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Salad Days Magazine | November 18, 2019

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Out Of Date interview

Out Of Date interview
Salad Days

Incontriamo Simone, voce dei milanesi Out Of Date, un personaggio schietto e sincero nei pensieri che vanno a ripercorrere passato e presente di una band che a modo suo ha scritto qualche pagina dell’hardcore melodico nazionale e che oggi ritroviamo con il nuovo EP ‘Forget To Remember’.

SD: Da anni calcate la scena alternative nazionale, come vi descrivereste?
OOD: Siamo un gruppo eterogeneo quindi veniamo da esperienze differenti. Tutti veniamo dalla scena alternativa e, quindi, da quel mondo in cui ti sbatti tanto e ottieni poco, ma di cui non puoi fare a meno… Gli Out Of Date esistono dal ’99 e io arrivo dagli Hemphead, che esistono dallo stesso anno. Quindi sì, direi che è un bel po’ di tempo!

SD: Di che salute gode la scena nazionale a tuo avviso?
OOD: La voglia di suonare non manca, i locali sono diminuiti, sotto certi aspetti, e aumentati sotto altri. Se prima c’erano molti più locali e le serate erano sempre il venerdì e il sabato. Ora – pur non essendoci più club storici – le serate in cui suonare sono aumentate. E spesso, anche di martedì sera, è possibile vedere un buon numero di persone, che vengono a sentirti. Speriamo che aumenti un pochino la voglia di uscire e ascoltare qualcosa di nuovo e la si smetta di andare pecoroni a sentire qualcosa che già si conosce, solo per urlare sotto il cielo.

SD: E la salute degli Out Of Date?
OOD: Se omettiamo il fatto che siamo sempre ammalati, il gruppo gode di ottima salute, siamo contenti di aver fatto uscire un nuovo EP per dare un assaggio di questa nuova energia che ci pervade e porta avanti. Siamo sempre in cerca di un palco e continuiamo ad ammazzarci su riff e giri, per tirar fuori qualcosa di migliore a ogni prova.

SD: Da pionieri della scena tricolore, quali nuove realtà emergenti ritenete interessanti oggigiorno?
OOD: L’Italia è sempre stata considerata una nazione che assorbe e poi sforna cloni, noi stessi assorbiamo un sacco di idee, stili ed energie da quello che ci passa per le mani. Ma una sorta di identità è individuabile, in qualche realtà. Dall’electro-pop al noise, al cantautorato intimistico al metal, qualche chicca è ben presente e da spingere. Non possiamo ergerci a censori, ma di certo ci riteniamo aperti e pronti ad abbracciare chiunque sappia proporsi in modo originale e pregno di significato ed energia. Io, poi, sono un hipster al contrario, m’accorgo sempre troppo tardi di cose fighissime a cui m’appassiono.

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SD: Con questo nuovo EP avete mischiato parecchio le carte, con un sound sempre più ricco di emozione. Come è stato lavorare sulle nuove canzoni? Un’esperienza per certi versi nuova?
OOF: Il sound della band è andato formandosi con il tempo, l’ingresso di nuovi elementi ha apportato quella naturale tendenza all’adattamento che guida qualsiasi organismo. Tendiamo a essere sempre pronti a sperimentare e andare oltre i nostril limiti. Le nuove canzoni sono andate crescendo con noi, come sempre. In sala prove si è arrivati a stravolgerle e inquadrarle, cesellarle e riempirle di soluzioni che, in precedenza, non erano previste. È stato divertente e ci ha dato un’ulteriore spinta a continuare “senza una meta precisa”, il che, ci piace molto.

SD: Il fatto di esservi spinti all’estero per quel che riguarda la parte live ha influito a vostro avviso sul vostro modo di concepire musica?
OOD: Un pochino sì, indubbiamente. Vedere l’approccio più caloroso da parte di persone lontane e che ti prendono alla stregua di gruppi famosi, è un’esperienza incredibile e illuminante. Ti porta a credere ancora di più in quello che fai, e a impegnartici, per poter magari, un giorno, riprovare quella sensazione, suona un po’ come una droga?! Beh… lo è…

SD: In cosa gli Out Of Date sono cresciuti col passare degli anni?
OOD: Di certo non nel cervello! Il sound è cambiato, siamo maturati per quanto riguarda il suono nudo e crudo e la struttura delle canzoni. Le influenze e la commistione di generi che cerchiamo di incastrare, sono certamente aumentate e variate. I testi ora hanno un ruolo centrale, anche se non ci prendiamo mai sul serio sino a sforare nella spocchia… Ecco, in questo siamo maturati.

SD: E cosa rimpiangete dei tempi dell’esordio?
OOD: La quantità di tempo libero è drasticamente calata. Questo porta a potersi ritagliare meno spazio per comporre, scrivere, provare, ascoltare e sentire, fare trasferte per concerti (anche se questo tentiamo ancora di farlo il più possibile).

SD: Musicalmente direi che siete il giusto mix tra scuola hardcore melodica del nord Europa e quella statunitense. Siete d’accordo?
OOD: Beh, ci fa molto piacere ricevere pareri e non possiamo certo essere in disaccordo con l’identificarci con una certa scena, tuttavia ci piace sorprenderci con influenze e
contaminazioni. Questa apertura, credo porti quel sapore nuovo e “giusto” al “mix” che sentite anche voi. Siamo cresciuti con quei generi, era inevitabile che ci sguazzassimo. Per comunicare ciò che sentiamo, tendiamo a scegliere un ambiente in cui ci sentiamo a nostro agio, senza darci troppi limiti o regole. Un po’ come sentirsi a casa… E sfasciarla, ogni tanto.

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SD: Quali band siete soliti ascoltare e quali hanno influenzato l’EP?
OOD: Di certo la scena californiana ci ha influenzato da sempre: Lagwagon, Strung Out, e un po’ tutti gli esponenti di spicco di quel sound. Ma anche realtà differenti come i BoySetsFire e Sick Of It All, oppure cose totalmente differenti come Dinosaur Jr e Hell Is For Heroes. La composizione delle canzoni trova sempre strade differenti, quindi, se per un’idea nata da un riff di chitarra figlio degli Everytime I Die tendiamo a costruire una struttura ritmica di un certo tipo, a volte proviamo a mettere in piedi qualcosa partendo da idee dirette alla Rage Against The Machine e sviare verso un impatto più energico e veloce.

SD: Qual è il messaggio che volete lanciare in questi nuovi brani?
OOD: Mentre la musica tende a esplodere in mille direzioni che non abbiamo alcuna intenzione di trattenere o incanalare, i testi sentono fortemente l’influsso di chi li scrive. Con il mio ingresso, credo si sia cambiata nettamente direzione, ora stiamo andando verso un qualcosa di più pregno e pesato. Pur mantenendo una certa spinta di ribellione, una forza e un’energia dirette, non vogliamo perdere di vista i valori che riteniamo più importanti, come il rispetto o l’inclusione. Senza cadere nel buonismo, tendiamo a sostenere una certa apertura verso gli altri, con delle idee ben strutturate e solide. Senza odio fine a sé stesso o chiusura.

SD: Penso che l’EP sia il punto di partenza per arrivare al disco. Ci state già lavorando? Cosa dobbiamo aspettarci?
OOD: Questa sensazione di “punto di partenza verso un disco” sembra essere condivisa da molti e ci fa piacere, perché è la nostra idea iniziale. Sentivamo la necessità di far sentire quel che eravamo riusciti a ottenere in così poco tempo (le canzoni sono uscite in pochi mesi, forse giorni), ma volevamo che fosse solo un assaggio di quel che abbiamo da dire e da dare. Anche noi puntiamo a produrre un album, una buona dose di materiale su cui poter contare per i live e da poter distribuire a chi ci segue. Non vogliamo darci termini o limiti, quindi siamo i primi a non sapere cosa aspettarci da ciò che verrà, tante canzoni sono in cantiere e siamo certi che tante altre verranno.

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SD: La produzione ha posto in rilievo il buon lavoro svolto sul songwriting. Chi avete scelto come produttore e come è stato lavorarci?
OOD: Siamo i produttori di noi stessi, il buon Teo (chitarra) si è messo d’impegno e, insieme con Stefano Giungato (il nostro sound engineer), ha tirato fuori quello che crediamo essere un buon apporto sonoro. La struttura dei pezzi è concertata, le idee sono comuni, la scelta del sound è condivisa. Abbiamo chiesto pareri, ovviamente, per non cadere in solipsismi sempre da evitare, ma non abbiamo rinunciato a nulla, essendo i nostri stessi produttori.

SD: Parliamo dei testi: cosa vi ha ispirato in questo caso?
OOD: Nell’EP sono contenute canzoni molto eterogenee, per quanto riguarda i testi, anche questa è stata una scelta: portare un ventaglio ampio di ciò che abbiamo e che siamo. I testi variano dalla rinascita e dalla voglia di reagire, dopo una perdita importante (in ‘Bye My Friend’), alla teoria delle stringhe in ‘World Is Burning’ (in realtà non smette di parlare della condizione umana e sociale, ma partendo dal concetto di universo e relatività), ‘UCIMU’ lambisce la critica a tutte le religioni e a ogni pensiero oppressivo per portare avanti un discorso di uguaglianza tra le persone, mentre ‘Lost In Here’ è una mano tesa verso chi si sente perso e non crede di farcela. Insomma, scrivo di cose che sento, mi faccio prendere da un sacco di argomenti e non perdo mai la voglia di imparare.

SD: E per quel che riguarda il video, da dove avete preso spunto per il concept?
OOD: Il video è una sorta di trasposizione del testo, è un adattamento alla nostra condizione attuale, di qualcosa che abbiamo vissuto. Nonostante il testo sia stato scritto per una persona ben definita (anzi, il testo è stato scritto come se a parlare fosse proprio quella persona), ci siamo accorti che andava a toccare un po’ tutti, con episodi che abbiamo esperito in momenti differenti. Conoscendo Deborah Morese, non abbiamo avuto dubbi su chi avrebbe interpretato la protagonista e il resto è venuto di conseguenza. Il mood e la storia seguono il testo e gli stacchi con le nostre silhouette, tentano di aiutare ad “assimilare” un argomento così delicato.

SD: Guardando avanti, cosa vi aspetta per questo 2013?
OOD: Scrivere scrivere scrivere. Vogliamo suonare, mettere insieme un sacco di nuove canzoni e non smettere mai di cercare date live. Vogliamo migliorare e sperimentare, cercare di non deludere le aspettative, ma, allo stesso tempo, cercare di raggiungere persone che non si direbbe mai possano ascoltare un gruppo come il nostro.

SD: La cosa migliore e peggiore della scena alternative tricolore?
OOD: A volte l’aspetto migliore e quello peggiore sembrano combaciare: la scena tricolore sembra essere sempre alla ricerca di sbocchi ed elementi nuovi, ma allo stesso tempo chiusa e diffidente. Pur assistendo a faide e dissing, ci troviamo benissimo a scoprire nuovi posti e nuove persone. Quindi, a volte, ci rimaniamo male quando notiamo che persone simili, che si sbattono per un fine comune – il suonare, il portare cultura, il divertire e l’appassionare – si trovino a farsi guerra per delle idiozie e minuzie. Farsi sangue cattivo non serve a nessuno e fa male a tutti. Ci piace vedere che il nostro atteggiamento tranquillo, però, viene sempre più condiviso e portato avanti da altri come noi. Unite we stand, together we rise.

SD: Suonare dal vivo in Italia è un’impresa oggigiorno?
OOD: Trovare date è veramente un’impresa. Due membri del nostro gruppo sono continuamente alla ricerca di spazi, luoghi e possibilità. Anche quando si riesce a portarsi a casa una data, c’è sempre un altro posto che propone altro e diluisce l’offerta. Il pubblico è sempre ottimo, anche se difficile da ampliare. I locali, a volte, sono malgestiti e miopi, ma la cosa non è generalizzata ed endemica: ci teniamo a conoscere le persone con cui abbiamo a che fare e notiamo sempre più spesso che c’è ancora qualcuno che crede in quello che fa. Questi sono i posti in cui ci troviamo meglio e queste sono le band con cui amiamo condividere il palco. Non smettiamo mai di cercare, se il pubblico apprezza, ci sentiamo giustificati a proseguire nella nostra ricerca.

SD: Un saluto ai lettori di Salad Days Mag?
OOD: Grazie mille a tutti e speriamo di vedervi a sudare e gridare con noi, sopra o sotto il palco, poco importa. Che lo sforzo sia con voi.

Out Of Date I Myspace

(Txt di Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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