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Salad Days Magazine | February 26, 2021

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J.S.P. Crew interview

J.S.P. Crew interview
Salad Days

Incontriamo la J.S.P. Crew a seguito di ‘Lotto Con Me Stesso’. Una di quelle uscite che mi ha riconciliato con il mondo dell’Hip Hop, quello “della vecchia”.

Conosciuti tramite Aldebaran Records, spulciando il loro catalogo quando ho comprato l’ultimo Casino Royale, eccoli qui: straight outta Roma Sud!

SD: Ho ascoltato il disco. Mi è piaciuto molto. Lo trovo molto coraggioso, quasi “estremo”. Poco radiofonico/pochi hook… questo perché è (secondo me) più jazz che rap. Siete d’accordo?
JSP: Grazie. Siamo cresciuti molto ‘ar core, come si dice a Roma. La nostra parte hardcore, grezza, o come la si voglia chiamare, è il nostro più grande punto di forza. Per quanto riguarda il genere musicale del disco, su questo punto abbiamo davvero delle grosse difficoltà ad inquadrarlo in un solo sottogenere. Sicuramente in alcune canzoni abbiamo preferito ritornelli strumentali o bridge suonati al classico ritornello cantato pop, ma con un attento ascolto del disco ci si può imbattere in pezzi più radio frendly, come ‘Le Cose Che Non Dici’, con Folcast e Tahnee Rodriguez.

SD:… chi ha avuto l’idea? Parlo della storia del gruppo… e della storia dell’album. Chi ha convinto chi? SillaMandria vs il gruppo? O il gruppo vs SillaMandria?
JSP: Siamo amici da sempre. Il gruppo, come forse abbiamo già detto prima, inizialmente aveva al basso un altro nostro amico e collega, Daniele Folcarelli, con cui abbiamo composto i primi tre pezzi. I J.S.P. sarebbero potuti finire lì, ma dopo 2 mesi dall’uscita di Daniele dal gruppo, ci è arrivata la chiamata del bassista (Luigi Russo) che aveva già preparato 6 o 7 idee pensando proprio a noi. E proprio da lì è nata poi l’idea del disco: ‘Lotto Con Me Stesso’. Sì, diciamo che veniamo tutti da background musicali diversi, ma abbiamo sempre avuto gli stessi posti di appartenenza. I processi di lavorazione dei nostri pezzi sono stati un “tutti insieme a tutti” e non un “tutti contro tutti” e sono sempre stati lavorati ad otto mani, partendo da un’idea dei singoli.

SD: Primo elemento “estremo” che mi ha colpito: la sostituzione dei beats e della produzione “classica” con gli strumenti. Scelta che in un certo senso “ridimensiona” il ruolo dei vari Don Joe di turno. La cosa, dal punto di vista di un esterno come me, potrebbe essere anche buona (certa gente, a mio modo di vedere, gode di una fama assolutamente non meritata). Ma dal punto di vista del vostro ambiente, direi sia una scelta molto coraggiosa. Anche perché di Roma è il producer per eccellenza, Ice One. Mi dite un po’ cosa ne pensate? 
JSP: Il nostro cantante (Silla) è nato e cresciuto ascoltando rap Hip Hop e qualsiasi genere di musica prodotta con un campionatore e per forza di cose ci ha trasmesso la sua passione. Questo per dire che non abbiamo alcun problema a mischiare la musica campionata con la musica suonata o la musica suonata con l’aggiunta di sequenze, sample o batterie elettroniche. A noi piace la musica che ci mette il brivido sulla pelle, come è fatta è secondario. Proprio per questo motivo il remix di Ice One per noi è proprio la ciliegina sulla torta.

SD: Legato a questo tema: vi trovate nella vostra scena? Vi rivolgete al mondo dell’Hip Hop? O al mondo del jazz… o?
JSP: Ci rivolgiamo a tutti quelli che vogliono donare un po’ del loro tempo per ascoltare il disco. Non amiamo le divisioni, soprattutto in questo periodo.

SD: BTW, quando si parla di scena, quale è il contesto oggi in cui vi muovete a Roma? Quali sono i punti di riferimento (parlo di luoghi, e persone/colleghi)?
JSP: Purtroppo in questo momento ci muoviamo poco, causa Covid, ma siamo sempre in contatto con i nostri colleghi. Siamo tutti di Roma Sud, quindi per lo più bazzichiamo sempre le stesse zone. Ma potendo comunicare a distanza, stiamo cercando di lavorare all’uscita del nostro secondo video e alla prossima sorpresa di Natale. Finché si può, continueremo a beccarci al pub La Tana a Magliana e ad altri pub della periferia di Roma Sud, per prendere una birra insieme alle solite faccione.

SD: Secondo elemento “estremo”. Suonare invece che avere un dj o un beatmaker dietro. Altra scelta “rischiosissima”. Ho visto Ghemon dal vivo: la band che l’accompagnava secondo me non era all’altezza, sembrava la band di una festa del liceo. Su disco la cosa può passare in secondo piano… ma dal vivo non c’è storia. Ci avete pensato? Anche perché il mondo del jazz, visto da fuori, è un mondo abbastanza incomprensibile… quindi alla fine sono l’impatto e la personalità quello che conterà/quello che rimarrà quando vi vedrò da vivo. 
JSP: Guarda, il nostro punto di forza è stato sempre suonare live. Quindi, dopo aver superato la prova di registrare il disco, non vediamo l’ora di poter suonare l’album live e di sfogare tutta la rabbia e il rammarico provato in questo periodo. Dopo di che, i giudizi li lasciamo sempre all’ascoltatore.

SD: Mi viene in mente la join venture tra Kaos e La Batteria. Una bomba. Ma stiamo parlando appunto di Kaos e La Batteria. Kaos è più vecchio di me… e quelli della Batteria direi non gente di primo pelo…
JSP: Non abbiamo la presunzione di associare un determinato genere musicale a delle determinate età anagrafiche, crediamo nella diversità e nelle scelte. Vogliamo lasciare il massimo della libertà di giudizio all’ascoltatore, come fosse la reazione in seguito ad un’esperienza estrema, tipo buttarsi col paracadute, o il bungee jumping. Sappiamo benissimo che il disco non è per tutti, ma come possiamo sapere a chi è diretto? Noi offriamo un’esperienza, non facciamo selezione all’entrata. Come si sarà capito, abbiamo un profondo rispetto per il mondo degli ascoltatori musicali, poiché ne facciamo parte in primis noi stessi. Non diamo invece molta importanza alla loro età.

SD: Terzo elemento “estremo”. L’approccio è molto più jazz che rap (anche qui, mio modo di vedere). Mi spiego. Pochi hook. Molti tempi “non ballabili”… molti beats “dispari”… momenti quasi da jam, che personalmente mi fanno godere… ma appunto ho 50 anni; scelta coraggiosissima. Cosa ne pensate?
JSP: Che siamo molto contenti che ti siano piaciuti! Escono fuori da quella parte grezza di cui parlavamo prima, cui piace molto accettare sfide anche a livello ritmico. Se vogliamo parlare di rappare sopra quei beats dispari, vi facciamo immaginare il grado di difficoltà affrontato dal nostro SillaMandria!

SD: Per andare più in profondo. Il jazz qui da noi è comunque associato a “vecchio e ricco” (vedi il Blue Note qui a Milano)… invece sappiamo tutti che non è così. Perché? Perché ha perso la sua carica di rottura? Da quando è entrato nei teatri? Ho sentito un’intervista a Rava… che ricordava i tempi del Lower East Side a NY… sembrava si sentir parlare i Cro Mags… il jazz ha fatto la fine del Lower East Side? Gentrificato? 
JSP: Come prima cosa, “Bomba i Cro Mags!” (dice SillaMandria). Riguardo la dicotomia tra vecchio e nuovo pensiamo di esserci già spiegati, per quanto riguarda il ricco… noi soldi e paura non ne abbiamo mai avuti. Per questo la scelta coraggiosa, forse? Scherzi a parte, a prescindere dalla scena jazz, il suono analogico sta tornando (è tornato) nella scena musicale sia americana che europea e attinge a qualsiasi età e a qualsiasi sottogenere, passando da Kamasi Washington ed Anderson Paak alla Griselda.

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SD: Quarto elemento “estremo”: i vostri punti di riferimento. Per confrontarvi con qualcuno, ho tirato fuori ‘Game Theory’ dei Roots, (non gli US3, per intenderci). Un signor album, il loro più cupo e politico.  Prima domanda… facile. Ho fatto bene? O avreste scelto qualcosa d’altro? Poi… pure rispetto a loro, che non sono certo dei faciloni, (alcuni) vostri brani sono molto più complessi. Per esempio… mica facile rappare su del jazz! Da loro Questlove fa un “lavorone” (cazzo, Questlove), ma comunque sono sempre molto “dritti”: voi spesso siete un po’ “storti” (nel bene). Mi chiedevo se tecnicamente avete avuto delle difficoltà nel processo di assemblaggio dei pezzi… e se sì dove e quando?
JSP: Assolutamente sì. Rappare su quei beats non è per tutti i rapper. E molto probabilmente SillaMandria non è soltanto un rapper. Comunque stravediamo per i Roots! Quindi hai scelto benissimo! Ma noi non siamo nati a Philadelphia, siamo nati a Roma da padri e madri del Sud Italia. Non potremo mai suonare uguali ai The Roots, né a nessun altro gruppo americano. E per noi questo è un sollievo!

SD: Sempre riguardo ai punti di riferimento: Pino Daniele (J.S.P. sta per… indovinate un po’)!!?? Siete veramente matti! La cosa (apparentemente, intendiamoci) più lontana dal pubblico giovane e Hip Hop. Anche questo… tutto da spiegare. Nell’ottica del “digger” fanatico quale io sono, se avete dischi o cose che mi volete dire per arricchire il vostro ritratto, fate pure! Sappiate che quando io vado a casa d’altri mi faccio un primo parere a seconda dello stereo e dei dischi che girano… se ci sono, ovvio.
JSP: Come avrai capito abbiamo parenti campani, siciliani e calabresi. Siamo molto legati ai Funky Pushertz e a tutta la scena campana. Abbiamo ascoltato con molto interesse l’album dei Nu Guinea ‘Nuova Napoli’ e anche quello dei Dumbo Station, ‘Tirana Cafè’. I primi dischi di Pino Daniele per noi sono come Maradona. Ci hanno formato a livello identitario, oltre che a livello musicale. Detto ciò, noi ascoltiamo praticamente di tutto e ti consigliamo Folcast, Funky Pushertz, Moda Loda Broda, Canarie, Pink Puffers, tra le nostre conoscenze territoriali/dirette. Per quanto riguarda il nostro background musicale, sarebbe così lunga che ci servirebbe una seconda intervista (forse) solo per quello.

SD: Quinto elemento “estremo”. I testi. Decisamente “old style”… qui il fatto che abbiate vicino i Colle Der Fomento, mannaggia a voi… noi abbiamo il Club Dogo… A parte gli scherzi… rime un po’ fuori dal solito schema “strada/gangsta” che qui a Nord ha molta presa sui regaz.
JSP: Il nostro cantante è un po’ atipico. Il suo processo di scrittura è legato in modo unilaterale al suo carattere. Non ha uno schema, scrive per urgenza. I temi trattati possono essere diversi, ma solitamente escono fuori dal nostro quotidiano e dalle esperienze periferiche di tutti i giorni. Per noi comunque, “strada” vuol dire strada da percorrere, e “gangsta” che è? ‘Na malattia nuova? Er nome del nuovo vaccino?

SD: Sesto elemento “estremo”, i featuring. Non sono tanti rispetto ad altri lavori… ed ancora una volta c’è (secondo me) più jazz che rap. Mi viene da dire “pochi ma buoni”… è anche vero che il grosso delle vendite e della rete di vostri “colleghi” è fatto proprio sui featuring… quindi ancora una volta (secondo me) una scelta abbastanza “estrema”. Tra l’altro le chitarre di Reali, a mio modesto parere (questo se volete ce lo teniamo per noi), alla fine mi risultano un filo troppo “metal”… un po’ “forzate” nel contesto. Se volete vi sfido anche se questo punto, se no sembra che vi stia facendo la marketta… e se mi volete convincere del contrario sono qui… 
JSP: Su questo facciamo una sfida noi a te: trovaci un chitarrista che, dopo averlo concepito, riesca a rieseguire un solo di chitarra come quello di Diego Reali, in quel modo, con quelle dinamiche e in un paio di take. Qualora tu lo trovassi, per favore chiamaci che smettiamo di suonare! Per quanto riguarda le featuring le nostre scelte sono state molto mirate, perché avevamo le idee stramaledettamente chiare.

SD: Conclusioni. Salad Days è molto dentro alla streetlife culture/skateboarding/graffiti etc. etc. Se volete arricchire il tutto, e scopriamo pure che siete skater o writer… please let us know!
JSP: Logicamente abbiamo amici writer di cui, per motivi logici, non facciamo il nome, ma che salutiamo con affetto! Ci teniamo in particolare a salutare il nostro grafico Dario Pallante, che non smette mai di sorprenderci.

SD: BTW: il logo. Dove/come/quando?
JSP: Il nostro grafico è da sempre Dario… per noi ormai è una garanzia. Ha curato e continua a curare le grafiche (pazzesche) di SillaMandria e di altri gruppi in cui alcuni membri J.S.P. hanno orbitato. E’ una collaborazione decennale a cui non siamo interessati dare un termine, anzi! Stiamo lavorando con lui per evolverci allo step successivo, dalla grafica 2D alle animazioni e a progetti grafici più innovativi. L’idea del logo J.S.P. (il cane che si morde la coda) è nata in sala prove, tra noi musicisti: ci sembrava l’immagine perfetta di ‘Lotto Con Me Stesso’. E’ bastato un messaggio e il buon Dario ci ha reso (come sempre) soddisfatti.

SD: Conclusioni II. Cosa state facendo… e cosa pensate di fare (musicalmente parlando), incrociando le dita, nel 2021?
JSP: Stiamo preparando il nostro secondo video ufficiale e una Live Session da poter vedere in Live Streaming o su Youtube, soprattutto per poter presentare i nostri pezzi dal vivo, anche se in maniera virtuale. Infine, ti diciamo che abbiamo tante sorprese in serbo, ma che per scaramanzia, da buoni terroni, teniamo ancora nel cassetto.

SD: BUON TUTTO!
JSP: Ciao, grazie per l’intervista! Baci e abbracci dalla J.S.P. Crew.

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(Txt by Francesco Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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