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Salad Days Magazine | February 7, 2023

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Roots Of Pain interview

Roots Of Pain interview
Salad Days

Un esordio niente male quello dei parmensi Roots Of Pain, un mix riuscito di thrash/death racchiuso in un concept ormai noto a tutti: la celeberrima Profezia Maya.

Incontriamoli al gran completo e vediamo di saperne di più a proposito di riti, gusti e… sfighe!

SD: Partiamo da un semplice concetto: nonostante nella vostra bio amate citare band come Parkway Drive e simili, in voi ho trovato molti più elementi heavy vecchia scuola che quelli tendenti alla scena alternative odierna. Sicuri di aver scelto i nomi giusti nel momento in cui avete messo assieme la bio?!
ROP: Siamo più che sicuri di aver scelto i nomi giusti perchè riteniamo che ispirarsi a una band non voglia dire fare lo stesso genere. Ognuno di noi ascolta generi molto diversi tra loro (che spaziano appunto dal thrash/death vecchia scuola ai sopracitati Parkway Drive) e nella nostra musica abbiamo cercato di amalgamare tutte queste influenze cercando di comunque di far uscire un prodotto coerente. Le band citate nella bio sono solo quelle che ci accomunano a livello di gusto personale.

SD_Il vostro percorso da quel che leggo è stato abbastanza lento e sofferto a causa di un numero imprecisato di sfighe. Ci raccontate quanto successo dal momento in cui avete messo in piedi il progetto a oggi?
ROP: Oltre ai numerosi cambi di formazione causati da motivi personali e divergenze stilistiche, abbiamo dovuto affrontare l’ostacolo del terremoto che a maggio 2012 ci ha costretti ad abbandonare la nostra vecchia sala prove e “costruirne” un’altra, proprio nel bel mezzo della registrazione del disco. Tornando ai cambi di line-up, ogni volta che un membro veniva sostituito si ripartiva da zero per cercare ogni volta di costruire la nostra musica tutti insieme… Forse una perdita di tempo ma a nostro avviso la scelta migliore sia per l’unità del gruppo sia per la qualità del prodotto musicale in sè.

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SD: ‘Countdown To Armageddon’ riprende un tema principale assai gettonato negli ultimi tempi: la profezia Maya. Cosa vi ha spinto a trattare anche voi questo tema?
ROP: Partendo dal presupposto che la profezia Maya è usata solo come incipit (i Maya infatti vengono menzionati solo nella prima canzone), il resto dell’album fa riferimento alle varie profezie proposte da altre fonti del passato (il popolo degli Hopi, Nostradamus, i Massoni) senza tralasciare guerre, disastri naturali e le problematiche socio-economiche che si stanno abbattendo sulla nostra civiltà e che porteranno all’inevitabile epilogo… Detto questo, ciò che ci ha spinto a trattare di questo tema è stato sicuramente (e banalmente) il fatto che abbiamo cominciato a maturare l’idea di registrare un disco proprio nel 2012, secondariamente ci attirava la sfida lavorare su un tema che sapevamo sarebbe stato molto inflazionato, cercando di farlo in maniera non banale, non limitandoci a invocare la fine del mondo, ma riassumendo millenni di credenze e di avvenimenti in poco più di mezz’ora di musica.

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SD: Sinceramente, non ha stufato pure voi questo tema?! :)
ROP: Sinceramente no, essendo che l’argomento ci ha sempre affascinato e suggestionato! Anzi, invitiamo tutti a leggere con un minimo di attenzione le nostre liriche, chissà, magari qualcuno potrebbe ricredersi sulla “banalità” del tema in questione!

SD: Mettere in piedi un concept album non è cosa semplice: quali sono state le maggiori difficoltà a vostro avviso? Più sull’aspetto lirico o sonoro?
ROP: Le difficoltà più grosse sono state sicuramente dal punto di vista lirico in quanto abbiamo dovuto concentrare tutto il materiale che abbiamo scritto (e vi assicuriamo che non era poco), in soli dieci pezzi e secondariamente lavorare sulle linee vocali con Antonio, entrato da poco nel gruppo, è stata un’ulteriore sfida.

SD: Avete registrato nel vostro studio personale, una scelta che in Rete pare abbia diviso la critica. Visti appunto i riscontri, pensate di continuare su questa strada anche in vista del futuro disco?
ROP: Riteniamo che oltre dover crescere musicalmente come gruppo inseguendo i nostri sogni, allo stesso modo vogliamo dare spazio a Marco (il nostro chitarrista), che vorrebbe intraprendere la carriera di recorder. Album dopo album cercheremo quindi di mettere d’accordo la critica in positivo. Ad ogni modo essendo il suo primo lavoro ci riteniamo totalmente soddisfatti del risultato ottenuto.

SD: Quale brano pensate rappresenti in pieno il vostro stile?
ROP: E’ più semplice dire qual’è il nostro brano preferito, in quanto ci riconosciamo in tutti i nostri brani a livello di stile. ‘The Seventh Page’ è la candidata principale in quanto è la canzone che è stata scritta per prima e quindi ha per noi un maggiore valore affettivo.

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SD: Il parmense è una zona abbastanza strana per quel che riguarda la musica: rispetto a scene decisamente più vive come quella bolognese e cesenate la vostra è decisamente sottotono guardandola da fuori. Da dentro com’è la situazione?
ROP: Tale e quale a come la si vede da fuori. La nostra intenzione è quindi cercare di portare la nostra musica il più possibile al di fuori dai confini parmensi anche grazie al supporto e al lavoro della nostra label Memorial Records.

SD: Il lavoro svolto sulle grafiche del disco è decisamente buono. Chi ha sviluppato il layout?
ROP: Innanzitutto grazie del complimento. Anche le grafiche sono state auto-prodotte con l’aiuto di conoscenti-amici. Ci teniamo in particolare a spiegare il significato della cover: essa rappresenta l’uomo (le mani) che cerca di controllare il proprio destino (la clessidra), senza riuscirci (la sabbia scorre al contrario).

SD: Scrivere i testi di un concept album non deve essere semplicissimo. Come avete messo insieme i vari episodi?
ROP: Un grosso aiuto ci è stato dato da un documentario di 3 ore e mezza che abbiamo guardato e analizzato per ricavare i temi principali di ogni canzone e soprattutto per dare una linea temporale progressiva al disco, integrando anche con il nostro bagaglio culturale e cercando di inserire sempre più elementi attuali mano a mano che le canzoni si susseguono.

SD: Quali band e dischi state ascoltando di recente?
Stefano: Periphery ‘Periphery II’, Texas in July ‘Texas in July’
Martino: The Ghost Inside ‘Get What You Give’, Heaven Shall Burn ‘Invictus’
Marco: Parkway Drive ‘Deep Blue’, Lamb of God ‘Sacrament’
Simone: Born of Osiris ‘The Discovery’, Within the Ruins ‘Elite’
Antonio: August Burns Red ‘Leveler’, Architects ‘Daybreaker’

SD: La miglior uscita discografica di questa prima parte di 2013?
ROP: Di comune accordo riteniamo che sia il nuovo lavoro dei Killswitch Engage (anche perché riteniamo Jesse un frontman migliore rispetto a Howard).

SD: E la peggiore?
ROP: Se proprio dobbiamo proclamare il disco peggiore, il premio va al remaster dell’album ‘The Somatic Defilement’ dei Whitechapel perché ci è sembrata più che altro una trovata commerciale forse eccessiva, per una band ancora “fresca”. Avremmo preferito un disco nuovo!

SD: Progetti da qui a fine 2013?
ROP: Contiamo di suonare live il più possibile e di ultimare la stesura dei brani che comporranno il nostro nuovo EP che, salvo imprevisti, vedrà la luce entro fine 2014.

Roots Of Pain I Myspace
https://www.facebook.com/RootsOfPainOfficial

(Txt by Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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