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Salad Days Magazine | January 20, 2022

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Sawthis interview

Sawthis interview
Salad Days

Il metallo italiano è caldo, direi quasi bollente di questi tempi. Merito di tantissime nuove realtà che hanno ridato il lustro di un tempo a una scena che sembrava esser diventata di serie B agli occhi di molti.

Tra le sorprese (se così possiamo definirla) ecco i Sawthis e il loro nuovo lavoro ‘Youniverse’, un concentrato di thrash e modern metal ben amalgamato. Abbiamo incontrato il loro batterista Michele.

SD: Ciao ragazzi, partiamo da una mia considerazione messa nero su bianco nella recensione, ossia quella che vi vede come una band che non è ancora riuscita a ottenere il successo o perlomeno la visibilità che meriterebbe. Condividete questa mia tesi e secondo voi a cosa è dovuta questa “sfiga”?
S: Per me, la tua non è una considerazione, ma un complimento che mi inorgoglisce e di cui ti ringraziamo: vuol dire che reputi la nostra notorietà non adeguata alla qualità della musica che esprimiamo. Di certo, se ci fosse interessato il “successo”, non avremmo formato una band metal in un paese “periferico” per l’hard&heavy come l’Italia. Quello che invece ci ha sempre mosso è la “passione”. Ma se qualcuno, 10 anni fa, mi avesse detto che avrei condiviso il palco con band come Sepultura, Korn, Children Of Bodom, Vader,
Entombed, Impaled Nazarene e Lacuna Coil gli avrei riso in faccia. Quindi, dipende dai punti di vista. E’ vero che la musica, per noi, è ancora un hobby ma, posto che il segreto del successo è una chimera, possiamo solo trarre il massimo della felicità da questa passione proponendo musica “onesta” e il più ispirata possibile. Per il resto, vedremo cosa ci riserverà il futuro.

SD: La vostra è una band che fondamentalmente possiamo ritenere coesa negli ideali e nel modo di operare. Quanto conta nel vostro caso avere un affiatamento tale e quanto ha dato questo feeling generale a ‘Youniverse’?
S: Il feeling è il nocciolo, la premessa imprescindibile per noi. La nostra coesione quindi è fondamentale e non può essere artefatta. Ma credo che questo sia lampante per chiunque abbia avuto la “sfortuna” di vederci dal vivo: sul palco diamo veramente tutto ed è normale che questa attitudine si riversi anche nelle nostre produzioni. Cerchiamo sempre di trasportare il climax dei nostri shows in studio conciliandolo con l’esigenza di produrre al meglio le nostre idee. Siamo molto esigenti con noi stessi: ogni release dei Sawthis deve essere perfetta (compatibilmente con i nostri limiti) e non deve rendere fuori luogo nemmeno il più lusinghiero dei paragoni.

SD: ‘Youniverse’, per l’appunto. Potremmo definirlo il miglior capitolo discografico dei Sawthis dalla nascita a oggi?! Cosa vi rende particolarmente orgogliosi di questo lavoro?
S: ‘Youniverse’ è sicuramente il capitolo che ci rappresenta meglio nel 2014, se poi sia il migliore non sta a noi dirlo. Ovviamente noi lo crediamo e siamo sinceramente orgogliosi per la naturalezza con cui è nato e la sua intrinseca “musicalità”. Riteniamo quest’album un grande traguardo ma anche un “ponte” che rende declinabile il nostro trademark in infiniti modi futuri. Questo è davvero importante per noi: non sapere come suonerà il nostro prossimo album è una fonte inesauribile di stimoli.

SD: I riferimenti stilistici potrebbero essere i più svariati, dai Machine Head agli In Flames passando persino per qualcosa che si avvicina al groove metal di stampo US a mio avviso. Come sono nati i brani di questo disco e quanto è stato complesso adottare una nuova metodologia di composizione rispetto al passato?
S: In realtà ‘Youniverse’ non è un lavoro di equipe ma è stato composto interamente da me. La stesura è stata molto snella proprio per questo: permettendoci di pre-produrre le
idee da subito, il lavoro in sala prove si è circoscritto alla sola verifica del sound generale delle varie composizioni. Dunque credo che questo approccio abbia funzionato molto bene ottimizzando l’apporto di tutti e donando alla nostra formula una immediatezza che ne incrementa moltissimo l’impatto. Per quello che riguarda le nostre “influenze”
hai perfettamente ragione: la varietà dei nomi che vengono generalmente tirati in ballo è la dimostrazione più genuina della nostra versatilità stilistica: io posso dirti quali sono i miei ascolti, ma non so in che misura questi “ascolti” diventino poi “influenze” in fase compositiva. E’ vero che cerchiamo sempre di fondere una certa ricercatezza ritmica di stampo americano a caratteristiche armoniche di scuola svedese ma è solo il nostro background: in realtà non poniamo nessun limite alla nostra creatività.

SD: Per la produzione vi siete affidati principalmente a voi stessi. A cosa dobbiamo questa scelta? Alla paura di non arrivare a quei suoni che avevate chiari nelle vostre teste o a cos’altro?
S: Diciamo che abbiamo maturato una certa confidenza con i metodi di produzione per cui legarci ad un solo studio ci sembrava, francamente, troppo limitante. Così, per realizzare ‘Youniverse’, ci siamo avvalsi di tre differenti studi, ognuno dei quali sfruttato per i suoi pregi. Certo: questo può avvenire solo se si ha un’idea chiara del risultato finale, ma questo per noi è scontato perché pre-produciamo sempre i nostri album appunto per governarne ogni dettaglio e ogni sfumatura prima di produrli. Non intendiamo vendere merda ai nostri fan e, realizzare prodotti “perfetti” (per quello che ci è possibile) è una questione di rispetto verso chi ci supporta. La nostra filosofia è molto semplice: un musicista è un esteta: se non è esigente, autocritico e perfezionista è meglio che cambi lavoro/hobby.

SD: La cosa che sorprende maggiormente del disco è il fatto di essere ben amalgamato, senza alti e bassi comuni a moltissimi lavori odierni. Quanto tempo è stato speso nella composizione del disco? In cosa rimettereste mano se fosse possibile tornare indietro nel tempo?
S: Grazie mille, le tue parole sono un grande riconoscimento per noi. Mettiamo veramente l’anima in quello che facciamo sperando che questo crei un gap evidente rispetto a chi
vive la musica come una routine senza stimoli. Se ‘Youniverse’ non ha “alti e bassi” è perché non mettiamo canzoni “riempitive” nelle nostre release. Tutti i brani che ascolti
in nel disco, sono stati rimaneggiati per mesi (alcuni anche in post-produzione) e, nonostante questo, potevano saltare dalla tracklist in qualsiasi momento: la struttura di
‘The Switch’ per esempio, è stata letteralmente stravolta il giorno prima del mastering definitivo! Se poi riscontreremo dei difetti solo il tempo saprà dircelo: per adesso è ancora presto per valutarlo retrospettivamente.

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SD: ‘The Voice Falls On Me’ e ‘The Impure Soul’ sono i brani che maggiormente mi hanno colpito. Come li descrivereste ai nostri lettori e quali invece rappresentano al meglio i Sawthis a vostro avviso?
S: Gusti molto raffinati i tuoi! Bene: questo mi fa pensare che tu abbia apprezzato una certa tendenza alla “sintesi” che caratterizza un po’ tutto l’album. Personalmente considero ‘The Mad’, ‘The Disturbed’ e ‘The Switch’ tra i nostri episodi più sperimentali di sempre, apprezzo tantissimo il groove di brani come ‘The Logical Colors’, ‘The Waking Up’, ‘The Indeleble’ e ‘The Spotlight’; come di ‘The Voice Falls On Me’, ‘The Impure Soul’, ‘The Walking’ e ‘The Crowded Room’ apprezzo soprattutto il feeling molto ricercato. Per me, scegliere un brano in particolare è molto difficile e dipende anche dal “momento”: quando ho voglia solo di sfasciare tutto ‘The Logical Colors’ e ‘The Wacking Up’ sono perfette, se invece ho voglia di suonare “di gusto” e godermi i dettagli, brani come ‘The Voice Falls On Me’, ‘The Crowded Room’ o ‘The Walking’, sono veramente stimolanti.

SD: Sul fattore lirico so che il disco è strutturato sottoforma di concept. Un lavoro decisamente arduo visto il tema trattato. Volete presentarci il tutto dicendoci anche quanto è stato complesso mettere mano a temi così forti?
S: Sì, è un concept album sulla sindrome da personalità multiple. Ma, invece di trattare questo tema elencando un tot di ‘casi clinici’, abbiamo traslato il tema da un piano psicologico a un piano filosofico. Così, quella che era una “patologia” è diventata un “viaggio” mentale, intimo e individuale che espone al dolore, alla paura, alla solitudine ma che, alla fine, porta ad una profonda conoscenza del ‘Tuo Universo’, appunto: ecco perché ‘Youniverse’. Il messaggio che ne risulta è molto semplice: non omologarti per essere accettato ma coltiva ciò che ti rende irripetibile. Non sei malato: sei unico!

SD: Il fattore live è da sempre il fiore all’occhiello dei Sawthis, avendo diviso il palco con moltissime band. Quale band vi è rimasta particolarmente nel cuore e con chi vorreste dividere il palco oggigiorno?
S: Mmm… Dovrei fare affidamento sulla mia memoria: peccato che non ne abbia (risate)! Chiaramente i Sepultura e i Vader non si dimenticano mai: veramente un tuffo al cuore! In linea generale però, diciamo che tutte le band con le quali abbiamo condiviso i palco, nel bene e nel male ci hanno insegnato molto: alcune insegnandoci ciò che bisogna fare, altre insegnandoci ciò che è da evitare assolutamente. Se poi devo pensare a una band con cui mi piacerebbe dividere il palco, non ho dubbi: Tool! Sono convinto che non sarebbe un live ma un vero e proprio viaggio.

SD: Oggi come oggi ha ancora un senso essere licenziati da una casa discografica a vostro avviso? Ve lo chiedo perché visti i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia moderna una band può tranquillamente optare per il ritorno al DIY senza troppi problemi…
S: E’ un discorso molto complicato e non credo esista una risposta univoca. La mia cultura del lavoro mi spinge istintivamente verso il riconoscimento delle professionalità e, quando si realizza o si promuove un album, si toccano moltissimi e diversissimi ambiti che non hanno niente a che vedere con la musica. Avvalersi di uno staff competente per
ognuno di questi è fondamentale. So bene che ciò si scontra con l’impietosa esigenza di “ottimizzare le spese” ma è impensabile, amatoriale e assurdo, credere che un buon lancio promozionale possa essere fatto “a tempo perso” da un membro della band che smanetta col PC di casa. Eppure quasi tutti fanno questo. Noi invece, deleghiamo praticamente
tutto riservandoci solo la supervisione. Quindi, rispondendo alla tua domanda, credo che le Label (e non solo) siano ancora fondamentali per una moltitudine sterminata di fattori a cui una band non sa, non può e non deve pensare. Il batterista deve suonare la batteria e l’ufficio stampa deve gestire la promozione: invertire le cose non credo funzioni.

SD: Cosa dobbiamo aspettarci nell’estate dai Sawthis?
S: Live, live, live! Speriamo di suonare ovunque. Ci piace da morire il clima dei festival estivi, spesso perdiamo quasi subito la lucidità ma, quando la riacquistiamo il giorno dopo, la sensazione è sempre quella di essercela spassata! Quindi, speriamo di partecipare al maggior numero di manifestazioni. Se questo avverrà, mi auguro tu sia della partita in qualche occasione: l’invito, chiaramente, è esteso a tutto lo staff di Salad Days!

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SD: Cosa avete nel lettore in questo periodo?
S: Un sacco di musica ma, per fare un nome su tutti, sto consumando ‘Gloria’ dei Disillusion: un album un po’ vecchiotto ma sempre attuale. Mi piace consigliarlo perché si ricollega alla tua prima domanda: quest’album ha avuto un responso praticamente nullo ma è un capolavoro assoluto. E’ quasi scientifico: “Arte” e “Mercato” sono termini antitetici e inconciliabili e, sinceramente, spero che questo assioma non cambi mai!

SD: Un saluto ai lettori di Salad Days Magazine?
S: Certo! Innanzitutto, ringrazio te per la bella chiacchierata (spero di essere stato esaustivo) e tutto lo staff di Salad Days per il supporto. Poi, saluto tutti i vostri lettori a cui dico: buttate un orecchio su ‘Youniverse’, il nostro nuovo album e magari, troverete una quarantina di minuti di musica che vi farà stare bene! Per il resto ci vediamo on stage o di fronte a una spinatrice! SAWTHIS RULEZ: CHECK YOUR HATE!!!

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(Txt by Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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