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Salad Days Magazine | August 5, 2020

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Rope ‘Crimson Youth’ – exclusive listening & interview

Rope ‘Crimson Youth’ – exclusive listening & interview
Salad Days

Alzo il sopracciglio destro sentendo che alcuni membri di Tutti I Colori Del Buio sono ripartiti con una nuova band.

Alzo il sinistro quando leggo che si rifanno a Metz e Drive Like Jehu. Spalanco entrambi gli occhi quando ascolto il primo pezzo che rendono disponibile da un Lp frutto di un’ampia coproduzione (si vedano link a fondo intervista) e da oggi disponibile in streaming anche su Salad Days Mag. Miglior nuovo gruppo italiano se vi piace quel suono che tocca punk, hardcore, noise e promette di essere devastante live per quando torneremo tutti a fare delle cose dal vivo. Risponde Alessio, voce e attualmente membro anche dei carismatici Love Supreme.

SD: Se leggo la parola ROPE in ambito musicale penso subito a due cose: a ‘On A Rope’ dei Rocket From The Crypt e ai quasi omonimi Ropes su Youth Attack che fecero il miglior gadget che io conosca, il cappio da impiccagione a mo’ di arbre magique, che penso sia caro almeno a Simone (basso) vista la copertina dei Peste, il suo altro gruppo. Rilevate un filo conduttore tra voi e questi nomi?

R: Partiamo a razzo con i Rocket From The Crypt, che mi pare calzante: io sono pazzo di tutto quello in cui c’è lo zampino di John Reis, adoro praticamente tutti i dischi in cui ha suonato, alcuni per me sono una totale ossessione e non fanno eccezione i RFTC. Gli Hot Snakes li amiamo tutti, i Drive Like Jehu anche, così come tantissime band di San Diego e più o meno tutto quello dove ha suonato la batteria Mario Rubalcaba (anche lui per un periodo in RFTC e HS). Secondo me ci sta anche di tirare dentro ‘At Rope’s End’ dei New Bomb Turks già che siamo in tema, disco pazzesco, band pazzesca, decisamente più garage però io ce l’ho piantato lì in testa come riferimento. I The Ropes su Youth Attack sono una bella band e a me e Simo piacciono un sacco di uscite di quell’etichetta, ma con loro credo che in comune ci siano 4 lettere su 5 e magari la passione di Simo per i cappi. Direi corda conduttrice in questo caso più che filo conduttore ahahaha.

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SD: Da quel che ho letto, Tutti I Colori Del Buio – da cui arrivano tre/quarti dei Rope – sono nati durante una cena al ristorante cinese, mentre Tanato, che è l’etichetta di Simone, è nata durante una cena casalinga. Anche questo progetto getta le basi nell’arte culinaria?
R: Ma ovviamente si, ti pare che non c’è di mezzo il cibo?! Alla prima prova tutti insieme secondo me abbiamo passato più tempo a decidere dove mangiare la pizza che a provare! Quello è il filo conduttore, magnà!

SD: Rispetto alla vostra band precedente, i ROPE mi sembrano un modo per mantenere una certa visceralità e aggressività nel suono, rendendolo forse meno opprimente. E’ un’impressione valida? Da quel che ho sentito finora sembrano quasi l’ovvio risultato dell’avere riunito voi tre e un chitarrista che penso abbia un retaggio più punk rock, è stato spontaneo come lo immagino?
R: Per noi che abbiamo suonato insieme per parecchi anni era una direzione che già avevamo nella testa e nelle mani da tanto, volevamo suonare con la stessa intenzione e attitudine ma senza per forza ricorrere a tutta la parte black che era stata la cifra stilistica dei TICDB. Alessandro ha suonato per tantissimi anni con i The Ponches che suonavano punk rock/power pop con una venatura di tristezza che li ha resi assolutamente personali e forse per questo poco riconosciuti in un genere molto standardizzato. Ascoltateveli perché sono una perla. L’idea è stata proprio quella di suonare con qualcuno con un retaggio diverso, volevamo partire da una base rock’n'roll e metterci dentro grunge, hardcore e noise rock ed è stata incredibilmente la cosa più facile del mondo. Ci è sembrato di suonare insieme da anni, probabilmente tutti e 4 avevamo delle robe in testa che aspettavano l’incastro giusto per uscire fuori.

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SD: Tutti I Colori Del Buio era un nome perfetto corredato da un piccolo logo semplice ma altrettanto azzeccato. Trovo che anche ROPE sia un bel nome e si accompagni a una bella estetica sul vinile. Parlare di immagine nel contesto punk hardcore è sempre un po’ ambiguo, io non suono, ma ho sempre pensato che fosse una delle parti divertenti dell’avere una band, vale anche per voi?
R: Il nome TICDB è stata una botta di culo da questo punto di vista ahahah, rimaneva in testa facilmente e rimandava a un’estetica che ci ha permesso di mischiare hardcore, giallo all’italiana, horror, il diavolo, la madonna, etc. Funzionava alla grande ma dopo un po’ si è rivelato limitante per noi perché ci aveva ingabbiato in quell’immaginario. ROPE non è certo un nome originalissimo, temo che ci saranno 200 gruppi con lo stesso nome, anche in generi diversi, ma volevamo una parola corta in inglese che si prestasse bene a essere di per se il logo. Io credo che la ricerca di un immaginario estetico, anche per band punk, non abbia nulla di condannabile quando queste sono al servizio della musica e non viceversa. Da sempre le band, anche quelle più integre eticamente, si sono rivolte ad artisti, più o meno affermati, per creare la loro estetica; tipo i Minor Threat con la Connolly per la cover di ‘Out Of Step’ o i Fugazi, che anche se non han mai venduto una maglietta, hanno delle grafiche dei dischi che sono delle bombe atomiche e non credo fossero casuali. Ho curato io le nostre grafiche e penso ci sia l’influenza dell’estetica degli Smiths in cui c’è una sensibilità, una semplicità e una serie di riferimenti che mi hanno davvero colpito tantissimo. Trovo quell’ estetica molto legata al modo di scrivere e ai contenuti di quella band e volevo che le nostre fossero immagini di vita vera, normale e in qualche modo legate all’infanzia/giovinezza, cosa che viene esplicitata poi nel titolo del disco. Volevo provare a trasmettere quel tipo di sensazioni e di pensieri che ho messo nei testi, per la prima volta ho scritto di me e di come mi sentivo e come credo si sentano tanti di quelli della mia età/generazione.

SD: Nella presentazione che avete fatto di voi stessi pochi giorni fa, mi saltano all’occhio alcuni dei nomi che citate. Will Killingsworth (ex membro di Orchid e Ampere tra gli altri), che si è occupato del vostro disco, all’epoca dei Bucket Full Of Teeth dichiarava “molte delle canzoni le scrivevo più come concetti, senza neanche usare la chitarra, cercavo di espandere quelli che mi sembravano i limiti dell’hardcore punk”. Trovo che l’intenzione sia sempre buona, ma cosa rimane da espandere? E’ una necessità che contemplate nei ROPE?
R: Will è stato mitico, ha capito completamente dove volevamo andare ed è stato favoloso lavorare con lui, anche se solo tramite mail lunghissime. Abbiamo parlato in primis delle influenze, di quello che volevamo dicesse questo disco. Forse, più che esplorare la sperimentazione musicale, dovremmo pensare a esplorare la comunicazione, il contenuto e non il contenitore, ecco. Dopo tanto tempo, abbiamo suonato quello che c’era nella nostra testa senza pensare troppo. Vorrei che il prossimo disco, o almeno già i prossimi pezzi, suonassero ancora diversi, vorrei non smettere mai di cercare.

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SD: Menzionate anche SST Records – l’etichetta punk che più alla svelta si è stancata di usare questa parola – che storicamente è sinonimo di stacanovismo e abnegazione. Ma nel 2020 se vi dicessi “adesso dormite sotto le vostre scrivanie in onore di una label che farà la storia ma non vi lascerà un soldo” (una delle pregevoli scene dipinte da Joe Carducci nel suo libro ‘Enter Naomi’), non mi mandereste a quel paese?
R: SST l’abbiamo citata più per le band che ha prodotto che per la sua gestione (vincente solo per Greg Ginn ahahahah ma quella oramai è storia). Credo che abbia fatto incazzare tutti però ha avuto un sacco di lungimiranza sia sulle band che sui “generi”, quindi credo sia normale volersi distaccare dal marchio di fabbrica hardcore punk che forse non gli è mai nemmeno appartenuto più di tanto. Per quanto riguarda il dormire sotto cose, non vedere una lira etc, direi che ne abbiamo già avuto ampiamente la nostra dose, ben consapevoli che non avrebbe portato a nessun risultato di alcun tipo ma solo per il gusto di suonare. Son passati quasi 40 anni da quelle cose e credo non ci sia più quel tipo di ingenuità o speranza, non ci cascherebbe più nessuno, anche se in alcuni casi, vedi Sonic Youth, Dinosaur Jr., Soundgarden, sulla lunga distanza non gli è andata male dai. Ah, e credo che Ginn non l’avesse esplicitato da subito che voleva incularseli tutti.

SD: Infine i Metz, che pure a me piacciono molto ma sono il tipico gruppo di cui non conosco i testi. Vuoi che loro neanche li inseriscono nei dischi, ma oserei dire che non me frega un cazzo di conoscere i loro testi, ai Metz chiedo solo di investirmi, non voglio altro. Vi capita di avere una simile aspettativa da determinati gruppi? Vi darebbe fastidio se qualcuno avesse questa unica e semplice richiesta per i ROPE?
R: Band assolutamente importante, una delle robe nuove in quell’ambito che mi/ci ha fatto drizzare le antenne. Colata di suono e sudore in cui in effetti la voce sembra inserirsi come un quarto strumento, i testi li ho cercati dopo averli visti live e in effetti sono molto semplici con frasi ripetute, forse proprio per funzionare in questa ottica. Sarebbe bello vedere la gente che si diverte, “subisce” e si fa trasportare in qualche modo dalla musica, altro che offesa!

SD: Il music business contemporaneo dice che è inutile pubblicare un disco, decisamente meglio dei singoli corredati da video. Voi state facendo esattamente l’opposto. Per quanto si parli di una nicchia che ha sempre vissuto di regole proprie, esiste un modo per aggiornare anche la sua formula musicale tradizionale? Di contro, la coproduzione che accompagna il vostro Lp è bella e quasi non replicabile in quel music business. Possiamo spendere due parole sulle sei etichette che compaiono sul retro copertina?
R: Possiamo tagliare la testa al toro dicendo che di business qui come in altri gruppi del genere non ce n’è, nella misura in cui non è un lavoro e quindi non c’è nessuna costrizione/implicazione economica. Non trovo nulla di sbagliato nel provare a vendere qualcosa purché sia chiaro l’intento e qui appunto non c’è necessità di vendere quindi possiamo fare come ci pare senza dover rendere conto di nulla. Questa libertà non ce la può togliere nessuno, ce la teniamo stretta ma se qualcuno vuol fare diversamente ben venga; non abbiamo nessun problema ad aggiornare o rivedere le cose. Le etichette sono 6, alcune di vecchi vecchissimi amici, altre di nuovi e non vediamo l’ora di riabbracciarli tutti. Quello che posso dirti è che sono state tutte più che felici di partecipare, abbiamo cercato di fare le cose con cura perché ci teniamo e non perché dobbiamo. C’è una grande stima per tutte le etichette coinvolte, oltre ovviamente all’amicizia perché ci conosciamo da anni e abbiamo condiviso concerti, cene, prove, discorsi da sbronzi e da stronzi.

SD: Qual è la prima cosa che vi viene in mente se ti chiedo di pensare al disco che avete fatto e che sta letteralmente uscendo in questi giorni?
R: Soddisfazione, con tutti i nostri limiti siamo convinti di aver fatto il disco che volevamo e come volevamo. Siamo felici.

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SD: Avendo già pubblicato dischi in vita vostra, immagino ci siano delle cose che possono succedere regolarmente alla loro uscita che siano delle scocciature. Quali sono? Battono la pandemia che ha accolto questo disco dei ROPE?
R: Peggio di questa situazione forse c’è solo aver fatto un disco che ti fa schifo quando lo ascolti ma se parliamo di questioni tecniche penso che il disco che arriva in ritardo, tipo dopo il release party programmato da mesi, sia un grande classico. Mai successo però, ma direi che con il macello di quest’anno abbiamo battuto tutto.

SD: Citando la vostra prima comparsata su Salad Days Mag (n. 26, intervista a TICDB), questo ricambio generazionale è mai arrivato?
R: Se ti riferisci strettamente a quello che è il giro hardcore punk della nostra zona direi non molto. Per tutto il resto (elettronica, indie, rap, trap etc etc etc) direi di si e questo però anche per colpa di un approccio forse troppo ortodosso di tantissime band/persone del nostro mondo e ci metto dentro anche noi. Delle volte mi sembra che si porti avanti un inutile “predicare fra i fedeli” invece io credo che mescolare sia l’unico modo per far avvicinare persone nuove, per far scoprire cose e far venire voglia di far parte di qualcosa.

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SD: Quali sono i gruppi italiani che attualmente vi piace chiamare amici?
R: Peste, The Love Supreme, Khoy, Low Standards High Five, Carmona Retusa, One Dying Wish, Six Feet Tall e potremmo stare qui per ore però così su due piedi butto questi, nessuno se la prenderà se ce li siamo scordati. Paghiamo da bere per scusarci.

SD: Fino a quando non avrò occasione di vedervi dal vivo, nella mia vita rimarranno comunque due momenti indirettamente legati ai ROPE: uno, la vostra data come TICDB in apertura agli ACxDC in un posto che ricordo come una capsula del tempo del metal. Due, i Love Supreme – l’altro tuo gruppo – il 14 febbraio, che potrebbe restare l’ultimo concerto che ho visto per ancora molto tempo. Vi sentite ben rappresentati nei miei ricordi?
R: Due serate assolutamente diverse, follia totale l’ex night club riconvertito in bar heavy metal anni 80 con TICDB ma, al di là del live di 12 minuti, pure The Love Supreme a Osio con i Lleroy è stato un delirio con risvolti catastrofici il giorno dopo quindi sì, ci sentiamo ben rappresentati. Magari musicalmente non c’è molto dei ROPE ma sicuro l’attitudine al disastro totale è quella, per fortuna poi finisce sempre tutto bene! Grazie per averci dato questo spazio, speriamo che il disco vi piaccia.

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CREDITS
-Registrato da Davide Donvito al Magma Studio di Torino (ITA) nel novembre 2019
-Mixato e masterizzato da Will Killingsworth al Dead Air Studios in Massachussets (USA) nel gennaio 2020
-Grafica di Alessio Marchetti

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@ropetheband
ropetheband@gmail.com

(Txt Marco Capelli x Salad Days Mag – Pics Matteo Bosonetto)

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