THE RATT
‘Infestation’-CD
(Roadrunner)
Chiarisco subito un concetto; questo è un bel disco non perché nel 2010 bisogna accontentarsi, no cari signori questo disco è un bel disco perché chi lo suona ci ha messo dentro tutta la classe e l’esperienza di cui dispone e tanta tanta voglia accumulata in anni di attese e fallimenti, consapevoli che forse questa era, è l’ultima chiamata per restare a fare musica di un certo livello. I losangelini Ratt “prime mover” della scena glam fin dal 1983 ci danno un disco che parte con il botto: ‘Eat Me Up Alive’ è posta lì in apertura giusto per catturare subito l’attenzione di chi ascolta, stupenda song tirata il giusto con una melodia e ritornello super azzeccati per non parlare dell’assolo, fosse uscita nei eighties sarebbe un super classicone; ‘Best Of Me’ è puro Ratt style all’ennesima potenza, Stephen Pearcy è magico nel cantare e la coppia di asce formata da Warren De Martini e Carlos Cavaso non prende prigionieri, il trittico iniziale si chiude con ‘A Little Too Much’ superba nel refrain e credetemi che forse è il migliore tris iniziale di sempre per i cinque roditori. Di notevole livello anche ‘Garden Of Eden’ e ‘As Good As It Gets’, giocano a fare i Van Halen alle chitarre in ‘Last Call’ altra song riuscita. Complimenti dunque ai Ratt che sono riusciti a fare un disco che restando legato ai canoni del genere si presenta con un suono moderno forse meno ruvido rispetto al passato ma che colpisce nel segno, LA DIFFERENZA rispetto al passato la fanno i membri del gruppo che non più divisi da lotte interne hanno ripreso a suonare e comporre come i vecchi anzi vecchissimi tempi; Stephen Pearcy tornato nella band offre sicuramente una prova di notevole spessore al canto ben coadiuvato da Warren De Martini e l’ex Quiet Riot Carlos Cavaso alle chitarre e dalla sezione ritmica formata da Bobby Blotzer alla batteria e da Robbie Crane al basso. Disco quindi che anche nella non eccesiva durata ricorda i bei tempi andati e che sicuramente farà felici i vecchi fans del genere che forse non si aspettavano una prova cosi convincente; io stesso ero piuttosto restio di fronte a questo nuovo disco, mi sono ricreduto ascoltandolo, l’ho trovato proprio godibile con canzoni davvero indovinate, il problema è che dischi come questi non godono più del dovuto supporto per risultare appetibili per un pubblico giovane, più propenso a orientarsi verso altre sonorità.
(X-Man)
PAPA ROACH
‘Metamorphosis’-CD
(Interscope)
I Papa Roach li conosciamo un po’ tutti. Per qualche tempo, più o meno subito dopo l’uscita di ‘Infested’, hanno spadroneggiato sulle copertine delle riviste specializzate (ed in cima alle classifiche di vendita) diventando ben presto l’esempio più paradigmatico di nu-metal per famiglie. Era l’anno del signore 2000 ed il genere stava esplodendo in tutta la sua potenza. Non ci volle molto (giusto un paio d’anni) perché quel carrozzone miliardario restasse in panne, e molte delle band che vi erano salite poco prima costrette a scendere e a spingere. Tra queste anche gli stessi Papa Roach, che inanellavano album poco significativi a ripetizione, tanto da essere costretti continuamente a riallacciarsi ai fasti del passato per tirare avanti. L’ultimo ‘Metamorphosis’ non fa eccezione, smentendo alla grande il titolo stesso, e presentandosi come un abile bilanciamento tra le inevitabili leccatine commerciali e qualche rara mazzata assestata come Dio comanda. Alla fine il risultato è moscio: qui dentro c’è rimasto ben poco metal, sostituito dal ben più redditizio rock-alternative, e tutto suona finto e freddo, a partire dal singolone ‘Hollywood Whore’. Trascurabile.
(Flavio Ignelzi)
COHEED AND CAMBRIA
‘Year Of The Black Rainbow’-CD
(Roadrunner)
Succede che la musica abbracci la letteratura. Succede anche che la letteratura sia il seme da cui la musica germoglia. Ma come? Nel corso dei secoli sono stati elaborati i modi più disparati per farlo, e questo tipo di modus operandi affascina ancora tanti artisti. Uno di questi è sicuramente lo scrittore Claudio Sanchez, cantante, chitarrista e deus ex machina del progetto Coheed And Cambria. Coheed e Cambria Kilgannon sono i personaggi da lui creati, le cui gesta vengono narrate contemporaneamente sia sui fumetti di Sanchez che sui dischi dei Coheed And Cambria. ‘Year Of The Black Rainbow’ è il loro quinto release, rappresenta un prequel delle quattro precedenti avventure vissute negli altri dischi/fumetti. L’album che deve chiudere l’intera storia. Non è questo però il luogo per parlare di letteratura, meglio discutere sulla musica dei quattro statunitensi, cioè quell’alternative rock di fine anni 90, potentemente venato di heavy metal, di space rock anni 70, di progressive sapientemente mescolata a piccole dosi di elettronica e qualche accenno di “cattiveria” punk rock. Una formula coraggiosa, che negli anni ha assicurato a questo combo l’attenzione che merita. Ma stavolta non basta. Gli accenni, i suoni, cosi come i refrain delle canzoni non colpiscono, non rapiscono l’ascoltatore. Sia chiaro, è facile carpire il possente lavoro di songwriting e di arrangiamento dei pezzi, ma il tutto risulta troppo “da manuale”. Sembra di ascoltare un malriuscito ibrido tra heavy metal e pop rock e la soglia d’attenzione cala subito dopo la quarta traccia, ‘Here We Are Juggernaut’ (uno degli episodi meglio riusciti dell’opera e secondo singolo estratto). Neanche la più elettronica e sperimentale ‘Far’ o la ballad acustica ‘Pearl Of The Stars’ risollevano questo lavoro, povero forse di nuove e concrete idee. La speranza è che Coheed e Cambria ritornino sulla scena con un’avventura nuova, accompagnata stavolta dalla musica di livello che il gruppo di Sanchez sa produrre.
(Diego Pani)
PERIPHERY
‘S/T’-CD
(Roadrunner)
Questo è un album di debutto davvero particolare. Arriva da una band che di strada ne ha già fatta tanta, pubblicando e distribuendo gratuitamente le proprie composizioni attraverso la rete, aprendosi al music business in maniera completamente nuova, senza pensare all’album come punto di partenza, ma come quello di arrivo dopo una gavetta fatta di canzoni e concerti, spesso in compagnia di grandi della scena metal mondiale come Lamb Of God e Darkest Hour. Chi sono? Si chiamano Periphery, vengono da Washington D.C e spaccano di brutto. Formato per volere del chitarrista Misha Mansoor, questo sestetto assesta un colpo dritto in faccia a tutti quelli che credono che generi come il progressive metal siano ormai morti. Attenzione, non pensate di trovare in questo disco ipertecniche cavalcate alla Dream Theater, non è questo il caso. In ‘Periphery’ il prog metal respira l’aria di altre scene parallele come quelle del metalcore cosi come del mathrock. Le canzoni sono consapevolmente composte per essere allo stesso tempo astruse e complesse ma di facile presa e memorizzazione: Mosh, cambi di tempo, stop and go sono uniti ad un lirismo accentuato e ad una tecnica sopraffina. Da ‘Insomnia’ a ‘Light’ i sei di Washington scoprono le carte in tavola che torneranno, in forma di assi nella manica, per tutto il disco. Batteria e basso in continuo movimento, chitarre possenti ma estremamente dettagliate, voce che agilmente alterna growl a melodico, e su tutto un tappeto di suoni elettronici, fredde modulazioni al sintetizzatore che velano questo disco di un alone futuristico, quasi fantascientifico. Questo disco vi colpirà subito, vi sarà facile memorizzarne i contenuti, dopo che gli stessi vi sorprenderanno.
(Diego Pani)
MELISSA AUF DER MAUR
‘Out Of Minds’-CD
(Roadrunner)
All’interno del tendone di quel circo chiamato rock’n'roll troviamo le più disparate personalità. Alcune di esse divengono subito protagoniste, vuoi per le “parentele”, per il look preciso o per la pittoresca vita privata, elevandosi su piedistalli di fama mondiale, diventando semi – dei dall’aspetto fiabesco, facendo i soldi, quelli veri. Spesso, accanto a queste personalità “blasonate”, c’è ne sono altrettante, che però operano per anni nell’ombra, che compiono la propria ricerca musicale in maniera maggiormente silenziosa, ma non per questo meno importante. Cosi potrebbe descriversi forse l’incipit della carriera di Melissa Auf Der Maur, storica bassista delle Hole che, esaurita l’esperienza con la band di Courtney Love, ha dato vita al proprio progetto solista, raccogliendo praticamente solo consensi grazie ad ottimo materiale in studio e a centinaia di concerti in giro per il mondo. La nostra Melissa è giunta ora al secondo disco. Questo ‘Out Of Minds’ arriva dopo l’esordio solista ‘Auf Der Maur’ e l’ep ‘This Would Be Paradise’ e ci mostra una musicista notevolmente cresciuta, che riesce ad incorporare nel proprio sound nuovi elementi senza però perdere quella irruenza e sfacciataggine rock’n'roll che ha contraddistinto la sua carriera fin dagli esordi con le Hole. Il disco si apre con un battito. Un cuore che batte e il suo ritmo, che lentamente si concretizza in musica, con un gioco di sovrapposizione di più parti strumentali e vocali che con l’opener ‘The Hunt’ funge da intro a questo lavoro che sorprende traccia dopo traccia. Grazie anche ad una produzione artistica “chirurgica”, ‘Out Of Minds’ si mostra camaleontico, contraddistinto da frequenti cambi di mood sempre legati all’imponente spinta ritmica data dai giri di basso della responsabile di questo progetto, che guidano e schiudono le canzoni di questo disco. Da momenti più pop si passa ad episodi concitati, eredi della tradizione indie/post punk degli anni 90 ed in cui si evince la passione di Melissa per gruppi quali Pavement e Smashing Pumpkings (gruppo in cui tra l’altro a militato ad inizio millennio). Un ulteriore richiamo alle passioni della bassista canadese e il featuring del mitico Glenn Danzing, che impreziosisce una criptica ‘Father’s Grave’ con la sua inconfondibile voce. Un disco completo, caparbio e capace sia di accontentare i numerosi fan di Melissa, che di attrarne di nuovi. Una gradita conferma.
(Diego Pani)







































































































