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Salad Days Magazine | September 19, 2021

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Marthe – interview

Marthe – interview
Salad Days

Tutto parte (per me) dalla famosa recensione su Decibel, pezzo super voluto dal mega direttore in persona (leggete tutto, qui sotto, e capirete).

Tutto passa dall’ennesima ristampa (quella in vinile è su Agipunk) di ‘Sisters Of Darkness’. Il risultato? Questa intervista su Salad Days, super voluta dal sottoscritto (ok, non sono il mega direttore, ma penso di essere il secondo più “experienced” della crew, per non dire vecchio). Per i più attenti, per gli amanti del gossip, Marthe appare anche in ‘Disconnection’, nel (secondo me) molto interessante capitolo sulle donne. Insomma, super contento!

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SD: Fare doom, e fare doom a Bologna: quali sono le tue origini?
M: Per chi vorrà leggere, il mio percorso musicale inizia in un piccolo paese ligure a un uno sputo dalla Toscana, un luogo stupendo ma sterile in termini di esperienze e situazioni (salvo la mitologica Skaletta, Bad Trip, i Fall Out, Manges, Peawees, il Civico anni’90 e poco altro), che quindi mi ha spinto a esplorare e guardarmi attorno, da Genova a Londra a Bologna dove mi sono stabilita. Appena ho un attimo torno dai miei, una famiglia super, per godere dei boschi, delle spiagge, delle coste inospitali e delle montagne isolate che sono riemerse in me sotto forma di questo progetto solista dal nome Marthe, la proiezione di me stessa più speculare ad oggi. Tra pochi mesi compio 40 anni. Nella Spezia anni’90 ho scoperto il metal, le riot grrrl e l’anarcopunk suonando in vari gruppi. Poi a inizio 2000 ho incontrato la balotta novarese/varesotta impiantata a Carrara che ha portato alla formazione dei Campus Sterminii assieme a Koppa (Horror Vacui / Agipunk), Gra (Motron) e Je (Saturnine) e all’apertura della breccia nello stench/crust di cui i Campus sono stati uno dei primissimi gruppi italiani. Nel 2004 sono entrata nei Kontatto con i miei fratelli Marione, Febo e Ago (Motron e Pioggia Nera), passaggio che mi ha marchiato con la fiamma del Dbeat, secondo vero amore (il primo è il metal, ma non sono pro: ascolto sempre la stessa roba da quando ho 13 anni). Con i Campus e i Kontatto sono partiti i primi veri tour nazionali ed esteri, un’infinità di concerti ed esperienze di squat e occupazioni (compresa la parentesi londinese nel 2005 con i Death From Above). La quantità di gente conosciuta in questi 25 anni è direttamente proporzionale all’essere una completa “rimastona” che non riconosce le facce e spesso per questo motivo (oltre a vederci malissimo) non saluta. Sigh. Nel 2010 nascono gli Horror Vacui con base a Bologna, molto legati alla realtà di Atlantide e XM24 dove abbiamo registrato la prima demo e fatto le prime prove. Ho preso parte al progetto perché volevo provare a suonare un altro strumento oltre alla batteria e divertirmi con un genere meno estremo (un investimento per la vecchiaia). Mi è sempre piaciuto il post punk, abitare a Londra ha amplificato questa passione (serate epiche in club allucinanti) quindi formare un gruppo death rock è venuto da sé in quanto se amo molto un genere mi viene spontaneo suonarlo attivamente. Non sono però una che cavalca l’onda e scende, generalmente mi tiro dietro nel tempo tutti i gruppi in cui suono ma ovviamente alcuni si sono persi per strada per motivi vari e sempre molto concreti/inevitabili. Avvicinandomi al motivo di questa intervista, l’unica cosa che non sono mai riuscita ad avere è un gruppo metal, nonostante sia da sempre un mio desiderio. C’è stata la parentesi Ancient Cult (con tra gli altri gente dei Tenebra e il mitico Francesco Faniello, uno dei chitarristi più clamorosi mai visti nonché enciclopedia musicale vivente, un maestro in tutti i sensi) ma si trattava più di rock’70, mentre io desideravo da sempre doppie spedalate e odore di balsamo da condividere assieme ad altri coltivatori di capelli come me. Nel 2016 ho iniziato a sperimentare atmosfere pesanti e plumbee con i Mountain Moon, gruppo strumentale chiamato scherzosamente “musica da camera ardente” assieme a Gabri (Dolpo), Gianluca (Brutal Birthday/Freakout) e Lucio (Messnr). Questa esperienza mi ha aperto nuove porte in termini di sonorità, sull’onda di quello che stavano già contribuendo a fare gli Horror Vacui con chorus e riverberi a mina (cose che però avevano anche i Wretched ahhh!) e mi ha aiutato a distaccarmi dalle convenzioni musicali che ho sempre più o meno inconsapevolmente seguito, retaggio dell’immediatezza del punk: pezzi brevi, strutture classiche strofa ritornello bridge, testi politicizzati. Quando ho preso in mano i riff che avevo cantato nelle varie note vocali dei vari cellulari e che sarebbero diventate le canzoni di Marthe, ho voluto per la prima volta lasciarmi andare e mettere in pratica tutti gli insegnamenti e input ricevuti negli anni: la sporcizia del crust, la genuinità del punk, l’epicità di certo metal, l’atmosfera del synth, il cantato da coro delle streghe donaneghe. Il risultato, ‘Sisters Of Darkness’, lo giudico come un bilancio dei miei (primi) 40 anni di vita, e credo sia un bilancio positivo vista la quantità di feedback positivi ricevuti e dalle continue richieste di ristampe per questa demo di quattro pezzi, che mi ha reso molto felice, gratificata, ma anche creato una certa strizza poiché adesso c’è dell’aspettativa. Per tornare alla tua domanda le mie origini e il mio percorso mi impongono certi paletti: sono cresciuta in contesti punk, diy ed estremamente politicizzati quindi non riesco a far svettare la sola componente musicale su quella antifascista e politica. Questo, specialmente in ambito metal dove spesso spuntano i coglionazzi che credono che la musica annulli i divari etici, mi impone di fare le pulci a ogni persona, richiesta, proposta, collaborazione, e questo mi penalizzerà come sempre poiché mi precluderà di esplorare strade nuove ma ignote. Sticazzi, tanto ormai dove devo andare? Ovviamente questo non accade con i gruppi punk perché la selezione vien da sé, ma nel metal c’è ogni tanto il rischio di pestare una merda. Anche per questo motivo sono stata molto contenta quando Agipunk mi ha inaspettatamente proposto di stampare il disco, dico inaspettatamente perché è un’etichetta principalmente incentrata sul punk e l’hc, meno sul metal. Ho ricevuto altre proposte anche interessanti ma non ne conoscevo molto quindi ero un po’ indecisa. Agipunk è una label integerrima da più di due decadi di cui io ero mega fan da sempre, e sapere che è un’etichetta solida, senza ambiguità di sorta ma anzi, schierata e politicizzata mi ha fatto sentire a casa. Ad oggi, questa “selezione” mi ha preservata nella mia adorabile comfort zone dove non sono un cazzo di nessuno ma sto una favola.

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SD: Fare doom essendo una donna. Qui devo dire che viaggi molto meglio che nell’hardcore. Penso a Kylesa, penso ad Acid King (non doom, ma da paura). Ma anche nei vari Mono, Boris etc c’è sempre una donna… e che donne!
M: Nonostante la mia adolescenza in un gruppo riot non mi sono mai percepita in termini sessuali, ho sempre suonato e basta, generalmente in gruppi misti (tranne le Pussy Face e le Doxie). Riguardo alle “quote rosa” nella musica estrema ho sempre in mente un dato: alla scuola di musica dove ho iniziato a suonare il pianoforte dalle elementari fino alle medie eravamo maschi e femmine insieme, studiavamo insieme e facevamo i saggi di musica insieme ma nessuno ha mai messo in evidenza il fatto che le bambine suonassero uno strumento, o se lo suonassero bene o male, meglio dei maschi o se ci fossero meno femmine che maschi al saggio finale. Solo quando ho preso in mano le bacchette in un gruppo punk mi è stato fatto notare che rappresentavo una “minoranza” allo strumento, ma per me era uno strumento come un altro, che ho iniziato a suonare a caso un giorno che la batterista del mio primo gruppetto ha paccato le prove. Ho imparato la sessualizzazione della musica, che però credo sia legata a generi pesanti, estremi o a strumenti specifici, ma eccezione fatta per alcune realtà super provinciali di fine anni’90 non ho mai ricevuto nessuna discriminazione, battutina o ironia in ambito hc/punk. Magari l’hanno pensato senza dirlo, e hanno fatto bene. Potrei inoltrarmi in questo discorso ma rischierei di andare fuori tema. Il succo è che se ad esempio sei una ragazza e dipingi o fai danza per nessuno fai la differenza, mentre se vai in skateboard, in moto o suoni la batteria forse stimoli maggiormente curiosità e attenzione per una questione puramente di associazione ad un immaginario prettamente maschile (nelle sue manifestazioni mainstream originarie per lo meno). Ci ho sempre scherzato molto su, quando mi vengono fatti i complimenti dopo un set intanto li accetto senza falsa modestia perché sono una persona educata che fa complimenti a sua volta e poi, se sono in vena, a volte mi scappa un ironico “ma sì dai, non male per essere una donna”, ovviamente provocatorio e che ricalca il luogo comune più becero. Nel doom ci sono donne cardine, ma non è una scena che seguo molto in realtà né ci sono donne che mi abbiano particolarmente colpito o ispirato. A me hanno ispirato solo le L7 e ad oggi, nessuno le ha mai eguagliate: ai miei occhi erano un gruppo, non un gruppo di donne. Con la loro attitudine, energia e capacità hanno azzerato la dimensione sessuale, vittoria totale. Spesso viene fatto notare come, rispetto ai decenni precedenti, ci siano molte più donne in musica, ma per me questo è forse indice di una più semplice dinamica di avvicinamento alle risorse necessarie: studio, sale prova, strumenti, home recording, devices elettronici, auto promozione sui canali social. Una volta era forse un po’ più ardua, generalmente era “il tuo amico” che ti conduceva alla sala prove dove suonava con i suoi amici, così potevi vedere come si faceva e farlo a tua volta. Come è successo a me, grazie al mio amico Andrea (degli Oreyon, grazie al quale ho imparato a mettere la tracolla del basso dietro e non a mo’ di cravatta sciolta) e dove in questo non c’era né mansplaining né prevaricazione, solo amicizia e condivisione della comune e neonata passione per la musica. Spesso viene altresì fatta notare una cosa per me invece mega deprimente: ho letto articoli in cui si snocciolava una triste conta delle donne sul palco di un tal festival da parte di una musicista che era presente con il suo gruppo, e questa cosa mi ha lasciato un po’ perplessa perché l’ho interpretata come un’altezzosa e anche infantile insinuazione di superiorità rispetto ad altre donne che non suonano perché magari, semplicemente, non gli piace, come se poi suonare ti desse magicamente uno status di figa. Spesso c’è questa illazione di fondo, ovvero che si suoni per mettersi in mostra. Come se poi fosse una cosa facile raccogliere il coraggio e salire su un palco. Tra le donne c’è chi suona, c’è chi magari scrive di musica, supporta, va a concerti, fa arte o semplicemente si fa i cazzi suoi senza dover fare nulla in particolare per farsi annoverare nel gruppo delle persone cool. Ognuno fa quello che sente, senza dover render conto a nessuna lista delle appartenenti alla riserva indiana. Un’altra cosa di cui un po’ dispiaccio è che una donna debba per forza dar prova del suo valore o dimostrare qualcosa: ci sono un sacco di maschi che suonano di merda ma nessuno dice che suonano solo per farsi vedere o mettersi in mostra o darsi un tono, la gente dice solo che suonano di merda senza denigrarne le buone intenzioni, mentre spesso sulle donne ho sentito giudizi e critiche massacranti anche di tipo morale.

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SD: Fare una one man band, essendo donna: qui la vedo più difficile: mi viene in mente solo Stefania degli Ovo. E comunque si dice one man band, mica one woman band.
M: Haha! Il senso lo abbiamo capito, l’importante è quello. Questa del gruppo “personal” è stata una scoperta anche per me, ma non ci avevo mai pensato, semplicemente nessuno mi cagava quando la buttavo lì per un gruppo metal ma in realtà non avevo una gran voglia di impegnarmi con le prove etc. Stefania è stata la prima che ho visto, a un 8 marzo preistorico alla Sede di Vigevano. Tagliava le verdure microfonandole, suonando cose e facendo una performance per me innovativa. Mi ha colpito soprattutto quanto ci credesse in quello che faceva (tornando alla prima risposta, sono talmente obsoleta sonoramente che ho iniziato a concepire queste sperimentazioni nel 2016, ahah), ci credeva talmente tanto che quella che all’inizio mi sembrava una cosa non per me già dopo pochi minuti mi ha rapito. Dopo di lei Miss Violetta, che non mi colpì per niente, invece. Ho molta stima per Stefania soprattutto per la sua dedizione alla concezione di performance, io non riuscirei mai a prendermi sul serio in qualcosa che non prevede l’organizzazione standard della band tradizionale, mentre lei performa usando il suo corpo come tramite e mezzo in una molteplicità di forme. In Marthe ho suonato qualche pendaglio, strumento del tuono e un tamburello, mi sono divertita a fare quello che per me è “fare l’artista”, ovviamente chiusa in camera da sola al riparo da occhi indiscreti. Nel 2006 ho conosciuto una tipa canadese quando da Londra sono andata alla reunion dei Mob47 a Stoccolma, e lei mi raccontava che aveva un gruppo blackmetal da sola, Dodsangel mi pare si chiamasse. Cioè, aveva intanto un pc, sapeva collegarsi dei microfoni e dei jack. Io a parte che il primo pc l’ho avuto nel 2010, ma non sapevo nemmeno cosa fosse una scheda audio. Per me era eroica e mi sarebbe troppo piaciuto farlo, mi dava proprio l’idea che potevi buttarci dentro il cazzo che ti pareva. Ci ho messo 12 anni a concretizzare questo desiderio, a cui poi non è che pensavo così tanto, però è indice anche del fatto che al Nord Europa erano/sono avanti anni luce rispetto al mondo musicale che conoscevo io. Al di là delle competenze tecniche penso a un semplice fatto (passatemi la banalizzazione del concetto, lo so che anche da noi accade anche se in misura minore): in America o appunto in Scandinavia hanno quasi sempre un basement in cui piazzano la loro roba e possono jammare e fare prove quanto gli pare, senza il limite delle due ore in saletta oppure dell’impossibilità di suonare nella tua cantina perché abiti a un metro dalla famiglia accanto con sette figli che dormono o il tipo che fa la notte e ti ammazza se suoni qualcosa di elettrico. Perché il mio vicino che suonava quattro ore il sax andava bene, ma se avessi messo una batteria in casa sarebbe arrivato il fronte armato per l’ora del silenzio perpetua! Avessi avuto uno spazio adeguato o isolato mi sarei portata giù un ampli e un microfono, ma invece non potevo imparare a urlare da sola, dovevo per forza andare in sala prove facendo un’ora di autobus e mi vergognavo ad andarci da sola che da fuori mi avrebbero sentita tutti che non sapevo fare un cazzo. Sono tutte cose che mi hanno inibito e rallentato, da sola e anche a livello di band, per il discorso di due ore settimanali e via. Ora, a 40 anni quasi suonati, mi sto costruendo lo “studio” sotto casa così non dovrò far ridere il palazzo come per la registrazione delle voci di Marthe, che sono avvenute dentro la confezione di cartone di un frigo con appesi i cuscini del letto. Avere uno studio personale in casa aiuterà anche le mie altre band nella fase compositiva. Fare questa cosa da sola mi ha permesso di confrontarmi con alcuni miei limiti tipo il fatidico palm mute (venuto fuori bene non si sa come) ma anche solo la scelta dei pedali e dei suoni. Io odio quello che non è analogico, non capisco le robe elettroniche dopo un trauma con un beat shift alla pianola nel 1989 davanti a 100 spettatori estasiati dalla mia esecuzione (‘Il Bel Danubio Blu’), ma il synth in qualche modo l’ho fatto suonare, la registrazione l’ho fatta andare, insomma, mi sono messa un po’ in gioco e mi sono divertita. Ora dovrei migliorare ma qui subentra un lato micidiale del mio carattere: la dozzinalità, so fare tante cose ma tutte male quindi non credo mi cimenterò in nuovi programmi di registrazione etc, con buona pace di Andrea Masbucci (Horror Vacui/Nuovo Testamento), il mio motivatore personale. Non conosco molte altre band complete formate da una sola donna, eccezione fatta per le mie due cantautrici solitarie preferite: Dorthia Cottrell dei Windhand versione solista e Kariti, nuova scoperta per me, semplicemente favolosa e dalla voce ipnotica (scoperta grazie a Stefania).

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SD: Last, but not least, mi interessa molto questo discorso del fare musica a prescindere dal concerto, vedi anche i Darkthrone. Che programmi hai a riguardo? E mi piace molto che dalla tua camera/studio la tua musica sia arrivata a Decibel (ti ho scoperto lì).
M: La recensione di Decibel mi ha lasciato a bocca aperta, soprattutto perché è stata fortemente voluta dal mega direttore galattico in persona (o almeno, così mi è stato riportato dal “mio uomo” di oltreoceano). Non sono una grande lettrice di Decibel né di giornali musicali in generale ma sono davvero stata contenta perché ha definito Marthe come una delle cose più uniche e fresche degli ultimi tempi, e ringrazio. Il concerto vero e proprio sarebbe cosa buona e gusta ma c’è un dilemma interno: io non posso cantare, mi vergogno, non è il mio e l’ho fatto solo perché ero nascosta. Potrei cantare del pop paradossalmente, ma non una cosa che mi mette così a nudo in termini di rilascio energetico. Cantare è una pratica molto intima e solitaria per me. Poi proprio perché non mi sentivo sicura di me ho fatto letteralmente 9 take diverse di voce, tutte sovrapposte, così che il risultato finale fosse quasi un coro malefico e non solo una voce, dato che si sentiva molto che ero io alle mie orecchie. Quindi dal vivo avrei bisogno delle coriste, nel vero senso, dato che ho sovrainciso varie tonalità di voce. Per ora mi interessa fare un nuovo disco full, ho molte idee e una gran strizza di non saper replicare il buon risultato ottenuto ad oggi. Però anche chissene, non faccio i pezzi pensando a che ritorno avranno, non sono calcolatrice né brava a imitare nonostante le varie influenze presenti in Marthe. Ho sempre sognato un lungo periodo off per dedicarmi alla scrittura del nuovo disco ma nonostante più di un lockdown la mia ispirazione era a zero. Spero che potendo nuovamente uscire di casa ora riuscirò a mettermi lì e unire i vari riff che ho ad oggi canticchiati sul cellulare. Se dovesse esserci una mega richiesta potrei pensare a suonare live ma sinceramente preferisco comporre per regalare a chi mette su un disco un momento di ascolto intimo e solitario, è una sorta di dedica in cui il mio profondo essere viene percepito da un altro essere: fondamentalmente questo progetto vive di questo.

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(Intervista di Francesco Mazza x Salad Days Mag, fotografie di Silvia Polmonari e Blue Lighthouse Media)

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