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Salad Days Magazine | February 3, 2023

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Salad Days

Architects
‘Daybreaker’-CD
(Century Media)
4/5

Gli Architects non sono una band facile da manipolare. Ci ha provato Century Media, facendoli ammorbidire in ‘The Here And Now’ con risultati deludenti in fatto di vendite ma non certo in qualità. La band di Brighton pur uscendo allo scoperto nel pieno del calderone legato a Bring Me The Horizon e simili si è sempre contraddistinta per lo spessore dei suoi musicisti, davvero ottimi compositori. Qualità che si confermano in ‘Daybreaker’, una sorta di compromesso tra la furia dei primi dischi (‘Hollow Crown’ in primis) e il lato melodico sfociato con il lavoro sopra descritto. All’interno di questo quinto capitolo discografico troviamo brani di assoluto spessore che andranno sicuramente a far parte di un futuro greatest hits, ‘Devil’s Island’ e ‘These Colours Don’t Run’ sono esempi di classe capaci di sbarazzarsi di ogni concorrente. Il songwriting si è fatto ancor più corposo e massiccio del passato, alternando con metodica precisione situazioni ad alto tasso adrenalinico ad altre decisamente più distese. La voce di Sam Carter torna a essere la vera anima degli Architects, le sue urla strazianti era ciò che mancava a ‘The Here And Now’, difetto puntualmente corretto oggigiorno. Gli Achitects hanno la rara dote di saper sempre stupire l’ascoltatore, un pregio preziosissimo di questi tempi.
(Arturo Lopez)

Alex Sauer
‘Inside Out’-CD
(Acuity Music)
3/5

Come spesso sta accadendo ultimamente molti artisti del circuito alternative si stanno spingendo verso progetti solisti. Scelta questa che solitamente va incontro al gusto del musicista, spesso soffocato dai rigidi schemi sonori posti all’interno della band di appartenenza. Il caso di Alex Sauer è sicuramente uno di questi: voce della post-hardcore band His Statue Falls ha deciso di intraprendere una carriera solista strutturata – almeno stando a questo mini-EP – in chiave acustica. ‘Inside Out’ è il suo esordio, tre brani fondamentalmente molto semplici e pacati nei toni che fanno emergere soprattutto il lato più melodico di Sauer, decisamente a suo agio in queste insolite vesti. I brani ‘I Am Back’, ‘All That I Have’ e ‘Memoria’ raccontano le idee del songwriter in maniera spassionata, mostrando all’ascoltatore prima l’uomo e poi l’artista. Un “mini debutto” decisamente piacevole, aspettiamo nuovi brani per la conferma definitiva.
(Arturo Lopez)

Nodrama
‘The Patientì-CD
(Coroner Records)
3/5

Il melodic death metal negli anni 90 ha regalato gioie immense alla scena scandinava, capace di sfornare band di successo a ripetizione. Una sorta di catena di montaggio durata fino a inizio nuovo millennio e che ora vanta solo alcuni dinosauri ancora in attività (leggi In Flames, Soilwork…). Ah, dimenticavo ci sono anche i nostalgici oggigiorno, forse la razza peggiore sotto certi aspetti. Sono quei musicisti che non hanno mai smesso di credere in quel tipo di sound e che imperterriti, nel 2012, continuano a riproporre quanto fatto dai gruppi nordici anni or sono. I baschi Nodrama sono un incrocio tra estimatori e musicisti con la testa a posto, in poche parole sono grandi fan di queste sonorità ma al tempo stesso sono rimasti scottati da un disco d’esordio simil tributo che li ha fatti sprofondare in una sorta di crisi esistenziale. Momenti difficili che pare siano finalmente passati grazie a ‘The Patient’ un disco che pur basandosi su ciò che il melodic death metal ha insegnato sa essere attuale e d’impatto. Non è certo una bestemmia definire i Nodrama una band furba, capace di acchiappare consensi attraverso un riff portante easy listening o un ritornello ruffiano. Rock e metal insomma, genere che tanto piacciono a questi musicisti e che si sposano in maniera convincente all’interno dei brani qui contenuti. Un disco consigliato a chi è stufo dei soliti lavori usa e getta e decisamente sconsigliato se si è metallari vecchia scuola.
(Arturo Lopez)

Lionheart
‘Undisputed’
(Mediaskare)
3/5

I californiani Lionheart sono tra i migliori rappresentanti odierni della scena hardcore/metal a stelle e strisce, semplicemente brutali e senza fronzoli sin dagli esordi. Nonostante il passare degli anni (e dei dischi) il loro atteggiamento non è cambiato di una virgola, sempre al limite della censura nell’esporsi in liriche dai temi di strada e devastanti come un rullo compressore nel sound. Il loro modo di porsi è vicinissimo a quello di Hatebreed e Death Before Dishonor, due band diverse nel modo di concepire musica ma molto simili in fatto di attitudine. Attitudine, questa la parola giusta per descrivere i Lionheart. Un combo di tuff guy il cui unico intento è sfornare riff pesanti dal primo all’ultimo minuto, provocando dolore fisico a chi assiste a un loro show. ‘Undisputed’ ci regala la solita mezzora di brani street, diretti, duri e fottutamente efficaci se portati in sede live. Serve altro per farvi capire di cosa stiamo parlando? No, non servono troppe parole, d’altra parte come dicono loro stessi “This is hardcore music”.
(Arturo Lopez)

We Are Waves
‘We Are Waves’-CD
(Sounday Records)
4/5

Dopo aver messo fine agli Overock ecco che Viax e soci tornano a farsi sentire attraverso questa nuova incarnazione, i We Are Waves. Se all’interno di questa nuova proposta pensate di trovare nuovamente new rock e crossover vi sbagliate di grosso, in quanto per il combo piemontese sembra esser giunto il momento della seconda vita artistica. Forti delle esperienze passate e dei lunghi tour tenuti a livello internazionale i quattro musicisti hanno voluto osare, andando ad abbracciare le tendenze provenienti dal nord Europa. Di che stiamo parlando? Di elettronica, rock, campionamenti, synth e beat sparati a velocità folli. Follia, questo un termine che potrebbe essere caro a questa band, brava nell’evitare con cura tutti quei clichè che la scena italiana impone e abilissima nel trovare la dimensione perfetta tra potenza e melodia. Nei quattro brani di questo EP apripista l’unica cosa che si può fare è applaudire talmente è alto il livello qualitativo della proposta: ogni musicista ha svolto il proprio compito con estrema accuratezza, mettendoci tanto di proprio e non trascurando gli imput dei compagni di bordo. Una sorta di lavoro di squadra racchiuso in uno schema tattico vincente studiato da Marco Trentacoste, produttore che in questo EP veste i panni di allenatore prodigo di consigli e incoraggiamenti verso musicisti/atleti alla ricerca della consacrazione. Dannatamente efficace questo mini spara fuori un paio di brani di assoluto valore come ‘To The Ocean’ (il singolo che ogni band vorrebbe aver scritto) e ‘Deccan Plateau’ follia e irriverenza in ambito electro-rave. Solitamente quando si parla di questa tipologia di musica si tende a guardare oltre confine, cosa giusta e lecita fino a oggi… Fino all’entrata in scena dei We Are Waves.
(Arturo Lopez)

Hate Tyler
‘The Great Architect’-CD
(This Is Core Music)
3/5

Nati da un’idea di Marco Pastorino dei Secret Sphere, gli Hate Tyler si affacciano sul panorama metal nazionale con ‘The Great Architect’, lavoro dal gusto ancora poco definito ma non per questo sgradevole, tutt’altro. Il bello di avere a che fare con quello che può essere definito come side-project è la semplicità con la quale i musicisti si liberano di ogni vincolo e chiusura mentale, andando a proporre ciò che hanno in testa senza alcuna remora. Certo, a volte i risultati sono pietosi (quasi sempre a essere sinceri), altre invece si rimane piacevolmente colpiti da quanto messo in atto. Come in questo caso, dove l’ottima tecnica dei protagonisti ha dato vita a qualcosa di molto interessante. ‘The Great Architect’ non è il classico disco a tema, al suo interno si possono apprezzare momenti cari ai generi più disparati, dal groove metal al prog senza per questo dover gridare allo scandalo. Merito di musicisti preparati, dal background non indifferente e capaci di dare personalità a ogni brano. Ottimo il lavoro ritmico, che va a collegarsi perfettamente con la brillante performance delle chitarre, virtuose ma mai esagerate nell’evidenziare il loro alto tasso tecnico. I nove brani qui proposti portano alla mente Killswitch Engage, Unearth e Devildriver, band assai diverse tra di loro proprio come il sound degli Hate Tyler. L’unica macchia è rappresentata dalla voce, potente ma non abbastanza incisiva se posta a confronto con il lato sonoro del combo alessandrino. Ciò nonostante siamo di fronte a una band che se saprà confermarsi su questi livelli si toglierà parecchie soddisfazioni, a livello nazionale e internazionale. Avanti così ragazzi!
(Arturo Lopez)

Rise To Fall
‘Defying The Gods’-CD
(Coroner Records)
3/5

Secondo album in studio per gli iberici Rise To Fall, combo dedito a un melodic death metal di scuola scandinava. Col debutto l’impressione era quella di essere dinnanzi a una band ancora poco matura, in cerca di una propria identità, caratteristiche che fortunatamente non ritroviamo oggi. ‘Defying The Gods’ suona diretto e per certi versi risulta essere molto coinvolgente grazie a una produzione ottimale che ha potenziato i protagonisti di questo lavoro, voce e chitarre. Le parti vocali basano quasi interamente le proprie forze sull’ottima tonalità melodica del cantante, lasciando poi a cori e qualche parte screamo sporadica il compito di rendere più vario il tutto. Musicalmente i chitarristi hanno fatto un bel passo in avanti in fatto di personalità, mostrandosi attenti alle nuove tendenze odierne in campo metal e abili compositori. Un disco che sembra esser stato studiato per essere proposto dal vivo talmente spinge sull’acceleratore, grazie a una sezione ritmica che di tanto in tanto fa spuntare dal suo cilindro breakdown che faranno storcere il naso ai puristi del genere e che sforna una performance sicuramente all’altezza della situazione. Certo, suonare death metal di stampo scandinavo nel 2012 non è certo una trovata geniale (specie se non sei un nome noto), ma poco importa, finché i Rise To Fall ci crederanno varrà la pena sostenerli. Avanti così.
(Arturo Lopez)

A Crime Called
‘Beyond These Days’-CD
(Dysfunction Records)
3/5

Il rock nella sua forma più moderna, fatto di melodie d’impatto e un approccio heavy che non guasta mai, questo in poche parole ‘Beyond These Days’ debutto sulla lunga distanza degli A Crime Called. Una band cresciuta con il sound 90s in testa e che non ha fatto alcuna fatica a introdurlo nel proprio DNA, come dimostrano brani come ‘Just Feel’ e ‘Today’ semplici ed efficaci come ogni singolo radiofonico deve essere. Ogni canzone ha una struttura snella, fatta di riff portante e numerosi variazioni ritmiche che rendono piacevole l’ascolto, mentre la voce pur non essendo molto espressiva riesce comunque nell’intento di non sfigurare. Come in ogni produzione che si rispetti il punto di volta rimane la produzione in studio, in questo caso riuscitissima e abile nel dare il giusto peso a chitarre e sezione ritmica (i protagonisti di questo disco). Un debutto decisamente positivo insomma, dove gli unici aspetti su cui continuare a lavorare duro sono la pronuncia inglese alquanto scolastica e avere ancor più coraggio nel cercare soluzioni sempre più personali.
(Arturo Lopez)

Jotnar
‘Giant’-CD
(Murdered Music)
3/5

Come la stragrande maggioranza delle band melo-death anche gli spagnoli Jotnar in ‘Giant’ evidenziano pregi e difetti di un genere musicale molto rigido nei suoi schemi. Cinque canzoni quelle presentate dalla band delle Gran Canarie in questo EP, ineccepibile in chiave tecnico/strumentale e dal giusto impatto grazie a musicisti abili nel loro lavoro. Come spesso accade col passare dei brani i riferimenti si fanno evidenti, con band come In Flames e Soilwork a porre la loro ingombrante ombra sull’operato dei Jotnar. Tutto ciò non deve essere vista come una critica, in quanto è cosa solita per chi fa questo tipo di musica scontrarsi con questi due giganti, ciò che viene invece logico chiedersi è cosa possano fare questi spagnoli per toglierseli di dosso visto che, in fondo, la personalità sembra non mancare. Registrato in maniera professionale e con al suo interno due/tre brani di spessore, ‘Giant’ è un EP che seppur poco personale fa il suo compito in maniera tutto sommato onesta, mostrandosi per certi versi accattivante e d’impatto. Se il melodic death metal è ciò che amate, segnatevi il nome di questa band e attendete fiduciosi il disco d’esordio.
(Arturo Lopez)

Dance! No Thanks
‘Don’t Sweat It’-CD
(This Is Core Music)
3/5

Diciamocelo: a furia di farcelo sorbire in tutte le salse e forme, l’hardcore melodico e il pop-punk un po’ lo iniziamo a odiare tutti. Difficile quindi affrontare un EP come quello dei Dance! No Thanks senza partire un poco prevenuti, cosa che farò per rispetto verso musicisti che in fondo sembrano crederci veramente. Quattro i brani presentati in ‘Don’t Sweat It’, EP prodotto da un guru di settore quale Panebarco (voce dei Melody Fall qui in veste di produttore) e abile se non altro ad avvicinare a sé la frangia più giovane di ascoltatori, quelli rimasti orfani di Yellowcard, Blink 182 e Sugarcult per intenderci. Nulla da eccepire sulla professionalità della band, capace di portare a termine il proprio compito senza infamia e senza lode. I loro brani sono tecnicamente molto semplici, dove il classico schema vincente riff/ritornello/riff viene posto sempre in primo piano e dove il cantato a metà strada tra il malinconico e l’incazzato rende sempre a dovere. Se siete sempre alla ricerca dell’ennesima sorpresa (che poi sorpresa non è) fatevi avanti, qui c’è pane per i vostri denti, se invece siete stufi delle solite canzoni da college radio andate oltre.
(Arturo Lopez)

Nice
‘Nuova Babele’_CD
(Mainstream Revolution)
3/5

Che l’indie rock abbia rotto le palle a tutti è ormai un dato di fatto, al punto da portare molte band facenti parte questa scena a inventarsi qualcosa che non li faccia catalogare come tali. I milanesi Nice fanno parte di questa categoria, un gruppo giovanissimo cresciuto con il rock nel sangue e che a un certo punto ha deciso di dire la sua in merito. Per farlo il terzetto ha preso spunto da svariate tipologie di musica: math-rock, indie, punk-rock ed elettronica. Insomma una bella insalatona per intenderci. Il risultato finale prende il nome di ‘Nuova Babele’ un disco tutt’altro che semplicissimo da comprendere ma dal forte fascino. Un fascino particolare, perché se da una parte di idee ne hanno a bizzeffe, dall’altra il gruppo si è trovato a doversi confrontare con un budget ristretto che ha senza ombra di dubbio penalizzato il disco nella fase di registrazione. Sarebbe infatti ipocrita non ammettere che la registrazione è fin troppo artigianale, con chitarre che spesso e volentieri coprono tutto il resto creando un caos sonoro tutt’altro che gradevole all’ascolto. Ma questi Nice in fondo vanno presi così, pazzi scatenati capaci di far sorridere con testi tutt’altro che comprensibili a mente lucida e una voce decisamente poco melodica, bravi nell’esaltare le doti dei propri strumenti che spesso e volentieri emettono grida di dolore talmente vengono violentati all’interno del disco. ‘Nuova Babele’ piace, fa sorridere e pensare al tempo stesso, lasciandoci sempre la solita domanda in testa: che futuro ha una band del genere in Italia? La risposta probabilmente la conosciamo tutti, ma come dice la presentazione inviataci sulla band “lasciamoli sognare”.
(Arturo Lopez)

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