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Salad Days Magazine | December 4, 2021

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Lorenzo Senni – full interview

Lorenzo Senni – full interview
Salad Days

È poco più di un anno che Warp ha fatto uscire ‘Scacco Matto’, del nostro Lorenzo Senni.

Nell’ambito delle celebrazioni (e delle riaperture) del caso, avremo modo di vederli suonare (Senni e ‘Scacco Matto’) live! Per partecipare, a mio modo, alla partita, mi è sembrato carino imbarcarmi in questa strana impresa di proporre a Lorenzo una track by track: da una parte i miei deliri e le mie suggestioni, dall’altra le sue risposte, le sue contromosse. In realtà c’è anche la bonus track, o la traccia nascosta: ho voluto chiedergli anche del titolo. Il risultato è una super chiacchierata, piena di riferimenti e idee, alla faccia di chi pensa che l’elettronica sia cosa per gente gelida, e che la Warp sia un covo di snob o di nerd.

SD: ‘Scacco Matto’ – Partirei dal celeberrimo campione: ‘The Game Of Chess Is Like A Sword Fight’. Wu Tang Clan: ‘Da Mystery of Chessboxin’. Il Wu Tang per gente della vecchia come me aveva il rispetto totale, no matter che musica si ascoltava/si faceva. Loro erano un collettivo, con delle regole, una bella dose di mistero, il kung fu, roba se vuoi non lontana da certe cose che avevamo noi in ambito hardcore. Stesse suggestioni? Stessi ascolti? BTW, giochi a scacchi?
LS: Prima di tutto ciao, e grazie mille per la pazienza e per l’interesse incondizionato (n.d.r.: è da un po’ che sto “seguendo” Lorenzo, diventato oramai la mia ossessione giornalistica), anche ora che siamo a un anno dall’uscita di ‘Scacco Matto’! Ma questo compleanno mi/ci permette di tornare a parlarne, quindi timing perfetto! Prima domanda, prima suggestione. A dire la verità il titolo, anche se mi è piaciuto molto il riferimento al Wu Tang Clan, non viene da lì. Ho un profondo rispetto per il Clan, ma ci sono arrivato “tardi”. Da giovane mi ero rifiutato di dedicarmi a certe cose, per un discorso di appartenenza. Ero meno maturo (negli ascolti) di te (n.d.r.: WOW, e con questa mi ritiro). Era bello riconoscersi in un gruppo (n.d.r. inteso come sottocultura, tribù), poteva risultare limitante, ma era così. Quindi tenevo lontano da me certe cose (tipo il Wu Tang). Il titolo viene fuori “un po’ così”, durante il processo di composizione e creazione del disco. Stavo facendo fatica, in studio, a metterlo assieme, a realizzarlo come volevo. Era una lotta con me stesso. Da una parte avevo delle idee, volevo provare delle cose nuove: dall’altra volevo confermare in maniera molto precisa tutto il percorso che avevo fatto nei dischi passati. Insomma, cambiare visione, restando fedele, sia a livello musicale che a livello concettuale, a quello che avevo sempre fatto. Questo contrasto mi stava dando grossi problemi. In quel periodo ho incominciato a riscoprire il gioco degli scacchi. Non ero un appassionato, ma mi piaceva. E’ stato un bellissimo spunto per capire cosa mi stava succedendo. Ho letto tanti libri, tante interviste a riguardo. Tantissimi si riferiscono agli scacchi come ad un gioco con se stessi prima che con l’avversario. Ho iniziato a capire che quello che stavo facendo era un sfida con me stesso: gli scacchi mi hanno aiutato a costruire una narrativa, mi hanno dato molti spunti per mettere un po’ di ordine. Sono poi andato a incontrare Kasparov a Monaco, e ho avuto modo di scambiarci qualche parola. Tutto stava prendendo forma. Mi piaceva il discorso introspettivo, e mi piaceva anche utilizzare un’espressione in italiano. Anche in questo caso, era per dare continuità ad un’idea che avevo realizzato in precedenza, con ‘Persona’ (n.d.r. primo disco per la Warp).

SD: ‘Discipline Of Enthusiasm’ – In generale disciplina ed entusiasmo vanno insieme nella musica elettronica, non mi viene in mente il caos quando penso a te, o ai tuoi colleghi. Qui l’accostamento, per uscire un po’ dal seminato, lo potrei fare con Romare, visto in concerto a Miami (non vanno a Miami solo i musicisti, ci vanno anche gli ingegneri) prima che vedessi te (a Parma). Lui (almeno in quel set) molto più organico che “glaciale” (ma forse anche tu non sei sempre “glaciale”?). Comunque mi chiedevo cosa pensi/ascolti dei tuoi “diretti” concorrenti, vedi Ninja Tune (Romare’s). Mi aspetto che essendo un voyeur ascolti molta roba: ma con che spirito? Parentesi, hai i famosi scheletri nell’armadio? Io, per esempio, godo quando passa ‘Levels’ di Avicii.
LS: Per quanto riguarda ‘Discipline Of Enthusiasm’, ti posso dire che è il titolo che ha dato ad una mia intervista un bravissimo giornalista che si chiama Philip Sherburne. Scrive per tante testate, tra cui Pitchfork (tanto per cambiare/NDR). Mi piacque subito, penso che mi descriva molto bene. La parola disciplina mi riporta alle mie origini hardcore, in particolare alle dinamiche straight edge. Ho vissuto quel periodo, senza “sconfinare” nell’hardline. Ma non voglio entrare in troppi dettagli, visto che l’idea originale è stata poi “interpretata” in maniera controversa (n.d.r.: cose di cui stiamo discutendo e ri-discutendo dall’uscita di ‘Disconnection’ e di ‘Schegge Di Rumore’). Disciplina, dicevo. Mi è sempre piaciuto saper essere in grado di fare quello che si vuole fare, e di non fare quello che non si vuole fare. Entusiasmo, qui si entra nella sfera personale. Sherburne ha colto il fatto che sono una persona molto entusiasta, nei confronti di quello che faccio e di quello in cui credo. Non mi tengo mai quando c’è la possibilità di esprimermi, nel mio lavoro, piuttosto che rispetto alle cose che mi piacciono, o che reputo di un qualche valore. ‘Discipline Of Enthusiasm’ è un ossimoro, e secondo me rappresenta bene anche nella musica che faccio: elettronica, clubbing, ma non esattamente ballabile. Ci sono dinamiche contrastanti che condividono lo stesso spazio nella mia musica. Per tornare alla tua domanda, sono un tipo abbastanza disciplinato anche negli ascolti. Penso di essere informato riguardo a quello che mi succede attorno, per quanto sia difficile, vista la quantità di cose che esce. Sono sicuramente attento a quello che fanno i miei colleghi. Chiaro: potrebbero essere tantissimi da seguire! Quindi prediligo quelli che sento più vicini, quelli che conosco. Sono curioso di vedere cosa fanno, e se li conosco sono ancora più curioso! Mi interessa vedere qual’è il loro percorso artistico, di analizzare in che modo, attraverso quali mezzi si produce e si realizza la loro personalità. Devo ammettere che ascolto tanto rock, in generale tanta musica suonata da “vere” band, e con strumenti diciamo più classici. A partire da semplici power trio, piuttosto che i nuovi gruppi hardcore che vengono dagli Stati Uniti, ma anche tante cose vecchie. Sto riscoprendo tante cose italiane che non conoscevo, cose che risalgono a 10-15 anni fa, periodo in cui seguivo meno ciò che succedeva in Italia. Penso di esser molto attento a quello che succede nell’ambito musicale, fino ad arrivare alle cose più pop. Detto questo, sono molto critico. Penso che pochi progetti esprimano delle idee interessanti. Usando un termine molto brutto, Simon Reynolds parlò di me in un articolo in cui mi metteva assieme ad Arca e Sophie, definendo la nostra proposta come “Conceptronica”. Giustamente, perché in effetti siamo cresciuti tutti nello stesso periodo, condividendo tante cose, più o meno esplicite. Reynolds faceva riferimento a musica elettronica con una forte componente concettuale. Non so se vale anche per gli altri nomi dell’articolo. A me interessa molto questo lato: cerco sempre di sposare le mie sonorità con delle idee, e cerco sempre di fare in modo che i riferimenti possano essere tangibili, possano essere riconoscibili abbastanza facilmente. Spesso (n.d.r.: il riferimento è alla scena di sui sopra) non è così. Spesso ci sono dei progetti in cui si parla di idee filosofiche più o meno musicali, ma è davvero difficile coglierne il senso, piuttosto che “toccare” il legame. Preferisco fare cose semplici, fare in modo che ci sia una precisa connessione, come tirare una linea. Riguardo agli scheletri nell’armadio… eccome se ne ho! Quelli musicali direi di averli resi abbastanza espliciti, pensa a ciò che ho fatto su Justin Bieber, o cose del genere. Non ho paura di lasciarmi andare e di essere giudicato: questo non è mai stato un mio problema.

SD: ‘XBreakingEgeX’ – Qui il rimando allo straight edge e all’hardcore è direi ovvio. Mi chiedo cosa ti è rimasto di quell’esperienza. E mi chiedo anche se ti capita, andando in giro per le “gallerie d’arte”, che ti venga mai l’idea che ti stiano guardando un po’ tipo “zoo”, proprio per questi trascorsi underground. Una volta a Camden Town, ad un banchetto di mixtape ragga, delle tipe fotografavano il rasta dietro al banco. Il tipo ovviamente si è incazzato: “ma mica sono la vostra scimmietta da fotografare!”. Mi interessa questo rapporto tra alto e basso, e sapere cosa succede quando si rompe quel confine.
LS: ‘XBreakingEgeX’ è ovviamente un rimando a quel passato, che mi fa sempre piacere ricordare. Fortunatamente, avendo amici più legati all’universo gabber e hardcore (inteso come elettronica), ho imparato a vivere il mio essere straight edge in maniera molto tranquilla e assolutamente non estrema. Per intenderci, non come gli una volta hardline, ora amanti della cotoletta e del vino. Non essendo così estremo mi sono trovato a continuare: penso di avere trovato un certo equilibrio. Mi è piaciuto anche cercare di unire quest’idea, in maniera più concettuale, alla mia musica. Parlo di “sober dance music”. Non c’è la cassa, quindi non è ballabile, quindi è “sobria”. Ovviamente nel mio ambiente sono visto come una mosca bianca. Sono una mosca bianca a livello di backstage, non bevendo, non facendo uso di sostanze. Ma anche musicalmente sono considerato una mosca bianca: la musica che faccio non è una cosa facile da categorizzare, o da avvicinare ad un genere preciso. C’è sempre, comunque, un certo rispetto. Si sa benissimo cosa significhi al mondo d’oggi essere “sobri”, specialmente nel mondo della musica elettronica. Si sa benissimo quali e quanti siano i problemi che certe sostanze, ma anche solo l’alcol, creano. Parlo con colleghi un po’ più vicino a me, che sono purtroppo abituati ad un certo stile di vita che comprende anche queste cose. Finisce che non riesci a salire sul palco se non hai bevuto tre gin tonic e se non hai pippato. Diventa difficile liberarsi di questo tipo di abitudini. Insomma, penso che mi vedano come una mosca bianca, sì… ma anche con un po’ di invidia. Si rendono conto che il mio risveglio la mattina è decisamente migliore del loro! Riguardo all’hardcore, ed a quel particolare periodo. Penso che mi abbia insegnato questo discorso del “non mollare”. Fare le cose da te. Fare le cose come le vuoi fare, contando sull’aiuto di chi ti è vicino. Chi ti può appunto aiutare senza chiedere tanto. Tutto ciò che sta sotto all’ombrello del D.I.Y.: credo che questo faccia la differenza in ambito artistico, piuttosto che in ambito “gestione di una carriera”. Sei abituato fin da giovane a stampare il tuo vinile, piuttosto che a disegnare le tue magliette, o a preparare il tuo flyer e a mettere tutto sul tavolo del merch. Alla fine ritrovi il tutto, solo un po’ più in grande, man mano che il progetto cresce. Le dinamiche, i meccanismi e l’entusiasmo sono gli stessi. Devi fare in modo che tutto funzioni, e che tu riesca ad andare avanti contento di quello che fai. Sicuramente chi ha vissuto ed è cresciuto in questi contesti ha già un certo tipo di attitudine. Devo ammettere che anche a me capita di venire a sapere che quando qualcuno sta riuscendo bene in un qualcosa spesso è venuto su da un contesto punk hardcore, o comunque da un ambiente DIY.

SD: ‘Move In Silence (Only Speak When It’s Time To Say Checkmate)’ – Documentario su ‘Tavola Rasa Elettrificata’. CSI. Mongolia. Zamboni e Ferretti dalla parte del silenzio, della quiete. Canali dalla parte del rumore. Il gruppo, poi, si scioglie. Mi ritrovo molto con Canali che dice: “io comporrei sempre e solo dietro alla stazione, con i treni che passano”. Qual è il tuo rapporto con il rumore? E con il silenzio? ‘Move In Silence’ è la condizione perfetta per i “guardoni”, o no?
LS: Yes, ci hai preso. Volevo descrivere un’attitudine, la mia attitudine. Non sono uno che si perde in troppe chiacchiere: sono uno che va abbastanza diretto. Cerco di sviluppare quello che voglio fare nel miglior modo possibile. Cerco di comunicarlo nel modo più efficace e diretto ma anche coerente con quello che sono e con quello che voglio dire. Per esempio, spesso uso dei degli slogan, o dei motti che poi adatto al concetto. Mi piacciono molto, per esempio, i discorsi che vengono dal mondo del fitness o della palestra, sai quelle cose un po’ motivazionali? Sento che potrei essere anche un buon coach. Mi immedesimo abbastanza in quel ruolo. Quindi non tanto dire alle persone cosa dovrebbero fare, quanto dare dei consigli che mi sembrano corretti. ‘Move In Silence (Only Speak When It’s Time To Say Checkmate)’ è una frase che racchiude un approccio generale alla musica e alla vita. Mi piace molto perché io ci metto tanto impegno in quello che faccio, ed alla fine quello che si vede è solo la classica punta dell’iceberg. Tutto questo lavoro, tutta questa dedizione è un po’ quello che mi fa andare avanti, più del successo o meno del disco, più del suonare o meno ad Sonar…

SD: ‘Canone Infinito’ – Qui, avendo visto l’opera in terapia intensiva a Bergamo, il riferimento è obbligato a quel ‘Canone Infinito’. Mi chiedo come mai metterla nell’album portandola fuori dall’ospedale. Mi chiedo come mai non differenziarla (parlo del titolo). Con tutto quello che è successo dopo, col Covid, mi chiedevo se ci avessi pensato, se in qualche maniera il progetto ti avesse scosso, ancora di più.
LS: ‘Canone Infinito’ è semplicemente il titolo di un libro di teoria musicale che ho studiato all’Università. Si tratta di un libro di Loris Azzaroni, sottotitolato ‘Lineamenti Di Teoria Della Musica’. Un titolo che mi piacque da subito, e quindi l’ho voluto riutilizzare. Ho pensato che le due cose non sarebbero andate ad interferire più di tanto. Poi, quando si è parlato molto di terapie intensive (n.d.r. ci riferiamo a Bergamo e al ‘Canone Infinito’ composto da Senni per “alleggerire” l’attesa in quella terapia intensiva, ricordiamolo una volta in più), ovviamente il discorso è tornato un pochino più attuale, soprattutto quando stava uscendo il disco. Ma non è stato un grosso problema: solitamente sono più bravo a tenere divise le cose e ad essere preciso. In questo caso, come dicevo, era un titolo che mi piaceva molto; quando è venuto fuori questo pezzo in studio ho pensato di inserirlo nel disco e gli ho voluto dare quel nome. Il pezzo rispecchiava questa sorta di spirale, il canone come è descritto nel libro: queste strutture e formule musicali che si ripetono in un modo specifico. Insomma è un titolo che mi suonava bene. A differenza di molti altri titoli che ho usato, che sono più diretti, questo è un pochino più astratto e riguarda più la sensazione del pezzo, che qualcosa di specifico o tecnico. Mi sto perdendo: le due tracce non hanno niente in comune, se non il titolo!

SD: ‘Dance Tonight, Revolution Tomorrow’ – Qui viene facile pensare alla rave generation, alla summer of love, all’acid house etc. Quando sei entrato in contatto con quel mondo? Assumo che il fatto di essere “romagnolo” sia stato determinante, visto che qui a Milano (a mio modo di vedere) la separazione era molto più marcata, e la situazione era molto “settoriale”. Quindi BEATO TE!
LS: ‘Dance Tonight, Revolution Tomorrow’ viene dagli Orchid (n.d.r. wow!). A me serviva per spiegare il mio background. Come hai un po’ accennato tu, vivendo a Cesena ed essendo così vicino alla riviera sono cresciuto in un background molto eterogeneo, e soprattutto legato a due fazioni. Io ero un fan di ragazzi un po’ più grandi di me che suonavano in gruppi hardcore straight edge come Sentence o Reprisal. I Sentence sono di Cesena quindi li andavo a vedere in sala prove. Era quello che mi appassionava, quello che seguivo durante la settimana, durante la mia la mia vita da studente delle scuole superiori a Cesena. Nel weekend, quando passavo più tempo nel mio paesino, ero più soggetto all’influenza degli amici del bar. Parliamo di provincia. Gli amici del bar che erano dei frequentatori del Cocoricò, del Gheodrome, si andava qualche volta al Number One… erano degli hardcore warriors piuttosto che dei gabber. Quindi io sono cresciuto in questo limbo dove mi dividevo puntualmente tra questi due gruppi di amicizie. Per come sono io caratterialmente, penso che entrambe mi accettavano in maniera molto molto tranquilla. Potevo appunto andare ad ascoltare i Sentence in sala prove, per poi ritrovarmi in giro con questi ragazzi che andavano al Gheodrome! Diciamo che l’anello di congiunzione era un caro amico, mio compagno di classe, che era un hardcore warrior, spacciatore, che mi ha introdotto in questo suo gruppo e poi ha spiegato ai suoi amici più stretti che anche se io non facevo uso di sostanze come tutti loro, potevo essere ben accetto e molto carico per uscire! Da una parte l’hardcore straight edge, dall’altra l’elettronica/gabber: da molto giovane sono venuto a contatto con due realtà molto diverse che però, col senno di poi, mi hanno entrambe influenzato molto. Proprio qui direi nasca l’idea del “Rave Voyeurism”: tutta quell’esperienza personale di avere vissuto certe cose in un modo un pochino diverso, inusuale, magari come un voyeur, appunto.

SD: ‘The Power Of Failing’ – Titolo molto forte. Sottopressione: ‘Distruggersi Per Poi Risorgere’. Ma pure tutto il discorso fede/religione/spiritualità, che in un certo periodo era rilevante dalle nostre parti (Krishna-Core et similia). Sto volando troppo in alto? Ti riferivi “semplicemente” al saper perdere?
LS: ‘The Power Of Failing’? Disco dei Mineral, ma anche tanto altro. Diciamo che era un momento in cui non mi stavano tanto simpatici i social. Mi spiego. Facendo un disco ti chiedi se piacerà, se ci farò qualche concerto dopo, se la Warp ne venderà qualche copia. Poi, conoscendo la “music industry” da un pochino più dentro, capisci che queste cose non sono così importanti, fortunatamente, per il contesto in cui mi muovo. Comunque ci sono dei soldi che vengono investiti e dei soldi che eventualmente devono tornare. Questa la preoccupazione che mi viene per le persone che mi hanno dato fiducia. La preoccupazione mia, più personale, riguarda invece la domanda “questo disco piacerà o non piacerà a chi mi segue? ‘Scacco Matto’ era una specie di reazione a tutto questo. Non piace? Sarei contento lo stesso, e quindi va bene fallire. In senso ampio fallire non significa non essere felici: anzi, fallire ti mette davanti a certe dinamiche che è bene incontrare. Non sono andato troppo fondo nell’argomento però mi piaceva molto pensare a questo: mi è capitato in passato di cercare di fare una cosa al meglio, di cui potevo essere felice del risultato, ma senza raggiungere certi standard richiesti. Magari per qualche motivo non sono riuscito in una determinata cosa? Anche questo “fallimento” ha avuto sempre e comunque dei risvolti (buoni) nella mia esperienza successiva. Forse perché ho un’attitudine abbastanza positiva. Era un semplice riferimento all’idea di non dover sempre e per forza fare tutto bene, come oggi siamo portati a pensare. In generale mi sono sempre stati simpatici i loser, gli outsider. Questa cosa va un po’ a pari passo col non riuscire a incontrare degli standard richiesti. Comunque, anche qui mi sto perdendo, il titolo viene da un disco dei Mineral, quello in cui c’è anche ‘Gloria’, uno dei loro pezzi famosi.

SD: ‘Wasting Time Writing Lorenzo Senni Songs’ – Gli Anal Cunt mi danno un paio di spunti. UNO. Collegato a prima. Il tuo essere guardone dove ti porta/dove ti ha portato a livello di ascolti. Il Grind è la cosa più LONTANA da quello che fai! DUE. Seth era uno dei personaggi più “stronzi” della scena. Torniamo a prima: essere “guardoni” è una cosa “sana”?? Essere “guardoni” non è qualcosa cosa che porta inevitabilmente alla solitudine, ed alla “paranoia” di dover vedere/fare tutto?
LS: Gli Anal Cunt li ho conosciuti grazie ad un mio capo, parlo di un lavoro estivo. Per undici stagioni consecutive ho lavorato in un magazzino di sementi. Il mio compito era “impedanare”, praticamente fare dei piani di sacchi da 25 kg sopra un pallet che poi veniva spedito. Era un lavoro pesante, per quello era pagato bene. Il mio capo era un personaggio molto particolare, che però mi aveva preso in simpatia. Ero l’unico a cui era permesso ascoltare la musica mentre si lavora. Ero anche uno dei pochi italiani in tutto il magazzino. Però dopo i primi giorni ci siamo scoperti avere tante passioni in comune, tra cui la musica. Lui ha “imparato” a ordinare dischi e merch on-line, cose che io facevo già per me ed i miei amici. Io ho scoperto tante cose più legate al grind ed al metal, visto che lui era un appassionato di quei generi, ma anche tanto rock in generale! Gli Anal Cunt me li ha fatti scoprire lui. Dal punto di vista musicale devo dire che non mi hanno mai entusiasmato, faccio fatica ad ascoltarli. Però sicuramente mi ha colpito l’attitudine, tutto il livello grafico, e soprattutto i titoli dei brani. Mi sono andato a leggere la storia di Seth, ed anche quella mi ha colpito. Se ci pensi: forse adesso non si può neanche dire che ascolti gli Anal Cunt, siamo talmente politically correct☹. Però appunto mi hanno colpito subito, tanto che poi nel disco ‘Scacco Matto’, nello sticker in alto a sinistra, le “x” di L(orenzo) S(enni) sono proprio le “x” degli Anal Cunt, le abbiamo prese “paro paro”! Riguardo al suo essere “stronzo”, e ad eventuali punti in comune con me. Se viene fuori questo accostamento, è forse perché io sono molto specifico nel modo in cui comunico le mie cose; non mi perdo troppo in altro, mi interessa la musica e mi interessa pensare a quello che faccio. Non sono uno che si siede e fa dei suoni senza chiedersi cosa sta facendo. Quindi, se mi è stato fatto presente che sono uno “stronzo”, penso ci si riferisca a questo mio modo di essere molto dentro al mio trip, senza lasciare spazio ad altro. Sembra che me la tiri, sembro un po’ snob, ma è solamente il fatto che non mi interessa molto altro. E ancora di più non mi interessa condividere molto della mia vita personale. Detto ciò, non so se questa cosa si sposi con la questione di essere dei voyeur in senso musicale, perché in quel mondo penso di essermi sempre comportato in modo molto cristallino, con tutti.

SD: ‘Think BIG’ – Gran finale. Che forse risponde un po’ ai dubbi del punto precedente. Pensare in grande. Alzare la barra. Arrivare a Warp. Bilancio? Curiosità: a livello “monetario” ne è valsa la pena?
LS: ‘Think Big’ è quell’attitudine positiva che mi porto dietro in tutto quello che faccio. Credere a quello che si fa e pensare possa essere rilevante. Alla fine il titolo è proprio un link diretto a tutto quel mondo di cui abbiamo detto prima: lo straight edge hardcore. Penso che una riga di testo di tante band che mi piacciono o mi sono piaciute potrebbe tranquillamente finire in un mio titolo. Comunque è un titolo che racchiude bene l’idea di averci creduto e di essere finito su una delle etichette più importanti per quanto riguarda la musica elettronica. Intendiamoci, questo vuol dire tutto e niente, ma sicuramente è una bella soddisfazione personale. Mi chiedi anche se dal punto di vista economico questo abbia fatto la differenza. La risposta è sì, ma non tanto in termini di contratti firmati, non tanto in termini “formali”. Parlo del fatto che posso continuare a fare il mio lavoro, che è quello di fare musica e di suonarla in giro, anche per gli altri. Ora sto lavorando su roba nuova, e sto pensando un pochino a dove questa “roba nuova” potrebbe portare. Sicuramente mi interessa fare ancora qualcosa con Warp. Però bisogna vedere dove vado a finire: tutto è ancora da decifrare. In studio ho provato tante cose nuove, ma ancora nessuna mi ha soddisfatto. I tempi del mondo musicale non sono esattamente quelli per cui ci si può prendere troppo spazio. Ma io fortunatamente ho i miei tempi: quando sarò contento di qualcosa, qualcosa eventualmente uscirà. Sto provando a fare delle cose in direzioni abbastanza disparate, ma tutte ancora giustificate da un’idea, quell’idea di ‘Scacco Matto’, l’evoluzione di quello che ho fatto in precedenza. Quindi non so cosa finirò per fare, ma sono sicuro che dal punto di vista del progetto in generale sarà un disco nel quale chi mi ha seguito può trovare dei punti in comune con quello che ho gia’ fatto in precedenza, oltre che delle altre cose che stanno guardando ad una direzione nuova.

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