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Salad Days Magazine | December 9, 2019

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Todays Festival: quel che rimane

Todays Festival: quel che rimane
Salad Days

Il festival, andato in scena a Torino dal 23 al 25 agosto, ha ospitato artisti di fama internazionale, da Bob Mould agli Sleaford Mods…

L’autunno sta prendendo il sopravvento su Torino, rendendo ancora più grigio il suo profilo tipicamente riservato e austero. Nella malinconia dei tragitti percorsi su vecchi tram, vedo i manifesti del TOdays lentamente sgretolarsi o lasciar spazio a nuovi eventi. Ad appesantire l’aria la notizia delle dimissioni del direttore artistico, Gianluca Gozzi, arrivata non appena spente le luci del festival.

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Arrivo con molto ritardo a scrivere questo report ma, si sa, Torino è una città ad alto livello di produzione e i serrati ritmi lavorativi dal rientro delle vacanze non lasciano spazio nemmeno ai ricordi. Anche se, nel mio caso, il luogo in cui lavoro è proprio accanto a quello della manifestazione.

Non credo abbia più senso descrivere un festival artista per artista, non nell’epoca dei social, dove tutto è fruito e condiviso all’istante e l’interesse si perde nel tempo di una story su Instagram.

Ma se c’è qualcosa che rende TOdays diverso, è proprio il legame con il territorio che ospita le sue serate: Barriera di Milano è uno dei quartieri più difficili di Torino. Abbandonato a se stesso, abitato per la maggior parte da immigrati, è stato oggetto di rivalutazione o, se vogliamo, gentrificazione, con l’apertura del Museo Ettore Fico e dell’EDIT, un locale dai connotati post-industriali tipicamente hipsterini.

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Ma tutto ciò non è bastato: il Parco Aurelio Peccei, ad esempio, diviene quasi del tutto inagibile in estate, a causa di un’amministrazione che non è in grado di gestire l’unico punto di sfogo di un quartiere che non ha quasi nulla. Per questo il ruolo del TOdays diviene determinante: per 3 giorni la zona più arida della città, quella che dalle madamin torinesi viene definita fulcro di violenza e criminalità, si colora di musica.

Non solo Spazio 211 ma anche tutta la zona circostante prende vita, fino ad abbracciare tutta la città grazie anche agli eventi collaterali offerti, come workshop e mostre. Ed è difficile descrivere a chi non era lì cosa si prova a guardare i Parcels illuminarsi al tramonto, grazie ad un telo dorato alle loro spalle che rende tutto ancora più sognante, sapendo che dietro di te ci sono invece vecchi magazzini, edifici traballanti, case popolari.

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Il festival quest’anno ha deciso di non avere nomi italiani, forse proprio per sottolineare come la diversità sia una ricchezza. E lo è ancora di più quando ti ritrovi sul palco artisti che, senza l’esistenza di un format chiamato festival, probabilmente non avresti mai visto, come ad esempio Adam Naas, un elfo col trucco da panda che ammalia il pubblico grazie a una voce tra Prince e Jackson e a una presenza scenica da far invidia alle Queen del Coachella.

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Ma è nell’alchimia tra suoni la vera magia del TOdays: quando vedi la vecchia guarda, come Bob Mould, intrecciarsi ai ritmi dei Dengue Dengue Dengue o la meravigliosa inquietudine dei Low abbracciare la notte, trasformando il crepuscolo in una notte senza stelle sulle note di ‘Lazy’, dal primo album del 1994 ‘I Could Live In Hope’, lasciare spazio ai più giovani, che urlano a perdifiato sui pezzi dell’irlandese Hozier.

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E poi ci sono gli eroi senza tempo, come Johnny Marr che ci regala alcuni degli evergreen dei The Smiths (concludendo con una delle più famose hit per cuori infranti ‘ThereIs A Light That Never Goes Out’) e Jarvis Cocker dei Pulp e, che dire ragazzi, vorrei saper ballare in modo sensuale come lui che, in una tarda domenica di fine estate, nonostante il caldo umido e la stanchezza, ha tenuto in pugno tutto il pubblico, che ha poi trovato la pace tra gli esperimenti di soundscapes di Nils Frahm presso gli spazi dell’ex Incet.

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Menzione speciale per gli Sleaford Mods, il cui live gratuito al Parco Peccei alle 16.30 della domenica è stato un vero e proprio atto politico: il duo di punk elettronica di Nottingham è, infatti, la più reale emanazione del proletariato urbano e non poteva esserci una cornice più adeguata per la loro esibizione, proprio lì, tra quelli spazi che il comune ha definito “simbolo della lotta al degrado urbano e umano”. E mentre Jason urlava “kebab spiders, easy riders and flag tits”, a lato del palco abbiamo visto uno dei simboli più forti di questo evento: un box di Glovo posato per terra, probabilmente da un fattorino incazzato che ha mollato tutto per andare a vedere i propri idoli.

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(Ph. Serena Mazzini)

Cosa sarà del Festival ancora non lo sappiamo. Ciò che rimane è la certezza che quello che è partito come la Cenerentola dei festival estivi si è affermato come un modello positivo di simbiosi tra territorio, prese di posizioni coraggiose e musica che si fa politica. In caso, mancherà molto.

(Txt by Serena Mazzini e pics by Claudia Losini x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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