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Salad Days Magazine | June 26, 2022

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We Are Waves interview

We Are Waves interview
Salad Days

Una macchina in continuo movimento i We Are Waves, band torinese che nel disco d’esordio ‘Labile’ ha saputo ricreare quegli scenari brit-rock anni’80 di cui iniziavamo a sentirne la mancanza.

Abbiamo incontrato il cantante/chitarrista Viax per una lunga e interessante chiaccherata.

SD:Insomma, vi avevamo lasciati con un bell’EP e tante speranze, vi ritroviamo oggi con un disco, un cambio radicale di look e stile e show ovunque. Credo che di cose da raccontarci ne abbiate abbastanza quindi forza, illustrateci il tutto! Ahah!
WAW: Che possiamo dire? Non ci piace star fermi nello stesso posto!

SD: Parlare di musica è apparentemente facile, lo fanno tutti e leggere parole come metal nel vostro caso mi ha sempre fatto un certo effetto. Cosa mai avrà spinto un recensore qualsiasi a pensare a un tale termine nel vostro caso?! E quali altri termini strambi fanno parte della vostra personale collezione di “scribacchini all’assalto”?!
WAW: Anche a noi hanno sempre fatto effetto. Di termini astrusi ce ne sono stati tanti, ma forse anche perché abbiamo sempre avuto la tendenza a un suono fin troppo eclettico e vario, soprattutto coi progetti passati. Devo dire che con ‘Labile’ i giudizi sono stati più unanimi e anche gli “svarioni” da parte dei recensori sono diminuiti.

SD: ‘Labile’ – il vostro esordio – mi è piaciuto parecchio. Perlomeno non siete andati ad abbracciare le mode odierne (chi ha detto indie?!), siete stati coraggiosi, mettiamola così. Ma suonare 80’s music nel 2014 è un rischio grosso, lo sappiamo tutti. Come vi è venuta questa idea di addentrarvi in un percorso sonoro simile? Lo rifareste col senno di poi?
WAW: Ti ringrazio! Non solo lo rifaremmo, ma siamo in procinto di rifarlo, abbiamo una dozzina di pezzi nuovi pronti per essere lavorati in autunno e dare un seguito a ‘Labile’ già nel 2015. L’idea in realtà è venuta fuori in maniera del tutto naturale. Abbiamo sempre avuto una “vena” wave molto marcata, sia per il mio timbro vocale che per il modo di scrivere le melodie… Ma per un motivo o per l’altro non è mai venuta fuori del tutto. Con ‘Labile’ abbiamo deciso di abbandonare i compromessi e puntare tutto su quel tipo di atmosfere che per noi sono, al momento, le più calzanti.

SD: La cosa più strana è pensare che solo fino a qualche anno fa la stessa formazione di oggi aveva un altro nome e suonava qualcosa che potremmo definire alternative rock/crossover. Qual è stata la spinta principale a portarvi su questa strada e a mollare i panni dei rocker trendy?
WAW: Non ci sentivamo più a nostro agio in quei panni, sentivamo tutti il bisogno di un rinnovamento che fosse totale, che portasse nuova linfa vitale e ci desse stimoli per proseguire un percorso difficile e faticoso come quello musicale. Abbiamo quindi preferito ripartire da zero con un progetto completamente nuovo piuttosto che fare rattoppi di dubbio gusto.

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SD: In Italia il filone new wave 80s continua a mietere vittime, decisamente seguito insomma. Qual è un vostro fan tipico? Il dark, il ragazzino, il maturo… Chi?
WAW: Non saprei, è estremamente vario… Non essendo un genere particolarmente “trendy” ma allo stesso tempo talmente affascinante da abbracciare tante età e stili di vita differenti ci troviamo ad avere un pubblico molto eterogeneo, sia come età che come tipologia. Però il comune denominatore è sempre lo stesso: gente appassionata di musica, che se la vive non tanto come una questione di moda o di “pose” ma come una forma di cultura individuale. Cosa che ci fa molto piacere, essendo praticamente la nostra stessa visione.

SD: Tornando a ‘Labile’ giuro che ci ho messo un po’ di tempo a capire l’artwork e sinceramente non mi è ancora chiaro il messaggio. Quindi quale miglior occasione se non chiedere a voi stessi cosa diavolo avevate in mente?
WAW: ‘Labile’ è quel momento in cui la tua vita prende una piega che non ti saresti mai aspettato, che ti cambierà profondamente ma sulla quale non hai nessun potere. Può essere l’incontro fortuito (o il non-incontro) con una persona, può essere una parola non detta, o un’azione non fatta. E’ una sorta di “butterfly-effect” che riguarda tutte le nostre vite, e rappresenta il filo conduttore del disco. Abbiamo cercato di rendere questo effetto di evanescenza nella copertina (e nelle foto che sono contenute nel booklet): ci sono due individui mai realmente a fuoco, in costante relazione tra di loro. A volte di amore, a volte di odio, a volte di indifferenza, a volte di bisogno disperato. Sovrapposte a loro, delle radiografie di fratture scomposte. Labile è il momento in cui qualcosa si rompe, in maniera inaspettata, imprevista, che ti segnerà per sempre.

SD: ‘Deccan Plateau’ – presente nell’EP – mi aveva colpito moltissimo, un gran pezzo e un gran video al seguito. Oggi sono preso benissimo da ‘Old Days’. Mi raccontate il concept di questo brano e se mai girerete un video su di esso?
WAW: Grazie mille, quel pezzo ci ha dato molte soddisfazioni e girare il video è stato molto divertente. ‘Old Days’ è uno dei pezzi-manifesto di ‘Labile’, e anche per me è uno dei migliori. E’ una confessione, una riflessione sul rimorso per il tempo sprecato e per tutti gli errori commessi nella propria vita. Come molte confessioni, è allo stesso tempo il primo passo per reagire. Riguardo al video sì, abbiamo qualche idea a riguardo, vedremo come si svilupperà. Anche se il primo video che pubblicheremo, verso la fine dell’estate, sarà ‘Worship’.

SD: E’ più complesso comporre un brano dei We Are Waves o della vostra precedente band?
WAW: Sicuramente nei We Are Waves ci mettiamo molto più ragionamento e maturità, ma siamo sempre stati quel tipo di musicista che sui propri pezzi ci perde un sacco di tempo. Troppo, alle volte.

SD: Altra domanda secca: più semplice comporre un pezzo dell’EP o di ‘Labile’?
WAW: E’ molto diverso. Per l’EP avevamo già tanti pezzi che suonavamo abitualmente ai concerti, abbiamo solo fatto un processo di selezione e revisione. Per ‘Labile’ ci siamo trovati a scrivere roba completamente nuova partendo da zero e ragionando in ottica di album, che quindi prevede degli equilibri e dei pesi completamente differenti. E’ stato sicuramente più complesso, ma anche molto più stimolante.

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SD: Quali sono state le difficoltà maggiori in fase di composizione del nuovo disco?
WAW: Sicuramente il prendere una produzione ancora abbastanza frastagliata e poco coerente e renderla omogenea… Pensa che all’inizio un pezzo come ‘Whenever I’m Alone’ suonava come un lento degli Alice In Chains. Su questo è stato insuperabile il lavoro di produzione di Federico Malandrino, che è riuscito veramente a tirare fuori la personalità e la coerenza da tutti i brani e a trasformare un insieme di 11 canzoni in un disco.

SD: Torino è da sempre fonte d’ispirazione in tema di elettronica e voi ovviamente non vi siete fatti mancare niente. Rispetto al mini in questa occasione la componente electro è fortemente presente e – a mio modo di vedere – è stata la particolarità che ha reso il disco qualcosa di molto interessante. Come siete riusciti a inglobare il tutto?
WAW: E’ stato veramente un percorso lungo, che ha portato via tanto tempo in sala e in studio. Ma sicuramente ha dato i suoi frutti. Cisa su questo ha fatto veramente un gran lavoro ed è cresciuto tantissimo.

SD: Il filone malinconico credo vi contraddistingua da sempre. I testi sono quel mix di malinconico/attuale che porta spesso a pensare. Era questo il vostro obiettivo? Far riflettere?!
WAW: Questi testi rispecchiano le vostre idee anche oggi a distanza di mesi? Quale pensate sia il testo più significativo dell’intero disco? Più che far riflettere ci piace l’idea di suggestionare, di commuovere (nel senso originario del termine, quindi parliamo più di empatia che altro). I testi sono ancora molto calzanti, avendo quel giusto mix di introspezione ed esistenzialismo. Forse oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, sono un po’ più sereno e scriverei parole un po’ meno cupe. Personalmente i testi più significativi trovo siano quelli di ‘Old Days’, ‘Whenever I’m Alone’ ed ‘Emptiness Behind The Walls’.

SD: Dal punto di vista live state avendo parecchia visibilità, ve lo aspettavate? I prossimi piani in chiave live?! Cosa dobbiamo aspettarci da qui alla fine del 2014?
WAW: Siamo davvero felici di questo, suonare live è la cosa che più amiamo fare. Per cui i prossimi progetti da qui a fine anno sono di suonare ancora, e ancora, e ancora.

SD: Estate tempo di musica, cosa si ascolta in casa We Are Waves?
WAW: Eeeh… L’estate è una brutta bestia, perché non hai più voglia di roba chiusona ma non è che di cose “solari ma furbe” ce ne siano tante. I Franz Ferdinand sono sempre una garanzia da questo punto di vista, gli M83 quando non fanno troppo gli “indie-minkia”, o gli ultimi di Kasabian e Deadmau5 che spaccano… Poi vabeh, io trovo che non ci sia niente di meglio di ‘The Queen Is Dead’ degli Smiths sparato in cuffia in bicicletta sul lungo Po, ma sono anche un caso senza speranza.

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SD: Dieci brani per la summer compilation firmata We Are Waves?
WAW: E vai, questa è la mia preferita! Ve la faccio molto summer eh?! Di seguito:
The Smiths – Ask
The Cure – Inbetween Days
M83 – New Map
Brothers in Law – Lose Control
Morgan Delt – Chakra Sharks
Temples – Colours To Life
Kasabian – Eez-eh
Queens Of The Stone Age – Smooth Sailing
White Lies – First Time Caller
Tears For Fears – Head Over Heels

SD: A voi l’ultima parola!
WAW: Grazie mille a voi di Salad Days che ci state supportando tantissimo, prima con una bella recensione e poi con un’intervista per niente scontata, grazie davvero. Speriamo di conoscerci di persona a qualche live, e questo vale ovviamente per tutti!

(Txt by Arturo Lopez x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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