Reviews
A PLACE TO BURY STRANGERS ‘RARE AND DEADLY’
March 6, 2026 | Salad DaysA PLACE TO BURY STRANGERS
‘Rare And Deadly’-LP
(Dedstrange)
7.5/10
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STRAIN ‘HERE AND NOW’
March 2, 2026 | Salad DaysSTRAIN
‘Here And Now’-LP
(Devarishi)
9/10
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MOTHER GIRAFFE ‘FOOD IS A NECESSITY’
March 1, 2026 | Salad DaysMOTHER GIRAFFE
‘Food Is A Necessity’
(Autoprodotto x Tifone Crew)
8.5/10
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GEORGE MOSHINGTON ‘DISCOGRAPHY’
February 20, 2026 | Salad DaysGEORGE MOSHINGTON
‘Discography’-DIGITAL
(Give Praise)
8/10
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RAMPAGE: DIARIO NELLA POLVERE
February 19, 2026 | Salad DaysSono le cinque del mattino quando mi sveglio. Stanotte abbiamo dormito in una tenda costruita su una collinetta che ospita un “glamping” (termine che più millennial non si può), un campeggio di quelli che vedi su Instagram con tutte le lampadine stile fiera, le tende spioventi, palette crema/beige/grigio chiaro, good-vibes-only, eccetera eccetera.
Abbiamo scelto questo posto perché è vicinissimo al parcheggio dell’evento. Siamo nel mezzo di qualche parte dello Zion National Park, Utah. Arriviamo sul posto per ritirare il pass che ci permetterà di accedere all’area designata. È ancora buio e fa freddo, ma il parcheggio si sta animando sempre di più. Esco dalla macchina, prendo il mio zaino, chiudo. Davanti a me, un ragazzo sulla quarantina armeggia sul rack portabici del suo atv. Ci saluta sorridendo e lo riconosco subito. È Cam Zink, leggenda del freeride mountainbike e vincitore dell’edizione 2023 della Red Bull Rampage (l’aveva già vinta nel 2010). Salutiamo e ci prepariamo a camminare.
Dal parcheggio all’area designata per il pubblico ci sono 3 miglia di distanza, che puoi percorrere camminando, in bici, o prenotando degli shuttle. Abbiamo scelto la prima soluzione, la più economica. Due isolati con poche case e qualche albergo, e la strada si fa subito scoscesa e polverosa. Dieci minuti e intorno a noi c’è solo l’high desert del Southwest americano, con le sue distese di terra e roccia che contrastano con il cielo che si apre all’alba, mentre ci immergiamo nell’ora blu che accompagna il nostro camminare quasi in silenzio, in un’atmosfera surreale, quasi contemplativa, interrotta dal passaggio di qualche bici o fuori strada che ci sorpassa. L’ultimo tratto di percorso lo facciamo proprio in groppa a un quattro ruote motrici, dopo che un gentile steward ci chiede se vogliamo un passaggio.
Arriviamo sul posto: siamo nel piccolo accampamento che ospita il parco chiuso, il “recinto” di arrivo (così lo chiamano loro, in maniera molto country, “finish corral”) e l’area degli spettatori. Accampamenti di varie dimensioni, 4×4, suoni di motori, gruppi elettrogeni e musica varia che si diffondono dagli stand dei marchi di mountain bike che partecipano all’evento e dagli onnipresenti sponsor. Ci sono anche delle bici in mostra: sono quelle delle vincitrici della Rampage femminile, la prima della storia di questo evento, disputata due giorni prima. Comincia ad arrivare sempre più gente; giriamo tra gli stand, facendo incetta di freebies (tra cui un bellissimo beer cooler della Transmission, un cappello da deserto di YT e un frisbee del nuovo cambio wireless Shimano). Si alza la polvere; beviamo caffè e mangiamo burritos da un venditore locale piazzato al centro di questa piazza improvvisata. Sembra di essere in due posti contemporaneamente: in un evento sportivo di grosso calibro sospinto da sponsor leader di mercato e legato alla media classe che quegli eventi può permetterseli (non per niente lo chiamano il “super bowl” della mountain bike); poi sembra di stare ad un festival di musica pesante, ad un rave non autorizzato; ma soprattutto percepisci quell’idea di condivisione di questo lembo di roccia, sassi e polvere che ti lega, in questo preciso momento, a quei rider che rischieranno la vita saltando nel vuoto della montagna sopra di noi, alle loro squadre di diggers che per settimane hanno scavato le minuscole traiettorie, berns, kickers, lips, landings su cui poggeranno le ruote queste biciclette (innovazioni della tecnica, certo, ma pur sempre biciclette).
Sollevo la testa a cercare il punto più in alto. Trovo la partenza, la piattaforma con l’archetto che ho visto centinaia di volte in tv. Si vede appena, tanto è lontano, tanto è in alto. Solo in questo momento mi accorgo della scala reale degli elementi di questa folle corsa, della proporzione montagna/uomo, altezza/percorso, ma soprattutto della grandezza dei salti, dei drops. I riders stanno ultimando le ultime prove, qualcuno è sul percorso. Nella parte alta sono piccoli puntini colorati che lasciano una scia di polvere che si allarga gradualmente dietro di loro, quasi a formare un mantello dorato che li accompagna finché non prendono il volo da un salto o finché, letteralmente, la terra non finisce sotto le loro ruote. Lasciamo il parco chiuso e prendiamo posto sulla collinetta a destra del “course”, dove finiscono le linee di alcuni rider. Arrivano sempre più persone; il clima muta dal sonnacchioso mattino presto al fervido preparativo fino a diventare festa. Gli altoparlanti massivi disposti qua e là sparano i Pennywise e i Lagwagon, mi sento a casa. La gente è preparata con abbigliamenti desertici vistosi, maglie che evocano avventure epiche su due ruote, ombrelli parasole, macchine fotografiche e anche parecchi stratagemmi originali per introdurre alcol in un’area dove non si può introdurre alcol (le sacche idriche degli zaini tecnici sono ottime per questo scopo). Sorrisi, folate di polvere, noto che siamo già completamente sporchi. Troviamo un sasso/cespuglio con una buona visuale; questo sarà il nostro non proprio comodissimo accampamento. Comincia la prima run.
Da dove siamo seduti abbiamo una visuale parziale, possiamo vedere da vicino una delle due linee principali su cui i piloti e le proprie squadre di diggers hanno deciso di scavare la propria discesa. Mi piace immaginare questi atleti come scultori, che concepiscono particolari forme, le imprimono temporaneamente nella roccia, plasmano terra e acqua per creare onde, pareti, passaggi su cui poi disegneranno la propria linea. Comincia il GOAT, Brandon Semenuk, quello che alterna freeride e rally, che ha vinto il Crankworx e la Rampage un sacco di volte e ora è anche campione USA con la Subaru. Fa ovviamente un run incredibile, ma alla fine cade durante un flip whip. Ci sarà una seconda run? Le discese sono accompagnate dalle urla della gente che ci sta attorno; alcuni hanno cartelli con le facce dei rider; gruppi di gymbros si atteggiano come se fossero i giorni dello spring break (in effetti sono i giorni del fall break, almeno quello della mia università); ci si incontra, si chiacchiera. Conosco un ragazzo che si è trasferito nello Utah da poco per rimanere vicino ai tanti sentieri del Zion National Park. Mi racconta che, appena il carrozzone della rampage va via, questo posto brulica di riders accampati qua per settimane, che sezionano le diverse linee lasciate dai pro, le provano, anche integralmente, e le usano come parco giochi personale nella polvere. A detta sua, la rampage ha fatto nascere in questo lembo di terra d’America una vera e propria comunità che cresce di anno in anno.
Tyler McCaul e Szymon Godziek fanno due discese che sono già da podio. Il rider ceco sembra quello favorito per quest’anno: anche lui, come altri, è stato bravissimo ad adattare l’ipertecnicismo dello slopestyle a questa gara più pazza ed estrema. Le run si alternano, tra quelle maggiormente dense di trick, e quelle legate a linee velocissime e sporche. Queste ultime, definite dai puristi come le più “freeride”, più vicine allo spirito originale dell’evento, sono quelle che sinceramente preferisco: mi sembrano le più punk. Per me, già basta che questi rider tentino di conquistare questa montagna, catapultandosi a tutta velocità dalla sua cima, cavalcando la propria mtb impazzita. Forse è per questo che, anche a questo giro, mi viene da fare il tifo per Brendan “Brendog” Fairclough e per la sua velocissima discesa, senza tanti tricks ma con linee da capogiro. Mi piace pure che i suoi diggers (importantissimi riders inglesi a loro volta) lo seguano, incitandolo, salvo fermarsi sul ciglio di un drop gigante per non cadere di sotto. Sento le loro grida da qua giù. Poi passano Kile Strait e Carson Storch molto vicino a noi; la gente impazzisce. Arriva il momento del canadese Tom Van Steenbergen, che ridefinisce il significato del “fare le cose in grande” con il front flip da un drop tra i più grandi della storia della mountain bike. La gente rimane muta; mi immagino un punteggio gigantesco da parte dei giudici e mi sorprende quando invece è nella media. La verità è però che a me, come immagino a tanti, della parte competitiva di questa strana giornata, non importa tanto.
Il sole è sempre più alto; sta picchiando proprio sopra di noi. Ci rinfreschiamo con le tantissime Red Bull offerte dall’organizzatore dell’evento. In un’altra situazione avrei il cuore a 3000 se non ci fosse così caldo. Arriviamo all’ultima discesa. La run di Cam Zink, della leggenda, del vincitore dell’anno scorso. Arriva proprio nella parte del course sopra di noi, ma una forte folata di vento compromette la sua run. Cade. Silenzio. Si ferma l’intero accampamento; si vedono correre i soccorritori; lui non si alza. Ancora silenzio. Arriva un elicottero e, incredibilmente, atterra proprio sopra il punto in cui è avvenuto l’incidente. Solleva un sacco di polvere; al resto ci pensa il vento, sempre più forte. Diverse raffiche rendono l’aria quasi irrespirabile. Ci si accovaccia, si sollevano passamontagna, a tratti non si vede più niente. Poi il cielo si fa limpido di nuovo e si vede l’elicottero sollevarsi al centro di un cuscino di polvere grigia. Sta portando Zink all’ospedale. La gara si ferma: il vento è il vero protagonista ora. Non si sa se ci sarà una seconda run. Si aspettano i dettagli delle condizioni di Zink dall’ospedale; l’atmosfera si distende. L’occhio di tutti è alle maniche a vento posizionate per tutto il percorso, quella sorta di bandierine coniche che ti dicono chiaramente, in questo caso, che il vento è tanto. Si aspetta.
Arrivano notizie di Zink: è messo male (sei costole rotte, un polmone perforato), ma è vivo. La gente festeggia. Aspettiamo. Passano DUE ORE. Sul gradino più alto del podio c’è Szymon Godziek, seguito da McCaul. È ormai pomeriggio. Incredibilmente la seconda run si farà. Ma chi scenderà con questo vento? Brandon Semenuk. Quando la gara sembra ormai finita, quando la gente sta pensando praticamente solo a fare festa, lui fa la sua seconda discesa nell’unica finestra di vento giusta, inanella una serie di trick impossibili con la pulizia esecutiva che lo contraddistingue. Arriva al finish corral, attende il punteggio. Ha vinto la Rampage, per la quinta volta nella sua carriera. L’area del parco chiuso si riempie di gente, la musica si fa più alta. Sorrisi, abbracci, qualche urlo: si è sempre più vicini e rivolti al palco delle premiazioni.
Il sole sta cominciando a tramontare e la luce diventa di un oro acceso, riflette sul terreno e contrasta con un cielo che sta gradualmente diventando più scuro, suggellando ancora di più il contrasto con la terra, ora sempre più rossa. Passeggiamo di nuovo per tutto l’accampamento, mi infilo dietro il palco. Su una piccola duna, tre figure immerse nel sole che cala, alle loro spalle. Tra di loro un cowboy beve una birra. Punto e scatto. È Kyle Strait, che si gode il momento di chill più soddisfacente nella vita di un rider di mtb freeride. Continuo il mio giro: si sta tutti insieme: riders, meccanici, team manager, giudici, pubblico. Si festeggia il calar del sole e la fine di questa edizione. Noto dall’altra parte dell’area delle premiazioni Bienvenido Aguado, rider spagnolo tra i più folli, molto sfortunato in questa edizione della Rampage, che sembra raccontare della sua discesa a Josh Bender, quello che la Rampage ha creato dal nulla, quello che, prima di tutti, è fuggito nel deserto dicendo “I am going big”. Scatto una foto.
È il momento delle premiazioni: sale Brendog a ritirare il premio di “Trailblazer”, anche se è chiaro che sperava in ben altro; lo si vede dalla sua faccia. Poi i diggers, poi il podio. Salgono Godziek, McCaul e King Semenuk. Il sole è sempre più basso; le loro facce sembrano scolpite nell’ambra. Trofei al cielo, champagne. È il momento di abbandonare l’accampamento e di iniziare il nostro cammino verso la macchina, parcheggiata a 3 miglia da qui. Passeggiamo tranquilli mentre il cielo diventa sempre più scuro: ci avvolge. Ci sorpassano ragazzi gasatissimi in mtb, incontriamo altri camminatori come noi, è di nuovo l’ora blu e c’è di nuovo silenzio, fino al nero della notte. Poi, di nuovo, l’asfalto, una manciata di case disseminate lungo una via lunga e larga di Virgin, Utah.
Post-Scriptum: Lo scorso ottobre sono tornato alla classica modalità di visione della Rampage, quella sul divano di casa davanti alla TV. Ho seguito le runs, visto la serie di cadute assurde e, nei giorni successivi, assistito alla lunga (e oramai classica) querelle su quanto questi atleti si stiano spingendo troppo oltre con i tricks, sulla pericolosità progressiva dell’evento e così via. Come se non fosse già incredibilmente pericoloso soltanto scendere da quella che è in tutto e per tutto una montagna a bordo di una bicicletta. Interessante, però, come anche questo gran parlare rifletta quel carattere che ho visto sul campo. Da una parte, un momento di libertà, di follia controllata, un rito di passaggio per alcuni, una consacrazione per altri, un momento comunitario. Dall’altra, la pressione di un grande appuntamento sportivo, degli interessi di grandi corporation, della fama mondiale dettata dal carattere estremo dell’evento, che fa sì che tutti, come spesso succede al giorno d’oggi, abbiano per forza un’opinione.
(Foto e Testo di Diego Pani x Salad Days Mag – All Rights Reserved)
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