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Salad Days Magazine | February 26, 2021

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Salad Days

 

HOSTAGE CALM
‘Please Remain Calm’-CD
(Run For Cover)
4/5

Prodotto in maniera carnale e sensibile da J. Robbins (ex membro di Government Issue e Jawbox, già alla consolle per Jawbreaker, The Promise Ring, Against Me! e un mucchio di altra bella gente), il terzo album degli Hostage Calm merita un trattamento diverso dagli altri perché arriva direttamente alla bocca dello stomaco. Rock un po’ punk che propende molto verso l’indie, verso la tradizione a stelle e strisce di REM o dei grandi cantautori americani, ma con un retrogusto indie/emo (di quello glorioso marcato Jade Tree, Deep Elm o Sub Pop, tanto per intenderci) che spara verso l’alto commozioni e trepidazioni. Così ‘Woke Up Next To A Body’ strazia il muscolo cardiaco con la semplicità di melodie classiche e cori viscerali, ‘Brokenheartland’ svolge i sixties aggiornati dall’urgenza del punk, ‘Don’t Die On Me Now’ graffia apparentemente senza grandi artifici. Ed è questo il grosso merito di questo disco: sembra che tutto avvenga in maniera genuina, naturale, ma dietro c’è un lavoro enorme di arrangiamento ed equilibrio. Così anche ‘Patriot’, esperimento a quasi completamente cappella, appare integrato e addirittura necessario. Gran bel disco.
(Flavio Ignelzi)

LOSIN’ IT
‘No Apology’-CD
(Life To Live)
3,5/5
Poco più di venti minuti per una legnata di hardcore old-school che va a pescare i riferimenti direttamente dal mucchio delle grandi band degli ottanta (si citano Gorilla Biscuits, Outburst, No Justice e Right Brigade con cognizione di causa). Il combo floridiano allinea dieci schegge che ringhiano malumore e rancore, con una ingannevole copertina fumettosa che potrebbe far pensare a un clima più disteso e giocoso (anche se sono rappresentati personaggi tutt’altro che rasserenanti). ‘No Apology’ è il loro debutto ufficiale (via Life To Live Records) e per questo gli vanno perdonate alcune scelte standardizzate nella scrittura e nell’esecuzione delle song, mentre bisogna sottolineare che non si abbassa la guardia in nessuna occasione. Nei ventiquattro minuti che ci vengono offerti non c’è un solo momento di sosta (anche se i cambi di ritmica sono frequenti) e la cosa che più impressiona è quel gusto tagliente del riff di chitarra che ricorda più di una volta le dinamiche thrashy. Un assalto reiterato e garantito, quindi, per una giovane band che ha le capacità per ritagliarsi il suo spazietto nell’affollato calderone hc.

CARONTE
‘Ascension’-CD
(Lo-Fi Creatures/Masterpiece)
4/5
Già il precedente e.p. ‘Ghost Owl’ aveva esibito un gruppo compatto e impetuoso, forte di un modello riconosciuto e riconoscibile (il doom settantiano). Il nuovo ‘Ascension’ corrobora la formula dei Caronte: le chitarre slabbrate rappresentano liturgie e atmosfere che s’inseguono e si impastano in una spirale di oscura lucentezza, mentre i toni epici del buon (e iperattivo) Dorian Bones (ricordiamolo anche nei Whiskey Ritual) ben si adattano alla miscela musicale senza perdere in nessuna occasione il controllo della situazione. Sette composizioni dalla lunghezza considerevole, che non si abbandonano mai all’ultraslow, ma che privilegiano un approccio più vicino a quello metallico di band come i Candlemass, sebbene sia particolarmente accentuato il versante tetro e sabbathiano. Così l’inizio con ‘Leviathan’ risulta allo stesso tempo tenebroso e magniloquente, laddove ‘Ode To Lucifer’ colpisce dritto al cuore e ‘Black Gold’ sprigiona profumi di anni settanta e innesca conturbanti circoli ipnotici. Chiude il disco il potente tributo al popolo nativo-americano ‘Navajo Calling’, in cui si evidenzia ancora una volta come le doti dei Caronte siano eccelse.

PYTHIA
‘The Serpent’s Curse’-CD
(Graviton Music Services)
2/5
Alzi la mano chi si è rotto il cazzo del gothic-metal (di quello con le tastiere e con le cavalcate power, un po’ sinfonico e un po’ epico). Ecco, io la alzo. A questo punto i Pynthia rischiano di passare per sfortunati: gli doveva capitare proprio uno stronzo come il sottoscritto. Perché i Pythia, i quali hanno nella cantante Emily Alice Ovenden il fulcro dell’azione (giusto per non farsi mancare neanche uno stereotipo), scrivono un disco che potrebbe essere la colonna sonora di un film tratto da uno di quei romanzi che vanno molto soprattutto tra le ragazzine: fantasy paranormal romance, li hanno etichettati (o qualcosa del genere). Ecco: i Pythia, che arrivano dal Regno Unito, sono l’equivalente nel rock metalloso del fantasy paranormal romance. Se volessimo fare dei paragoni musicali, i nomi da tirare in ballo sarebbero i soliti: After Forever, Epica, Within Temptation, Evanescence, Lacuna Coil, Nightwish… potrei continuare all’infinito. Ok, penso di aver chiarito la situazione. Forse se siete fissati per il genere, ‘The Serpent’s Curse’ potrà donarvi qualche scossa. Ma probabilmente avete quindici anni, vi vestite come principesse dark e siete fan di Stephenie Meyer.

TUMBLEWEED DEALER
‘Death Rides Southwards’-EP
(Moshpit Tragedy)
2,5/5
Soltanto tre pezzi costituiscono l’esordio della nuova creatura musicale di Sébastien “Seb” Painchaud, già membro di The Last Felony, Ion Dissonance, Nefastus Dies e Vatican. Tre brani strumentali ridondanti (dal minutaggio consistente) e scombussolanti, che a un primissimo acchito giungono dalle lande dello psych/stoner (anche considerando l’immaginario che la copertina vuol riprendere) e che viaggiano altresì in direzione del rock retrò. Senza voler essere troppo duri con la band canadese, si può affermare che al momento, sebbene le intenzioni siano chiare e scrupolose, non si intravedono dei grandi momenti: forse la fumosa ‘Crawling Through Cacti’ è il brano che convince di più, con i suoi arpeggi ripetuti e magnetici, che sembrano volerci condurre in un’esperienza allucinogena in pieno deserto messicano. Ma in un ambito in cui già operano gli Electric Wizard (le assonanze sono evidenti), riuscire a farsi notare risulta difficile. Per l’inizio dell’anno prossimo è prevista l’uscita dell’album completo: forse in quell’occasione potremmo farci un’idea più precisa sul valore del gruppo di Montreal.

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