VEGA – THE KITCHEN // L’UNDERGROUND NON È UN’ESTETICA. È UN MODO DI COSTRUIRE LE COSE
Rappresentato da Gianmarco Stecco, è un collettivo e associazione culturale nato nel 2020 con l’obiettivo di promuovere la cultura della musica elettronica attraverso eventi, collaborazioni e progetti dedicati alla crescita della scena locale della Valle dell’Agno.Accanto a loro, The Kitchen, fondato da Andrea “Bed” (Bedandclouds) e Stefano “Steve”, nasce dall’incontro tra due collezionisti di vinili e DJ accomunati dalla passione per l’underground, trasformandosi nel tempo in una realtà riconosciuta della scena padovana. Li abbiamo incontrati durante un evento organizzato da VEGA a Valdagno (VI), per parlare di musica elettronica, comunità e di cosa significhi costruire una scena culturale partendo dal territorio.
La provincia non è un limite. È un contesto.
C’è una narrazione che accompagna da sempre la provincia. Quella dei luoghi dove non succede mai abbastanza, dove la cultura è altrove, dove per trovare qualcosa bisogna spostarsi, uscire, andarsene. Ma esiste anche un’altra provincia. Più silenziosa, meno raccontata. Una provincia che non aspetta che succeda qualcosa, ma che si prende la responsabilità di far succedere le cose. È da qui che nasce la conversazione con The Kitchen e VEGA. Due percorsi diversi, due realtà che operano nello stesso territorio (Veneto), ma con una stessa convinzione di fondo: una scena non esiste già. Si costruisce.
Prima della musica
Quando si chiede perché tutto questo inizi, la risposta raramente riguarda la musica in sé. Per The Kitchen il punto di partenza è qualcosa di profondo, quasi primordiale. Un imprinting. La musica che entra nella vita da piccoli, in casa, attraverso fratelli, famiglie, ambienti che la rendono inevitabile. Non una scelta, ma una direzione che si impone. Per VEGA, invece, il punto è più territoriale. Più diretto. L’idea non è solo esprimersi, ma dare qualcosa a un luogo che sente mancante. “Voglio portare avanti un movimento che dia qualcosa a una valle che non ce l’ha.” Due origini diverse, ma una stessa traiettoria: trasformare un impulso personale in qualcosa che possa esistere fuori da sé.
Ph. Andrea “Lopez” Lovato
Costruire invece di consumare
Il passo successivo non è mai l’ego. È sempre la comunità. Non basta suonare, non basta organizzare. Il punto è cosa succede alle persone quando arrivano. “L’ideale è che la gente entri e dica: qui sto bene.” La misura non è la grandezza dell’evento, né il numero di persone presenti. È la qualità dello spazio che si crea. La possibilità per chi entra di riconoscersi, anche solo per una notte. In questo senso, la community non è una conseguenza. È la struttura stessa del progetto. Senza, tutto perde consistenza.
Ph. Andrea “Lopez” Lovato
L’underground è un’attitudine
C’è un momento in cui il discorso si allontana dai numeri. Dalle definizioni. Dai generi. Dai confini. Perché la domanda non è più quante persone ci sono, ma come ci sono. Una pista piena non è automaticamente underground. Una pista vuota non è automaticamente underground. La differenza sta altrove. Sta nella presenza. Nel modo in cui le persone vivono quello che accade. Se la pista è piena ma nessuno partecipa, il senso si perde. Se la pista è piccola ma viva, il senso si amplifica. L’underground non è una dimensione numerica. È una qualità dell’esperienza.
Il lavoro invisibile
Dietro ogni serata c’è una parte che non si vede. Non è solo musica. È organizzazione. È gestione. È tempo. È rischio. È il lavoro che non finisce quando il DJ set inizia, ma che spesso continua molto dopo. “Se ci fermiamo un attimo, si sfascia tutto.” È qui che si misura la natura reale di queste realtà: nella continuità, nella responsabilità, nella costanza. Non c’è romanticismo in questo aspetto. C’è fatica. E c’è scelta.
Restare
La domanda finale è sempre la stessa: cosa ti spinge a continuare? Non c’è una risposta unica. Non c’è una certezza assoluta. C’è la passione, prima di tutto. C’è il suonare. C’è il vedere le persone stare bene. Ma c’è anche un limite. Quando questo equilibrio si rompe, quando l’energia non torna più, quando lo spazio non è più sano, allora qualcosa si spezza. Perché non tutto può essere sostenuto all’infinito. Eppure, finché c’è quella sensazione — anche minima — che una serata possa funzionare, che una comunità possa riconoscersi, allora si continua. Non per ambizione. Ma per necessità.
Chiusura e rispecchiamento
Forse l’underground non è mai stato una questione di estetica, di generi o di luoghi nascosti. Forse è sempre stato una questione di responsabilità. Di persone che decidono di costruire qualcosa prima ancora di sapere se qualcuno arriverà. In provincia questa responsabilità pesa di più. Le scene non nascono da sole. Esistono perché qualcuno decide, ogni settimana, di dedicare tempo, energie e responsabilità a qualcosa che ancora ancora non c’è. La costruisci.
(Testo di Andrea “Lopez” Lovato & Fotografie di Ilaria Zambon)
























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