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Salad Days Magazine | January 26, 2021

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Pelican ‘Arktika + The Cliff’

Pelican ‘Arktika + The Cliff’
Salad Days

Review Overview

5
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Rating

PELICAN
‘Arktika + The Cliff’–CD
(Southern Lord/Daymare)
5/10


Le qualità dei Pelican sono indiscutibili, il loro post metal ha girato il mondo prima ancora che il genere ottenesse un diffuso successo o addirittura diventasse inflazionato. La band di Chicago ha portato il metal strumentale su un piano psichedelico come pochi altri hanno saputo fare, quindi non è assolutamente in dubbio il loro stile, quanto le opportunità discografiche. È infatti in uscita una riedizione arricchita di ‘Arktika’, un live album edito nel 2014, registrato durante il concerto di San Pietroburgo, ultimo del tour europeo del 2013 legato a ‘Forever Becoming’, ancora oggi ultimo studio album della band. A queste otto tracce oggi si aggiunge un ulteriore CD in cui si trovano tre versioni alternative di ‘The Cliff’ e l’inedita ‘The Wait’, niente di più. La critica riguarda innanzitutto l’opportunità di registrare un live album: la musica, soprattutto per certi generi, è legatissima alla dimensione live in quanto unica esperienza vera ed originale del sound e dell’atmosfera che si vuole trasmettere; tentare di replicare ciò in un disco è quantomeno qualcosa di goffo, con qualche applauso triste fra un pezzo e l’altro. Il disco di un live è una sorta di distorsione mediatica, perché può solamente riportare suoni compressi, nati per un altro scopo. Oltretutto non ha senso ascoltarsi vecchi pezzi disponibili in altri studio album: o si ascoltano in versione CD, o si ascolotano live, perché si dovrebbero ascoltare in versione live CD? Un vero e proprio cortocircuito, che in questo album riporta canzoni tratte da ‘Forever Becoming’ e ‘What We All Come To Need’, senza spingersi verso pezzi precedenti al 2009. Ok, i Pelican sanno suonare dal vivo, cosa che per fortuna ho già avuto modo di constatare anni fa, guardacaso, dal vivo. Il disco aggiuntivo, appena realizzato, si apre con una versione di ‘The Cliff’ cantata, un po’ come se una band tradizionale decidesse di inserire in un disco una propria canzone senza voce. Il risultato non può che essere strano in modo fastidioso e senza senso. Seguono una versione remixata da Justin Broadrick, non male, ed una dai Palms, piuttosto anonima. Il pezzo finale salva il salvabile, per un doppio CD che contiene sì belle canzoni, ma che risulta disastroso perché non trova un vero significato nella discografia dei Pelican.
(Francesco Banci)

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