticarlo, chi lo compra continuerà a comprarlo.
(Flavio Ignelzi)

ANARBOR
‘The Words You Don’t Swallow’-CD
(Hopeless/Rude)

Li avevamo lasciati con l’e.p. ‘Free Your Mind’ di qualche mese fa, e le cose non sono cambiate per nulla in questo lasso di tempo. Gli Anarbor rilasciano adesso il full-length ‘The Words You Don’t Swallow’ che prosegue sulla strada di un rock leggero che si pone a metà via tra il pop-punk e l’emo, qualcosa che le classifiche di vendita richiedono a gran voce, anche se il trend è in netta attenuazione. Il quartetto di Phoenix (Arizona) ci sa fare, questo bisogna riconoscerlo, anche se il genere patinato in cui si sono infilati li lascerà a secco di elogi da parte della critica colta. D’altronde è chiaro come il sole che la band ha come obiettivo primario quello di vendere alle generazioni più giovani, con melodie sfacciate e coretti sdolcinati che difficilmente faranno breccia nelle menti di un ascoltatore un po’ più rodato. Ciò non toglie che all’interno dell’album facciano capolino una serie di idee che molti gruppi dello stesso tipo possono semplicemente sognarsi. Nascono così canzoni come ‘Contagious’ o ‘Let The Games Begin’ che, nel loro genere, sono abbastanza efficaci. Comunque dureranno una stagione, verosimilmente, e ce li scorderemo con l’arrivo dell’autunno.
(Flavio Ignelzi)

REFUSE RESIST
‘Socialized’-CD
(I Scream)

Non c’è dubbio che in questo caso, tirare in ballo il Boston Hardcore, ci sta tutto. I Refuse Resist, infatti, oltre ad avere le giuste provenienze geografiche (diremo genericamente Massachusetts), sembrano ispirarsi anche alle band storiche della zona, come i Slapshot (principalmente). Non è un caso, a questo punto, che l’ex chitarrista della succitata band, Steve Risteen, abbia collaborato al disco, così come pure il bassista Mark Powers proveniente dai conterranei Welch Boys. Questi contributi devono aver segnato in maniera determinante il sound dei Refuse Resist, che si esibiscono in un concentrato poco innovativo (per usare un eufemismo) di hardcore/punk old-school, con il cantante che non fa misteri a nascondere le proprie ascendenze stilistiche e attitudinali. Il risultato è naturalmente una serie di bordate inarrestabili, che rallenta solo in occasione di ‘What Is Right’, e che lasciano poco spazio alle variazioni. Se amate questo tipo di soluzioni sonore, quindi, fatevi avanti senza remore, troverete pane per i vostri denti. Se invece cercate anche altro da un album di hc, potete tranquillamente soprassedere. Vi annoiereste un po’, con questo ‘Socialized’.
(Flavio Ignelzi)

STRENGTH APPROACH
‘Stand Your Ground’-CD
(Countdown)

‘Stand Your Ground’ contiene solo quattro brani, ma sono più che sufficienti a far comprendere con chi abbiamo a che fare: la veemenza che prorompe dalle casse, infatti, tradisce anni di esperienza (gli Strength Approach sono attivi dal 1996) e una ferma e solida determinazione. Sebbene il loro hardcore di vecchia scuola sia facilmente riconducibile ai grandi monumenti del genere, tipo Agnostic Front, Sick Of It All, Cro-Mags (con molti dei quali, giusto per inciso, la band ha condiviso il palco), non ci sono scarti generazionali che pongono il gruppo romano in una posizione di inferiorità. La rabbia e l’aggressività è la medesima, non c’è dubbio. Certo, di originalità non ce n’è nemmeno l’ombra, ma si dovrebbe sapere che un prodotto come questo è indirizzato principalmente agli appassionati duri e puri, quelli che ascoltato roba della vecchia scuola newyorchese, che si spingono fino al thrash degli Anthrax, e che prediligono l’istinto e l’impatto alle altre caratteristiche di genere. Ottimo il lavoro di registrazione/masterizzazione presso gli Temple Of Noise Studios di Roma, per uno stuzzicante antipasto in vista del prossimo, imminente, nuovo album.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On July - 1 - 2010 ADD COMMENTS

RAMMING SPEED
‘Brainwreck’-CD
(Candlelight)

C’è una folta schiera di appassionati che segue ancora con entusiasmo le gesta delle nuove band thrash-metal, di quello ortodosso e fedele alla linea “anni ottanta”, senza tendenze modaiole e influssi troppo moderni. I Ramming Speed provengono da Boston (Massachusetts) e si inseriscono senza mezzi termini in questo filone, proponendo una efficace mistura della Bay Area degli esordi (Exodus, Death Angel, Testament) e della scena newyorchese (Anthrax, Nuclear Assault), con i tipici slanci crossover/hardcore di gruppi come S.O.D. o D.R.I., raggiungendo un risultato che non si discosta troppo dall’operato dei vari Municipal Waste e Toxic Holocaust. Persino l’iconografia è simile, e strizza l’occhio alla ruvidezza e all’ingenuità dei fantastici eighties. ‘Brainwreck’, in una mezz’oretta circa, allinea tutti i luoghi comuni del caso, innervandoli di crust e grind dove necessario, e deflagrando in una sequenza di pezzi violenti e divertenti senza pretese di originalità. Niente altro da aggiungere, quindi, se non che la vecchia scuola continua a fare proseliti, e non mi sento di criticare una produzione che suona grezza ed ignorante come deve essere.
(Flavio Ignelzi)

UTOPIA NOW
‘Man In The Mirror’-CD
(Indipendent)

Sarà che le somiglianze sono davvero palesi, ma gli stessi Utopia Now non hanno il minimo problema a manifestare la loro devozione nei confronti dei Bad Religion. Potremmo definirli la miglior cover-band europea della formazione di Brett Gurewitz (gli Utopia Now provengono dalla Germania), se i loro brani non fossero inediti, e soprattutto se non fossero opera di una sola persona, il cantante Stephen Serowy, unico sopravvissuto dallo scioglimento della band del 2007, il quale si cimenta in questo ‘Man In The Mirror’ con tutti gli strumenti. Il risultato, manco a dirlo, ricalca gli stereotipi del classico punk californiano anni novanta e procede spedito e melodico per tutta la durata del disco. Il quale si prolunga per diciassette tracce, si fa ascoltare che è un piacere, e (miracolosamente) non presenta cedimenti di sorta. La cosa da sottolineare assolutamente, ancora, è la scelta di rendere disponibile il disco sul web in forma gratuita. Scaricatelo, non fatevelo scappare, insomma, ma vi esorto anche a donare qualche euro alla causa: non è facile al giorno d’oggi campare componendo e suonando punk.
(Flavio Ignelzi)

Rummer And Grapes
‘Every Damned Friday’-CD
(New Model Label)

Un po’ ruffiani lo sono, i Rummer And Grapes, e lo si capisce da brani come ‘Why’ o ‘Stay’, in cui riaffiorano collegamenti mal sopiti a Cranberries e Placebo, per uno stile che è inevitabilmente e totalmente british (anche nell’immaginario ostentato da copertina e titoli). Non è un caso, quindi, che il monicker della band provenga dal nome di un antico pub londinese che ospitava logge massoniche. I quattro componenti del gruppo, invece, arrivano da Terni e sfruttano poco l’ugola sbarazzina della cantante Simona Cioccoloni, la quale soffre un po’ troppo la scelta di un mixaggio che non la pone mai in autentica evidenza. Infatti dobbiamo aspettare la traccia numero sei, la intima e delicata ‘My Princess Anna’, per potercela gustare a pieno. A completare il quadro anche qualche sparuto sussulto post-punk (‘Room On Fire’), che ripiega per comodità su soluzioni disinvolte, vicine alla lezione di formazioni trendy come i Franz Ferdinand (‘Inauspicious Love’). Comunque, nel suo genere, la formazione umbra se la batte bene, e se siete amanti di rock alternativo spruzzato di wave facilmente gradirete le melodie invitanti contenute in questo ‘Every Damned Friday’.
(Flavio Ignelzi)

UMA
‘Veleno’-CD
(Black Fading)

Se siete nati e cresciuti con il rock italiano degli anni novanta, quello di Afterhours e Timoria, non potrà non piacervi questo ‘Veleno’, debutto sulla lunga distanza per gli UMA. In verità la band emiliana si aggira con maggior cognizione di causa dalle parti dei Marlene Kuntz meno ostici, o dei succedanei Petrol (soprattutto per la tipologia di arrangiamento dei brani), con un po’ della carica proto-punk e proto-grunge di Estra e Malfunk. Con delle coordinate sonore tanto dettagliate, mi rendo conto che non resti molto altro da dire. Se non che il vocalist Cristian Ceccardi canta come una versione maschile di Fiorella Mannoia (e non lo sto prendendo per il culo, ma è una constatazione positiva), raggiungendo in alcuni momenti la liricità etnica di Serj Tankian dei System Of A Down (tipo nell’arrembante ‘Effetto Serra’). La produzione di Cristiano Santini (Disciplinatha) e la masterizzazione di Francesco Donadello (Giardini Di Mirò) garantiscono un risultato eccellente, per un disco che lascerà soddisfatti soprattutto chi conserva, nella propria collezione, gli album delle band citate sopra. Per i curiosi, ‘Ombra e Ruggine’ è la mia track preferita.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On June - 22 - 2010 ADD COMMENTS

PARKWAY DRIVE
‘Deep Blue’-CD
(Resist/Epitaph)

Da quella che è considerata la band di punta dell’attuale movimento metal-core australiano, c’erano da attendersi non meno che grandi cose. Il nuovo ‘Deep Blue’ invece perplime alquanto: ogni tanto colpisce, non c’è dubbio, con una bordata o un passaggio o una trovata poco meno che geniale. Poi si inceppa, anche a lungo, o tergiversa in matrici conosciute (le solite derivazioni swedish-death) per quanto eseguite in maniera inappuntabile, ma comunque vien voglia di abbandonare l’ascolto, proprio nel momento in cui colpisce nuovamente, con un’altra soluzione degna di nota. E’ altalenante, insomma, questo nuovo Parkway Drive. Volendo essere cattivi, non si capisce bene perché i cinque canguri suscitino tanta attenzione da parte della stampa: ce ne sono a quintalate di band come loro, ed alcune appaiono molto più in forma: tipo As I Lay Dying o August Burns Red, act molto simili nell’impostazione sonora. E se provassimo ad esaminare il catalogo di qualche etichetta tipo Victory, o Solid State, o la stessa Epitaph, ne troveremmo molte altre a questi livelli, e magari sconosciute ai più. Quindi, nonostante il polverone mediatico sollevato, ‘Deep Blue’ si posiziona al di sotto delle attese.
(Flavio Ignelzi)

CHEMICAL BROTHERS
‘Further’-CD
(Virgin)

Il rischio era di partire prevenuti, cioè di criticarlo ancor prima di ascoltarlo, perché il precedente ‘We Are The Night’ aveva deluso un bel po’ di gente. Fa piacere, invece, scoprire un disco di valore, che attinge inevitabilmente dagli anni novanta quanto ad ispirazione e modus operandi, ma che non cade mai nel citazionismo più gratuito. ‘Further’ scandaglia molte modalità di declinazione del suono elettronico, partendo dai fondamentali Kraftwerk (‘Snow’), girando in zona harsh-techno (la sferzante ‘Horse Power’, quasi a voler rispondere a tutti coloro i quali chiedevano a gran voce una nuova ‘Hey Girl, Hey Boy?’) fino al chitarrismo rockettaro che sembra scippato a un The Edge qualunque di ‘Dissolve’. Big beat dance, electro-pop d’annata, cassa quadrata a martello, psichedelica spicciola: tutto viene masticato e risputato dal duo britannico seguendo la loro personale prospettiva, che è ormai collaudata visione, per un album che appare solido, nonché coinvolgente tanto da garantirsi una ragguardevole longevità d’ascolto. E tanto che viene da chiedersi come avremmo fatto a superare l’estate indenni senza i ritmi trascinanti di questo ‘Further’.
(Flavio Ignelzi)

LACTIS FEVER
‘The Season We Met’-CD
(Tubular)

Non è un portento di innovazione, questo ‘The Season We Met’, disco di debutto dei comaschi Lactis Fever, ma sfoggia tanti piccoli dettagli che ne fanno un lavoro di indubbia qualità. Siamo in pieno territorio indie, dunque, anche se nella storpiatura mainstream del termine, cioè dalle parti di Killers o Arctic Monkeys (che, bisogna riconoscerlo, proprio indie-indie non lo sono). Canzoncine ritmate ma delicate, che posseggono quella giusta trascuratezza nordica, tipo la barba incolta di tre giorni o la camicia fuori dai pantaloni, ma priva di banali melodismi. Accade così che i brani impieghino un po’ più tempo a venire a galla, anche se ciò contribuisce a costruire un’immagine curata, persino sofisticata e piuttosto solida. Non c’è un vero tormentone immediatamente riconoscibile come tale, di quelli che potrebbero torturarci tutta l’estate sotto l’ombrellone, ma il ritmo saltellante di molti pezzi scava un solco nella memoria che potrebbe preservarsi nel tempo. Forse la monotematicità fa perdere qualche punto al giudizio globale, ma non è difficile per canzoni come ‘Run!’ o ‘Seven O’Clock’ garantirsi contemporaneamente il prefisso “pop” e la palma di “bella canzone rock”.
(Flavio Ignelzi)

RISE FROM THE AGONY
‘Shadows And Ghosts’-CD
(Epidemic/Pitfall)

E’ dura oggigiorno costruire un qualcosa di innovativo in ambito metal-core: la materia pare essere abusata e sembra che tutto sia già stato sviscerato in ogni sua forma. Nonostante ciò, vagonate di band continuano indefesse a dedicarsi al genere (perché, diciamolo, vende ancora bene), ed è complicato riuscire a separare la roba interessante dalla tanta fuffa. In mezzo a centinaia di dischi tutti uguali ed essenzialmente inutili capita così di trovare, sempre più raramente a dire la verità, il gioiellino che ti fa divertire. Nel caso particolare, il gioiellino si chiama ‘Shadows And Ghosts’, è opera dei giovani abruzzesi Rise From The Agony i quali, seppur fortemente ancorati agli stereotipi del genere, riescono in ogni caso a vivere di luce propria grazie alla passione violenta che viene profusa nelle singole composizioni. Brani veloci, tecnici e devastanti, che fanno sfoggio di una capacità compositiva non proprio comune, vanno a comporre un mosaico estremamente interessante nel quale vengono chiamati in causa i gruppi metal-core primigeni come Integrity o Strife. L’album picchia duro, non cede a compromessi e dimostra che a volte l’impeto profuso riesce a sopperire (almeno in parte) all’originalità. Promossi.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On June - 15 - 2010 ADD COMMENTS

RED CAR BURNS
‘The Roots And The Ruins’-CD
(No Reason)

Non è semplice riuscire a comprimere in uno spazio ridottissimo (in una durata che è quasi da e.p.) l’irruenza del post-punk con la vocazione “emo” primigenia, quella di band come Hot Water Music e Samiam, il tutto reso con un linguaggio frizzante ed attuale, rifuggendo da tentazioni modaiole o eccessivamente autoriali. I Red Car Burns, che qualcuno potrebbe ricordare con il vecchio monicker The Genitalz o per il disco precedente ‘Where Everything Seem To Be In Silence’ (2006), ci sono riusciti. Gli ingredienti che caratterizzano il nuovo ‘The Roots And The Ruins’ sono ben definiti: stacchi feroci, velocità fulminante e tanta melodia, il tutto curato con grande senso del ritmo e padronanza del mezzo espressivo. In pratica un punk che ha perso buona parte delle sue caratteristiche di essenzialità (la quale spesso viene confusa con la sciatteria), ma non l’immediatezza tipica del genere, fregiandosi anche di passaggi non proprio banali. Potremmo definirlo “orgcore”, se quest’etichetta avesse un senso e una definizione precisa. Sta di fatto che l’operato del quartetto lodigiano è meritevole, conquista senza strafare, con un sound che mancava in un panorama musicale sempre più standardizzato ed omologato.
(Flavio Ignelzi)

AGAINST ME!
‘White Crosses’-CD
(Sire/Warner)

Qualcosa è cambiato negli Against Me! e non è certo lo stile musicale. L’etichetta major per la quale escono già dal precedente ‘New Wave’ è rimasta la stessa (Sire/Warner), così come il produttore, l’infallibile Butch Vig (Nirvana, Smashing Pumpkins, Green Day). D’altro canto è sicuramente cambiato il batterista (fuori Warren Oakes e dentro George Rebelo, ex Hot Water Music), ma non è un cambiamento tale da giustificare svolte sostanziali. I mutamenti di cui parliamo sono di atteggiamento: sembra che la band di Gainesville si sia limitata a viaggiare più o meno con il pilota automatico. ‘White Crosses’ non sorprende e ci presenta i musicisti floridiani esattamente nella loro forma più prevedibile: dieci canzoni folk-punk, ora più violente, ora più commestibili, che scorrono tra attacchi all’arma bianca, qualche litania più tradizionalmente a stelle e strisce, e tanti pattern sonori conosciuti. Tutto sufficientemente ispirato, ben congegnato, essenzialmente già sentito. Ci piacciono sempre, gli Against Me!? Ma certo che ci piacciono ancora, soprattutto perché la forma, rispetto al disco precedente, è rimasta immutata. Però ci piacevano di più quando erano indipendenti.
(Flavio Ignelzi)

BULLET FOR MY VALENTINE
‘Fever’-CD
(Sony)

Probabilmente mi attirerò le ire di molti di voi, ma questo ultimo Bullet For My Valentine non è proprio una ciofeca inascoltabile. Come ogni produzione di Don Gilmore (Linkin Park in primis, ma anche Good Charlotte, Avril Lavigne, Dashboard Confessional) la prospettiva adolescenziale ha la sua sostanziale rilevanza, e le canzoni del disco funzionano innanzitutto sotto l’aspetto squisitamente radiofonico. La parola d’ordine è compromesso, nel senso più commerciale del termine. In questo caso l’arcano si risolve nel trovare il giusto punto d’incontro tra l’irruenza metal-core e le smancerie teen-oriented. Con ‘Fever’ l’obiettivo viene centrato quasi in pieno. La band di origine gallese è brava nello scrivere brani che posseggono delle buone strutture musicali, arrangiati con puntigliosità in ogni minimo dettaglio, anche se si evidenzia sempre un deficit ormai incolmabile dal punto di vista lirico (testi realmente insulsi). Ne viene fuori un album che parte alla grande (ottima la tripletta iniziale) e si ammoscia col passare dei minuti. Insomma, un album che presenta delle buone cose e che tocca il punto più basso con le indispensabili (per il mercato) nonché sterili ballad.
(Flavio Ignelzi)

HEMOGLOBINA
‘Era Of The 5th Sun’-CD
(Black Fading)

Se solo fosse uscito una ventina d’anni fa, questo debutto degli Hemoglobina sarebbe entrato (a ragion veduta) nell’olimpo delle produzioni heavy-rock da avere assolutamente. “Buy or die”, come si diceva una volta. Cioè, vi ricordate quanta roba insipida è stata esaltata solo perché ricordava un po’ i Black Sabbath e un po’ i Deep Purple? Tanta, nevvero? Non è che ci si accontentasse di poco, che si fosse di bocca buona. E’ che col senno di poi tutto risulta più facile, anche accorgersi che molti dischi grunge, stoner et similia non possedevano lo spessore di Soundgarden o Corrosion Of Conformity. Proprio in questo stesso ambito musicale si inseriscono gli Hemoglobina. La band bolognese ci sa fare davvero: le canzoni di ‘Era Of The 5th Sun’ rombano cariche e pressanti. Voci maschie (ottima la prova di Francesco “Il Biondo” Grandi), ritmiche solenni, chitarre sferzanti. ‘Day By Day’ e ‘Prison Of Your Pain’ sono già sopra la media, ma è ‘Abuse The Sky Above’ il vero colpo da maestro. Il pezzo che Chris Cornell non riesce più a scrivere da anni. Non è roba alla moda, questo è certo, ma non sarà difficile farsi conquistare dal fascino roccioso di queste canzoni sanguigne (in tutti i sensi).
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On June - 8 - 2010 ADD COMMENTS

AIRWAY
‘Respira’-CD
(Rude)

La Rude Records può permettersi di sfoggiare un catalogo molto ampio, nel quale convivono gruppi che bastonano di brutto e proposte decisamente più commerciali e fruibili al grande pubblico. A quanto pare gli Airway appartengono a quest’ultima tipologia. Più precisamente la band di Treviso pare essere intenzionata a rubare il posto di primadonna ai Finley (con i quali persistono molte affinità, soprattutto adesso che anche gli Airway hanno adottato il cantato in italiano) e ai Vanilla Sky (con i quali, casualmente, condividono l’ottima performance produttiva firmata Daniele Brian Autore). ‘Respira’ è certamente un prodotto indirizzato ad un pubblico molto giovane, e gli strumenti per impressionare quel target sono sfruttati tutti, dal primo all’ultimo: orecchiabilità a livelli di guardia, sensibilità emo (un po’ plasticosa), suoni modaioli, taglio di capelli perfetto per ognuno dei membri della band. Sicuramente vi capiterà di beccare il loro video se bazzicate Mtv, Deejay tv o Rock tv, ma per il sottoscritto, che ha smesso di guardare quella roba da qualche secolo, è già molto che mi sia ascoltato il cd un paio di volte per scrivere questi quattro righi. Perlomeno adesso, se lo volete acquistare, sapete cosa vi ritroverete tra le mani.
(Flavio Ignelzi)

ETERNAL HATED
‘Secrets’-CD
(WAK Records)

L’accostamento a band come As I Lay Dying, Killswitch Engage e Evergreen Terrace è abbastanza appropriato, anche se io ci aggiungerei pure Raised Fist e primi Snapcase. Naturalmente parliamo di stile, non certo di qualità. Per quella, i greci Eternal Hated se la battono con coraggio e buona volontà, concependo un album di debutto che fa della brutalità e di qualche (obbligatorio) sprazzo melodico (ad esempio l’inizio di ‘Heartless’) il proprio tratto distintivo: dieci pezzi (più ghost-track acustica) costruiti su groove spessi e detonanti, palm-muting atterranti, vocals raschiate e qualche breve intermezzo pulito, rallenty monumentali, ripartenze death. Si percepisce l’influenza scandinava così come quella a stelle e strisce, per una proposta che gioca molto sull’impatto e poco sull’originalità. Non c’è dubbio che la ottima produzione fa buona parte del lavoro sporco, cercando di nascondere i tanti pattern sonori risaputi, alzando il volume e amplificando la violenza sprigionata dal quartetto ellenico. Questo ‘Secrets’ non si piazza ai primi posti dell’aristocrazia metal-core, questo è abbastanza chiaro, ma mostra ben pochi difetti, soprattutto se si considera che si tratta di un esordio.
(Flavio Ignelzi)

L’UOMO DI VETRO
‘38° Parallelo’-CD
(I Dischi Del Minollo)

Col titolo del primo disco ci auguravano ‘A Merry Christmas’. Oggi ci dipingono scenari storici e temi di politica estera. Non che ci si possano rilevare aromi di musica orientale (il ‘38° Parallelo’ divide la Corea del Nord da quella del Sud) nei solchi sonori de L’Uomo Di Vetro, perché le direttive della band umbra restano sempre quelle di un post-rock strumentale fortemente imparentato con la scena omologa internazionale (Mogwai, God Speed You Black Emperor) nonché italiana (Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo, Giardini Di Mirò). Contraddistinto da un sound sanguigno, frutto della registrazione forzatamente analogica, e da tante citazioni cinematografiche, l’album è in realtà più sottile ed arguto di quanto non sembri ad un primo ascolto, non circoscrivendo le proprie visioni soltanto ai movimenti fragili propri del genere, ma giocando pure con ritmiche più articolate (‘Smog’) o quasi, e dico quasi, ballabili (‘Tecno-Bells & Funeral Party’). Rock cinematico, suono circolare, passaggi chirurgici, spigoli geometrici, tinte crepuscolari: tutta materia che soltanto il vero talento è in grado di gestire e sfumare. Era dall’ultimo Ronin che non restavo affascinato così tanto da un progetto post-rock.
(Flavio Ignelzi)

NO BLAME
‘Burning The Blindfolds’-CD
(Life Burns)

Se ci si limitasse all’ascolto della ballatona ‘Seasons’, con violoncello e voce femminile, li si potrebbe scambiare per l’ultima novità mainstream di una qualche major, pronta a fare il botto in heavy-rotation su Mtv. La band barese si cimenta con un genere che senza dubbio è molto trendy, cioè uno screamo che spesso lascia posto all’hardcore melodico più puro (il riffing serrato della title-track, ad esempio). Non ci sono particolari obiezioni da sollevare sull’operato del quintetto pugliese, se non quello fondamentale dell’originalità: il suono della band infatti si allinea spudoratamente a quello più modaiolo, senza aggiungere grandi invenzioni. In tal modo i No Blame finiscono per essere niente altro che un buon gruppo di settore. Insomma, meglio la smaccata piacioneria acoustic-emo di ‘Always To The Core’, o l’ortodossia cali-punk della title-track, piuttosto che i suoni strasentiti di una ‘While Your World’s Frail’ (soprattutto le due voci scream/clean: basta, non se ne può più). Essendo una band con capacità tecniche e compositive innegabili (come dimostrato comunque in questo ‘Burning The Blindfolds’), mi aspetto cose ben più interessanti da loro nei prossimi dischi.
(Flavio Ignelzi)

MUTINY WHITIN
‘Mutiny Whitin’-CD
(Roadrunner)

Con una copertina che sembra ispirata ad uno sparatutto 3D iperfantascentifico, il self titled dei Mutiny Within da benvenuto in casa Roadrunner per la band del New Jersey.
Rimango piacevolmente spiazzato. Dall’opener ‘Awake’ il sestetto inanella gli stilemi propri delle diverse scene metal a cavallo tra i due secoli. Progressive, death, metalcore di ultima generazione. I tecnicismi ritmici più avanzati degli ultimi anni si contrappongono ai soli supersonici tanto cari all’heavy metal. I rimandi alle più disparate band dell’olimpo del metallo sono continui e suonano però personalissimi, quasi fossero un tributo. La band inventa un marchio di fabbrica mescolando con perizia riff, scale, lunghe cavalcate in sella al doppio pedale. Sono giovani i Mutiny Within, ma hanno lavorato sodo: hanno suonato dappertutto, pensato e raggiunto una formazione di “livello”, scovando un cantante addirittura in Inghilterra. E Chris Clancy (ex With Intent) rasenta davvero la perfezione: duttile, virtuoso, potente quanto basta, non esagera mai con le note alte pur mostrando un’estensione incredibile. Assieme a lui basso, batteria e chitarre costruiscono architetture ritmico – melodico ineccepibili, che le tastiere impreziosiscono senza appesantire. E’ questo un disco pieno d’anthem: la già nominata ‘Awake’, ma anche ‘Images’, ‘Forsaken’, ‘Undone’, tutte canzoni che entrano prepotentemente in testa anche all’ascoltatore meno avvezzo a simili suoni. Roadrunner ha scommesso su un altro giovane talento. Ed ha vinto.
(Diego Pani)

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Posted by Salad Days On May - 30 - 2010 ADD COMMENTS

FIVE IRON FRENZY
‘The Rise And Fall Of Five Iron Frenzy’-DVD
(Asian Man Records)

Alzi la mano chi conosce i Five Iron Frenzy. Immagino siate in pochi e francamente non poteva essere altrimenti. Formata a Denver nel 1995, la band ha vissuto sulla propria pelle e in maniera del tutto singolare il momento di massimo splendore dello ska, che in quegli anni iniziava a imperversare nelle charts. A differenza della maggior parte dei gruppi appartenenti al genere questa band aveva una peculiarità, ossia quella di prediligere temi religiosi nei propri testi preferendo quindi il cristianesimo a facili slogan adolescenziali e di divertimento. Una scelta coraggiosa (verrebbe quasi da definirli i cugini sfigati degli Underoath) che però non ha premiato i nostri, che fuori dagli States (e forse nemmeno lì) si sono spinti ben poche volte e di successo riscosso beh… meglio cambiar discorso per evitare imbarazzi! Scioltisi nel 2003, i nostri si sono dati a nuove esperienze musicali, riuscendo nuovamente a passare nell’anonimato e a far susseguire le voci che volevano una reunion (!!!) dei F.I.F. Bene, dopo questo riassunto storico ecco ‘The Rise And Fall Of Five Iron Frenzy’, doppio DVD documentario che ripercorre le gesta dei nostri attraverso spezzoni live e interviste fiume che sinceramente a parte i fan non so a chi altro potrebbero interessare. La registrazione low-cost e la scadente qualità audio rende ancor più ostico l’approccio del prodotto, mostrandoci comunque una band abbastanza carente sia dal punto di vista tecnico che di tenuta di palco se confrontata con nomi come Mad Caddies o gli spagnoli Ska-P per intenderci. A dar manforte alla produzione ci pensano i soliti extra, ossia foto d’epoca e video ufficiali che, purtroppo, non riescono ad alzare l’indice di gradimento di questo (inutile) DVD.
(Pietros “True Blood” Fasty)

TRASH TALK
‘Eyes & Nines’-CD
(Hassle/Rude)

In un periodo in cui l’ignoranza sonora iniziava a latitare, ecco i Trash Talk a ricordarci come una vera hardcore punk band dovrebbe suonare veramente. Niente produttori di fama mondiale capaci di rendere un manipolo di ubriaconi da bar in guitar heroes, niente guest da urlo e brani da scaricare come suonerie per i cellulari, qui tutto suona al contrario di come case discografiche e media ci hanno abituato e credetemi, il risultato piace, e tanto! ‘Eyes & Nines’ è una scheggia impazzita di diciotto minuti, qualcosa che potrebbe indurre alcuni di voi a pensare che sia tutta una fregatura e forse, in fondo, potreste avere anche ragione. Perché ai Trash Talk non si può chiedere niente di più di tutto ciò, tanto buon rumore sparato fuori dalle casse a volumi folli e una serie di grida nevrotiche buttate lì a render ancor più malsano e maligno questi poco rassicuranti scenari. L’idea di trovarsi di fronte a dei mostri da palco si fa sempre più chiara brano dopo brano, caratteristica che porta alla voglia sfrenata di trovarseli di fronte dal vivo in qualche sudicio squat. Follia? Chiamatela pure così, ma questa band e questo disco sono per attitudine, violenza e idee il meglio di questo 2010.
(Eros Pasi)

HEAVEN SHALL BURN
‘Invictus’-CD
(Century Media/Emi)

Terzo e ultimo atto legato al progetto Iconoclast, ‘Invictus’ è forse la produzione più sperimentale e coraggiosa finora partorita dal combo tedesco. Il loro modo di interpretare la parola metal (perché definirli semplicemente metalcore sarebbe riduttivo) si è fatto ancor più ricco di elementi esterni e groove, elemento questo che rende ogni brano una vera bomba ad orologeria. Confrontando questo nuovo capitolo coi suoi predecessori un grosso punto a favore è l’ottima amalgamatura tra i brani presenti nella tracklist, in ‘Invictus’ tutto scorre via con una naturalezza disarmante grazie a brani estremi ma con quel tocco catchy che non guasta mai all’ascolto. Novità dicevamo: la prima è sicuramente quella che potrebbe far storcere il naso ai puristi del genere, ossia l’uso di parti electro che come nel caso di ‘Combat’ riescono nell’intento di dare ossigeno a composizioni tirate come sempre al limite. Altra grossa sorpresa – ma questa volta in negativo – è la presenza di un brano talmente atipico da risultare completamente fuori posto in un lavoro degli Heaven Shall Burn quale ‘Given In Death’, una specie di ballatona mal riuscita dove la presenza nella parte vocale di Sabine Weniger dei Deadlock non riesce nell’intento di creare l’effetto sorpresa tanto cercato. Ma a dei maestri come loro si può perdonare tutto, compreso un siparietto tutt’altro che consono al loro stile come questo. Ancora una volta la loro supremazia in territorio alternative metal teutonico ed europeo è più che evidente e intatta, facendo fare a gruppi mediocri come i Caliban la solita figura di eterni secondi.
(Eros Pasi)

WHITECHAPEL
‘A New Era Of Corruption’-CD
(Metal Blade)

Metal Blade dopo alcune annate passate in sordina sembra essersi resa conto che per tener testa alla crisi del mercato discografico bisogna per forza fare i conti con le nuove tendenze. Da qualche tempo il trend si chiama deathcore ed ecco allora che la casa discografica losangelina non si è fatta attendere andandosi a prendere due big del settore, Job For A Cowboy e Whitechapel. Parlando proprio di questi ultimi eccoci di fronte al loro secondo lavoro, intitolato ‘A New Era Of Corruption’ e un bel passo in avanti rispetto al debutto ‘This Is Exile’. Nel nuovo episodio a colpire è soprattutto la solidità dei pezzi – tra i più vari finora scritti dal combo – e dal groove possente grazie anche all’ottimo lavoro svolto al mixer. Diversi i generi trattati dal sestetto all’interno del lavoro, si va da partiture tipicamente prog a passaggi molto più violenti quali death, thrash e grind, il tutto senza alcun trauma all’ascolto o cali di ogni sorta. Pur trattandosi di musica estrema i Whitechapel sono riusciti nell’arduo compito di non stufare l’ascoltatore dopo pochi brani, grazie a potenza, cattiveria e quella fame solita di chi vuol crescere in fretta. Unica nota dolente spiace dirlo è la copertina, davvero brutta. Probabilmente non saremo di fronte a un capolavoro, ma stando ai fatti questo gruppo rimane un osso duro contro il quale molti nomi di settore dovranno confrontarsi. Avanti così.
(Eros Pasi)

BLEEDING THROUGH
‘Bleeding Through’-CD
(Roadrunner/Warner)

A detta di molti se ancora oggi parliamo di metalcore, molto lo dobbiamo ai Bleeding Through. Verissimo, in fondo il gruppo di Orange County ha estratto dal proprio cilindro un disco di spessore come ‘This Is Love, This Is Murderous’ e un sequel di tutto rispetto come ‘The Truth’. Dopo di esso ecco la classica svolta dovuta – a detta loro – alla voglia di esplorare nuovi confini sonori (o forse alla fase calante del metalcore? Mah!), e arrivando dritti dritti al NWOAHM di Lamb Of God e soci. Da qui la pubblicazione del discreto ‘Declaration’, disco che non aggiunse nulla di nuovo al DNA dei Bleeding Through se non qualche virtuosismo chitarristico che, francamente, non ha lasciato il segno. Ora ecco il disco omonimo, un passo importantissimo per i Bleeding Through che finalmente sono riusciti a staccarsi da Trustkill per andare a finire in un roster già notevolmente full come quello di Roadrunner. Che dire? Nulla di eclatante visto che a parte qualche variazione stilistica attuata in alcuni brani, il più delle volte sembra di avere a che fare con gli scarti del precedente lavoro! Una sensazione che emerge già dopo l’ascolto dell’opener ‘Anti-Hero’, scoppiettante nel suo incedere tipicamente thrash metal ma purtroppo sporcata dall’uso forzato di quei breakdown che ormai non stupiscono più nemmeno un bambino. A non convincere ci pensa poi anche la splendida tastierista Marta, il cui spazio all’interno della band si fa sempre più misero portandola a ricoprire il ruolo di tappa buchi chiamata a comporre la intro e qualche misera parte di tanto in tanto. Come detto di news qui ce ne sono ben poche, piacciono alcune divagazioni tipicamente black metal e la duttilità vocale del leader Brandan Schieppati, una vera macchina da guerra posta dietro al microfono. La cura maniacale dei brani e la professionalità dei Bleeding Through rimangono intatte, fattori che portano a pensare più a un (lungo) periodo di scarsa ispirazione che a una band alla frutta. In attesa di capirci qualcosa di più appuntamento dal vivo a giugno (Bologna e Roma), dove si potrà tastare dal vivo la validità di questo nuovo lavoro.
(Eros Pasi)

Reviews update

Posted by Salad Days On May - 25 - 2010 ADD COMMENTS

SOULFLY
‘Omen’-CD
(Roadrunner)

Dev’essere stressante far uscire il nuovo disco dei Soulfly quando il mondo intero ti chiede a gran voce la reunion dei Sepultura. Max Cavalera sta provando a fare orecchie da mercante, prima con la finta dei (pur validi) Cavalera Conspiracy, adesso con questo ‘Omen’. Il disco (settimo con la sigla Soulfly) è telefonato fin dalle dichiarazioni promozionali, che lo vogliono far passare come quello più violento mai scritto dalla band. La violenza è palese, ma comunque confinata nei limiti del thrash/death che ben conosciamo: le solite derive hardcore (ad esempio la sfuriata iniziale a nome ‘Bloodbath & Beyond’), il solito groove abominevole (‘Kingdom’), le solite comparsate di amici/ospiti (Tommy Victor dei Prong nella rutilante e crossoverizzata ‘Lethal Injection’, Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan nella sintetica e futurista ‘Rise Of The Fallen’, uno dei pezzi migliori dell’album). La capacità di scrivere composizioni feroci ed insopportabili non si può mettere in dubbio, ma si ha come l’impressione che si vada avanti meccanicamente, senza autentiche spinte creative degne di nota. L’esatto contrario di quello che capitava con i Sepultura nei novanta, quando ogni disco rappresentava un passo in avanti fino al capolavoro ‘Roots’.
(Flavio Ignelzi)

CAST THY EYES
‘We Burn Into The Cold Eyes Of The Sun’-CD
(D.I.Y. Conspiracy)

Davvero affascinante come certe cose possano apparire simili senza mai esserlo veramente fino in fondo. Uno skip veloce su ‘We Burn Into The Cold Eyes Of The Sun’ ed il fantasma dei Converge ti si para inequivocabilmente davanti. In effetti, i punti di contatto fra le due band sono parecchi, eppure c’è qualcosa di estremamente profondo che non permette di prendere il disco di questi Cast Thy Eyes come una semplice e banale copia senza sostanza. Innanzitutto il fatto che siano dei musicisti con la emme maiuscola (e questo si percepisce fin da subito). Poi un suono belluino, registrato in casa propria (Lecce) e masterizzato a New York da Alan Douches (Dillinger Escape Plan, Mastodon, Converge, manco a dirlo). Fatto sta che il massacro sonoro non è evidentemente fine a sé stesso e la personalità del quartetto salentino acquista forma propria senza sforzi apparenti. Un post-core apocalittico ed arrogante, fatto di passaggi punk e grind, architetture scheletriche per quanto immanenti, curve che diventano angoli improvvisi, caos spaventoso nel quale le vocals di Christian Montagna lacerano e strappano. Una vera e propria carneficina che, per essere opera prima, lascia quasi basiti.
(Flavio Ignelzi)

THISORDER
‘Inner Island’-CD
(New Model Label)

L’unica cosa che davvero non capisco di questo ‘Inner Island’, è il posizionamento di ‘Late Empire’, uno dei pezzi più grintosi ed efficaci della raccolta, a chiusura del disco (ignorando evidentemente il giochino sperimentalista della ghost-track). Forse per la teoria che i brani migliori vanno messi all’inizio (per fare bella impressione) e alla fine (per lasciare un buon ricordo)? Fatto sta che questa realtà proveniente da Ischia riesce a convincere senza troppi giri di parole, segno che il loro rock duro percorso da grunge, stoner e hard-psych viene su naturale, come l’acqua termale dell’isola campana. Un po’ Alice In Chains, un po’ Audioslave, un po’ QOTSA, il quartetto di origine partenopea si muove in un ambito abbastanza chiaro e conosciuto, ma non cede mai ai compromessi della faciloneria, anzi cerca di trovare un percorso proprio che lo distingua dai tanti concorrenti omologhi. La produzione sanguigna, frutto della registrazione italiana e della masterizzazione americana (Justin Shurtz presso gli Sterling Sound di New York), segna un punto a loro favore, non accodandosi a suoni già sentiti. Ne viene fuori un lavoro passionale, tagliente, impetuoso, che difficilmente lascerà indifferente.
(Flavio Ignelzi)

LAST DAY BEFORE HOLIDAY
‘Start Living Your Life’-CD
(Wynona)

Se proprio devo dirla tutta, avrei evitato l’uso del vocoder che, non so per quale motivo, mi ricorda inevitabilmente la musica commerciale più tamarra. A parte questo particolare, ‘Start Living Your Life’ suona bene: il punk dei Last Day Before Holiday non è niente di originale (questo bisogna dirlo), ma le melodie californiane dell’album si fanno ascoltare con grande gaudio, e sono a dir poco perfette per la stagione estiva ormai alle porte. I quattro giovani piemontesi viaggiano veloci su ritmiche frenetiche (un po’ à la NOFX), spiattellando armonie degne di New Found Glory o Fall Out Boy. Questo ci dovrebbe chiarire (anche più del monicker) che siamo dalle parti delle deviazioni pop più o meno adolescenziali, ma perlomeno in una confezione che mostra indiscutibile sagacia e ottime capacità. Il disco è fresco e spassoso, riesce nell’intento di non suonare troppo monotono (cosa che capita alla maggior parte dei dischi simili), e dopo qualche repeat risulta anche meno scontato di quel che pare inizialmente. Per questo non mi meraviglierei troppo se riuscisse a ritagliarsi un piccolo posticino di riguardo tra i prossimi tormentoni delle nostre spiagge assolate.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On May - 20 - 2010 ADD COMMENTS

BANDA BASSOTTI
‘Check Point Kreuzberg – Live At SO36 – Berlin’-CD
(Rude)

Per un gruppo come i Banda Bassotti è realmente difficile parlare delle canzoni senza tirare in ballo la fin troppo esplicita inclinazione politica. D’altronde la musica è il mezzo che si sono scelti per combattere la loro battaglia, per diffondere i propri ideali, per far sentire le proprie ragioni. L’ensemble romano sceglie l’SO36 di Berlino come location per registrate il loro secondo live ufficiale (dopo ‘Un Altro Giorno D’Amore’ del 2001), per un concerto che comunque porta ben impresso il marchio Made in Italy, soprattutto perché GianPaolo “Picchio” Picchiami si rivolge al pubblico in italiano. La sfilata di amici & ospiti è considerevole: c’è infatti O’Zulù dei 99 Posse, in quei piccoli inni generazionali che sono ‘Odio/Rappresaglia’, ‘Curre Curre Guagliò’ e ‘Rigurgito Antifascista’, c’è Juanra dei Kop che duetta in ‘Zu Atrapartu Arte’ dei Kortatu, c’è Stefano “Cisco” Bellotti (ex Modena City Ramblers) e c’è l’amico Rude in ‘Guns Of Brixton’ dei The Clash. Non mancano naturalmente tutti i classici della band (‘Avanzo Di Cantiere’, ‘L’Altra Faccia Dell’Impero’, ‘Figli Della Stessa Rabbia’), e non mancano ‘Avanti Popolo’ e ‘Bella Ciao’. E poi abbonda la passione, sempre ardente a dispetto dei vent’anni di attivismo, e abbonda l’energia combattiva del loro ska/punk, ricambiata da una platea entusiasta e partecipe.
(Flavio Ignelzi)

BURY YOUR DEAD
‘Bury Your Dead’-CD
(Victory)

Risalgono al 2008 questi trenta minuti (o poco più) di arrembante metal-core, il primo disco dei Bury Your Dead col cantante Mike Terry (ex Kassius) ed il primo a subire le forti influenze del new-metal, di quello più becero e standardizzato che si sorregge(va) su ritornelli grossomodo orecchiabili. Questo disco auto-intitolato, il primo passo verso una deriva commerciale che lascerà insoddisfatti i vecchi fan, quelli dei primi lavori, risale altresì a prima dell’incidente stradale che condizionerà, in qualche misura, il successivo ‘It’s Nothing Personal’. La band originaria di Worcester, Massachusetts, ha sempre avuto un bel tiro ed è sempre riuscita a picchiare duro, anche se in questo caso parte del merito va certamente alla produzione sfavillante di Jason Suecof (All That Remains, August Burns Red, The Black Dahlia Murder). Il loro metal-core che alterna sincopi furiose a momenti melodici, scream a vocals pulite, brutalità a fruibilità, non è nulla di troppo originale e non riesce a convincere. Persino la comparsata di Mark Tremonti degli Alter Bridge (nel pezzo ‘Year One’) sa di studiato per attirare l’attenzione di un certo pubblico “nu”. Insomma sembra solo un basso mezzuccio per un disco evidentemente non del tutto riuscito.
(Flavio Ignelzi)

THERE FOR TOMORROW
‘A Little Faster’-CD
(Hopeless/Rude)

Non è così strano guardare ai There For Tomorrow con un pizzico di sospetto. Vengono fuori come migliore band emergente da una competizione organizzata da mtvU, il Woodie Award, che premia la musica ascoltata nei college e votata dagli studenti stessi. Questo ‘A Little Faster’ è il full-length di debutto su Hopeless Records, sebbene abbiano già registrato un disco autoprodotto nel lontano 2004 e un paio di e.p. sostanzialmente promozionali. Se si prova ad ascoltare la title-track, ci si rende conto di come riesca ad inglobare con precisione certosina tutte le caratteristiche che deve possedere un singolo di successo: orecchiabilità adolescenziale, un po’ di chitarrina, un po’ di energia, voce caruccia. Facce da modelli e pettinature scolpite nel vento, faranno di certo impazzire le ragazzette di mezzo mondo, molto più che per il loro pop-punk spruzzato di alternative. Il produttore David Bendeth (Paramore, All Time Low, Breaking Benjamin) è una garanzia di successo, bazzicando esattamente in quell’ambiente ed assicurando una buona qualità globale. Non so se i quattro giovani floridiani sanno anche suonare qualche strumento (non ci giurerei), ma sono certamente meglio dei Tokyo Hotel.
(Flavio Ignelzi)

THE TOSSERS
‘Gloatin’ And Showboatin’ – Live On St. Patrick’s Day’-CD
(Victory)

Se c’è uno spettacolo imbattibile per il coinvolgimento e la baldoria di gruppo che è in grado di generare, quello è certamente un concerto di musica celtic-punk, di quella suonata con passione e trasporto. Di questa particolare categoria fanno parte i chicagoani The Tossers, i quali rappresentano il meglio che il genere è riuscito a proporre in questi anni, tanto da poterli affiancare per importanza ai vari Dropkick Murphys, Flogging Molly e The Real McKenzies. Questo ‘Gloatin’ And Showboatin’: Live On St. Patrick’s Day’ non è il loro primo live, ma è sicuramente un prodotto che trasuda sudore, slancio, voglia di divertirsi, anche perché è stato registrato al Metro di Chicago, davanti al pubblico amico. Dall’inizio alla fine, per quindici tracce e settantuno lunghi minuti ad alto tasso alcoolico, è un susseguirsi di Oi!-Core, Irish-Folk, Punk-Rock senza soluzione di continuità, con il violino di Rebecca Manthe ed il flauto di Aaron Duggins a guidare le danze. Senza l’utilizzo di strumenti elettrici, accompagnati dai cori ubriachi di una platea in estasi, i Tossers non si risparmiano un attimo, snocciolando le loro canzoni arrembanti cariche di ironia e dense di temi sociali, ma preservando un forte sapore tradizionale. Che altro dire? Buttatevi nella bolgia.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On May - 13 - 2010 ADD COMMENTS

BLAKE
‘I Was Young In The 90′s’-CD
(No Reason)

‘Years’ è l’inizio ed il suo melodic-punk è talmente limpido e trascinante da non dare adito a dubbi su cosa sia il progetto Blake e quali siano le sue potenzialità di incantare e di affermarsi. Per capirci stiamo parlando di uno di quei dischi che (il titolo lo esprime fin troppo apertamente) sarebbe potuto uscire nei tardi anni novanta con gioia e giubilo di tutti, quando il pop-punk significava California ed il prefisso “emo” non era un’ingiuria; belle canzoni (perché di canzoni stiamo parlando) mitigate da quel po’ di adolescenzialità che definire college-rock sta a significare una precisa categoria musicale, questa sorta di Seed’N’Feed meets Satanic Surfers meets No Use For A Name meets Miles Apart meets qualcosina di Propagandhi (non è mia, ma la condivido in toto) che sulla breve distanza spacca di brutto e sulla lunga non necessita dell’insulina a portata di mano per resistere. Il combo bresciano possiede i numeri giusti, maturati col tempo (è attivo dal 2002) e con la pratica (questo è il terzo full-length), ma rischiano di passare inosservati in una scena perennemente sovraffollata. Voi seguite un consiglio e fatevi un favore: procuratevi questo ‘I Was Young In The 90’s’. Mi ringrazierete.
(Flavio Ignelzi)

RED I FLIGHT
‘The Years’-CD
(Victory)

Di certo non sono dei campioni di personalità, questi Red I Flight, però (porca miseria) quanto bastonano. Il quintetto del Michigan, qui al suo debutto su Victory, può genericamente rientrare nel calderone ribollente del death-core, prediligendo delle soluzioni sonore vicine a quelle della scena tradizionale scandinava, ammodernate un po’ nei suoni e rese per questo ancor più detonanti. Nonostante il vocalist Josh Robinson esibisca dei growls particolarmente gutturali e cavernosi, sono i due chitarristi Eric Gerloff e Matt Earp a ricoprire il ruolo di veri protagonisti, diversificando il loro lavoro in maniera egregia, dal groove al wall of sound, fino alla tessitura di trame incrociate quasi neoclassiche. Come in ‘Vigo The Carpathian’, ad esempio, una delle tracce più efficaci, che esibisce un coinvolgente retrogusto folk nordico. La produzione impeccabile di Jamie King (Between The Buried And Me, He Is Legend, Secret Lives Of The Fremasons) assicura un impatto distruttivo e permette ai Red I Flight di entrare in competizione con i gruppi simili già famosi ed affermati. ‘By The Beard Of Zeus’ chiude, con il suo riffing solenne e spaventoso, questo ottimo esordio che certamente saprà fare proseliti.
(Flavio Ignelzi)

AS I LAY DYING
‘The Powerless Rise’-CD
(Metal Blade)

Considerato il loro percorso in costante ascesa, sotto il profilo tanto della notorietà quanto della influenza sulle band più giovani, era prevedibile che gli As I Lay Dying giungessero ad una sorta di disco-culmine. ‘The Powerless Rise’ (quinto album in quasi dieci anni di carriera) lo rappresenta abbastanza fedelmente, smentendo nel titolo quello che è nei fatti: un disco potente e monolitico, nonostante continui il percorso iniziato col precedente ‘An Ocean Between Us’, che tanti nasi aveva fatto storcere tra gli oltranzisti del genere metal-core. Il pericolo, per una band sotto i riflettori di stampa e pubblico, era quello di sembrare intenzionata ad acquisire ulteriori consensi popolari (attraverso le vocals clean ed i giri melodici), rischiando di smarrire il suono e lo spirito iniziali. Invece, per recuperare critica e fan, il combo cristiano ha optato per un innalzamento del livello di violenza, affidandosi alla produzione deflagrante del fidato/esperto Adam Dutkiewicz (Killswitch Engage, All That Remains, From Autumn To Ashes), senza rinnegare le scelte che avevano caratterizzato il capitolo precedente. Ne è venuto fuori un album che riesce ad essere brutale, ma non indigesto; martellante, ma non ignorante; melodico, ma non commerciale. Insomma, quasi la formula perfetta del metal-core moderno.
(Flavio Ignelzi)

I GOT A VIOLET
‘Backwash’-CD
(New Model Label/Audioglobe)

Gli I Got A Violet riescono a lanciarsi oltre l’ostacolo promulgando una sintesi tra istanze garage d’annata, psichedelica spicciola e beat anni sessanta capace in qualche modo di riallacciare i contatti ossidati del modernariato rock alla centralina esausta del revivalismo. Con tutto ciò che questo comporta: siano gli spurghi elettrici di ‘Priest Pube’, siano le fregole post-punk di ‘Swing Swang’ (che è pure il primo singolo del disco), fino all’accessibilità glam che non è assertività di ‘Brand New Dance’. Con un modus operandi che guarda al passato senza troppa soggezione, e una scrittura abile a ravvivare circostanze altrimenti desuete, la band veneta procede dinoccolata rivelando le potenzialità di uno sghembo pop che potrebbe piacere ad una platea potenzialmente molto ampia. Patchwork di reminiscenze fino a poco tempo fa considerate scarti di evoluzione, trascinati dalla corrente e accumulati dalla risacca del titolo, lo-fi per natura ed ispirazione, l’album recupera idee ed ispirazioni dal passato per creare il nuovo ed il fresco che è il presente, tra Pavement e Beatles, Sonic Youth e Stooges. In chiusura, a suggellare la scaletta arriva pure l’impennata di watt a titolo ‘Junky’s Elevator’, come a dire: aspettatevi cose anche più rumorose. E noi le aspettiamo con piacere.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On May - 7 - 2010 ADD COMMENTS

G.O.D.
‘Generation On Dope’-CD
(Bagana)

Che fatica intuire da che parte vogliano andare a parare questi G.O.D. (acronimo che sta per Generation On Dope). Di certo il loro è un rock’n'roll figlio dei nostri tempi. Diremmo “modern metal”, per usare un’espressione oggi tanto in voga ma che non chiarisce niente e che può condurre fuori strada. Potremmo paragonare il quartetto varesino ai Motley Crue, se non si percepisse nelle loro corde anche qualche istanza più vicina al metal cosiddetto “nu”, persino al grunge di ultima generazione. E’ comunque una musica sferzante, energ(et)ica, con un’attitudine “street” che rimanda al Sunset Boulevard di vent’anni fa (lacca, tatuaggi, donne, motori), nella quale le istanze più incazzate si (con)fondono a partiture di sporco glam. L’album comunque appare un po’ sfilacciato nelle sue dodici tracce (più bonus-track), altalenante e poco coeso (soprattutto quando entra in gioco l’elettronica e la dance). La band non è proprio di primo pelo (ex Razzle Dazzle) e quindi certe scelte non si spiegano solo con l’ingenuità del debutto. Forse bisogna calibrare le ispirazioni e chiarire gli obiettivi. Ultima annotazione: la confezione è magnifica, con la copertina che evoca le schiere celesti e la musica che puzza di zolfo.
(Flavio Ignelzi)

THE NATURAL DUB CLUSTER
‘Neg|Entropy’-CD
(Alambic Conspiracy)

Abbastanza espliciti fin dalla scelta del monicker, i The Natural Dub Cluster si presentano con un lavoro d’esordio confinato all’interno di un reggae/dub di realizzazione elettronica, non così sofisticato o anomalo da destare troppa curiosità. Otto composizioni più tre remix che sembrano tutte un’unica variazione della stessa idea: battuta bassa in levare, effetti electro, giri circolari ed infiniti, strumentazione sintetica. Quando ci si distacca (relativamente) da questo ossessivo paradigma (tipo in ‘Equilibrium’), si riconoscono anche altri pattern di scrittura e qualche soluzione più accattivante. Altrimenti si ha l’impressione di girare a vuoto, in cerchio, nonostante l’utilizzo di qualche voce femminile (Isma, cantante degli Almanacer, e Liv, cantante dei Liv’n'Symposium), di un sassofono (suonato da Vale, già collaboratore dei Genevieve e degli Obelisco Nero) o di un didjeridoo (suonato da Scajot). Il progetto dei fratelli Giallu e Fede, di base a Recanati, è evidentemente qualcosa più di un semplice disco, considerato che prevede anche una componente visiva, ma per il povero ascoltatore occasionale (come il sottoscritto) risulta comunque eccessivamente ripetitivo. Aspettiamo sviluppi futuri perché le potenzialità ad ogni modo appaiono intriganti.
(Flavio Ignelzi)

UTOPIA
‘Ice And Knives’-CD
(Anteo)

Gli Utopia hanno coraggio a cimentarsi con un genere così inflazionato e così competitivo come il metallo progressivo. Inflazionato perché la categoria è fin troppo affollata con la lista delle band che si allunga ogni giorno di più; competitivo perché è necessario possedere una competenza tecnica non indifferente per poterlo scrivere e suonare degnamente. Il quintetto romano dimostra di essere certamente competitivo: si accoda alle direttive impartite anni addietro dai soliti Dream Theater e Fates Warning, ma pone l’accento su una componente tipicamente fusion che lo riesce a far distinguere dai tanti gruppi simili. Così, accanto a armonie manifeste, cambi di tempo continui, assoli virtuosistici e architetture sonore intricate, troviamo anche le tipiche inflessioni del jazz. Certo, all’interno di ‘Ice And Knives’ sono presenti anche situazioni più semplici, come l’heavy martellante di ‘Walk Alone’, con la partecipazione del bravo chitarrista Marco Sfogli (James LaBrie, Magni Animi Viri), o il pomposo lentone ‘Blue’. Il colpaccio potrebbe essere realizzato con ‘Bad’, cover del celebre hit di Michael Jackson, che possiede i giusti appigli commerciali per far parlare di sé e arrivare ad un pubblico che non è di soli progster. Staremo a vedere.
(Flavio Ignelzi)

YOKOANO
‘Yokoano’-CD
(Canapa Dischi)

Non sono né emergenti tantomeno sprovveduti, questi Yokoano. Innanzitutto perché sono guidati da Daniele “Dani” Marceca, da sempre cantante/chitarrista dei Pornoriviste (storico act punk-rock nostrano), che non è certo il primo arrivato; in secondo luogo perché rappresentano la prima uscita ufficiale della Canapa Dischi, etichetta creata dai Punkreas che intende muoversi ed agire senza barriere di genere, e quindi non concentrandosi soltanto all’interno del conosciuto ambiente punk/ska. Questo disco d’esordio degli Yokoano ne è l’esempio più lampante. Il trio comasco sciorina undici tracce che posseggono senza dubbio un cuore hardcore, soprattutto come attitudine, ma che mostrano corazze metal nell’uso delle chitarre e un’ispirazione decisamente crossover (nel senso più letterale del termine, cioè “incrocio di generi”). Da questo punto di vista, l’album ha certamente raggiunto un primo proposito: quello di risultare non facilmente catalogabile. Ma il disco è anche e soprattutto una buona collezione di canzoni, come ‘Vengo Dal Vuoto’, ‘U.O.M.O.’ o ‘Voglio La Guerra’, dalla scorza dura e dalla struttura tutt’altro che banale. E si percepisce pure un processo di maturazione in atto che potrebbe portare a interessanti sviluppi.
(Flavio Ignelzi)

AIRBOURNE
‘No Guts. No Glory’-CD
(Roadrunner Records)

Ritornano gli australiani Airbourne e fin dall’inizio si può notare come fedeli al motto “squadra che vince non si tocca” ci ripropongono lo stesso modus operandi che li ha rivelati l grande pubblico con ‘Running Wild’, fortunato disco d’esordio: sano e robusto hard rock che prende leggermente in “prestito“ qualche idea dai loro connazionali fratelli Young. In questo secondo lavoro, per fortuna non c’è stato il temuto addolcimento dei suoni, di contro però mancano quelle tre o quattro hit che si elevavano a cavalli di battaglia, come è stato nel loro primo lavoro e che sono diventate dei veri inni; oggi i brani risultano più omogenei, comprese le cinque bonus track. La mia favorita è ‘Bottom Of The Well’ che possiede un’anima diversa rispetto alle altre, più cadenzata e sicuramente più ragionata; il turismo del narcos in ‘White Line Fever”non suona male e il singolo ‘No Way But The Hard Way’ possiede il giusto refrain per rimanerti in testa: potente e orecchiabile allo stesso tempo. Possiamo discuterne per giorni sull’ originalità di questi Airbourne ma un dato resta incontrovertibile: sono stati L’UNICO gruppo a suonare questo tipo di musica e a sfondare negli ultimi anni sulla scena internazionale. Se questo avviene c’è sempre una ragione valida; la band dei fratelli O’Keeffe offre una musica che piace a tutti per la sua semplicità, inizi a scuotere la testa e non ti fermi più: il rock’n’roll è puro divertimento…ragazze, amici, birre e casino, il resto sono solo chiacchere: ”kickin’it old school”.
(X-Man)

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Posted by Salad Days On April - 27 - 2010 ADD COMMENTS

VVAA
‘Take Action Volume 9’-CD
(Hopeless/Rude)

Il nono volume della compilation ‘Take Action’ si prefigge di perorare la causa dell’organizzazione no-profit “Do Something and Driving for Donors”, nata dall’attività del giovane Pat Padraja, al quale è stata diagnosticata qualche anno fa una grave forma di leucemia, e che gira gli Stati Uniti alla continua ricerca di donatori di midollo osseo; attività che gli è valso il premio “Viewers Choice CNN Heroes” ed il riconoscimento “Leukemia and Lymphoma Society’s Boy of the Year” per il 2008. Una percentuale della vendita di questa raccolta (e del tour che ne seguirà, con We The Kings, Mayday Parade, A Rocket To The Moon e There For Tomorrow) verrà devoluto dalla Hopeless Records (attraverso la propria organizzazione benefica Sub City) affinché l’azione di Pat Padraja venga svolta per molto tempo ancora. Parlare di musica diventa pressoché superfluo, a questo punto. Sappiate che la compilation comprende due cd pieni zeppi di canzoni (perlopiù inedite, o versioni alternative), ed i generi presentati sono quanto di più eterogeneo si possa immaginare. Si parte con la cover acustica di ‘The Middle’ dei Jimmy Eat World da parte dei floridiani We The King, e si arriva al metalcore degli August Burns Red, passando per la follia crossover degli I Set My Friends On Fire e per una piacevole versione remix di un pezzo dei Bring Me The Horizon. Certo, gran parte del materiale in scaletta è commerciale ai limiti dell’umana sopportazione, e difficilmente interesserà coloro i quali sono abituati a sonorità ben più hard. Ma per un fine così nobile si può di certo sopportare anche il più insulso dei motivetti pop.
(Flavio Ignelzi)

TONY SLY
‘12 Song Program’-CD
(Fat Wreck)

Un primo assaggio ce lo siamo già gustato qualche anno fa, all’uscita dello split acustico con Joey Cape (‘Acoustic’, appunto, del 2004). Nessuna meraviglia, quindi, per questo ’12 Song Program’, disco solista senza spina del cantante dei No Use For A Name e collezione di canzoni in cui tutta l’attenzione viene concentrata sulle chitarre e sulle voci. Voci, al plurale, perché non c’è solo quella di Tony Sly a dominare il proscenio, ma anche il contraltare femminile rappresentato dalla brava Karina Denike (The Dance Hall Crashers), che gli tiene testa in molti brani. Il tono cantautorale incombe inesorabilmente su tutto l’album, ma l’impressione prevalente è che si abbia a che fare con un power-pop arrangiato con metodi differenti (a partire dalla strumentazione legni & corde). Non parlerei neanche di folk, a questo punto, ma semplicemente di una modalità alternativa di esposizione: i contenuti (cioè i dodici pezzi del disco) si muovono esattamente nello stesso mondo che già conoscevamo in versione elettrica, con una naturale predilezione per le ballate e le ninnananne. Ciò non toglie che il disco sia un piccolo gioiellino intimo ed intenso, ora fragile ora allegro, e si riesca a gustare anche senza essere fan dei NUFAN.
(Flavio Ignelzi)

THE LOOTERS
‘Bankrupt’-CD
(The Looters)

Per il garage/rock’n’roll l’autoproduzione è una soluzione tutt’altro che disprezzabile, considerate le tipicità sonore del genere. Se poi si aggiunge la possibilità di usufruire gratuitamente del prodotto musicale, la proposta diventa a dir poco allettante e degna di menzione. I milanesi The Looters escono con il loro primo disco in totale autonomia, mettendolo a disposizione sul web (www.thelooters.it, ma anche su iTunes Store o Amazon) e puntando esclusivamente sulla propria capacità di coinvolgere l’ascoltatore. Zero immagine (forte la copertina in cartone da imballaggio!), solo r’n’r. Quello che colpisce è la loro attitudine “sesso, sudore e benzina”: più o meno i poster con le bionde tettone dei camionisti messi in musica. Naturalmente non è tutto divertimento e goliardia: ‘Al Quaeda’s Age’ ne è l’esempio, con un testo duro ed esplicito. Musicalmente, invece, le coordinate non si discostano troppo da un garage/punk irruente ed essenziale, privo di sovrastrutture e di timori reverenziali. Ma da quattro loschi figuri che si fanno chiamare Teddy Dynamite (voce & chitarra), Howlin Django (chitarra), Bomber Baker (basso) e Mr Hippy (batteria) non ci si poteva attendere altro. Ora, le parole stanno a zero: scaricate il disco, ascoltatelo e diffondetelo.
(Flavio Ignelzi)

SPEEDJACKERS
‘Favourite Sons’-CD
(New Model Label/Audioglobe)

La febbre rock’n’roll si sparge per l’Italia e raggiunge Vicenza con la band a nome Speedjackers, sestetto già titolare di un paio di e.p. usciti negli anni passati (‘Feeling You’, ‘Secularization’). Le loro facce da bravi ragazzi non devono ingannare: ‘Favourite Sons’ è un concentrato di energia che allarga amorevolmente le braccia per accogliere il punk così come il southern. Gli arrangiamenti sono classici, proprio per questo epidermici, ma anche curati nei minimi dettagli (tipo nella splendida ‘No Heroes’). Il gruppo si mette in luce soprattutto per le chitarre affilate, anche quando lo schema si avvicina a quello della ballata (la notevole ‘Wild Side’), e per gli irresistibili attacchi di matrice quasi scandinava tipo Hives/Hellacopters (‘I’m Not A Superman’). L’utilizzo dell’italiano non sembra adattarsi bene alla loro miscela sonora (‘Recidivo’ è una sfuriata sostanzialmente monolitica, ‘Non Saremo Qua’ non riesce a convincere come le altre) e il rude piglio garage-rock dei vicentini si presta molto di più alla formula internazionale di derivazione americana nonché sudista (‘A Little Boom’), per un disco che scorre gradevole ed intrigante, con un numero elevato di canzoni riuscite.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On April - 20 - 2010 ADD COMMENTS

DAILY GRIND
‘Until The End’-CD
(This Is Core Music/Andromeda)

Nostalgici dell’hardcore melodico californiano fatevi avanti, qui c’è pane per voi. Sì, perché a quanto pare il sole della California sembra essersi spostato sulla Calabria, terra d’origine dei Daily Grind e del loro EP d’esordio ‘Until The End’. Partiamo subito col dire che se siete alla ricerca di qualcosa di innovativo qui siete sulla strada sbagliata, questi giovanissimi musicisti sono cresciuti ascoltando gente come Nofx e No Use For A Name, nomi abili a far saltare platee più che a scrivere album indimenticabili. E questa sembra essere anche la loro strategia, ossia scrivere canzoni a tratti scolastiche ma capaci se non altro di divertire una volta presentate dal vivo. Sei i brani contenuti in questo debutto, valido per quel che concerne lo sviluppo del sound (rispetto alla maggior parte dei dischi di settore qui perlomeno c’è una ricerca e cura del riffing) e delle liriche (l’abilità del cantante è di sicuro un punto a loro favore), ma discutibile per quel che riguarda la registrazione, fin troppo piatta e artigianale. Pregi e difetti classici di un esordio discografico insomma, ma quel che importa è che in casa Daily Grind le basi per fare bene in futuro ci sono, ora spetta a loro trarne benefici.
(Pietros “true blood” Fasty)

ROLO TOMASSI
‘Cosmology’-CD
(Hassle Records/Rude)

Look essenziale da bravi scolaretti inglesi e anima malatissima, questo sono in poche parole i Rolo Tomassi. Una band che si è fatta largo grazie al buon debutto ‘Hysterics’, album che si fece apprezzare grazie al suo strambo mix electro/mathcore. Da allora i cinque di Sheffield non sono poi cambiati molto, hanno acquisito esperienza suonando in giro per il mondo, hanno goduto di quella fama che i giornali d’Oltremanica sono soliti dare a tutte le loro band locali e oggi si ripresentano più in forma che mai con ‘Cosmology’, produzione che concede il termine “brutto” solamente all’artwork poco ispirato. Rispetto al passato da evidenziare è soprattutto il cambio di registro operato dalla graziosa cantante/urlatrice Eva “Hottie” Spence, capace di sbraitare come una forsennata dal primo all’ultimo minuto del disco e focalizzando su di sé l’attenzione dell’ascoltatore. Musicalmente il disco è sicuramente più maturo e pesante del suo predecessore, molto più vario nelle soluzioni e live oriented. Caratteristiche queste che troviamo sin dalle prime battute di ‘Katzenklavier’, intro nintendocore che lascia poi spazio alla furia di ‘Agamemnon’ e della già citata Eva, il cui screamo è qualcosa di veramente valido nonché a tratti molto black metal nell’animalesca interpretazione. Furia che va pian piano scemando verso la parte finale, dove troviamo brani più electro e melodici come ‘Kasia’, ‘Tongue In Chic’ e ‘Cosmology’, utili se non altro a far capire all’ascoltatore che i Rolo Tomassi non sono solo violenza gratuita ma bensì una creatura dai mille volti. D’altra parte lavorare con un produttore/DJ come Diplo (M.I.A., Santogold…) alla fine porta sempre a certi effetti. Un disco piacevole (per chi ascolta questo tipo di musica ovviamente) e coraggioso.
(Eros Pasi)

SO MANY DYNAMOS
‘The Loud Wars’-CD
(Vagrant/Rude)

I So Many Dynamos dall’Illinois sono in giro dal 2002 e nonostante ciò nell’ambiente rock internazionale si è parlato ben poco di loro. E se ciò accade solitamente un motivo ci deve essere in fondo no?! In questo caso sì, ossia che questa indie rock band ha davvero poco da offrire agli amanti del genere se non i soliti motivetti 70s e un uso fortunatamente mai invasivo di tastierine. Una cosa che viene da chiedersi ascoltando il loro esordio su Vagrant è cosa ci facciano nel roster di questa etichetta, lontani anni luce dalle classiche produzioni della label e privi di quegli elementi capaci di rendere un nome nuovo in qualcosa di interessante. Questo ‘The Loud Wars’ in fondo nient’altro non è che un tributo alle sonorità 60/70s, registrazione in presa diretta, suoni scarni e un susseguirsi di motivetti a tratti persino dance che faranno felici gli amanti di questo filone artistico. Cosa salvare di questo lavoro? Difficile dirlo, sicuramente se i So Many Dynamos fossero venuti fuori una quarantina d’anni fa oggi saremmo qui a parlare di una band capace di fare storia nel suo genere, ma sfortuna vuole che siamo nel 2010 e di roba simile il mondo ne è pieno. Se anche voi siete stufi di questo filone nostalgico la scelta di guardare altrove potrebbe rivelarsi azzeccata.
(Pietros “true blood” Fasty)

TICKING BOMBS
‘Crash Course In Brutality’-CD
(Concrete Jungle/Masterpiece)

Quando nelle tue vene pulsa la passione per ciò che fai, stai sicuro che lo farai bene. Questo sembra essere quello che hanno pensato quattro amici svedesi una decina di anni fa al momento di mettere in piedi i Ticking Bombs, un gruppo unito solamente dall’amore per il punk rock visto che, in quegli anni, nessuno dei membri aveva la minima idea di come si suonasse uno strumento. Col passare del tempo fortunatamente la situazione è migliorata, al punto che dopo diverse autoproduzioni i nostri sono persino riusciti a farsi produrre. E sapete che vi dico? Che sono pure validi all’ascolto! ‘Crash Course In Brutality’ prende tantissimo dallo stile dei loro connazionali Bombshell Rocks, ossia punk rock di strada diretto e senza troppi fronzoli, fatto di velocità sostenute e canzoni capaci di far infuocare il pit dal vivo. Undici brani capaci di dar la giusta carica a chi li ascolta, dove l’uso di cori e ritornelli easy listening hanno quel gusto Oi! che non dispiace affatto, così come la scelta di chiamare spesso e volentieri in causa Exploited e Agnostic Front come fonti d’ispirazione. Un approccio hooligan style che viene fuori forte soprattutto nei testi, fatti di violenza, racconti di strada, odio per le uniformi e tutto ciò che porta una persona a combattere per i propri diritti. Una mezzora scarsa di punk rock fatto come si deve, senza peli sulla lingua e sicuramente poco commerciale alle orecchie degli amanti del sound a stelle e strisce. Serve altro per convincervi a dare una chance a questi Ticking Bombs?!
(Pietros “true blood” Fasty)

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Posted by Salad Days On April - 8 - 2010 ADD COMMENTS

THE SHOTBLOCKERS
‘Remember The Name’-CD
(Countdown)

Ogni appassionato di hardcore/hip-hop newyorchese dovrebbe già essere a conoscenza della all-star band a nome The Shotblockers. Soprattutto perché la lista di MC che partecipano al progetto è importante e nutrita: Danny Diablo, G Fella, CeeKay Jones, Hoya Roc, Grizz Rock, Panic, Skam Dust & Puerto Rican Myke (e ci fermiamo qua), accompagnati ai piatti da gente tipo DJ Stress, DJ Spae, Damian Burnz. Il singolo ‘On The Wild Side’, che vede la partecipazione di Hoya Roc dei Madball, Skam Dust dai Son Of Skam e il mastermind Danny Diablo aka Lord Ezec, è fin troppo esplicativo su tutto ciò che viene evocato dai cinquanta minuti di questo ‘Remember The Name’: tute e canotte, catene d’oro al collo, tatuaggi e mazze da baseball, gang di quartiere, graffiti che marchiano i muri, guerriglia urbana. Niente di tranquillizzante, quindi, cioè loop oscuri (‘Do You Know’), rime violente, invettive che non hanno peli sulla lingua (a cominciare dal manifesto programmatico ‘I’m A Shotblocker’), fino a quella chitarrina lì che sta a ricordare che la musica dura non conosce steccati (‘Breathe Evil’). Questo è il vero street-rap indipendente della Grande Mela, e vale molto più di 50 Centesimi.
(Flavio Ignelzi)

ODDISSEE,
‘Traveling Man’-CD
(Mello Music Group)

Se non hai mai ascoltato Oddisee, allora ‘Traveling Man’ potrebbe essere un buon modo per conoscere la sua musica. In questo doppio vinile prodotto dalla Mello Music Group potrete trovare tutte le caratteristiche peculiari dell’artista e del collettivo di cui fa parte. La Mello Music Group si definisce come la Lao Tzu dell’hip hop (potete andare nel loro myspace per leggere la brillante definizione che danno di loro stessi) e, a dire il vero, il paragone calza abbastanza. Non tanto per le influenze orientali, che soprattutto in Oddisee vengono a mancare, quanto per l’aria tranquilla e l’atmosfera “polleggiata” che si respira. Tutte le ventiquattro strumentali di ‘Tavelling Man’ scorrono piacevolmente. E ci si trova catapultati da un campione di film a uno di classica senza accorgersene, da un groove dub step a uno più hip hop senza sentirne quasi la differenza. Degno dei suoi compagni di etichetta, Dudley Perkins e Georgia Anne Muldrow, Oddisee si lascia ascoltare anche sottovoce, privilegiando melodie da camera ai ritmi club fin troppo invadenti. Tutto perde i propri contorni, e così anche la colonna sonora di un poliziesco anni settanta diventa attuale al ritmo sincopato delle batterie elettroniche e dei synth analogici; in quel viaggio omerico che si trasforma in naufragio musicale ai limiti del genere. Un’odissea, appunto.
(Andrea Mazzoli)

ERYKAH BADU
‘New Amerykha Part Two (Return of the Ankh)’-CD
(Universal Motown)

Ogni volta che esce un nuovo disco di Erykah Badu, sento di gente che farebbe di tutto per sposarla. Il che è anche comprensibile, visto che la regina del nu-soul ha una sensualità unica e una voce capace di ipnotizzare anche l’ascoltatore più a digiuno di jazz e black music. A differenza del precedente ‘New Amerykha’, in questo ‘Part Two’, Erykah si allontana dalla politica per indagare sull’aspetto più intimo del sociale, e cioè i rapporti tra uomo e donna.
Sarebbe sufficiente il nome dell’etichetta discografica per farsi un’idea sul sound del disco: Universal Motown. Motown, esattamente come la leggendaria casa discografia di Marvin Gaye, The Supremes e Jackson 5, ‘New Amerykah’. Questo ‘Part Two’ suona sporco e caldo, con rullanti pesanti e melodie avvolgenti tipiche di quel suono anni Settanta che ha influenzato tutta la musica a venire. La relazione con la Stone Throw diventa quasi ovvia. Infatti lo stesso Madlib, e l’immancabile J Dilla, parteciperanno alla caratterizzazione di una ricerca musicale che vede nell’attualizzazione del sound Motown il proprio punto d’arrivo. ‘New Amerykha Part Two (Return of the Ankh)’, dove Ankh è ‘antico simbolo egizio che indica la vita e il fine di tutte le cose, è un disco che non parla d’amore ma di rapporti. Difficoltà reali che l’amore incontra ai nostri giorni, degli sbagli che le coppie commettono, delle speranze e delle aspettative, con tutta la femminilità e il romanticismo di una delle artisti black migliori di tutti i tempi.
(Andrea Mazzoli)

9th WONDER & MURS
‘Fornever’-CD
(Smc Recordings)

A 9th Wonder non basta la sua cattedra al North Carolina University o le mille collaborazioni nei dischi di Sadat X, Nas, e Erykah Badu. Non gli basta nemmeno aver riportato in auge un certo stile nel comporre musica, o l’aver creato un nuovo standard già con le prime produzioni dei Little Brother. No, a lui la musica piace farla. E, soprattutto, piace farla con gli amici. ‘Fornever’ è il quarto disco della strana coppia 9th Wonder & Murs. Il producer del North Carolina e l’mc californiano, si incontrano di nuovo per quello che è un progetto particolarmente fresco e senza grandi pretese, fatto per divertire e per divertirsi. Certo è che, con due mostri come 9th Wonder e Murs, il divertimento non va mai a discapito della qualità. E anche se le dieci tracce del disco non gli danno la lunghezza necessaria per essere annoverato tra gli acquisti a costo della vita, alcuni pezzi meritano di essere ascoltati in loop. Primo tra tutti ‘Cigarettes & Liquor’, un inno alla capacità creativa, che l’ironia accattivante di Murs e il beat mozzafiato di 9thWonder rendono davvero irresistibile. Alla faccia dei salutisti.
(Andrea Mazzoli)

THE BLACK KEYS
‘BlacRok’-CD
(BlacRok)

Dopo ‘Attak’ e ‘Releases’, i Black Keys continuano il loro tour nel mondo dell’hip hop, e se per il fortunatissimo disco del 2008 hanno coinvolto le idee geniali del producer Danger Mouse – quello dei Gnarls Barkley, per intenderci -, con ‘BlacRok’ chiamano a raccolta un vero e proprio esercito di rapper. Mos Def, Ludacris, RZA, Q-Tip, Pharoaeh Monch, sono solo alcuni degli artisti coinvolti in quello che è sicuramente uno dei dischi migliori del 2009. E proprio a due passi dalla fine. Il duo garage blues di Ohio ci catapulta in sonorità ruvide, tipiche del batterista Patrick Carney e del cantante/chitarrista Dan Auerbach, dipingendo già dal primo ascolto un hip hop a dir poco atipico. Soprattutto se confrontato con la tendenza del momento. Le voci degli MC si fondono perfettamente con i riff psichedelici vicini alle esperienze crossover di molti di loro – Pharoaeh Monch ha cantato con i Linkin Park, Q-Tip con i Chemical Brother e Mos Def è così poliedrico da non essersi mai fermato su un solo genere. Eppure, ‘BlacRok’ non è un disco rock. L’aria che si respira è quella dell’hip hop più originale. Quello dei Wu Tang alla prima maniera, quando il gruppo di RZA portò in auge un meltin pot musicale fatto di colonne sonore, rock psichedelico e funk, destinato a travalicare il confine del genere, anzi, a dimostrare per primo che certi confini non esistono. Se credete che l’hip hop sia solo auto-tune e sintetizzatori, allora ‘BlacRok’ è il disco che fa per voi: sarà un piacevole salto fuori dalla corrente, senza, però, cadere in facili intellettualismi.
(Andrea Mazzoli)

Clichè – Resume – mostra e tour

Posted by Salad Days On April - 7 - 2010 ADD COMMENTS


Résumé, Cliché Skateboards

Mackenzie Eisenhour, Ginko Press, 316 pagine, inglese

www.gingkopress.com

Per i profani, Cliché è tra i più longevi e conosciuti marchi skateboard europei, fondato 13 anni fa da Jeremie Daclin, che – disilluso dallo skate business statunitense – decise di creare una company che potesse competere con i più popolari concorrenti d’oltreoceano, pur rimanendo di casa a Lione. Compito di Résumé è riepilogare come questo obiettivo sia stato raggiunto, documentandolo con un’ampia retrospettiva fotografica e con il ricordo di decine di trovate commerciali, dall’ambizioso giro del mondo che permise l’uscita del video Bon Appetit, ai numerosi gipsy tour, “viaggi di lavoro” a basso budget che hanno forgiato il team (Lucas Puig, JB Gillet, Ricardo Fonseca, Andrew Brothy, Joey Brezinski…) come 5 anni nella legione straniera. Se il Best Team Award ricevuto dalla rivista Transworld Skateboarding (da cui proviene il curatore Eisenhour) nel 2006 e le numerose collaborazioni (Lakai innanzitutto, UXA, Huf, Nike…) legittimano l’ascesa internazionale della company, per capirne lo spirito basta guardare la lunga carrellata di immagini, dalle foto del fedelissimo Olivier Chassignole, che ha curato un paio di altre uscite editoriali legate a Cliché (Rendez-Vous e A little book about…), alle curiose angolazioni di Fred Mortagne, regista anche dei fondamentali Menikmati (Es) e Sorry (Flip). Finalmente un buon documento, eccellente anche nella sua presentazione, sullo skateboarding più contemporaneo ed europeo.
(Marco Capelli)

La mostra itinerante dedicata a questo splendido volume sarà visibile presso il Bastard Store di Milano il 16 aprile, mentre il Blast/Clichè Espresso Tour girerà l’Italia dal 15 al 17 dello stesso mese con la presenza di: Jeremy Daclin, Sammy Winter, Ricardo Fonseca, Javier Mendizabal, Charles Collet e Flo Mirtain con il seguente programma:

15 Aprile : Seregno @ Society Plaza
16 Aprile : Milano @ Bastard Store & Bowl per il Cliche Resumè Show
17 Aprile : Bergamo @ Polaresco Bowl

http://www.clicheskate.com
http://www.bastard.it
http://blastkrew.blogspot.com/

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Posted by Salad Days On April - 2 - 2010 ADD COMMENTS

KANI
‘Rockabeast’-CD
(Nicotine)

Lascia il segno questo ‘Rockabeast’, debut su lunga distanza dei rockers vicentini KANI; possiede la giusta dose di personalità e non sempre questa è riscontrabile in un disco d’esordio; i quattro ceffi che compongono il gruppo hanno un lungo rodaggio alle spalle, una storia che parla di ruvido rock’n’roll di chiara matrice motorheadiana “conquistata” nei peggiori venues della penisola. Arrivano cosi a questo attesissimo full lenght dove riescono a conciliare le loro diverse anime sonore: hard’n’heavy, blues e punk stradaiolo. Apre le danze ‘Getcha Hellyeah’ seguita da ‘Lost & Shaken’ dichiarazione d’intenti che lascia poco spazio all’interpretazione: veloci e aggressive rocksongs come solo mr. Kilmister ci ha insegnato. L’accattivante ‘Too Sexy For My Pants’ è quanto di più classico l’immaginario heavy è capace di offrirvi, ‘Don’t Steal My Boots’ e ‘The Dirty Son Of Joe Cocker’ dedicata appunto ad uno dei padri spirituali del freaky-lifestyle, catalizzano l’attenzione sull’importanza di un 4/4 micidiale ma ruffiano. ‘Proud Smoker’ è un inno al tabacco libero da imposizioni e divieti (ne sa qualcosa il lead singer Joker), ma l’apice del platter è rappresentato dalla atipica ‘Dead Soul Cowboy’ che dura ben sette minuti, mai noiosi, dove una voce narrante, sofferta e incartapecorita da stravizi, danza sconvolta su un tappeto di blues psichedelico. A seguire ‘Nail’em Up’, ‘4 Bastards 4 A Roll’, autocitazione ironica, e chiusura con il botto: la rabbia di una titletrack che asfalta letteralmente ogni velleità commerciale che il r’n’r radiofonico/televisivo cerca di propinarci giornalmente.
Chi li ha visti dal vivo, resterà sorpreso per la pulizia dei suoni del disco, prodotto magistralmente da Matteo Tabacco (Raptor Studios). Segnale questo che alza di uno step la qualità musicale di un combo che ha davanti a se la possibilità di crescere parecchio professionalmente; in bocca al lupo dunque all’ugola malfamata di Joker e dei suoi gran poco raccomandabili compari, affinché tramandino ai posteri con la stessa attitudine di oggi quell’essenza prima che ha reso immortale il Genere dei generi: …THIS ROCK AND ROLL WILL SAVE OUR FUCKING SOUL…garantito al limone direbbe il peggior Begbie che l’umana memoria ricordi!
(X-Man)

THE ICE
‘Touching The Void’-CD
(Countdown)

Come suonerebbero i Cro-Mags se invece che da New York arrivassero dall’incantevole Venice (California)? La risposta (una delle possibili, quantomeno) potrebbe essere questo ‘Touching The Void’, e.p. dei tedeschi, revivalisti, The Ice. L’ingenua linearità delle trame classicamente hardcore old-school viene qui compensata da un suono più cupo e decadente, meno frenetico ed irruente. Musica che affonda i propri tentacoli nel lavori di quei pazzi americani che a fine anni Ottanta imbastardivano il punk con il thrash (o viceversa). La scena di Venice, appunto (Suicidal Tendencies, Beowülf, No Mercy). Quando l’insieme sembra diventare un po’ troppo eterogeneo invece intervengono puntuali sfuriate a riportare il tutto nei giusti binari di un hardcore più asciutto e rigoroso (la title-track conclusiva). ‘Sorrow & Grief’ e ‘Points Of Hope And Fear’ rappresentano dei buoni momenti, sebbene la variegata ‘Shattered’, con il suo andamento marziale altalenante, si conquista la palma della migliore in campo. I ventitre minuti di ‘Touching The Void’ sono un po’ pochi per formulare un giudizio compiuto, ma di certo conviene tenere questi The Ice sotto stretta osservazione.
(Flavio Ignelzi)

RISE TO FALL
‘Restore The Balance’-CD
(Coroner)

Non è che vogliamo farci condizionare dal fatto che questo ‘Restore The Balance’ sia vecchio di un paio di anni (questa è una riedizione), non è che vogliamo per forza sottolineare il dettaglio che si tratta di un esordio, non è che vogliamo evidenziare a tutti i costi l’appartenenza ad un modello ben definito (il melodic-death scandinavo) per stereotipi seguiti e pattern ripetuti, ma si capisce in maniera abbastanza chiara che gli spagnoli Rise To Fall rientrano nella affollata nonché comoda categoria di gregari del genere. Il loro è un lavoro di clonazione fin troppo riuscito nei confronti di In Flames e Soilwork, e soltanto chi ha consumato i solchi (come si diceva un tempo) di dischi tipo ‘Soundtrack To Your Escape’ o ‘Sworn To A Great Divide’ potrà apprezzare appieno la fatica di questi cinque giovani replicanti iberici. Niente è fuori posto, il mastering di Jacob Hansen (Hatesphere, Maroon, Mercenary) garantisce la qualità sonora adeguata, ma è la personalità la vera latitante. Un piccolo passo falso per la Coroner Records, quindi, che finora ci aveva abituato a ben altri livelli qualitativi e che sembra adottare questi Rise To Fall più per far numero in catalogo che per altro.
(Flavio Ignelzi)

NEMESI
‘L’Alba Dei Morti Viventi’-CD
(Rude)

E’ più che lecito chiedersi se il mondo (e l’Italia in particolare) ha bisogno di un’altra band crossover/nu-metal e di un altro disco cantato e rappato in madrelingua. Un sì convinto ed esauriente ci arriva dai Nemesi e dal loro debutto ‘L’Alba Dei Morti Viventi’. Inserirli nella stessa cartella di catalogazione di Linea 77, Mellowtoy e Bianconiglio è cosa ovvia. Meno ovvio è l’utilizzo delle vocals scream/growls che ampliano e arricchiscono il ventaglio di possibilità espressive del combo lariano. In pratica, mentre altri raschiano il fondo dei magazzini alla ricerca dell’ultimo refrain emo da lanciare sul mercato dei pecoroni senza testa, i nostri scelgono di indirizzarsi verso un metallo ultra-combattivo, non certo trendy, che fa dell’aggressività (sia verbale che sonora) il suo tratto distintivo più lampante. Il risultato sono tredici tracce che assaltano, azzannano, sventrano, insultano, infieriscono sul cadavere in decomposizione del Rock tricolore. La masterizzazione di George Marino (Metallica, Green Day) può far intuire quanto deflagrante è il sound del quintetto lombardo, per un’uscita che sarebbe un delitto lasciar passare inosservata. Complimenti.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On March - 25 - 2010 ADD COMMENTS

HARRY SHAW
‘Parola Di Ozzy’-BOOK
(Tsunami Edizioni, 132 pagine, italiano)

I tipi di Tsunami la sanno lunga, o almeno sono persone che hanno un minimo di sale in zucca. D’altra parte perché pubblicare l’ennesima biografia sul leggendario frontman quando gli scaffali dei negozi ne sono già colmi? Bene allora eccovi servito un escamotage degno di nota, ossia racchiudere in un libro tutte le sue frasi celebri! ‘Parola Di Ozzy’ è strutturato proprio così: piccoli trafiletti utili a capire cosa si cela dietro il musicista di Birmingham. Un lavoro certosino che ha portato via parecchio tempo all’autore, capace poi di dividere tutto questo insieme di pensieri in sezioni: si passa così dalle origini dei Sabbath (“Che cazzo è tutto ad un tratto ‘sta storia del culto, di essere degli dei? Eravamo soltanto quattro ragazzi di Birmingham che non sapevano manco scrivere il proprio nome e che suonavano musica fottutamente grezza”), all’autocritica (“Quando ascolto i dischi che ho realizzato anni fa insieme ai Black Sabbath, suonano come se fossero ricoperti dal fango di un vulcano colombiano!”), passando poi a parlare di famiglia (“E’ Sharon che comanda e sono i miei figli a tenermi in riga. Io ci provo a tenere in riga loro, ma mi rispondono vaffanculo dai!”) e groupie (“Non ho molto tempo per loro – ne trovi sin troppe che sono veramente fuse…Passo ai miei roadie tutti i bigliettini delle tipe. Il loro bus è come un cazzo di harem itinerante…Hanno sfondato tutte le cuccette!”). Insomma come avrete notato in questo lavoro ce n’è per tutti i gusti ed è davvero difficile che possa risultare noioso agli occhi di un fan, visto anche il notevole archivio fotografico presente. Consigliato!
(Eros Pasi)

ANARBOR
‘Free Your Mind’-CD
(Hopeless/Rude)

‘Free Your Mind’ è un e.p. di sette pezzi degli Anarbor che anticipa l’imminente secondo full-length. Lo stile del quartetto dell’Arizona può sintetizzarsi come un pop-rock influenzato in maniera neanche troppo velata dal punkettino californiano da classifica. Non si riesce a dire molto altro, per la verità. Certamente si provano a battere più strade diverse: ‘The Brightest Green’, ad esempio, segue le orme del funk mainstream dei Maroon 5, ‘Where The Wild Things Are (Monsters)’ possiede gli inevitabili agganci melodici tipici delle sigle dei telefilm per adolescenti (Smallville et similia), ‘You And I’ ve la potete ritrovare anche nel terzo capitolo cinematografico di Scooby-Doo (sticazzi). In un mare di melassa come questo, soltanto la conclusiva ‘Always Dirty, Never Clean’ sembra rifuggire dai facili schemi da canzoncina pop, per cercare qualche forma espressiva un minimo indipendente (quantomeno nelle ritmiche e in certe variazioni). Ora, non è che da un mini di venti minuti si pretendono fuoco e fiamme, ma gli Anarbor pare non provino nemmeno a considerare l’idea di uscire un po’ dal seminato.
(Flavio Ignelzi)

HAULIN’ASS
‘Towards Which Future’-CD
(Vacation House)

L’hardcore muta, evolve, si alimenta degli stimoli più disparati, ma se ci affidiamo al bollettino del mercato pare che al momento il tutto si risolva nella micidiale tenaglia a due tra l’emo/screamo e la NWOAHM. Ecco perché un debutto non convenzionale come questo ‘Towards Which Future’ degli Haulin’Ass possiede i numeri giusti per rompere gli schemi, muoversi fuori dal coro e, al tirar delle somme, farsi notare. La sua personalità e la sua incisività stanno tutte nella sua natura ibrida: l’hardcore vecchia scuola che si scioglie gradualmente nel crossover (persino funk), con invettive violente ma non gratuite, qualche trama semplice tipo melodic-punk, qualche altra contorta tipo post-core. Vengono a cadere quelli che sono i punti di riferimento fissi, con i pro e i contro del caso, per un quasi concept suddiviso in tre sezioni: il passato (‘Life So Far’), il presente (‘Contemporary Ghosts’) ed il futuro (‘Towards Which Future?’). Si percepisce che la band piacentina ha esperienza (since 1999), con la quale ha già maturato una propria identità distintiva, in grado di nutrirsi di impulsi esterni diversi, ma ciò che emerge con più forza è il talento genuino. Mi sa che ci attendono grandi cose nel prossimo futuro.
(Flavio Ignelzi)

DEFTONES
‘Diamond Eyes’-CD
(Reprise)

Dovreste conoscere le vicissitudini occorse alla band di Sacramento nell’ultimo anno e mezzo: si stava preparando l’uscita dell’album ‘Eros’, poi il tragico incidente stradale del bassista Chi Cheng, il coma, la sostituzione dolorosa con Sergio Vega (Quicksand), l’accantonamento del disco perché non più rappresentativo per il gruppo, la scrittura di nuovo materiale caratterizzato da una carica positiva ed ottimista quasi esorcizzante. Il risultato è il nuovo, sbalorditivo, ‘Diamond Eyes’. Sostenuta dalla produzione esplosiva di Nick Raskulinecz (Foo Fighters, Alice In Chains, Coheed And Cambria), l’ugola di Chino Moreno, piegata a un’urgenza comunicativa rarissima, è l’elemento unificatore di questi quaranta minuti densi e sfaccettati. Ancor più del resto, si muove persuasiva nella title-track, che polverizza ogni cosa, e in ‘Prince’, così irrequieta nell’alternanza pieni/vuoti. Si accende nel perfetto, detonante, singolo ‘Rocket Skates’ e nella velenosa ‘Royal’. Si trastulla con alte sofisticherie nella rete dark (un po’ new-wave, un po’ post-rock) in cui si divincola la conturbante ‘Sex Tape’. Non voglio farmi prendere dall’eccessivo entusiasmo (che confina con la devozione), ma ‘Diamond Eyes’ pare elevarsi alle stesse altezze di ‘Around The Fur’ e ‘White Pony’. Cioè il tetto del mondo, più o meno.
(Flavio Ignelzi)

STIGMA
‘Concerto For The Undead’-CD
(Pivotal Rockordings)

La copertina ispirata ai fumetti horror degli anni cinquanta/sessanta tipo Tales From The Crypt o Creepy già mette di buon umore, ma è la musica il vero colpo di fulmine. Con un lavoro furioso, intricato e beffardo, gli Stigma snocciolano una decina di tracce frenetiche ed eterogenee, votate al culto dello speed/death più tecnico di esplicita matrice scandinava, nonché delle melodie più allegre e contemporaneamente tenebrose. Provate ad immaginare una versione “extreme” dei primi (e migliori) Helloween, in cui le chitarre, il basso e la (indiavolata) batteria si inseguono generando un pastiche che potrebbe essere la perfetta colonna sonora di un apocalittico giorno di Ognissanti. Il tutto in una quarantina di minuti o poco più. Trovare di meglio in questi ambiti, oggi come oggi, è praticamente impossibile, considerata altresì l’ottima prova dell’orco urlatore Stefano “Vlad” Ghersi, eccellente per efficacia ed eclettismo. ‘Prove You Are A Man!’, ‘The Undertaker’ e ‘Beat Me Maestro, Eight To The Dead!’ sono a mio giudizio gli apici del platter, ma è difficile fare graduatorie considerata la qualità generale così elevata. Complimenti al quartetto piemontese, che al momento è una delle band italiane da seguire incondizionatamente.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On March - 18 - 2010 ADD COMMENTS

LITTLE CAESAR
‘Redemption’-CD
(Dirty Deeds)

I Little Caesar sono stati uno dei gruppi più sottovalutati del calderone losangeliano di fine ottanta, inizio novanta. All’epoca incidevano per la Geffen che, tutta presa a promuovere i Guns’n’Roses, riservò loro la stessa sorte dei Rock City Angels, ovvero scarsa promozione e oblio assicurato; fù un vero peccato perché questa incredibile band, si distingueva dalla massa: fautori di un hard‘n’blues soul farcito da southern, erano diventati più un gruppo da bikers che da glamsters (che allora imperavano sulla scena) – un po’ come i dannatissimi Circus Of Power – originali, mai scontati, con la voce di Ron Young a farla sempre e comunque da padrone…calda, roca, soul. Scrissero alcune canzoni fra le migliori di quel periodo, i loro punti di riferimento erano è sono ancora oggi Lynyrd Skynyrd, Bad Company e Humple Pie. Ora, con mia grande gioia, vedo e soprattutto sento che questo inatteso ritorno non è il solito lavoro di routine, che purtroppo tanti gruppi che fanno reunion ci propinano per sopravvivere, infatti Ron Young ha fatto fortuna come designer e non ha bisogno di ricorrere a patetici stratagemmi. Questo disco trasuda rock’n’roll in ogni sua nota, sarà anche la solita vecchia storia, giusto per citare la canzone di apertura, ma è una storia che ci piace fatta di slide guitar, di una voce che regala emozioni, di brani che hanno quel sano sapore soul blues. Ascoltatevi la title track per avere idea di cosa significa “feeling” o la ballata ‘Just Like A Woman’; convincente anche la cover di Rod Stewart ‘Every Picture Tells A Story’. Un vero peccato che siano stati in silenzio per tanto tempo, e solo ora, con tre quinti della formazione originale, sono tornati con questo lodevole release…come dice lo stesso Ron Young :”I ain’t to old to cry, I ain’t too young to die” in ‘Witness Stand’, non c’è spazio per rimpianti e godiamoci il presente. Se questa è davvero la “REDENZIONE”allora ne è valsa la pena peccare.
(X-Man)

SINCLEAR
‘Nothing Ever Happens’-CD
(Wondermark)

Pur nei limiti di un prodotto chiaramente di genere, ‘Nothing Ever Happens’ dei Sinclear riesce a farsi piacere. Innanzitutto il punk della band piemontese possiede il grosso pregio di non cavalcare le facili tendenze modaiole del momento: niente emo (in nessuna forma) e niente contaminazioni metalliche. Solo classico punk-rock, con una sua evidente componente pop di stampo californiano (Bad Religion/Offspring), la quale non prende mai il sopravvento e non risulta mai stucchevole: melodie maschie, che si spingono ai limiti del combat, con qualche piccola deviazione verso altre destinazioni. E’ il caso di ‘L’Ego’, la prima traccia in madrelingua (l’altra è la conclusiva ‘Soffocare’), che giunge a lambire i territori del crossover con una strofa praticamente rappata. Un buon esperimento, perché alla fine ricorda i Linea 77 invece che gli Articolo 31 (e questa è una buona cosa). Il brano in questione, insieme al trittico iniziale, rappresenta il meglio di un lavoro che si ammoscia visibilmente nella seconda metà, perdendo un po’ in tiro e mordente. Al tirar delle somme l’impressione è comunque positiva, con una ’6.75′ che sfrutterei al meglio per l’evidente appeal melodico.
(Flavio Ignelzi)

CARRYALL
‘Emotivhate’-CD
(Wynona/Sin)

Partiamo dalla traccia numero nove, ‘What A Feeling’, celebre hit ottantiano di Irene Cara vincitore del premio Oscar per il film ‘Flashdance’, qui presentato in una divertente e divertita rivisitazione ska-punk. Niente che non ci saremmo potuti aspettare da una band come i Carryall, ensemble friulano di sette elementi che segue la scia dei vari Less Than Jake e Voodoo Glow Skulls (giusto per citare i classici), o Shandon e Persiana Jones (se vogliamo rimanere in territorio italico). Il loro ‘Emotivhate’, che finalmente vede una adeguata distribuzione internazionale, procede lungo le direttive proprie del genere: pennate in levare, sottolineature di fiati, motivetti orecchiabili. La voglia di spassarsela e (contemporaneamente) di allietare la platea è fin troppo palese, ed è quello che dovrebbe valere di più, alla fine dei conti. Qualche pezzo si eleva dal mucchio per capacità di coinvolgimento (l’iniziale ‘You’re Everything’), qualche altro per qualità di scrittura (direi ‘Rain On Me’), globalmente si viaggia su buone medie, esprimendo lo stato dell’arte dello ska-core, con i suoi pregi ed i suoi difetti, e soprattutto con l’inevitabile ed obbligatorio legame con la madre patria giamaicana.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On March - 8 - 2010 ADD COMMENTS

ENEMPIDI
‘Quanto Basta’-CD
(Bagana)

Finalmente è giunto il debutto ufficiale (su Bagana Records) degli Enempidi, band milanese attiva da un bel po’ di tempo (i primi semi sono stati piantati addirittura nel 1998), che mi aveva positivamente impressionato un paio di anni fa con un loro promo autoprodotto. Molto di quel lavoro me lo ritrovo oggi in ‘Quanto Basta’, caustico new-metal un po’ in italiano, un po’ in inglese, che vanta similitudini con roba tipo Pantera, ma anche RATM o Linea 77, soprattutto per le cadenze hip-hop del cantato, che si alternano a ruggiti ispirati al classico Anselmo-style. Non si può dire che siano trendy, questi Enempidi, in considerazione del fatto che il genere non tira più come in passato e le attenzioni del mercato si sono spostate verso altri lidi. Il loro groove-metal comunque è sempre un bel sentire, soprattutto per il tiro che lo contraddistingue, così come per la coerenza che trasuda da ogni nota. Forse non faranno il botto, ma quello che hanno da dire, lo dicono senza peli sulla lingua. Produzione infallibile (Enempidi + Vinnie La Rosa, masterizzazione di Mats “Limpman” Lindors), qualche amico a far l’ospitata (Emi e Titta dei Mellowtoy in ‘Bolla’) e le parole di Pasolini nel finale. Bueno.
(Flavio Ignelzi)

WE ARE THE OCEAN
‘Cutting Our Teeth’-CD
(Hassle/Rude)

Non hanno niente di particolare, questi We Are The Ocean, niente per cui dovrei ricordarmeli in un prossimo futuro (quantomeno), o essere invogliato a consigliarli in giro. Sono giovani e inglesi, come la maggior parte delle cose interessanti uscite in questo periodo, sviluppano il loro post-hardcore melodico in pieno rispetto delle regole, che poi sono quelle commerciali dello screamo, ma il risultato non è niente per cui strapparsi i capelli. Indubbiamente consistente è l’ingrediente emo(tivo), ma l’impressione è che siano degli imbucati, in qualche modo, perché in molte delle loro composizioni primeggia una componente nu-metal/crossover ammorbidita. Ad esempio ‘Confessions’ (brano che potenzialmente potrebbe diventare il nuovo tormentone planetario, se debitamente pompato) svela delle melodie che ricordano i System Of A Down, soprattutto nelle linee vocali, però in una versione semplificata per le masse. Certo la platea cui si riferiscono è la stessa di Alexisonfire e Saosin, cioè gli/le adolescenti di oggi che comprano (e scaricano) da iTunes, ma assestano molti più colpi di bassa orecchiabilità. Insomma, niente di che. Avanti il prossimo, prego.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On March - 1 - 2010 ADD COMMENTS

VVAA
‘Volcom Entertainment Rock-Tested’-CD
(Volcom Entertainment)

Adoro le compilation. Soprattutto quelle dall’intento puramente promozionale in cui c’è un bel miscuglio di generi, tendenze, attitudini, suoni. Anzi, più è mista, l’insalatona, più mi diverto. Non fa eccezione questa ‘Volcom Entertainment Rock-Tested’, che sembra avere come unico obiettivo quello di presentare l’intero catalogo Volcom, la casa discografica californiana legata all’omonima azienda d’abbigliamento (se siete surfer, skateboarder o snowboarder, dovreste in qualche modo conoscerla). Musica per sport estremi, quindi, dall’hard-rock settantiano dei Year Long Disaster al retro-doom sabbathiano degli ASG, dall’heavy-rock ultraclassico di Valient Thorr e Totimoshi (gran pezzo!) a quel mix The Cult + Billy Idol che sono i Sexty Sexers, dallo strambo punk/beat di The Riverboat Gamblers e Goons Of Doom al reggae/dub di Pepper e Sabotage Soundsystem (in versione slow), fino al grunge di Kandi Coded e ((Sounder)). L’eterogeneità la fa da padrone, i nomi non sono famosissimi (a parte i Pearl Jam, naturalmente, presenti con la conosciuta ‘Got Some’ tratta dall’ultimo ‘Backspacer’) però sembrano tutti solidi e/o promettenti. Una buona vetrina per la Volcom, quindi, ma anche una raccolta che si lascia ascoltare con discreto piacere.
(Flavio Ignelzi)

‘77
’21st Century Rock’-CD
(Weight Recordings)

Trascorre il tempo ma la voglia di rock non muore mai, come testimonia questo quartetto anglo-iberico dedito al più viscerale omaggio SONICO agli AC/DC; diretti senza fronzoli i quattro muchachos suonano un disco come se gli ultimi trent’anni non fossero passati affatto, fedeli solo alla “Bon Scott era” del quale il cantante chitarrista Armand Valeta sfodera una più che impressionante somiglianza vocale. Come allora sono due fratelli i leader della band, Armand e LG Valeta (chitarra) che, trovati in J.T. Dolphin (batteria) e Raw (basso) i due pezzi che mancavano per completare il gruppo, sfoderano questo disco dove i testi, guarda un po’, sono ispirati da donne non proprio virtuose o da serate finite male (o bene, secondo l’interpretazione) per colpa di qualche bicchiere di troppo. Difficile rimanere fermi ascoltando ‘Big Smoke Pigs’o ‘Hard Working Liar’, la lasciva ‘Double-Tongued Woman’che spicca sicuramente per il suo andamento lento blues, forse la canzone con più personalità; chiude la title track con il suo anatemico ritornello. Per essere un disco d’esordio, ‘21st Century Rock’ risulta essere un buon lavoro, certamente con un pizzico di coraggio in più poteva addirittura essere ottimo. A maggio i ’77 verranno in tour in Italia, cerchiamo di non perderci una grande rock band!
(X-Man)

SIX MAGICS
‘Behind The Sorrow’-CD
(Coroner)

Il Cile non è proprio l’ombelico del mondo in fatto di metal, così lontano (apparentemente) dagli ingranaggi del music-biz, da quei giochi di potere che decretano vincitori e vinti delle classifiche e che possono portare al successo indipendentemente da meriti o virtù. Proprio da Santiago arrivano i Six Magics, quintetto di power-metal moderno che propone il nuovo ‘Behind The Sorrow’. Rimbalzando abilmente tra i luoghi comuni, l’album taglia & incolla un riffing epico (Edguy, Kamelot) in matrici quasi prog (Evergrey, Symphony X), tinteggiato da melodie gotiche che sembra di aver già udito da qualche altra parte (Lacuna Coil, Within Temptation) e impoverito dalle corde vocali della bella ma insicura Elyzabeth Vásquez. I suoni sono perfetti, a tratti pure debordanti (merito del produttore David Prater, già collaboratore dei Dream Theater) e gli arrangiamenti seguono schemi collaudati, sebbene la scintilla in più che fa la differenza brilla solo in un paio di episodi (l’opener ‘Run’ è uno di questi). Cioè, formalmente quasi ineccepibili, perfino fastidiosamente manieristici, ma purtroppo privi di una direzione musicale personale e, alla fine dei conti, prossimi alla noia.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On February - 24 - 2010 ADD COMMENTS

ALKALINE TRIO
‘This Addiction’-CD
(Hassle/Rude)

Si dice che per fare un buon album, ci vogliano buone doti in fase di composizione ironia e talento,
e questo se non altro era il parere del mai troppo citato Jhonn Cummings aka Ramones brother n. 1!
Ora qui parlando di chitarristi ancora in vita e parlando degli Alkaline Trio, il bridge giusto scivola
su Matt Skiba leadear formale e spirituale, voce e sei corde appunto della band. Focalizzo la vostra attenzione e mi spiego: Skiba sta agli Alkaline, come la schiuma sta ad una pinta di birra. Interessante esemplare di mammifero, si esibisce dentro e fuori dal palcoscenico, scaltro a pavoneggiarsi ma senza esagerare, frequenta di rado la sala prove, preferisce comporre in chat o lasciando messaggi sonori nella segreteria telefonica degli altri due Alcalini, roba che neanche Costello e Burt Bacarach. Se ci mettete pure un certo gusto “sano” per l’occulto, abbiamo una bella band che intriga, suona e non scontenta quasi nessuno, ‘This Addiction’ è il parto di tutto questo, ottimo rock che oscilla su un’onda punkeggiante – proto dark – e pop d’annata, con pezzi che fanno il verso ai migliori
Misfits come ‘Dine Dine My Darling’ e ‘Draculina’ e omaggiano Cure e Smiths: ‘Dead On The Floor’!! Durante gli anni Skiba ha limato la sua creatura come Rodin limava le sue pietre, dandone una forma non necessariamente migliore di come lo era inizialmente ma facendola pulsare, ri-portandola alla vita; questo e molti altri trip tra cui abiti gessati a tre bottoni, make up da geisha e film horror di dubbio gusto spiegano il perchè una band partita a braccetto coi Pennywise è finita poi a leggere poesie di Baudelaire nella bat-caverna! La cosa sconvolgente (ed è qui che mi levo tanto di tuba ) è che gli Alkaline non ci tengono a passar per intellettuali, piuttosto per burloni, standosene lì a suonare pettini rotolando per una scogliera chiusi dentro un armadio, e direi che noi ci stiamo abbastanza dentro.
(Mat The Cat)

SPARKS THE RESCUE
‘Eyes To The Sun’-CD
(Hassle/Rude)

Un gruppo come gli Sparks The Rescue è sostanzialmente inutile. Però non sta scritto da nessuna parte che il concetto di inutilità escluda necessariamente quello di gradevolezza o quello di divertimento. Nel caso in questione, si tratta di tipico So-Cal Punk, energico ed orecchiabile, scritto con sufficiente abilità e ponderatezza. Nulla di nuovo sotto il sole (che non è il sole della California, come ci si aspetterebbe; la band infatti arriva da Portland, Maine), ma ‘Eyes To The Sun’ riesce comunque ad intrattenere con una certa affabilità: è sufficiente alzare il volume a palla e mettersi nello stato d’animo giusto. Che è poi quello del party sulla spiaggia, con tanto di falò, birretta ghiacciata e biondina caruccia con cui limonare. Blink 182, Simple Plan, Yellowcard, Alkaline Trio: i riferimenti sono espliciti, i cori ultramelodici, la produzione impeccabile, gli arrangiamenti efficaci, l’originalità inesistente. Tutto qua. Il minimo sindacale è raggiunto con comoda disinvoltura ma, come era solito ripetere il mio prof di matematica del liceo, i ragazzi si dovrebbero applicare un po’ di più se non vogliono impantanarsi tutta la vita in questa robetta per teenager.
(Flavio Ignelzi)

WHITE PAGODA
‘Chair Evolution (Not Design)’-CD
(Ufo Hi-Fi)

La Ufo Hi-Fi Records, piccola casa discografica capitolina che già ci aveva deliziato nel recente passato con gioiellini del calibro di My Awesome Mixtape o Black Circus Tarantula, concede oggi una (giusta) chance pure ai White Pagoda, band aretina che si era fatta notare grazie all’autoprodotto ‘Sofa’. Il nuovo ‘Chair Evolution (Not Design)’, debutto ufficiale con tutti i crismi del caso, si presenta come un disco punk old-style inzuppato di accenti retrò, in girandole garage, rassicurazioni sixties, persino beat o surf, e sfrontatezze indie-rock’n’roll. Ne vien fuori una sequenza di quindici pezzi vintage, insolenti e concisi (sempre nei due minuti di durata), molto coinvolgenti nella loro urgenza, adeguando a tali canoni pure la bella ‘Blister In The Sun’, classico dei Violent Femmes. L’album così macina giri in un turbine di sonorità melodiche ma abrasive, tra essenzialità e immediatezza. Il gruppo toscano guarda prevalentemente al passato, rivisitando la tradizione punk ante litteram nel modo migliore, rispettoso dei padri fondatori, e alla fine ci si rende conto che quest’uscita rappresenta quanto di meglio si possa chiedere in fatto di garage-punk, oggi come oggi.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On February - 21 - 2010 ADD COMMENTS

DEVOTION
‘Sweet Party’-CD
(Bagana)

Dietro al mixer siede Shaun Lopez, produttore di Deftones e Will Haven, e la cosa dovrebbe essere abbastanza indicativa. In poco meno di mezz’ora, infatti, i vicentini Devotion scorticano il nu-metal, lasciando scoperti i nervi tesi delle emozioni e dello struggimento come solo la band di Chino Moreno sa(peva) fare. In questo senso ‘Sweet Party’ fornisce una prova notevole, senza scoprire nuovi percorsi (gli Snapcase, tanto per dirne una, operano in questa direzione già da un po’), ma sfoggiando una maestria notevole nel maneggiare molti degli stilemi tipici di quel suono: un rifferama complesso che non si limita al puro impatto, stratificazioni sonore progressive, vocals strazianti che alternano clean e scream, un’attenzione particolare alle dinamiche chitarra/sezione ritmica. L’unica pecca, probabilmente, è l’eccessiva monotematicità dei componimenti, che generano un muro di dolore continuo, pesante e reiterato, nel quale si intravede solo una breccia, ‘Bubbles’, trip-hop strumentale sintetico ed inquietante. Ma è un’annotazione di poco conto, in virtù del fatto che si tratta di un esordio e che dalla (ulteriore) maturazione dei Devotion possiamo aspettarci grandi cose.
(Flavio Ignelzi)

OLDE YORK
‘Empire State’-CD
(Countdown)

Parlare di hardcore newyorkese old-school, in questo caso, appare superfluo. Il monicker è fin troppo esplicito e la copertina non fa altro che sottolineare l’ovvio. Sono chiari la provenienza, gli orientamenti musicali, l’attitudine. L’attacco è violento, reiterato, dalle cadenze metropolitane; la produzione è scarna, essenziale, retrò. Un vero e proprio ritorno alle radici del suono hc, quindi. ‘Empire State’ è talmente rigido ed ortodosso che l’unico accostamento pensabile è quello con i primi dischi di Biohazard, Sick Of It All, Agnostic Front. Non c’è traccia alcuna di modernità o di accondiscendenza nei confronti del mercato mainstream, e le comparsate di Eddie Sutton (cantante dei Leeway) in ‘Talkin Smack’ e di Tony Enz (cantante dei Reason Enough) in ‘One Good Thing’ devono essere interpretate come ulteriori sigilli di coerenza e, soprattutto, come segnali della fratellanza che regna all’interno della scena. Complimenti alla Countdown Records di Vicenza, quindi, per essere riuscita a mettere sotto contratto gli Olde York, band ideale per i nostalgici del suono storico hc, ma anche per le nuove generazioni che si avvicinano solo ora a questo genere.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On February - 17 - 2010 ADD COMMENTS

LIVING CORPSE
‘Metaphysical Collapse’-CD
(Coroner)

I torinesi Living Corpse giungono al fatidico debutto sulla lunga distanza confermando ancora una volta che la scena estrema italiana è più viva che mai. Non solo è viva, ma è pure incazzata nera, e le dieci tracce di questo ‘Metaphysical Collapse’ sono qui a dimostrarlo, generando una compatta offensiva deathcore, di mezz’ora o poco più, nella quale l’aggressione è feroce, dissennata, un bagno di livore esasperato dalle vocals acide del singer Rafael Falleti. Sembra che al quartetto piemontese non importi null’altro che pestare duro e sbandierare la propria ostilità, con pezzi polverizzanti come ‘Ars Regia’ oppure ‘The Great Silver Bullet’, nei quali la (buona) tecnica si mette al servizio della violenza. Ovviamente non c’è il minimo barlume di originalità in questo disco, ed appare pleonastico sottolineare il debito che i Living Corpse hanno nei confronti di band come Sepultura, Lamb Of God, The Black Dahlia Murder (e con la scena thrash/death tutta). Se amate i gruppi appena menzionati potete procedere tranquilli: il disco non vi deluderà affatto. Per il resto, non c’è null’altro da segnalare, anche perché con ‘Metaphysical Collapse’ le parole stanno veramente a zero.
(Flavio Ignelzi)

TUBELORD
‘Our First American Friends’-CD
(Hassle/Rude)

Catalogarlo sotto la voce pop-punk potrebbe essere un azzardo. ‘Our First American Friends’ è, sì, un esordio, ma è già un signor punto d’arrivo. Attivo dal 2006, un e.p. autoprodotto alle spalle (‘Square’), il trio britannico sfoggia una coloratura musicale tutta in fieri, che si sottrae alla facile classificazione in una definita scena musicale. I Tubelord creano un impatto sonoro emo(tivo) e math(ematico) dalle basi più solide e stilisticamente più consapevoli della maggior parte dei colleghi similari. Strutturazione, dinamicità, complessità. Anche versatilità, come per la performance vocale di Joseph Prendergast (pure chitarrista), il quale declina in molti modi il suo cantato, a seconda dell’occorrenza. C’è l’invenzione tout court (‘Stacey’s Left Arm’, ‘He Awoke On A Bench In Abergavenny’) e c’è la canzoncina (la dolce cantilena ‘Cows To The East, Cities To The West’). Ci sono i Dillinger Escape Plan e ci sono i Death Cab For Cutie. C’è soprattutto una capacità di sintetizzare le influenze che promette evoluzioni future tutt’altro che scontate. Ma adesso c’è questo ‘Our First American Friends’, disco che è qui, pronto ad esplodere, che più si ascolta e più svela il suo folle carisma.
(Flavio Ignelzi)

ALL TIME LOW
‘Mtv Unplugged’-CD/DVD
(Hopeless/Rude)

La scaletta, di per sé, è davvero misera: soltanto sei pezzi. La cornice invece la conosciamo bene, dai tempi dei Nirvana (come ammettono gli stessi All Time Low). Però non alimentiamo falsi confronti. Immaginatene la versione ultra-teen. Sgabelli, microfoni, lampadine a terra, due chitarre, percussioni: tutto molto intimo, tutto molto gggiovane, soprattutto lo stuolo di adolescenti (per lo più ragazzine) che circondano i quattro di Baltimore, Maryland, mangiandoseli letteralmente con gli occhi. Loro sono bravi e belli (più belli, però), suonano pop-rock (più pop, però), cantano le loro canzoncine zuccherose con compostezza, tutte potenziali sigle di serie televisive tipo O.C. o Smallville, e concedono poco allo spettacolo. Una certa Kate Voegele (ignoro chi sia) interviene nel finale di ‘Remembering Sunday’, ma la cosa non emoziona per niente. Sarà che non ho più l’età. Oppure che rispetto ai (chessò) Dashboard Confessional, la differenza è tanta e si sente tutta. La confezione invece è lussuosa, con l’abbinamento cd più dvd ad un prezzo onesto e popolare. Il dvd contiene anche un’intervista e degli outtakes, ma sono poca cosa. Forse qualcuna di quelle tredicenni è scappata di casa per andare a vederli suonare così, senza spina. La maggior parte, scommetto, è stata accompagnata dai genitori.
(Flavio Ignelzi)

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