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Salad Days Magazine | September 30, 2020

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Mangog ‘Mangog Awakens’

Mangog ‘Mangog Awakens’
Salad Days

Review Overview

6
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Rating

MANGOG
‘Mangog Awakens’-CD
(Argonauta)
6/10


I Mangog vengono da Maryland, Baltimora. Il progetto nasce dall’idea del chitarrista Bert Hall Jr. e dal batterista Stephen Branagan, rispettivamente bassista e chitarrista nei Revelation e Against Nature. Nel 2015 debuttano con un Ep, ‘Daydreams Within Nightmares’. Esce nel 2016 il primo disco ‘Mangog Awakens’. Il sound della band di Baltimora crea un ponte tra il doom tipico degli anni ottanta, sporco, lo-fi, con linee vocali e sonore che richiamano band come Cathedral, Candelmass, Black Sabbath e un doom ripulito, con una produzione patinata, figlia del proprio tempo. Il primo brano ‘Time Is A Prison’ apre l’album con un suono classico, impregnato di Black Sabbath; chitarre pesanti, spesse che seguono riff di basso cadenzati. Fatta eccezione per il secondo pezzo in cui le linee ritmiche sono accelerate ed incalzano verso uno stoner-sludge, violento e sporco, ‘Mangog Awakens’ è un album doom a tutti gli effetti. Sono poche le sbavature e ancor più rare le deviazioni di genere. Le chitarre sono delle cantilene infernali, così come le liriche. I brani ‘Of Your Decit’ e ‘Modern Day Concubine’ sembrano essere un reflusso del passato: uno sludge-doom che oscilla tra il cantato confidenziale di Wino, il tono blues di Danzig, e le grida disperate di Bobby Liebling, intriso di chitarre heavy in pieno stile 80s. Il disco si chiude con un brano che titola ‘Eyes Wide Shut’ e che suona come il simbolo della sacralità di tutta la scuola doom, dagli anni ottanta ad oggi, con la sua cadenza funerea ed i suoi riff lenti e colossali. I Mangog con questo disco riportano in vita una musica che a forza di rallentare e approfondire le armonie, risulta paradossalmente spirituale e lirica, con una sola differenza, che per alcuni potrebbe essere una pecca, per altri l’unico pregio: una produzione pulita e senza sbafi.
(Valentina Vagnoni)

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