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Salad Days Magazine | February 13, 2026

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Zu interview @ Zō Centro Culture Contemporanee, Catania

February 9, 2026 |

Una delle prime tappe del tour del nuovo album degli Zu ‘Ferrum Sidereum‘ passa per la città di Catania (nella rinomata location Zō Centro Culture Contemporanee)

ed è occasione prima di tutto per poterli seguire/fotografarli live e poi per poter parlare con la band di questo nuovo maestoso doppio album (per l’appunto ‘Ferrum Sidereum‘ 4° lavoro uscito per l’etichetta discografica britannica House Of Mithology) e fare anche il punto della situazione per i quasi 30 anni di attività.

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SDM: Il titolo dell’album rimanda al ferro celeste, a qualcosa di siderale che precipita sulla terra. Se definiamo ‘Ferrum Sidereum‘ un disco mistico/spirituale, a cosa mira la sua potenza? State cercando di tradurre in musica una forma di conoscenza antica o è una risposta alla ricerca di senso nel caos presente?
Zu: Per noi essere musicisti non significa nutrire l’ego tipico di chi sale su un palco. Al contrario, cerchiamo di spogliarcene per diventare dei medium. L’obiettivo è lasciare il campo libero affinché possano fluire delle energie: non siamo i creatori assoluti, ma dei terminali attraverso cui passa qualcosa di più grande. È una condizione che, in realtà, appartiene a ogni essere umano. Durante il tour dello scorso anno, abbiamo scelto l’immagine dell’Arcangelo Michele per la nostra locandina. Abbiamo notato che questa scelta scatenava curiosità e domande quasi spiazzanti. La nostra riflessione è stata molto semplice: nel mondo della musica estrema esistono migliaia di band che utilizzano un immaginario satanico senza che nessuno si stupisca. Perché, allora, l’uso di un’iconografia celeste appare così strano o provocatorio? Spesso, nel rifiutare le istituzioni religiose o la Chiesa durante la crescita, abbiamo commesso l’errore di rinnegare, insieme all’istituzione, anche la dimensione spirituale e il sacro. Personalmente, il mio percorso di guarigione spirituale mi ha portato dal Buddismo dallo Shintoismo, ecc., ma credo che certi contenuti universali restino potentissimi. Quando un concetto è condiviso da molti, sprigiona una forza straordinaria. Per noi, recuperare questo tipo di contenuti significa attingere a un’energia collettiva che va oltre il semplice concerto.

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SDM: Con ‘Ferrum Sidereum‘, l’elettronica e i sintetizzatori sembrano aver preso il posto che un tempo era dei volumi estremi e dei riff serrati. Da dove nasce questa necessità di esplorare mondi sintetici e quali sono state le fonti d’ispirazione -musicali o meno- che vi hanno guidato in questa nuova direzione?
Zu: Il ritorno in studio è stato un processo estremamente organico, nato soprattutto dalla volontà di non porsi alcun limite predefinito. Dopo anni di silenzi e momenti in cui le nostre strade si sono divise, ritrovarsi ha significato portare avanti una storia condivisa molto forte. Abbiamo deciso di resettare tutto e lasciare che la musica emergesse da sola, senza forzature. In questo nuovo disco, l’elettronica e i sintetizzatori hanno trovato uno spazio naturale, quasi necessario. Non è stata una scelta pianificata a tavolino, ma un puro istinto sonoro: sentivamo esattamente dove un passaggio richiedeva il graffio del sax e dove, invece, era necessaria la profondità di un synth. Abbiamo lavorato molto con il Mellotron e le sonorità degli organi anni’70. Nonostante le infinite possibilità dei software moderni, ci siamo resi conto che quel tipo di sintesi -calda, profonda- era la fonte più coerente con il percorso che stavamo tracciando.

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SDM: Quasi trent’anni di attività, oltre quindici album e migliaia di concerti e chilometri percossi in tutto il mondo. Se chiudete gli occhi e pensate al palco del 1997 e a quello del tour del 2026, cos’è cambiato nel vostro modo di “abitare” lo spazio scenico? E’ passata l’urgenza della performance fisica per lasciare spazio a qualcos’altro?
Zu: Il concetto di “performance” non ci è mai appartenuto veramente. Per noi lo spazio non è mai stato scenico, ma squisitamente sonoro e visivo; abbiamo curato l’estetica grafica e video con un rigore fin dagli esordi. Certamente il nostro modo di stare sul palco si è evoluto, ma l’urgenza di fondo rimane la stessa. All’inizio la nostra era una spinta distruttiva, un atto di rottura: noi avevamo il nostro dire mentre tutt’intorno succedeva tutt’altro eravamo noi contro il mondo, noi contro un pubblico che viveva una realtà aliena alla nostra. Sentivamo il bisogno fisico di abbattere le strutture. Poi, col tempo, abbiamo imparato a leggere le energie. Oggi la nostra musica si muove su due binari paralleli: da un lato persiste la furia -perché c’è ancora molto per cui essere furiosi- e dall’altro è emersa la compassione, intesa nel suo senso più profondo e viscerale. È proprio dall’incontro tra questi due estremi che abbiamo scoperto l’armonia. Esiste però un grande malinteso di fondo. Il pubblico medio è talmente assuefatto alla dittatura del 4/4 che, non appena sposti un accento o esci dai binari ritmici convenzionali, bolla tutto come “improvvisazione” o “caos”. Spesso leggiamo recensioni che parlano di dissonanza e anarchia, quando in realtà noi ci sentiamo immersi in un’armonia quasi classica. Se vivi in un mondo che mastica solo intervalli rock di prima-terza-quinta, ciò che facciamo noi sembra alieno. Ma la verità è che non ci sentiamo nemmeno avanguardia: siamo dentro la classicità più pura, solo con un altro respiro.

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SDM: Come riesce ‘Ferrum Sidereum‘ a mantenere l’identità Zu pur essendo così innovativo? E’ corretto dire che la crescita e le cicatrici della band abbiano creato un’opera che guarda simultaneamente al futuro e al passato?
Zu: Non guarda sicuramente al passato. L’identità Zu resta fedele al processo di mutazione.

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SDM: Immaginiamo gli Zu tra vent’anni. Dopo aver esplorato jazz, metal, elettronica cosa resterà del vostro sound nel 2046? La fame di scoperta sarà ancora il vostro motore o la vostra musica sarà diventata qualcosa di completamente diverso…
Zu: Viviamo il presente. Siamo qui, ora, e l’unica realtà che conta è questo concerto. Non spetta a noi decidere cosa resterà domani; l’idea di un “lascito” è una presunzione che non ci appartiene. Se proprio dobbiamo immaginare un’eredità, speriamo (e lo diciamo con un minimo di autoconsapevolezza) che qualcuno, ascoltandoci, non senta il bisogno di rifare la nostra musica, ma trovi il coraggio di cercare la propria voce. Quella voce fuori moda, senza etichette e senza garanzie, che però esige di essere liberata. Farlo e basta, nonostante tutto.

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La nostra chiacchierata finisce qui, il live degli Zu è iniziato pochi minuti dopo quest’intervista. Sicuramente è stato ascoltato e seguito con un occhio attento a certi dettagli e a certi passaggi e il flusso energetico, sprigionato durante l’ora e mezza di durata del concerto, è stato sempre accesso, concentrato e pronto a riceverlo. È emerso tutto: una parabola sonora che muove dalla furia alla compassione, incanalata in una classicità pura, quasi estatica, che lascia sbigottiti.

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La serata si è aperta come un incendio primordiale: l’open act dei Rough Enough è stato un concentrato di urgenza, emozione e azione sconnessa. Trenta minuti di “musica di resistenza” che hanno lasciato il segno, regalando al pubblico riff emotivi e un drumming forte e preciso. Un regalo esplosivo che ha saturato l’aria di un’adrenalina quasi palpabile, preparando il terreno a ciò che sarebbe seguito.

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(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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