Gabriele “Gabo” Raso – interview
Gabriele “Gabo” Raso è una delle figure storiche del surf italiano.
Classe 1976, ha iniziato a surfare nei primi anni’90, vivendo in prima persona l’evoluzione della scena italiana…
… tra viaggi, freesurf, video e collaborazioni con la storica rivista SurfLatino. Dalle Hawaii alle grandi mareggiate liguri, fino all’organizzazione di eventi come il Quiksilver Big Wave Invitational e il Red Bull Surfin’ Levanto, Gabo ha contribuito a costruire una parte importante della cultura surf nel nostro Paese. Oggi continua a raccontare il mare e il surf con il suo stile diretto e autentico, tra social, podcast e nuovi progetti legati alla sua Levanto. Per Salad Days Mag ci siamo fatti una chiacchierata con lui tra passato, presente e futuro del surf italiano.
SD: Ciao e grazie di aver accettato questa chiacchierata. Partiamo subito a gamba tesa. Che differenza senti, tra il Gabo di oggi — immerso nel surf, social, visibilità, shop, turismo — e il Gabo degli anni’90/primi 2000, quando il surf era più sotterraneo?
G: In realtà non sento una grande differenza, perché io uso i social in maniera reale. Non ho filtri. Non faccio il social “da marchetta” o il social per forza “giusto”. Continuo semplicemente la mia propaganda, che è la stessa dagli anni’90: rispetto delle persone, rispetto dei luoghi. Anzi, utilizzo molto questo mezzo per raccontare da dove viene il surf, perché oggi tante nuove generazioni iniziano a praticarlo senza avere una vera cultura surf. Noi veniamo già da una cultura precisa e ben radicata. Oggi probabilmente molti ragazzi conoscono giusto gli Irons o Slater, ma non sanno davvero da dove arriva lo sport che stanno praticando.
SD: Levanto quanto è cambiata da allora? Hai mai avuto la sensazione che il surf qui sia diventato consumo, overtourism, immagine?
G: Secondo me oggi siamo di nuovo in una fase calante. Negli anni’90 eravamo quattro gatti. Dal 2000 in poi tutto si è evoluto: le gare, Quiksilver, gli eventi, il mondiale. Sicuramente Levanto l’abbiamo promossa tantissimo per il surf. I social hanno amplificato tutto questo. Prima c’erano il passaparola e le riviste; poi è diventato facilissimo sapere dove si surfava, controllare le previsioni, conoscere gli spot. Però oggi secondo me c’è stata una redistribuzione. Prima tutti venivano a Levanto. Adesso, grazie ai social stessi, la gente conosce molti più posti: se Levanto è piena vanno a Varazze, oppure cercano altre soluzioni. Noi per capire certe dinamiche ci abbiamo messo trent’anni. Oggi ci mettono tre giorni.
SD: Di te passa un’immagine molto punk. Che rapporto hai con la musica?
G: Io vengo sicuramente dal punk: Green Day, NoFx, tutta quella corrente lì. Poi anche molto rock: Ramones, AC/DC. Però ascolto davvero un po’ di tutto. Mi piace anche l’hip hop. E oggi, forse perché non voglio invecchiare, trovo interessanti anche certi trapper moderni. Seguo molto Rove, Lazza… mi piace ascoltare cose diverse.
SD: Quindi zero rigidità?
G: No, assolutamente.
SD: Dopo tutti questi anni in acqua, il surf riesce ancora a darti paura, emozione, gioia, o delusione?
G: Ed è proprio questo che non tollero in certi miei coetanei: non si molla un cazzo. Io provo ancora robe nuove. Magari poi resto fermo una settimana per i dolori, però non rallento niente. Anzi, penso di essere più forte di prima.
SD: È ancora possibile vivere il surf in modo genuino, senza trasformarlo in contenuto?
G: Questo oggi è un tema enorme. Io cerco sempre — anche nei video — di influenzare gli influencer a raccontare le cose come stanno davvero. Il surf non è solo viaggi perfetti, Maldive, yoga e massaggi. Il surf è anche prendere delle gran inculate. Soprattutto se vivi in Italia, o se l’hai vissuto negli anni nostri, quando ti spostavi con una cartina e senza nessuna certezza. Quello che dico sempre è: non fate passare l’idea che il surf sia una cartolina perfetta. Perché non lo è. Ed è bello anche per quello.
SD: Cosa cambia nel rapporto col mare quando arrivi quasi ai 50?
G: Fragile no. Consapevole sì. Lo vivo con meno angoscia. Forse proprio questa cosa oggi me lo fa vivere ancora di più. Non sento più il bisogno di dover entrare per forza o di performare a tutti i costi. Prima di tutto con me stesso.
SD: Se potessi tornare a una giornata nella Levanto di 25 anni fa, cosa andresti a cercare?
G: La sinistra dei Piper, che oggi non lavora più come una volta. Una volta le mareggiate erano molto più da sud-ovest. C’era il classico ciclo: scirocco e pioggia, poi girava sud-ovest e il giorno dopo arrivava la tramontana con onde lisce e perfette. Oggi il mare è cambiato. Le correnti sono diverse, più da maestrale. Quel tipo di “scaduta” ormai succede raramente. E poi sicuramente cercherei anche la compagnia di allora. Eravamo meno.
SD: Le amicizie nate col surf sono rimaste?
G: Sì, assolutamente. Gli amici storici del surf ci sono ancora. Magari oggi uno vive da una parte e uno dall’altra, però il nucleo duro è rimasto. Quando noi vivevamo il surf eravamo davvero amici dalla Sardegna alla Liguria. Oggi forse c’è più competizione. Ma io ho ancora amicizie lunghe 35 anni. Lunghe quanto il mio surf.
SD: Grazie per la chiacchierata, Gabo.
G: Ciao.
(Testo e foto ritratti di Andrea Lovato x Salad Days Mag – All Rights Reserved)






















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