Madbeat: il cuore gonfio dopo ‘The Midnight Souls’, tra punk, ambizione e nuove frontiere sonore
Con il sipario calato su Milano e Torino, ‘The Midnight Souls’ si può finalmente guardare nella sua interezza: un progetto ambizioso, che ha trasformato i brani dei Madbeat con fiati, organo e cori, restituendo un’esperienza live unica e irripetibile.
Abbiamo incontrato la band per capire cosa rimane dopo mesi di prove, lavoro e concerti, come questa impresa abbia ridefinito il loro rapporto con la musica, con il pubblico e con la scena underground, e quali insegnamenti porteranno avanti nel futuro della loro carriera.
SD: Ora che anche Torino è andata e ‘The Midnight Souls’ è archiviato, qual è la cosa che vi ha sorpreso di più? Una reazione del pubblico, una dinamica sul palco, o magari qualcosa che non avevate previsto e che ha cambiato la vostra percezione del progetto?
M: Personalmente ho percepito un’adrenalina, prima di salire sul palco a Torino, che non avevo mai provato e che vorrò a tutti i costi riprovare, avevamo la consapevolezza che stavamo per chiudere con quella data un percorso impegnativo durato mesi e quelle sensazioni li sono state potenti. La reazione del pubblico è stata fantastica in entrambi i live.
SD: Avete preso il vostro repertorio punk-rock e lo avete messo in discussione davanti a tutti, con fiati, cori e una struttura più ampia. In un’epoca in cui molte band underground restano nella comfort zone per non “spiazzare” il pubblico, quanto è stato rischioso per voi fare questa scelta?
M: Non lo abbiamo vissuto come un rischio in realtà, ma come un’opportunità di crescita, l’idea di abbracciare sonorità differenti ci ha gasato sin dall’inizio; mi rendo conto che più passano gli anni e più proviamo gusto nel ricercare qualcosa di nuovo. Se la domanda è in relazione al rischio che potrebbe esserci nel “perdere” un po’ il pubblico medio della scena punk rock, mi viene da alzare un po’ le spalle.. la musica è divertimento, noi ci divertiamo, ognuno è libero di ascoltare quello che vuole.
SD: Dal punto di vista umano, cosa vi ha lasciato lavorare con una big band? Vi ha insegnato qualcosa sulle dinamiche interne della vostra band, sull’ascolto o sulla gestione collettiva che porterete anche nel futuro dei Madbeat?
M: Dal punto di vista umano ci ha lasciato una sensazione bellissima, abbiamo collaborato con ragazze e ragazzi fantastici in questi mesi, musicisti Veri con esperienze in band importanti, una figata pazzesca… a livello tecnico credo sia un passo importante, un’esperienza che sicuramente ci porteremo dietro in futuro, imparare a suonare con altre 7 persone ci ha portato ad alzare il livello di attenzione nella performance, avendo fatto poche prove volevamo essere una “base” perfetta per loro in modo da metterli più a loro agio possibile, abbiamo cercato di fare caso ai minimi particolari, abbiamo ampliato la nostra strumentazione, speriamo che ne sia valsa la pena..
SD: Spesso nell’underground si parla di limiti strutturali – budget, spazi, sostenibilità. ‘The Midnight Souls’ è stato anche un banco di prova organizzativo. Quanto è stato complicato renderlo possibile e cosa vi ha insegnato sul “fare le cose in grande” restando indipendenti?
M: Non nego che di difficoltà ce ne sono state parecchie, credo che la più grande sia stata trovare i locali giusti al prezzo giusto che fossero disponibili a farci suonare nel periodo a noi più congeniale (su Milano ad esempio, Andre dei Punkreas è stato fondamentale), ma tolto questo l’organizzazione ha compreso anche muoversi per trovare un service che ci affittasse la strumentazione (e qui dobbiamo ringraziare Microfase che è stata super disponibile), trovare le band di apertura idonee all’idea di serata che avevamo in testa, tutto questo mentre in parallelo avanzavamo con la composizione a livello puramente artistico, che ha portato via molte energie (un grazie a Stefania Tasca che ci ha aiutato molto in fase di arrangiamento).. insomma, un lavoro molto impegnativo che non sarebbe stato possibile se non ci fossero state persone disponibili, che sin dall’inizio ci hanno appoggiato, sostenuto e accompagnato nel percorso.
SD: Dopo Milano e Torino, avete la sensazione che questo progetto abbia cambiato la percezione che la scena ha di voi? Vi sentite ancora la stessa band di prima o qualcosa, internamente, si è spostato in modo irreversibile?
M: Ci siamo buttanti in questa avventura per gioco e per divertirci ma con la consapevolezza che ne saremmo usciti migliorati; nel frattempo c’era l’idea di mandare un segnale forte a chi lavora con produzioni più grandi, volevamo dimostrare di essere in grado di poter portare in giro uno spettacolo così, noi ce l’abbiamo messa tutta, vedremo quali frutti porterà; a noi sicuramente ha portato molta energia positiva.
SD: Guardando indietro a questi mesi di lavoro e a due sale piene che hanno risposto con entusiasmo, vi viene più voglia di replicare un’esperienza simile in futuro o proprio il fatto che sia stata unica la rende più potente?
M: Siamo partiti con l’idea di farne 4, poi per questioni puramente economiche abbiamo deciso di chiuderne 2, sicuramente ci guarderemo attorno per poter replicare l’esperienza, non è semplice però, questo progetto ha bisogno di palchi di un certo tipo per poter rendere al meglio.
















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