NEUROSIS ‘AN UNDYING LOVE FOR A BURNING WORLD’
- Salad Days
- On March 31, 2026
Review Overview
9
9Rating
NEUROSIS
‘An Undying Love For A Burning World’-CD
(Neurot)
9/10
Una decade di silenzio. Ora i Neurosis tornano con ‘An Undying Love For A Burning World’. Dopo la vicenda di Scott Kelly (accusato di violenza domestica) arriva Aaron Turner (Sumac, Isis) alla voce. Un nome la cui eredità è indissolubilmente legata a quella della band e un vero spirito affine, si unisce al gruppo come voce e chitarra, affiancando il cantante/chitarrista Steve Von Till, il batterista Jason Roeder, il bassista Dave Edwardson e il tastierista Noah Landis. La band insiste sul fatto che il loro ritorno “non è una reunion — non ci siamo mai lasciati.” ‘An Undying Love For A Burning World’ è stato registrato da Scott Evans presso lo Studio Litho di Seattle durante tre fine settimana di questo inverno e mixato in tre giorni solo sei settimane prima dell’uscita presso l’Antisleep Audio di Evans a Oakland. Questo lo si capisce dalla conferma della loro identità sonora. Un sound che ha fatto la storia dal 1985. Pionieri di una scena musicale, post-metal, doom, sludge, post-hardcore. I Neurosis sono coloro che hanno dato vita ad un suono scolpito nella storia. 13 dischi uno più incisivo dell’altro. Tornano con la stessa intensità a raccontare di nuovo i loro demoni e a rappresentare non solo un sound ma anche un pubblico che si immedesima con quello che loro hanno sempre raccontato: il buio, l’inferno, la parte oscura della vita. Il loro è un viaggio nelle tenebre. La presenza di Aaron Turner si sente, con la sua voce oscura e la sua chitarra selvaggia. I Neurosis non perdono il talento nel riuscire ad esprimere un suono doloroso, distorto, coinvolgente e ancora iconico attraverso atmosfere apocalittiche e sofferenti, dinamiche sonore crescenti e l’uso sperimentale del rumore. Fin dalle prime battute, ‘We Are Torn Wide Open’ si presenta come una dichiarazione d’intenti più che come un brano compiuto: una voce declamata si muove sopra un tappeto sonoro teso e inquieto. I temi evocati — la separazione, l’allontanamento dalla natura, l’incapacità condivisa di confrontarsi con la morte — costruiscono un’atmosfera densa e riflessiva. Il registro è vicino a quello di un rito, quasi una confessione che inaugura l’ascolto. In questo modo, l’apertura diventa una chiave di lettura essenziale, perché orienta tutto ciò che segue, sospeso tra disperazione e bisogno di trovare un senso. Composizioni come ‘Mirror Deep’ e ‘Seething And Scattered’ rivelano la band al massimo della propria intensità espressiva. I brani si articolano in modo graduale, stratificando tensione fino a culminare in improvvise deflagrazioni sonore, a testimonianza di quanto il linguaggio dei Neurosis abbia segnato profondamente intere generazioni di gruppi post-metal. Certi momenti più acustici e dilatati rimandano alle atmosfere di ‘The Eye Of Every Storm’ (2004), ma in questo contesto appaiono come pause fugaci dentro un panorama emotivo decisamente più cupo. Le chitarre si fanno più rade, i sintetizzatori aprono spazi sospesi e le percussioni rallentano il passo, facendo emergere una malinconia profonda che percorre l’intero lavoro. È nella chiusura maestosa di ‘Last Light’ che il disco raggiunge il suo punto più intenso sul piano emotivo: un brano lunghissimo, oltre il quarto d’ora, che riassume e porta a compimento tutte le tensioni accumulate in precedenza. L’inizio è rarefatto, vicino a un’atmosfera ambient fatta di vibrazioni profonde e voci segnate dalla disperazione, ma lentamente prende forma una crescita sonora ampia e solenne, fino a diventare un vero e proprio climax epico. Sembrava impossibile poter fare a meno di Scott Kelly ma la band californiana è riuscita a conservare la propria anima. Questo nuovo disco conferma la sensazione di ascoltare l’immensità dell’universo, il buio, l’esistenzialismo, l’infinito. Ma elemento ancora più inaspettato è che i Neurosis lasciano sempre una speranza di luce nei loro album. Il dolore può finire. Questo è quello che le chitarre distorte, il tappeto sonoro atmosferico e la sessione ritmica martellante raccontano. Sperimentali e psichedelici così come forti e disturbanti la band di Oakland torna ad esprimersi attraverso l’unico linguaggio che conoscono, la musica. La musica come unico strumento per governare il caos della vita.
(Valentina Vagnoni)

















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