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Salad Days Magazine | March 8, 2026

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Interviews

Zu interview @ Zō Centro Culture Contemporanee, Catania

February 9, 2026 |

Una delle prime tappe del tour del nuovo album degli Zu ‘Ferrum Sidereum‘ passa per la città di Catania (nella rinomata location Zō Centro Culture Contemporanee)

ed è occasione prima di tutto per poterli seguire/fotografarli live e poi per poter parlare con la band di questo nuovo maestoso doppio album (per l’appunto ‘Ferrum Sidereum‘ 4° lavoro uscito per l’etichetta discografica britannica House Of Mithology) e fare anche il punto della situazione per i quasi 30 anni di attività.

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SDM: Il titolo dell’album rimanda al ferro celeste, a qualcosa di siderale che precipita sulla terra. Se definiamo ‘Ferrum Sidereum‘ un disco mistico/spirituale, a cosa mira la sua potenza? State cercando di tradurre in musica una forma di conoscenza antica o è una risposta alla ricerca di senso nel caos presente?
Zu: Per noi essere musicisti non significa nutrire l’ego tipico di chi sale su un palco. Al contrario, cerchiamo di spogliarcene per diventare dei medium. L’obiettivo è lasciare il campo libero affinché possano fluire delle energie: non siamo i creatori assoluti, ma dei terminali attraverso cui passa qualcosa di più grande. È una condizione che, in realtà, appartiene a ogni essere umano. Durante il tour dello scorso anno, abbiamo scelto l’immagine dell’Arcangelo Michele per la nostra locandina. Abbiamo notato che questa scelta scatenava curiosità e domande quasi spiazzanti. La nostra riflessione è stata molto semplice: nel mondo della musica estrema esistono migliaia di band che utilizzano un immaginario satanico senza che nessuno si stupisca. Perché, allora, l’uso di un’iconografia celeste appare così strano o provocatorio? Spesso, nel rifiutare le istituzioni religiose o la Chiesa durante la crescita, abbiamo commesso l’errore di rinnegare, insieme all’istituzione, anche la dimensione spirituale e il sacro. Personalmente, il mio percorso di guarigione spirituale mi ha portato dal Buddismo dallo Shintoismo, ecc., ma credo che certi contenuti universali restino potentissimi. Quando un concetto è condiviso da molti, sprigiona una forza straordinaria. Per noi, recuperare questo tipo di contenuti significa attingere a un’energia collettiva che va oltre il semplice concerto.

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SDM: Con ‘Ferrum Sidereum‘, l’elettronica e i sintetizzatori sembrano aver preso il posto che un tempo era dei volumi estremi e dei riff serrati. Da dove nasce questa necessità di esplorare mondi sintetici e quali sono state le fonti d’ispirazione -musicali o meno- che vi hanno guidato in questa nuova direzione?
Zu: Il ritorno in studio è stato un processo estremamente organico, nato soprattutto dalla volontà di non porsi alcun limite predefinito. Dopo anni di silenzi e momenti in cui le nostre strade si sono divise, ritrovarsi ha significato portare avanti una storia condivisa molto forte. Abbiamo deciso di resettare tutto e lasciare che la musica emergesse da sola, senza forzature. In questo nuovo disco, l’elettronica e i sintetizzatori hanno trovato uno spazio naturale, quasi necessario. Non è stata una scelta pianificata a tavolino, ma un puro istinto sonoro: sentivamo esattamente dove un passaggio richiedeva il graffio del sax e dove, invece, era necessaria la profondità di un synth. Abbiamo lavorato molto con il Mellotron e le sonorità degli organi anni’70. Nonostante le infinite possibilità dei software moderni, ci siamo resi conto che quel tipo di sintesi -calda, profonda- era la fonte più coerente con il percorso che stavamo tracciando.

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SDM: Quasi trent’anni di attività, oltre quindici album e migliaia di concerti e chilometri percossi in tutto il mondo. Se chiudete gli occhi e pensate al palco del 1997 e a quello del tour del 2026, cos’è cambiato nel vostro modo di “abitare” lo spazio scenico? E’ passata l’urgenza della performance fisica per lasciare spazio a qualcos’altro?
Zu: Il concetto di “performance” non ci è mai appartenuto veramente. Per noi lo spazio non è mai stato scenico, ma squisitamente sonoro e visivo; abbiamo curato l’estetica grafica e video con un rigore fin dagli esordi. Certamente il nostro modo di stare sul palco si è evoluto, ma l’urgenza di fondo rimane la stessa. All’inizio la nostra era una spinta distruttiva, un atto di rottura: noi avevamo il nostro dire mentre tutt’intorno succedeva tutt’altro eravamo noi contro il mondo, noi contro un pubblico che viveva una realtà aliena alla nostra. Sentivamo il bisogno fisico di abbattere le strutture. Poi, col tempo, abbiamo imparato a leggere le energie. Oggi la nostra musica si muove su due binari paralleli: da un lato persiste la furia -perché c’è ancora molto per cui essere furiosi- e dall’altro è emersa la compassione, intesa nel suo senso più profondo e viscerale. È proprio dall’incontro tra questi due estremi che abbiamo scoperto l’armonia. Esiste però un grande malinteso di fondo. Il pubblico medio è talmente assuefatto alla dittatura del 4/4 che, non appena sposti un accento o esci dai binari ritmici convenzionali, bolla tutto come “improvvisazione” o “caos”. Spesso leggiamo recensioni che parlano di dissonanza e anarchia, quando in realtà noi ci sentiamo immersi in un’armonia quasi classica. Se vivi in un mondo che mastica solo intervalli rock di prima-terza-quinta, ciò che facciamo noi sembra alieno. Ma la verità è che non ci sentiamo nemmeno avanguardia: siamo dentro la classicità più pura, solo con un altro respiro.

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SDM: Come riesce ‘Ferrum Sidereum‘ a mantenere l’identità Zu pur essendo così innovativo? E’ corretto dire che la crescita e le cicatrici della band abbiano creato un’opera che guarda simultaneamente al futuro e al passato?
Zu: Non guarda sicuramente al passato. L’identità Zu resta fedele al processo di mutazione.

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SDM: Immaginiamo gli Zu tra vent’anni. Dopo aver esplorato jazz, metal, elettronica cosa resterà del vostro sound nel 2046? La fame di scoperta sarà ancora il vostro motore o la vostra musica sarà diventata qualcosa di completamente diverso…
Zu: Viviamo il presente. Siamo qui, ora, e l’unica realtà che conta è questo concerto. Non spetta a noi decidere cosa resterà domani; l’idea di un “lascito” è una presunzione che non ci appartiene. Se proprio dobbiamo immaginare un’eredità, speriamo (e lo diciamo con un minimo di autoconsapevolezza) che qualcuno, ascoltandoci, non senta il bisogno di rifare la nostra musica, ma trovi il coraggio di cercare la propria voce. Quella voce fuori moda, senza etichette e senza garanzie, che però esige di essere liberata. Farlo e basta, nonostante tutto.

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La nostra chiacchierata finisce qui, il live degli Zu è iniziato pochi minuti dopo quest’intervista. Sicuramente è stato ascoltato e seguito con un occhio attento a certi dettagli e a certi passaggi e il flusso energetico, sprigionato durante l’ora e mezza di durata del concerto, è stato sempre accesso, concentrato e pronto a riceverlo. È emerso tutto: una parabola sonora che muove dalla furia alla compassione, incanalata in una classicità pura, quasi estatica, che lascia sbigottiti.

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La serata si è aperta come un incendio primordiale: l’open act dei Rough Enough è stato un concentrato di urgenza, emozione e azione sconnessa. Trenta minuti di “musica di resistenza” che hanno lasciato il segno, regalando al pubblico riff emotivi e un drumming forte e preciso. Un regalo esplosivo che ha saturato l’aria di un’adrenalina quasi palpabile, preparando il terreno a ciò che sarebbe seguito.

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(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Crossed / Ekbom / Sehnsucht @ Palestra Lupo, Catania – recap

December 4, 2025 |

La Palestra Lupo, spazio occupato che negli anni è diventato punto di riferimento per la musica underground in Sicilia, il 15 novembre ha ospitato una serata che ha unito tre scene diverse in un unico flusso: Catania, Trento e Madrid, tutte con qualcosa da dire e zero intenzione di farlo a metà.

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Sehnsucht – ‘Il Tempio Di Un Ego Assassino’ prende forma.
A rompere il silenzio sono i Sehnsucht, padroni di casa e freschi di pubblicazione del loro album ‘Il Tempio Di Un Ego Assassino’. Live, i brani prendono una consistenza diversa: più soffocante nei passaggi lenti, più esplosiva quando la tensione cresce. Tra i brani, uno si impone più degli altri: ‘Martire Del Vuoto’. Dal vivo è un rituale. Lento quanto basta per strangolarti, feroce abbastanza da cancellare ogni equilibrio. Il nuovo materiale deel disco, live diventa più ruvido, più ostile, più reale. Il pubblico lo capisce e risponde senza esitazioni: nessuno osserva, tutti subiscono.

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Ekbom – La matematica dell’abisso.
Proseguono gli Ekbom che entrano cambiando il clima: dall’oscurità al taglio netto del grind. Il loro mathgrind è una geometria impazzita, un disegno che crolla e si ricompone alla velocità di un impulso nervoso. In ‘Baratro D’Ovatta’ c’è tutto: la discesa, l’urto, la morbidezza che inganna, un eco che rimbalza sulle pareti come un pensiero ricorrente che non sai se temere o seguire. La sala diventa un organismo che pulsa a scatti, come se ognuno stesse cercando di tenersi in piedi durante un terremoto interiore. Gli Ekbom suonano come una macchina impazzita che però sa esattamente dove andare, e la sala li segue senza esitazioni.

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Crossed – ‘Realismo Ausente’ come finale d’impatto.
A chiudere la serata, i Crossed da Madrid, arrivati a Catania per presentare dal vivo ‘Realismo Ausente’. Se il disco è una dichiarazione di identità – cruda, moderna, tagliente – il live ne è la traduzione muscolare. La band spinge forte fin dal primo pezzo, alternando sezioni post hardcore pesante a fasi più atmosferiche ed emotive. Il brano ‘Sentirse Solo’ è il momento più fisico e partecipato: riff taglienti, batteria serrata, linea vocale incisiva. È una chiusura che non lascia spazio alla distrazione: un set compatto, sudato, che rende piena giustizia all’album. La Palestra Lupo si conferma uno spazio che non è soltanto un luogo fisico, ma un ecosistema dove le scene si incontrano e si riconoscono. Tre band diverse, tre modi di intendere il DIY, un’unica serata vissuta, necessaria. Quello del 15 novembre non è stato solo un concerto: è stato un piccolo frammento di ciò che tiene vive le sottoculture quando tutto il resto fuori sembra spegnersi. Non c’è morale, non c’è romanticheria. Solo una serata che ha dimostrato, ancora una volta, che certe cose non si organizzano: accadono. E quando accadono così, fanno male nel modo giusto. A seguire, l’intervista a Miguel, voce e chitarra dei Crossed, per raccontare il disco ‘Realismo Ausente’ e l’esperienza della band.

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SD: Ciao ragazzi e benvenuti per la prima volta a Catania. I Crossed sono spesso associati alla dimensione underground, simile a quella in cui vi esibirete stasera. Come definireste questo ambiente e cosa significa per voi far parte della scena underground locale e internazionale?
C: Per noi l’underground è tutto: ci siamo cresciuti, sia come band che come individui. Ne abbiamo assorbito la filosofia e siamo stati influenzati dai concerti a cui abbiamo partecipato, organizzati da persone come voi e come noi. È un vero piacere poter portare la nostra musica fuori dal nostro Paese e condividerla con realtà affini che si impegnano tanto quanto noi, se non di più, affinché ci siano proposte culturali che funzionino e che, soprattutto, la gente sostenga e si senta parte di qualcosa di così bello.

SD: Negli ultimi anni avete costruito un legame molto forte con il pubblico italiano. C’è un ricordo, un concerto o un episodio dei vostri tour qui che vi portate ancora addosso?
C: La verità è che abbiamo un legame speciale con l’Italia. Uno dei concerti che ricordiamo con più affetto è quello a Milano del 2023, durante il tour europeo con i nostri amici Viboras. Anche l’ultimo live a Catania è stato fantastico: ci avete accolti da dio e il pubblico è stato incredibile. Ci ha particolarmente colpito e motivato vedere così tanti giovani sotto al palco — è una cosa che dà sempre molta speranza.

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SD: Il 2025 è stato l’anno di ‘Realismo Ausente’, un disco profondamente emotivo e più cupo rispetto al precedente ‘Morir’, valorizzato sicuramente dalla produzione americana di Jack Shirley (Deafheaven, Oathbreaker, Whirr). Come si è evoluto il vostro sound negli anni? E quali elementi hanno avuto un ruolo decisivo nello sviluppo dell’atmosfera del full lenght?
C: Per quest’ultimo disco avevamo le idee più chiare su come avremmo voluto che suonasse. Abbiamo sperimentato poco in studio, tranne che con la nostra strumentazione, e credo che questo si percepisca. È un qualcosa di più diretto e conciso, che non lascia tanto spazio all’improvvisazione. Credo anche che, in qualche modo, il suono sia diventato più duro, abbiamo meno paura di provare cose diverse e di giocare con generi differenti. Penso che la chiave di tutto sia il fatto che ci sentiamo più liberi e più sicuri di ciò che vogliamo fare. All’inizio forse era più un “proviamo questo per vedere se funziona o se ci sta bene”, ora invece quella fase è superata e sappiamo com’è il “suono Crossed”, anche se ovviamente non smetteremo mai di sperimentare.

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SD: Avete mai pensato alla possibilità di introdurre e utilizzare nuovi strumenti musicali nei vostri brani? Se sì, quali vorreste provare?
C: Adoriamo i gruppi di genere post-punk, industrial, elettronica… e l’uso di sintetizzatori e tastiere ci ha sempre affascinato. Fin dall’EP ‘Vida Quieta’ stiamo sperimentando con questo tipo di strumenti. In ‘Realismo Ausente’, volevamo chiaramente che il brano ‘Carne Atravesada’ fosse in questo stile, e sicuramente continueremo ad aggiungere elementi di questo genere. Forse in futuro inseriremo strumenti più analogici, chi lo sa. Credo che uscire dalla propria zona di comfort dia sempre una certa freschezza a un’opera artistica, in qualunque stile essa sia.

SD: Rinunciare a suonare sul grande palco del Resurrection Fest 2025, un’occasione unica per suonare dal vivo il nuovo disco, è stata una scelta significativa. Cosa vi ha spinto a prenderla e qual è l’importanza, per voi, di restare fedeli ai vostri valori come band?
C: Non è stata una decisione facile. Le nostre vite sono piene di contraddizioni come quelle di chiunque altro e non è nostra intenzione sentirci migliori o superiori a nessuno. Sicuramente tale decisione ha rappresentato un punto di svolta per la band in termini di considerazioni e riflessioni necessarie prima di esibirci in qualsiasi luogo, al fine di garantire che, per quanto possibile, esso sia in linea con i nostri valori e ci rappresenti. In quel momento abbiamo ritenuto che partecipare al festival non fosse né corretto né appropriato, dato il contesto e le informazioni di cui eravamo a conoscenza.

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SD: Siamo quasi alla fine dell’anno: che bilancio fate dell’accoglienza ricevuta da ‘Realismo Ausente’? C’è qualcosa che vi ha sorpreso nella risposta del pubblico o della scena?
C: Secondo noi il disco ha funzionato davvero bene. Appena è uscito siamo partiti in tour e ha fatto il tutto esaurito sia durante il tour che alla presentazione dell’album. La gente ci ha regalato delle belle parole e dei buoni feedback, sinceramente, non potremmo essere più soddisfatti del risultato.

SD: Quali sono i vostri progetti per il prossimo anno, tra nuovi brani, tour o collaborazioni?
C: Stiamo attraversando un momento di cambiamento per la band, dato che è appena entrato Eder alla batteria. Con lui vogliamo registrare il prima possibile e comporre senza sosta, senza fermare la macchina. Abbiamo un paio di concerti in programma e pensiamo di fare un tour quest’anno, ma per ora sono solo progetti su cui stiamo lavorando e speriamo che tutto vada per il meglio. Grazie mille per l’intervista, per il sostegno, per l’aiuto e l’affetto che abbiamo ricevuto a Catania, è stato incredibile.

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(Txt Federica Sapuppo & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Flasyd (NY) interview @ Catania Tattoo Convention

November 12, 2025 |

Abbiamo incontrato i Flasyd nell’ambito della settima edizione della Catania Tattoo Convention, la band newyorchese l’abbiamo trovata un po’ rimaneggiata, un po’ sgangherata e un po’ improvvisata ma disponibili e molto interessanti ma soprattutto punk!

Il loro brano ‘Brain Pain’ è stato inserito nel film indie neo-noir ’27′ di Abigail Kollek, girato nell’East Village di New York nonché in previsione un documentario girato da Olivia Von Hesseche, che segue la band attraverso le loro vite e la loro musica nella scena americana. 2 minutes to midnight, actually 2 minutes con la cantante delle Flasyd gruppo newyorkese rimaneggiato e più che raffazzonato: batterista diciottenne di Taranto, bassplayer che non s’è capito se era un roadie e chitarrista unica altra femmina, oltre “the voice” qui con noi. Sai com’è, con un tour già organizzato che fai, resti a casa come quelli di “sit home and rot”, anche loro della grande mela (ndr-Murphy’s Law)?

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SD: Come si è formata la band?
F: Ma veramente io non faccio parte dei membri originali anche se attualmente sono l’unico membro rimasto. Mi hanno chiamata che il gruppo già era formato. Io scrivo poesie e mi hanno chiesto di dare manforte a un messaggio artistico, per dire qualcosa e non “qualsiasi” cosa.

SD: Siete in tour in Europa?
F: Sì, qui saremo a Roma, poi anche Spagna, Olanda, Germania, Belgio, UK.

SD: Suonate solo in piccole venues?
F: Sì, a parte oggi sì, ci siamo infilate nei giorni off.

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SD: Siete una band femminile che vi scioglierete o possono suonare anche i maschi (domanda totalmente inutile vista la formazione così rimaneggiata, ma noi non lo si sapeva)?
F: No, come puoi vederci siamo qui in tutte le versioni (inutile, appunto…)

SD: Cosa ne pensate della scena punk oggi?
F: Beh, assolutamente politicizzati, il mondo va a scatafascio soprattutto ora, c’è un sacco di gente arrabbiata, sai il punk è in giro da molti anni ormai e la pop music non è certo quella che ti dice di andare a quel paese (lett. “to shut the fuck up”) e l’unica realtà dove puoi e devi dire qualcosa è la scena punk, al di là del sound, dico, è per quello che è nata, non è solo “quel” tipo di musica, ma una possibilità che hai per dire ciò che devi dire o ti senti di dire, ma non con canzonette, e non siamo nemmeno money people, non io, non ci interessa, dobbiamo dire qualcosa e dobbiamo farlo soprattutto in questi tempi, tramite il punk e non perché sia l’unico mezzo, ma perché è il mezzo che lo fa.

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SD: Ehm… quanti anni avete?
F: Età media sopra i trenta, anche se di poco, a parte lui, il batterista, potrei essere sua madre…

SD: Dove state a New York?
F: Beh, io in realtà sto nel Jersey e sono italiana di terza generazione.

SD: Ok, volete concludere con qualcosa di vostro?
F: Beh… cercate di essere più gentili, tornate e state di più sulle basi di ciò che è l’essere umano, non è facile, ma si può sempre provare, no?

SD: Grazie per il vostro/tuo tempo, ora cerchiamo di divertirci col vostro show…
F: Sì, grazie a voi, speriamo di non fare un figuraccia!

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(Txt Giulio; Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Conway The Machine interview

July 28, 2025 |

L’estate scorsa allo Skate And Surf Film Festival Conway The Machine si è preso Milano, dimostrando anche alla fanbase italiana di essere diventato uno dei re dell’underground americano.

Il rapper di Buffalo tramite le sue barre ci ha raccontato la realtà che ha vissuto e che continua a vivere attraverso il filtro dei suoi occhiali, regalando alla capitale meneghina una di quelle “Milano Nights” da lui descritte nel suo ultimo disco pubblicato. Il CEO di Drumwork Music e membro di Griselda Records ha infatti fatto tappa all’Ex Macello di Viale Molise con il suo Slant Face Killah Tour e noi di Salad Days Magazine eravamo lì, pronti a intervistarlo a immortalare questo momento.

SD: 5 anni fa è uscito ‘WWCD’, per la felicità dei fan che hanno visto per la prima volta te, tuo fratello Westside Gunn e tuo cugino Benny The Butcher collaborare in un intero album: credi che in futuro ci possa essere occasione per vedere nuovamente un progetto con voi tre riuniti?
CTM: Lo spero, lo spero davvero. Vedremo.

SD: ‘In Land O Lakes’ (‘Everybody Is F.O.O.D.’) dici “Ain’t it crazy, the kid with the twisted face the new face of Shady”: che ha rappresentato per te e tuo fratello Westside essere firmati da Eminem dopo l’uscita di Hall & Nash nel 2017? Quanto è stato importante questo deal per la vostra carriera? Voglio dire, si tratta di Eminem!
CTM: Poter fare affari ed essere partner di Eminem e Paul Rosenberg è stato sicuramente un grande affare per me, è stato storico importante e non li ringrazierò mai abbastanza per aver puntato su di una coppia di ragazzi come me e West. Specialmente da un posto dove queste cose non succedono. Lo apprezzo molto, è stato importante per me, sono così fortunato e grato che abbiano rischiato su di me.

SD: Eminem non è stato l’unico a riconoscere il tuo valore, dato che negli anni hai collaborato con leggende del genere come Kool G Rap, Raekwon (Wu Tang), Method Man (Wu Tang), Havoc (Mobb Deep) e con artisti come 50 Cent e Kanye West: dato quel che state facendo con Griselda, pensi possiate essere i nuovi Wu Tang o addirittura arrivare a un livello ancora più iconico nella storia dell’hip hop?
CTM: Sarò onesto, probabilmente non ci sarà mai un altro Wu-Tang Clan. E allo stesso tempo anche quel che siamo riusciti a realizzare e costruire con Griselda non sarà mai replicabile. Non ci sarà mai un’altra Griselda, perchè sento che siamo unici. Siamo talenti trascendenti, qualcosa che vedrete solo una volta nella vita.

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SD: Oltre ai rapper, ci sono producer come The Alchemist e Dj Premier che hanno collaborato con te: che rapporto hai con loro e com’è stato lavorarci insieme? Tra i producer con cui non hai ancora lavorato, con chi ti piacerebbe collaborare invece?
CTM: E’ leggendario poter lavorare con Dj Premier e vedere produttori come lui e Alchemist all’opera, così come studiare e imparare da quello che fanno. È stato un momento epico e importante per me, è stato davvero un’ispirazione. Per quanto riguarda il produttore con cui non ho ancora lavorato ma con cui mi piacerebbe lavorare, probabilmente ti direi Pharrell invece.

SD: “You can’t tell me all these rappers not inspired / Before Reject 2, niggas was rappin’ like Desiigner” dici in ‘No Women No Kids’ (‘Look What I Became’), perciò mi sorge spontaneo chiederti: quanto credi che tu e il tuo collettivo abbiate influenzato e cambiato il rap mondiale?
CTM: Mi sembra che abbiamo fatto molto e siamo cambiati molto se si ascolta tutto. Specie se si ascolta com’era la musica, com’era la dinamica di realizzazione degli album e altre cose del genere. E questa è anche la prova che Eminem sia arrivato dove sia ora. Potrei sbagliarmi, è solo la mia opinione, ma mi sembra che prima gli artisti facessero solo album con canzoni che pensavano sarebbero piaciute ai fan. Era come prendere la formula di ciò che era vincente, ma non è questo il senso dell’hip hop. Sai cosa voglio dire, questa merda dell’hip hop riguarda l’essere unici e originali e l’essere se stessi. E prima di ‘Reject 2′ abbiamo avuto questa paura di essere noi stessi, ma poi quando siamo arrivati con Griselda, siamo usciti fuori e tutti hanno visto che eravamo in forma come se fossimo sotto steroidi, che avremmo fatto spettacoli in tutto il mondo e che avremmo fatto dei tour. Se non fossimo stati noi stessi, avremmo compromesso l’integrità della nostra creatività.

SD: Quali sono invece gli album e gli artisti che ti hanno influenzato e portato a essere Conway The Machine oggi? E quali sono invece le tue attuali influenze musicali?
CTM: Direi che gli album che mi hanno formato e ispirato per essere me stesso oggi siano probabilmente ‘Reasonable Doubt’ (Jay Z), ‘Illmatic’ (Nas), ‘Me Against The World’ (2pac) e ‘The Infamous’ (Mobb Deep). Gli artisti dell’industria musicale che sto ascoltando e che non ho ancora nominato invece sono TF, Jay Worthy, Da Baby e Sauce Walka.

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SD: Oltre ai tuoi episodi di vita, nei tuoi testi si possono ascoltare molte reference al wrestling e al basket: quali sono stati i wrestler e i cestisti che ti hanno ispirato di più?
CTM: Per i wrestler direi probabilmente Ric Flair, Stone Cold e come nuovo nome Kevin Nash.

SD: “I put on for the city, I did it for Chello, I made him a promise” dici in ‘Calvin’ (‘LULU’): con Griselda stai mettendo Buffalo sulla mappa della storia dell’hip hop mondiale, ma che rapporto hai con questa città? Cosa ami di più e cosa odi di più di essa?
CTM: Odio tutto di Buffalo (ride, ndr). Odio tutto di essa e allo stesso tempo amo tutto di essa, questo è tutto quel che posso dire.

SD: “I do their streaming numbers with the vinyl and the CDs” dici in ‘Front Lines’ (‘From King To A God’), a testimonianza di quanto il brand Griselda e tutto i suoi prodotti siano iconici: quali altri articoli del merch mai realizzati vorresti vendere con il marchio Griselda? Quali sono invece le prossime mosse che avete in progetto musicalmente come collettivo?
CTM: Sneakers e jeans per me personalmente. Voglio iniziare a proporre cose diverse che non abbiamo ancora pubblicato. Ho un paio di nuovi album già in cantiere, per cui stiamo per pubblicare altra musica, a partire da Goose By The Way e dal suo album, che uscirà quest’anno e che è molto atteso, e dal film di Drumwork, con il quale inizieremo a spingere di più. E poi c’è Drumwork Exotic, il marchio della cannabis. Abbiamo alcuni artisti che fanno la loro musica e che la stanno rilasciando, come Goose, e stiamo cercando di star dietro a loro, da dietro alla telecamera e da davanti a essa; farò anche un pò; di recitazione in futuro, ma soprattutto vorrei scrivere serie e film. Ho poi un libro a cui sto lavorando, ‘God Don’t Make Mistakes’, che prima era solo un album e poi diventerà anche un libro. E infine abbiamo alcune cose a cui stiamo lavorando al di fuori della major.

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SD: In ‘Dropping Tears’ (‘From King To A God’) dici “I know God got a purpose, music saved my life / If I wasn’t recordin’, I would’ve been with him that night”, commentando la scomparsa del tuo ex producer e amico Dj Shay: cosa rappresentava per te e quanto è stato difficile per te e per gli altri componenti di Griselda superare questo lutto?
CTM: È dura. Probabilmente stiamo ancora cercando di superarlo perchè è stato un duro colpo. Dj Shay era il nostro fratello maggiore, il nostro mentore e un nostro amico, quindi per noi è stata una grande perdita. Per Benny, per West, per tutti noi è stata dura da accettare.

SD: Quella non è l’unica volta che hai vinto sulla sorte, dato che, come dici in ‘Bianca’ (‘Palermo’) (“I got shot in my head and in my neck and I’m still grinnin’”) sei stato colpito con dei colpi di arma da fuoco nel 2012, che ti hanno costretto poi a convivere con la paralisi di Bell: se potessi tornare indietro ed evitare di ricevere quelle pallottole, senza però essere sicuro di arrivare ad avere il successo che hai oggi, lo faresti? Avresti mai pensato di tornare a muoverti dopo quel che ti dissero i dottori sulla tua condizione fisica in seguito all’accaduto?
CTM: Sì, pensavo che mi sarei ripreso, sapevo che mi sarei ripreso. Me lo sono messo in testa e questo è il potere della manifestazione, il potere della parola: ho detto a me stesso e a tutti quelli che mi stavano intorno che mi sarei ripreso, che questo non era niente. Perciò non voglio cambiare quello che ho e non voglio cambiare quello che ho avuto, perchè penso che Dio non faccia errori (“God don’t make mistakes”).

SD: Hai chiamato uno dei tuoi album ‘Palermo’, hai nominato un brano ‘Milano Nights, Pt. 1′, hai girato il video di ‘Give & Give’ a Venezia: dopo tutti questi riferimenti a essa ti chiedo, qual è il tuo rapporto con l’Italia? Cosa ti piace di questo Paese e che idea ti sei fatto di esso da quando hai cominciato a venirci a suonare?
CTM: Adoro tutto dell’Italia, è un paese bellissimo, con gente bellissima e che è ricco di cultura, architettura e storia. E poi questo cibo fantastico, l’energia incredibile… è solo amore, provo solo amore per questo Paese. Questo è uno dei primi posti in cui sono venuto quando mi è stato permesso di viaggiare fuori dal mio Paese, fuori dall’America, e io, non so, mi sono innamorato di questa roba e amo tutto, amo il cibo, amo le donne, amo la gente. Amo davvero tutto di esso.

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SD: “I just seen a video on the news I couldn’t believe (Nah) / Another racist cop kill a nigga and get to leave (Again?) / He screamin’, I can’t breathe, cop ignorin’ all his pleas / Hands in his pocket, leanin’ on his neck with his knees” narri in ‘Front Lines (‘From King To A God’)’, perciò volevo chiederti: pensi che questa piaga dell’odio razziale potrà mai estinguersi negli Stati Uniti?
CTM: No, purtroppo no. Voglio dire, questa è solo la mia opinione, e non posso nemmeno dire che lo spero perché non mi interessa davvero. O meglio, non voglio sembrare insensibile, in parte mi interessa, ma semplicemente non lascio che mi rovini la giornata. Capisco cos’è e so come affrontarlo. Io ho dovuto imparare a gestire il razzismo sistemico. E onestamente non credo che il razzismo finirà mai perché è redditizio in America, sapete cosa intendo.

SD: “Build the next powerhouse record label, that was my next plan / DrumWork like Death Row in the ’90s mixed with Def Jam / We the Def Squad, but I shoot solo, I’m Redman” dici in ’200 Pies’ (‘La Maquina’): quali sono però per il 2025 i tuoi obiettivi con la tua etichetta?
CTM: Voglio vedere i miei artisti essere in cima alle classifiche e là fuori a fare ciò che devono fare e a costruire i loro marchi, mettendosi nella condizione di fare le cose che vogliono fare. E voglio vedere decollare il film di Drumwork e Drumwork Exotics, il nostro marchio di cannabis. Questo è il nostro piano per il 2025. E poi ho anche un altro paio di album in uscita nel 2025, quindi il lavoro non si fermerà e continueremo ad andare avanti ancora e ancora.

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(Intervista di Diego Montorio, fotografie di Rigablood x Salad Days Mag / WeKillWhatWeLove – All Rights Reserved)

Speed interview

July 2, 2025 |

Gli Speed sono sicuramente uno dei nomi più chiacchierati del panorama hardcore mondiale, passati in brevissimo tempo dai club di mezza Australia al famosissimo palco del Coachella, nonché a interminabili tour in giro per il mondo. Abbiamo avuto occasione di fare due chiacchiere col cantante Jem in occasione della loro data milanese.
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Lili Refrain interview @ Palestra Lupo, Catania

June 28, 2025 |

Assistere a un live di Lili Refrain è facile. Perché? L’iniziazione del rituale a cui ti chiede di prender parte è un richiamo tribale che sconvolge il corpo (la musica vibra, la voce ti scuote) e la mente (una sensazione di torpore/ipnosi) e gli occhi si incollano alla figura sciamanica che ti chiama a sé.

Abbiamo pensato bene di incontrarla per fare due chiacchiere, prima che tutto ciò accadesse, e approfondire così qualche nostra curiosità spingendo il discorso anche su imminenti novità:

SD: Ciao Lili e bentornata a Catania! Com’è essere qui dopo tanti anni?
LR: Ma grazie per l’accoglienza! Tornare in questa Terra è sempre molto emozionante per me. Ho vissuto dei momenti di vita straordinari proprio qui a Catania e già dal viaggio in traghetto, ammirare la Sicilia che si avvicina sempre più è stato qualcosa che fatico a descrivere a parole. Guidare su strade che hanno tutte un nome e una storia ben precisa, ammirare il paesaggio che cambia lentamente da Messina fino a lasciare lo spazio alla Montagna con tutta la sua magia e immenso potere lavico, essere accolta dai profumi dei paesi etnei…ha un impatto gigantesco su di me e non posso negarti che mi commuove di bellezza come poche terre riescono a fare. È splendido poter tornare qui dopo più di 10 anni!

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SD: Il tuo legame con la Sicilia e con Catania, nello specifico, è qualcosa che hai definito speciale e profondo, come ha influenzato la nascita e lo sviluppo di quella che è oggi Lili Refrain?
LR: La visceralità di questa Terra e il privilegio di averci vissuto per un buon periodo hanno sicuramente cambiato molto la mia prospettiva e il mio punto di vista… sulla vita tutta ti direi! Ho imparato moltissimo da questo luogo! Mi ha nutrita come mai era stato fatto prima, mi ha insegnato in modo estremamente tangibile e concreto che viviamo ogni giorno su un essere vivente, immenso, straordinariamente generoso così come implacabilmente letale. Un essere con cui poter comunicare e al quale restituire riconoscenza e rispetto in qualità dell’unica cosa che siamo: momentanei ospiti. Penso sia naturale che ogni esperienza totalizzante di vita si riversi poi in ciò che facciamo e sicuramente questo tipo di connessione profonda ha influenzato molto il mio ascolto e di conseguenza anche il mio modo di fare musica. Mi ha protesa molto più verso le viscere che altrove. Devo, in ogni caso, a una straordinaria creatura, Francesco Viscuso — anima alla quale sarò legata in eterno — la conoscenza in lungo e largo di quest’Isola, nonché anche la mia prima loop station e il termine “scippatesta” che è diventato poi un tratto distintivo della mia musica e dell’effetto che produce con la sua moltitudine di loop!

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SD: Negli ultimi anni hai avuto la meritatissima opportunità di calcare palchi enormi di festival quali Hellfest, Roadburn, Desertfest ecc… cosa ci racconti di queste esperienze?
LR: Passare progressivamente da luoghi minuscoli a palchi sempre più grandi è stato sicuramente molto formativo e, ovviamente, super emozionante! Più che il palco in sé, è suonare davanti ad una folla assurda a fare una differenza sostanziale. All’Hellfest c’erano 85mila persone: è stato come suonare davanti ad un’intera città e ovviamente il carico di responsabilità che ti senti addosso è notevole perché su un palco simile TUTTO è amplificato… non a mille… a FOLLA!!! Ogni gesto, ogni sguardo ma anche ogni errore. E come sai io sul palco sono totalmente da sola, e lì non puoi nasconderti dietro niente e nessuno. Onestamente se non mi fossi formata per anni ed anni tra spazi occupati e locali più o meno underground, non sarebbe stato lo stesso. Non è solo una questione di bravura o di preparazione tecnica, è proprio una questione umana. Davanti a una folla si percepisce chiaramente se sei genuino o stai facendo finta. Se stai assumendo una posa o sei, invece, totalmente a tuo agio nel comunicare. Insegna molto su come sei e su come vuoi che esca fuori la tua musica, perché mai come su palchi simili, prendi ancora più coscienza di essere un mero tramite, un ponte. Ed è questo quello che insegna il suonare… o almeno… questo è ciò che sto imparando da questa esperienza.

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SD: Come vivi invece il tuo rapporto con l’underground italiano e non?
LR: Con eterna, immutata gratitudine e con il massimo sostegno che posso restituire ogni volta che posso. Soprattutto quello italiano è stato la mia scuola in tutto e per tutto. È dove si è accesa la miccia. Dai gruppi ascoltati che mi hanno cambiato l’esistenza, alla presa di coscienza di una determinata attitudine con cui mi sono sempre sentita molto più che allineata, al cosa significa unire le energie e condividere idee, azioni, spazi e notevoli sbattimenti per creare alternative felici a un sistema che — ahimè — di felice non ha mai avuto molto, e oggi meno che mai. Sono cambiate tante cose, è cambiato tutto il mondo, e mai come in questo osceno e sempre più malato periodo storico abbiamo un gran bisogno di riprenderci la nostra coesione, scambiando assieme energie, idee, azioni, e ricreando spazi a partire da zero. Grata anche per questo — e non solo — che mi abbiate invitata qui a suonare dopo tanti anni!

SD: Quest’anno ‘Mana’ ha compiuto 3 anni e lo abbiamo amato fino in fondo. Come procede il tuo processo creativo? Sei in fase scrittura di qualcosa di nuovo? Ci concedi un’anticipazione?
LR: Lieta che ‘Mana’ abbia ricevuto così tanta accoglienza e affetto, è stato il disco dove probabilmente ho osato più di altri, ribaltando completamente il mio modo di suonare e introducendo strumenti che non avevo mai suonato prima, oltre alla chitarra. Sicuramente mi sono complicata un pò di più la vita ma direi che ne è valsa assolutamente la pena e sto continuando a portarlo in giro assieme al suo successore ‘Live In London’ uscito nel 2024 che è la sua versione dal vivo registrata durante lo splendido tour di tre mesi fatto assieme agli Heilung ed Eivør. In questo periodo, sì, sto lavorando in studio a nuovo materiale e allo stesso tempo sto lavorando anche alla colonna sonora di un videogioco insieme a quelle creature sensazionali di Morbidware. Posso dirti che sono molto in fermento!

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SD: Curiosità: c’è qualche strumento in particolare che ti piacerebbe introdurre in futuro nei tuoi set?
LR: Ce ne sono una valanga!!!!!! Ma devo prima imparare a suonarli!

Ad aprire la serata, prima dell’esibizione di Lili Refrain, due band, una di Catania e l’altra di Palermo apparentemente lontane nel sound ma vicine nella straziante proposta. Gli Asimov992 hanno disegnato un viscerale set basato su fluide immersioni nel post rock (strumentale) con derive Mogwaiane fino a lambire abbagli Pink Floydiani. Ottima prova con un pubblico sempre molto attento. Mentre i Grymalkin, dal loro canto, hanno imbastito il loro set con un post rock con un punto di vista opposto, più ruggente e lacerato da folate screamo. Una musica, per certi versi, lontana nel tempo ma che trova forza nel riprendersi spazio tra gli animi più fluidi e nostalgici.

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Asimov 992

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Grymalkin

(Txt Federica Sapuppo; Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

G E L (RIP) full interview

March 20, 2025 |

Quoto il commento di un compagno di merende, alla notizia (proprio oggi, 20 marzo 2025, sul loro IG) dello scioglimento dei GEL: “…chissà perché appena girano due soldi i gruppi cominciano a fare cagare e (n.d.r. io direi “o”) a comportarsi in maniera hectic…”. L’idea era di farla uscire in cartaceo… ma sono arrivate prima le brutte notizie. Ma mi piace lasciare tutto come era: non si cambia un BEL ricordo.

L’hype sarà tutto per Sami Kaiser, singer della new (oramai neanche tanto☹) sensation made in the US: talking about GEL, from New Jersey. Ma noi siamo molto contenti di aver scambiato due chiacchiere con Anthony Webster (‘Only Constant’, non i testi ma il resto, l’ha praticamente fatto lui) e Madison Nave (dal vivo una BOMBA, e non sto usando l’aggettivo nell’accezione Tom Jones, ok?). Anthony e Madison: trattasi delle due asce dei GEL. Non uso “asce” a caso: di HC-METAL stiamo parlando! E chi li ha visti sa di cosa sto scrivendo. Comunque. Il compito era difficile. Per chi vive su Marte: era l’infamous giorno della partita degli Europei Italia-Croazia, quella del dentro o fuori (due risultati utili per gli azzurri). Senza dare giudizi di merito riguardo all’organizzazione del tutto (penso che il grosso del pubblico presente, e non, abbia abbondantemente espresso il proprio pacato parere), mi limito a ricordare la scaletta della serata: gruppi di supporto PRIMA – partita dell’Italia su maxi schermo – GEL DOPO. Ovvia penalizzazione per i gruppi di supporto… ovvia incazzatura per i molti che venivano da fuori. Sapete tutti come è finita. L’Italia ha pareggiato, ma all’ultimo secondo. Per poi fare la fine che si meritava. I Gel hanno spaccato. Dall’inizio alla fine. L’Atalanta di Gasperini. Quella che batte 3 a 0 il Leverkusen. Lasciando i tedeschi breathless. SENZA RESPIRO. L’intervista del dopo partita non può non risentire di questo trionfo. È un continuo di complimenti (“FUCKING AWESOME”!), sorrisi, high five, foto, selfie… facciamo fatica a finire una domanda… e loro ne fanno a rispondere. Quindi: accontentiamoci, accontentatevi.

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SD: Complimenti. Veramente. Non era facile con la partita. Quali erano le aspettative?
MN: In realtà non eravamo del tutto sicuri di cosa aspettarci… sai com’è: per noi questa è la prima volta in Italia! La prima volta in Italia… e c’è stato tutto questo “back and forth” riguardo agli orari dello show.

SD: …e vi posso dire che molti erano arrabbiati, per essere politically correct.
MN:…è anche vero che non eravamo a conoscenza di tutto questo casino fino a ieri… fino al giorno prima. Quindi non abbiamo avuto il tempo di “capire” cosa stesse succedendo!
AW:…comunque, è stato divertente! È stato SUPER divertente. Vorrei già tornare!

SD: Davvero?
AW: E’ stato fantastico. È stato davvero bello. (n.d.r. stupisce la spontaneità, il sorriso… la PRESA BENE… e sottolineo: dall’inizio alla fine della nostra chiacchierata).

SD: Dove andate ora? Rimanete in Europa per un po’?
AW: Sì, abbiamo altre due settimane in Europa. Siamo da queste parti già da un mese. Prossimo appuntamento in Svizzera. Poi parteciperemo a un paio di festival e faremo degli spettacoli da headliner in Germania, ed oltre.

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SD: Tanti, almeno in Italia, non vedevamo l’ora di vedervi dal vivo. L’anno scorso c’era un po’ di fermento intorno al vostro nome. Poi il fermento è diventato hype. Che ci dite?
MN: Dico: “fantastico!”. Dico che è stato sorprendente! Non avremmo mai pensato di poter essere qui… e soprattutto di essere qui a suonare la nostra musica. E siamo felici di essere (stati) accolti a braccia aperte!
AW: Essere qui è incredibile e va oltre ogni nostra aspettativa. Suonare lo spettacolo che abbiamo appena fatto… ma quanto divertente è stato? Siamo degni di tutto questo? Non lo so. È fantastico. E come siamo arrivati fin qui? Non lo so… ma ne sono felice! Aver fatto uno spettacolo divertente, aver potuto fare uno spettacolo divertente… tutto questo è semplicemente pazzesco (n.d.r. per gli interessati… usa la parola “SICK”)!

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SD: Poi back negli Stati Uniti?
AW: Sì. Abbiamo un piccolo tour con i Fiddlehead appena saremo a casa. Quindi uno spettacolo con gli Have Heart, a Boston. E poi un tour completo negli Stati Uniti.

SD: Qual è il piano dopo il tour? Lavorerete ad un nuovo album? O forse state già lavorando ad un nuovo album?
MN:…stiamo già pensando al nuovo album!
AW: Abbiamo un EP in uscita ad agosto (n.d.r. ovviamente ‘Persona’). Una nuova canzone in arrivo tra un paio di giorni (n.d.r. la titletrack). Pazzesco! Giovedì abbiamo una nuova canzone in arrivo… proprio mentre siamo qui! L’intero EP esce ad agosto.

SD: Sarà in formato fisico?
AW: In formato fisico, su Blue Grape Music. Poi avremo tutto il tempo per dedicarci al nuovo disco. Penso che le nuove canzoni saranno un po’ diverse da quelle che abbiamo fatto fino ad ora.

SD: Cosa intendi per “un po’ diverse”? Sono preoccupato!
MN:…intendo che ci siamo divertiti! E che ci stiamo divertendo molto!

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SD: Mica starete rallentando? Questa è la grande domanda che mi gira in testa (n.d.r… e sto pensando a loro illustri colleghi… quelli che hanno virato grunge anni’90-Scowl/nrd)!
MN: Vale il contrario! Penso che i pezzi saranno molto più pesanti… la cosa “nuova” di questo album è che TUTTI ci abbiamo dedicato del tempo. Abbiamo affittato un “cabin” (n.d.r. penso ad una casa in mezzo al nulla, come la Norvegia) per una settimana o due, e abbiamo scritto tutto insieme.
AW: ‘Only Constant’, dal punto di vista della musica, era principalmente “mio”. Avevo scritto il grosso dei pezzi. E poi l’abbiamo messo insieme in tre giorni.
E l’abbiamo registrato in tre giorni. Eravamo praticamente pronti a partire. E ci siamo impegnati per farlo uscire velocemente. Sono contento di quel disco, di come è andata. Questa volta abbiamo scritto insieme per due settimane. Poi abbiamo registrato, sempre tutti insieme, per altre due settimane. Le mie impressioni? Sento che è come se fosse una sola canzone. Sembra una sola canzone. È più pesante. Decisamente più pesante. Ma ancora altrettanto veloce. Altrettanto pesante. Solo un po’ più riflessivo!
MN: Penso che siano dei pezzi che abbiano qualcosa da dire a molte persone diverse. C’è il rock. C’è la pesantezza. Ci siamo divertiti molto a scriverlo. Ed a registrarlo. Ed a mettere insieme tutto quanto. Questo è ciò che conta!

… altro momento VERO dell’intervista: Madison che si sofferma sullo zainetto/peluche di una ragazza che passa per i saluti… scambio di consigli riguardo allo smalto delle unghie… WOW da ambo le parti! sorrisi… BELLA GENTE. Loro, ed il loro pubblico. BELLA GENTE. Nella confusione Anthony prova a continuare.
AW:…grazie mille (n.d.r. lo dice a noi, ma anche alla ragazza di cui sopra ed al suo gruppo di amici). Grazie per il tempo che ci state dedicando. Pensavamo fosse impossibile per noi venire in Italia… ed eccoci qui! Per la prima volta. Ora dobbiamo tornarci. Ora dobbiamo tornare! Promesso. Registreremo il nuovo disco… e torneremo! Comunque, tornando al nuovo lavoro. Entro fine anno ci siederemo e cercheremo di portarlo a termine. “Raw and heavy, a raw and heavy punk record” (n.d.r. questo non lo traduco). Non saremo diversi, ma qualche cambiamento inevitabilemte ci sarà. Siamo migliorati come autori di canzoni. E siamo migliorati con i nostri strumenti. Jammiamo… ci troviamo molto bene a lavorare assieme. C’è molta sintonia. E tutto questo ci rende un gruppo compatto, e che migliora nel tempo.

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FM: E’ un fatto che l’hardcore, credo specialmente negli Stati Uniti, stia raggiungendo un livello (intendo in quantità ma anche, spesso, in qualità) più alto rispetto al (mio, nato negli anni’70) passato. Per dire. Una settimana fa sono passati, a Milano, i Turnstile, che hanno fatto un paio di migliaia di persone.
Domani suoneranno gli Scowl con Interrupters e Hives, a Bologna. Insomma, penso che il “movimento” stia diventando davvero grande. Anche voi lo sentite?

AW: Eccome. Lo sentiamo. E non ce lo saremmo mai aspettati. Quando abbiamo iniziato con i Gel, l’idea era di suonare l’hardcore anni’80. Intendo i Negative Approach… i Minor Threat. Gli SSD… i Jerry’s Kids (n.d.r. gli faccio il gesto del cuore che batte), fare hardcore anni’80. Era tutto ciò che volevamo. Specialmente perché, quando abbiamo iniziato, in giro non c’era molto di quella roba. Intendiamoci. Ci sono sempre stati dei gruppi “perfettamente anni’80”. Volevamo farlo anche noi. Detto questo. Non avrei mai pensato che saremmo usciti da un seminterrato. Figuriamoci suonare su un palco! Figuriamoci fare un tour negli gli States. E figuriamoci volare in giro per il mondo per suonare le nostre canzoni! Pazzesco.

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SD: Come è successo questo “salto”? Mi sembra sia stato tutto molto veloce, o sbaglio?
AW:…non sbagli! Ti faccio un esempio. Quando ci hanno contattato, la prima volta, per fare qualche data in Europa è andata più o meno così: “voglio organizzare un tour in Europa per voi ragazzi”… “Cosa? Io non ho un passaporto! Io non ho mai lasciato il mio paese!”. A quel punto… tutti a fare i passaporti! Ti rendi conto! Il tour era annunciato e prenotato, e nessuno di noi aveva il passaporto! Wow. Stiamo davvero correndo contro il tempo. Non ci avremmo mai pensato.

SD: A proposito: questo tour lo avete bookato voi o avete un’agenzia?
AW: Abbiamo un’agenzia. Fino ad ora abbiamo fatto DIY. Da quando abbiamo iniziato. Negli Stati Uniti, ho organizzato tutti i nostri tour per molto tempo. Ora non più. Ora è più difficile.
MN: Too much going on!
AW: In Europa non conoscevo nessuno. Ci ha contattato questo tipo hardcore, che voleva portarci con sé, e noi abbiamo detto: “facciamolo”.
MN: Perché no? Proviamoci, e vediamo come va.
AW: Siamo stati una band DIY per molto tempo, e mi piace pensare che continuiamo ad esserlo. Nel senso che possiamo suonare cose del genere (n.d.r. si riferisce ad una situazione “media”, tipo il gig appena fatto), per poi tornare a casa e suonare un basement show, se vogliamo!

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SD: Quindi la prossima volta vi vedremo supportare una band GROSSA… tipo gli Slipknot… che ne dite?
AW: (n.d.r. mentre ride) Forse. Voglio dire. Perché no? “Could be in the cards” (n.d.r. la lasciamo in inglese, troppo bella per essere tradotta).

SD: Guardate gli Scowl. Prima volta in Italia, domani. Di supporto agli Interrupters e agli Hives. Roba completamente diversa. Roba grossa.
MN: AMAZING!

SD: Suoneranno nel pomeriggio… forse una mezz’ora. Lo fareste? Fareste una mezz’ora, di pomeriggio, prima degli Slipknot?
AW: Perché no? Mezz’ora per gli Slipknot… ma il giorno dopo facciamo un basement show! Queste opportunità non ci fermano. E penso che la parola chiave sia “equilibrio”. Mi spiego. Vogliamo continuare a fare le cose che per noi contano molto. Bello fare mezz’ora per un gruppo grosso… ma importante continuare a lavorare nell’underground.

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SD: A questo proposito. Sempre confrontando voi (la vostra generezione hc) con noi (ricordo… cinquantenni)… l’impressione è che siate sempre in tour… sempre in giro in furgone… mi sbaglio? Riuscite a viverci con la musica?
AW:…be’, non c’è dubbio che stiamo vivendo un po’ come in un frullatore. In autunno (2023) eravamo in giro (UK e Irlanda) con i Municipal Waste… poi ci hanno chiesto di tornare in Europa, d’estate… eravamo ad un punto in cui non stavamo a casa per più di una settimana. Un mese fuori. Una settimana a casa! Insomma: non siamo a casa troppo spesso, e quando siamo a casa è come se ci stessimo preparando per il tour successiva! È un po’ come un sogno!
MN: Vedo questi ragazzi più della mia famiglia, ma va bene così!
AW: Pensa: la (n.d.r. potrebbe essere anche il… mi scuso ma non colgo “she” or “he”) mia partner era appena venuta a vivere con me… e noi abbiamo iniziato a fare tour a tempo pieno! Immagina: sei appena arrivato a casa… e poi via per un mese! Pazzesco. Abbiamo avuto una piccola pausa all’inizio di quest’anno… in cui finalmente sembrava che fosse come: “questa è casa per un po’”! Non fai a tempo a dire “WOW, come si sta bene a casa”… che ora siamo nel nostro tour più lungo mai affrontato in Europa… e ripeto… in Europa!

SD (n.d.r. mi rivolgo a Madison): Una cosa che ci ha davvero impressionato sei tu. Voglio dire, sul palco. Sei molto “heavy metal” (n.d.r. guardatevi i filmati, e capirete)! E per noi, che veniamo da un’epoca in cui si passava dal heavy metal al punk… questa cosa è veramente FORTE.
MN:…WOW, grazie! E sì, posso dire che sul palco io mi sento viva! I FEEL ALIVE! It’s AMAZING!

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SD: C’è un’ultima cosa che ti vorrei chiedere (n.dr. sempre rivolgendomi a Madison)… forse una domanda stupida… comunque l’altra grande differenza rispetto al nostro tempo, al nostro hc (quello degli anni’90, per ribadire che siamo vecchi) è la presenza di ragazze! Agli spettacoli, sul palco… sai che 30 anni fa l’hardcore era una cosa VERAMENTE e MOLTO maschile?
MN: Devo dire che questa cosa dell’essere donna in un mondo maschile la vivo in maniera naturale… semplice. Esisto in questo spazio, esisto in questa scena… che la gente lo voglia o no! E’ un po’ strano, certo, a volte è un po’ strano… ma allo stesso tempo sto facendo quello che voglio! Non salgo sullo stage per essere “uno spettacolo” (n.d.r. intende: “non salgo sul palco per essere un animale in vetrina allo zoo”)… suono e faccio musica solo per divertirmi! Mostrare ad altre persone… mostrare ad altre donne che possono semplicemente salire su un palco… mostrare che possono farlo anche loro… ma anche solamente essere parte dello stesso ambiente (n.d.r. intende non necessariamente “suonare”… ma “ascoltare”… “andare ai concerti” etc etc)… insomma il discorso de: “lo stiamo facendo insieme!”. Tutto questo è fantastico!

La cosa importante di questo pezzo? Avervi restituito giusto l’un per cento delle “vibrazioni positive” che questi regaz MI/CI hanno dato. Prima volta, in 30/35 anni di “giornalismo”. Cappello.

(Words Francesco Mazza; Images Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Naresh Ran + Petrolio @ Baraccio (CT) – full interview

March 12, 2025 |

Graditissima tappa al Baraccio di Catania, location che perdura nella ricerca di eccellenze musicali nostrane e internazionali a molti poco conosciute, il tour di Naresh Ran (colui che sta dietro alla label Dio Drone e chitarrista/cantante degli Hate & Merda) insieme a Petrolio (ex Infection Code) è occasione per entrambi di presentare le loro ultime fatiche: ‘Præsens’ (Toten Schwan Records) per Naresh Ran e ‘Sangue’ (Dio Drone) per Petrolio. Il doppio live set verterà in buona parte su queste due nuove uscite.

Lo start lo dà Naresh Ran alle 23:00: fuori dal Baraccio imperversa la pioggia, dentro invece, molte anime stipate tra loro restano intrappolate tra le maglie ambient/noise di ‘Præsens’, il cupo paesaggio sonoro sprigionato è una bolla da cui non ci si riesce a liberare se non (come sempre…) cedendo pezzi, sogni e pensieri, così da poter fuggire dai propri demoni. Nel rituale onirico che Naresh Ran ha preparato, la forza, con cui si stabilisce un varco, è afferrare il proprio rancore, la propria rabbia e le proprie paure e affrontarle di petto, ma con quale conseguenza? Le tracce si susseguono tra martirii sonori e intimità esposte, fino alla fine nella raggelante richiesta di ‘Lasciami Andare’, nel disperato bisogno di luce o oscurità.

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SD: Sembra tu non abbia pace anzi, diciamo che colui che presenzia in ‘Præsens’ abbia tormento anche se a volte sembra che cerchi una via meditativa, un respiro. Cosa vuole o cos’ha o dove vorrebbe trovarsi il protagonista di ‘Præsens’?
NR: Il protagonista sono indubbiamente io non è un personaggio. Penso sia il lavoro più intimo che, arrogantemente, credo di aver fatto. E’ il primo lavoro delle mie creazioni musicali al quale sono arrivato alle registrazioni estremamente sicuro di quello che volevo e questo penso sia frutto di una consapevolezza non tanto musicale ma quanto d’intenti: ‘Præsens’ deriva da tutta una serie di pensieri, domande e risposte che mi sono posto per diverso tempo e che hanno portato allo sviluppo di questo concept. L’idea di base è che i ricordi e le brutte esperienze ci perseguitano e ci possiedono esattamente come gli spettri infestano le case o i demoni possiedono i bambini nei film, e il processo di liberazione da queste cose è un esorcismo che noi facciamo tutti i giorni in tantissime cose, credo che la ritualità stia in un sacco di piccoli gesti, piccoli comportamenti che noi ci portiamo dentro ogni giorno e anche se non ce ne rendiamo conto è un processo che noi mettiamo in atto per riuscire a liberarci dal male, tanto per citare una frase cara alla multinazionale più grande del pianeta. Cosa vuole il protagonista di ‘Præsens’?, ecco, questa è una questione ambivalente, quand’ero bambino, alle elementari ci fecero leggere ‘Moby Dick’, banalmente viene interpretato come la lotta tra l’uomo e la natura e poi la natura vince sempre, io, però, non c’ho mai visto questo veramente, ho sempre pensato che il capitano Achab aveva bisogno di inseguire Moby Dick perché altrimenti, perduta la gamba lui sarebbe rimasto a casa aspettando di guarire, invece questo rancore, questa paura, questa rabbia che lui aveva dentro l’ha tenuto in piedi tutta la sua vita, tant’è che quando lui finalmente uccide la balena, muoiono insieme. In questo senso la liberazione che il protagonista di ‘Præsens’ cerca non è catartica, non c’è salvezza, perché l’essere umano ha l’abitudine anche alle peggiori aberrazioni e paradossalmente quando riusciamo a liberarci di un qualcosa che c’è stato accanto tutta la vita, anche di negativo, siamo più vuoti di prima perché ci manca quel punto di appoggio anche nello stare male, questo disco, non è un inno allo stare male, assolutamente, anzi, è una ricerca disperata di liberazione, ma arriva davvero questa liberazione? Quando sopravvivi al tuo malessere sei veramente tu il sopravvissuto?

SD: L’ambient (e)/sound che avvolge/circonda ‘Præsens’ è l’unico luogo/mondo possibile?
NR: Probabilmente sì. La cosa strana è che sono consapevole che il disco suoni molto ambient e atmosferico, io però l’ho vissuto come disco quasi hardcore quando l’ho registrato, perché l’ho provato in prima persona e lo sento un disco molto forte, molto violento, anche nei suoi momenti più rarefatti. E’ un percorso a tappe in cui ci si fronteggia tra il protagonista, in questo caso io, e il demone o demoni o, come vogliamo chiamarli, e alla fine ci si patteggia sempre, non si vince, non c’è un vero vincitore e infatti l’ultima traccia si chiama ‘Lasciami Andare’ perché sono io che sto chiedendo al demone di lasciarmi libero.

SD: Il dolore e l’afflizione nelle tracce di ‘Præsens’ sono palpabili, ma il precorso di attraversamento porta verso la luce o verso l’oscurità?
NR: Dovremmo capire cosa vuol dire luce o cosa vuol dire oscurità. Il desiderio sarebbe di andare verso una sorta di luce, qualunque essa sia, l’insegnamento più bello che penso mia madre mi abbia dato è di avere fiducia anche della mia oscurità. Per questo mi chiedo, la luce che tanto noi cerchiamo e agogniamo è veramente una luce? Oppure è qualcosa che ci rende ciechi, l’importante in ogni caso che sia una catarsi personale.

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SD: Un libro?
NR: L’ho già citato, ‘Moby Dick’.

SD: Un film?
NR: Troppi. Ma dico ‘The Prestige’ di Cristopher Nolan. Anche qui la trama sembra quello che non è, secondo me in realtà non è la rivalità tra i due maghi che sfocia nella classica lotta intestina e interpersonale ma è una diversa ricerca: andare oltre il tangibile alla ricerca di un qualcosa in più. Che poi è quello che fanno tutti quelli che suonano o che si fa in qualunque forma d’arte, cercare qualcosa di più di quello che fisicamente si può toccare.

SD: Un disco?
NR: Come faccio a sceglierne uno… ogni giorno potrei darti una risposta diversa… oggi ti potrei citare Tim Hecker, un qualsiasi suo album, oppure qualcosa di più oscuro… ci penso un attimo e te lo dico alla fine…

SD: Un cibo?
NR: Adoro il cibo asiatico. Mescola insieme un sacco di cose ma sono un fan anche della cucina nostra.

SD: Un Dio?
NR: Nessuno, anzi Dio Drone ahahahah…

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SD: Una Nazione?
NR: L’unica. Il nostro cosmo. Sai cos’è, io penso che l’uomo sia ossessionato da questa cosa del controllo e non riesce ad accettare che il cosmo inteso come tutto l’insieme, ehm… sto per iniziare un discorso “fricchettonissimo” e me ne scuso, però lo penso davvero… dicevo, l’uomo non riesce ad accettare il cosmo, di capire la sua entità di come fisicamente funziona o del suo perfetto equilibrio, quindi abbiamo questa terribile abitudine di suddividere tutto in piccoli pezzi per avere l’illusione di poter controllare le cose, quindi: galassie, sistemi, pianeti, nazioni, città, paesi, uomini, donne, gay, etero, che palle, che palle! E’ un’illusione! Come suddividere il tempo non ha un vero senso, però ci dà l’illusione del controllo. Dico questo, che poi non è né mitologico né un discorso religioso: il cosmo ha un suo equilibrio perfetto e armonioso e ci invia segnali quotidiani di questo equilibrio, pensiamo alle forme geometriche si vedono nello spazio riprodotte sulla terra, le spirali delle forme delle galassie che si riproducono sulle conchiglie, la matematica come funziona qui, funziona nello spazio, sono queste sorta di segni che ci dicono: state calmi, va tutto bene, va tutto bene così com’è, invece noi ci ossessioniamo nel voler controllare le stronzate… alla fine i miei genitori fricchettoni mi hanno inculcato qualcosa, ci sono riusciti!! Ahahah…

SD: Un uomo/donna?
NR: …non lo so, sono differenze che alla fine nel 2025 è solo biologia. Ecco adesso che siamo alla fine, tiro fuori il disco che avevamo lasciato in sospeso… ‘Demon Box’ dei Motorpsycho, uno dei dischi che mi ha cambiato la vita, che sicuramente mi ha segnato di più, li vidi la prima volta quando avevo 13 anni alla Festa Dell’Unità a Firenze, non avevo mai visto niente di così forte.

SD: Domanda bonus: Come mai questo tour con Petrolio?
NR: Petrolio è un amico, lo stimo come persona e musicalmente, tanto! Ho prodotto con Dio Drone diverse cose sue e credo sia uno dei musicisti più interessanti del panorama elettronico industrial che abbiamo in Italia e credo che il mio fare musica, oltre che vocazione sia una scelta di vita e la scelta di vita è anche quella di circondarci di persone davvero interessanti che ti fanno sentire che hai un posto sul pianeta ed Enrico è una di quelle persone che mi dà questa sensazione!

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Nel live presentato da Petrolio i visual usati fanno il pari con la proposta musicale, i toni drammatici ed efferati si stemperano insieme a toni melliflui ma difficilmente assimilabili, l’idea è piena e penetrante, sembra di assistere a una tortura senza però aver voglia di smettere di guardare; un’altra idea è sicuramente la scomposizione del corpo che viene pazientemente diviso con affilate bordate noise rendendo il tutto, lontano dalla logica, con una considerevole perdita di forma. L’ultima idea è quella della solitudine sconfinata che, pur nell’assordante rumore, crea un vuoto ancestrale prossimo al nulla. Lasciano i segni addosso queste due performance, ne risente il corpo e ne risente lo spirito.

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(Testo e fotografie di Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Nada Surf | Matthew Caws – interview

December 5, 2024 | 2

Ci vogliono pochi minuti per capire che ‘Moon Mirror’, il nuovo album dei Nada Surf uscito il 13 settembre 2024 per New West Records, è proprio ciò di cui i fan avevano bisogno.

Matthew Caws, Daniel Lorca e Ira Elliot sono stati raggiunti dal loro amico e tastierista di lunga data Louie Lino per creare un album che è un tuffo nel passato, uno di quelli che vien voglia di cantare di ritorno da un lungo viaggio. Ne abbiamo parlato con Matthew Caws, mentre si trova a Parigi in occasione del tour europeo.

SD: Fin dalle prime note, l’ascolto di ‘Moon Mirror’ è come un ritorno a casa, in un luogo dove si può essere se stessi. State suonando un nuovo album dopo quattro anni, come vi sentite a riguardo? Anche per voi è come tornare a casa?
NS: “Casa” è una parola interessante e invecchiando il suo significato può cambiare molto. Per me, per esempio, il concetto di casa è diventato più inclusivo: quando si cresce si intende ovviamente lo spazio dove si ha vissuto, poi si hanno esperienze in altre città e luoghi e tutto cambia. Per questo ci si ritrova a pensare che alla fine sia soprattutto ciò che si porta con sé. È un termine, poi, che si lega molto alle relazioni: ci si può sentire a casa quando c’è un buon legame con una persona, ma se ciò viene a mancare la propria casa non è più un luogo sicuro. Tutto ciò ha a che fare, quindi, anche con le amicizie e, nel mio caso, anche con diversi spazi. Casa è la città da cui provengo, New York, e quella dove vivo, Cambridge. E in un certo senso lo è anche il palcoscenico e ciò mi sorprende perché da bambino non me lo sarei mai aspettato. Non partecipavo a recite scolastiche, non volevo stare su un palco di fronte ad altre persone, ma la musica mi è piaciuta così tanto che ho finito per volerla suonare per sempre e oggi eccomi qui.

SD: Le persone tendono spesso a parlare di futuro, di dove si vedono fra qualche anno, mentre nei vostri testi si parla molto di presente. In ‘In Front Of Me Now’ c’è l’importanza di godersi il momento, di evitare di vivere in una situazione mentre se ne sta pensando un’altra (“In the middle of summer, I was Decembering”). La mia domanda quindi è: vi state godendo il presente? C’è qualcosa su cui vorreste concentrarvi di più, nella vostra carriera o vita personale?
NS: Ogni giorno cerco di vivere il presente, in ogni contesto, e di non fare il passo più lungo della gamba. La nostra musica ci porta a essere sempre in movimento, e spero continui così, ma vorrei anche saper trovare il tempo per concentrarmi e fermarmi, in modo da affrontare al meglio il prossimo step. Mi rendo conto che spesso però è difficile: per esempio, non riesco nemmeno a pulire casa senza ascoltare un podcast! Tutta questa disponibilità di contenuti ci ha portato a voler essere sempre intrattenuti e ciò può essere un problema. Per questo sto cercando di pensare giorno per giorno, anche se ovviamente mi piace immaginarci nel futuro mentre suoniamo nuova musica.

SD: Nel singolo ‘Moon Mirror’ c’è tutto il desiderio di sentirsi parte di qualcosa. Anche nei vostri videoclip dell’ultimo album avete mostrato un mondo iper-connesso, ma dove le persone si sentono sempre più sole. Come vi sentite voi, invece, a suonare insieme da più di 30 anni con la stessa formazione?
NS: In effetti è come sentirsi parte di una famiglia, in tutti i sensi. Alcuni giorni sono più facili, altri più difficili, ci si conosce molto bene. Spero che tutti possano provare però un’esperienza simile, non necessariamente in una band ma anche in un team, una squadra. Persino da anziani è possibile se si trova un buon gruppo per giocare a bocce! Per quanto riguarda noi, è davvero molto bello essere così uniti e so che fa molto piacere anche alle persone sapere che suoniamo insieme da così tanti anni. Eppure a volte me ne dimentico, sono così impegnato a prepararmi per un tour o a scrivere una canzone che non mi accorgo del tempo che passa. Un po’ come succede ne’ ‘Il Giorno Della Marmotta’.

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SD: A proposito di film, c’è qualche pellicola che ha ispirato la vostra musica o i vostri videoclip?
NS: Sarebbe impossibile scegliere! Probabilmente abbiamo preso spunto da tantissimi, senza nemmeno accorgercene. Per quanto mi riguarda, amo la scena al chiaro di luna in ‘Walkabout’ di Nicholas Roe: è molto toccante. Mi piace molto ‘Jojo Rabbit’: trovo interessante la sua narrazione del cambiamento, della possibilità di vedere le cose in modo nuovo, fare ipotesi e poi ritrattarle. Altri film per me interessanti sono ‘I 400 Colpi’ di Truffaut, ‘Harold E Maude’ e menzionerei anche ‘Rosemary’s Baby’: adoro questo film fino a quando, però, non diventa un horror.

SD: E per quanto riguarda ispirazioni dal mondo della musica?
NS: Sai, non abbiamo un riferimento specifico quando lavoriamo a un disco. La mia vita da musicista, poi, è molto separata da quella di ascoltatore. Quest’anno, per esempio, sto ascoltando molto i Fairport Convention, musica folk britannica, ma spazio moltissimo anche in altri generi. Mi piace Sylvan Esso, quindi più elettronica, e De La Soul. Mi incuriosisce la musica classica indiana e a casa ascolto soprattutto musica ambient. Il mio pezzo preferito, quello che ascolto di più, è ‘Thursday Afternoon’ di Brian Eno… tantissimi generi differenti insomma! Quando lavoriamo a un nuovo disco, invece, speriamo sempre di risultare in due modi: energici e semplici, come una band che suona in una “cameretta”.

SD: In ‘Second Skin’ vengono citati anche i libri: che rapporto hai con la lettura?
NS: Mi piace molto leggere! Ho letto libri sul self-help, su come comportarsi davvero bene con se stessi e prendersi cura di sé: mi hanno aiutato, sono riuscito a imparare a controllare il mio tempo e avere una direzione. In particolare, in quella canzone si parla del desiderio di andare dritti alla soluzione, senza pensarci troppo. È un po’ come quando si cerca di smettere di fumare: a volte è meglio fumare una sigaretta in meno al giorno, altre volte sarebbe meglio smettere del tutto senza pensarci più.

SD: Abbiamo parlato di musica, film e letture… manca un ingrediente importante per un’intervista italiana: il cibo! Hai un piatto preferito, un comfort food post- concerto? E soprattutto, qual è la tua pizza preferita?
NS: Oh, il mio piatto preferito sono le linguine alle vongole! Mentre con mio figlio ordino spesso una pizza margherita, chiedendo però di aggiungere molto basilico e olio piccante.

SD: Mentre parliamo sei a Parigi, tappa di un tour intenso e con numerose date. Com’è viaggiare così tanto? Vi è mai capitato qualcosa di divertente durante i vostri spostamenti?
NS: Una volta, mentre eravamo in tournée, sono sceso in una stazione di servizio e i ragazzi sono ripartiti dimenticandosi di me. Daniel se n’è accorto solo 10 minuti dopo e sono tornati indietro: mi hanno trovato che stavo già facendo piani per tornare a casa!

SD: Ultima domanda prima di vedervi sul palco di Milano con ‘Moon Mirror’: qual è il ricordo più bello durante la registrazione di questo album?
NS: Eravamo seduti a pranzo a parlare di musica degli anni’80 e Ira ha iniziato a suonare un beat molto semplice. Mentre lo seguivo, ho cominciato a comporre ‘The One You Want’, è stato tutto così veloce. Ci sono voluti forse cinque minuti, non per creare tutte le parole e tutta la melodia, ma parlando di musica siamo riusciti in pochissimo tempo a dare vita a una nuova canzone. È stato tutto molto spontaneo, mi ha sorpreso molto e ne sono stato molto felice.

(Intervista di Nellie Airoldi x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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La band indie rock di New York torna in Italia per un’unica data in occasione dell’uscita del nuovo album ‘Moon Mirror’. Appuntamento al 7 dicembre 2024 al Santeria Toscana 31 di Milano. Opening act: Lowinsky. Biglietti disponibili su Ticketmaster, TicketOne e Dice. In apertura annunciati i Lowinsky, band indie rock vecchia scuola di Bergamo.

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Opening: Lowinsky
7 DICEMBRE 2024
SANTERIA TOSCANA 31 – MILANO
Apertura porte: 19.30
Lowinsky: 20.15
Nada Surf: 21.30
Biglietti in vendita su Ticketmaster, TicketOne e DICE.

Nex Cassel “unrealized” – interview

May 27, 2024 |

Oltre ad essere l’autore del disco, Nex come già fatto in precedenza in altri suoi lavori, si è occupato anche di mix e master del progetto…

…affidando poi la parte grafica di esso a Leonardo Amati e arrichendo il booklet, contenuto nella copia fisica del cd, con gli scatti di Andrea Rigano e Nicola Zonta. Questi ultimi non sono però gli unici amici di vecchia data ad aver preso parte a questo progetto, perchè nelle tracce ‘Golden Glove’ e ‘Detersivo’ il rapper veneziano ha ospitato rispettivamente le combo Gionni Grano/Gionni Gioielli e Ensi/Egreen. E ora, dopo aver conosciuto nel dettaglio la sua ultima fatica, non vi resta che immergervi nelle domande che abbiamo fatto a lui e Craim per il nostro magazine (l’intervista completa a entrambi) così come un veneto lo farebbe nell’alcol, ma solo se avete abbastanza fegato…

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SD: Le prime tre date in cui avete portato live il disco sono a Milano (Legend Club) , Venezia (CS Rivolta) e Bologna (Kindergarten): quale fra queste è stata la serata più calorosa da parte del pubblico?
N: Per la data di Milano ti dico che è figo suonare lì perchè ci abitano un sacco di rapper e di solito quindi ci sono sempre tanti ospiti a sorpresa, venendone fuori sempre una roba interessante. Sulla data di Venezia ti dico che il Rivolta è un posto dove sono cresciuto, andandoci fin da ragazzino prima e organizzandoci serate per anni poi, quindi lo vivo come un posto che mi fa sempre sentire a casa. Pure per Bologna perchè la ritengo una città iconica per generi come il rap underground e la musica elettronica, dato che sono cresciuto con il mito dei Sangue Misto, vedendoli anche al vecchio Link e vivendo i tempi di Zona Dopa.

C: Così come ha detto Nex, anche per me il Rivolta è stato casa per due/tre anni ed è dove mi sono conosciuto con lui…

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SD: Proprio Ensi è stato insieme a Egreen, Gionni Gioielli e Gionni Grano, uno dei featuring che hanno preso parte al tuo ultimo disco: a cosa è dovuta la scelta di collaborare con amici a te stretti questa volta rispetto a featuring con artisti più vicini all’ambiente mainstream come avevi fatto in ‘Vera Pelle’?
N: ‘Fegato’ è un disco diverso da ‘Vera Pelle’, ma come ho fatto per quest’ultimo, ho messo i nomi che mi sembravano più adatti al progetto, perchè per me è sempre la musica che va a chiamare le collaborazioni. Nonostante avrebbe potuto essere tranquillamente un disco senza featuring dato che lo trovo molto personale, nella realtà dei fatti da ascoltatore a me i dischi rap piacciono con i featuring e quindi ho deciso di inserire quelli che ritenevo più azzeccati, con artisti che sono in primis anche miei amici.

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SD: Chi ti conosce bene sa che il fegato non ti manca di certo, ma quello non è solo il titolo del tuo disco, ma anche la base da cui partire per uno dei piatti più rinomati della tua regione che citi tra l’altro nel disco, ovvero il fegato alla veneziana. Dato anche il tuo disco precedente ‘DOCG’ con il tuo amico fraterno Gionni Grano (rapper e proprietario del ristorante Al Bacaro di Noventa di Piave-Ve) mi viene quindi spontaneo chiederti: qual è fra tutti il piatto che preferisci della tua ristorazione locale? E quali sono invece le bottiglie che hai più apprezzato tra i vini e le bollicine che ti ha fatto provare il buon Grano?
N: Diciamo che la maggior parte delle volte che ho bevuto champagne è stato quasi sempre grazie a Grano, che anche quando viene in studio arriva sempre con un cartone di champagne. Perchè sì, Grano è esattamente così al 100 % e così lo è sempre stato, fantastico, inossidabile e invincibile (ride, ndr). Invece per quanto riguarda il mio piatto preferito, vado sul semplice e ti sparo un bel spaghettino con le vongole, che ti sottoscrivo proprio e che puoi mangiare tranquillamente anche tutti i giorni.

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SD: Oltre a vini e bollicine però, uno degli alcolici che preferisci è sicuramente la birra, tanto da averne una anche tua, ovvero la west coast ipa Adriacosta, creata grazie al birrificio artigianale dei Blond Brothers: come è nata questa birra, in che cosa si caratterizza e potendo dove vorresti farla arrivare in futuro?
NC: Questa birra è nata perchè, anche se adesso le birre artigianali sono una realtà affermata, all’epoca era una novità e ci eravamo subito presi bene con questa cosa. Devo dire che uno dei primi ad avere iniziato a produrre le birre artigianali è stato quel pazzo scatenato di mio fratello Er Costa, che da sempre è un grande cultore di craft beer e ne sa un sacco in merito. Dagli albori di questa “moda”, siamo partiti subito con questa realtà dei Blond Brothers, che sul territorio veneziano sono molti forti anche a organizzare eventi e altre cose, quindi avendo anche tanti amici in comune ci siamo trovati e abbiamo deciso di farla. In realtà avevamo fatto 1000 litri pensando di fare un one shot, destinandoli per altro a delle feste che abbiamo fatto a Torino, Milano e qui in Veneto, volendo celebrare con quella birra lì; nella realtà però alla fine di quei 1000 litri loro mi hanno detto che avrebbero voluto continuare a produrla e metterla nella loro linea come se fosse una delle loro birre da sempre e così è stato. Volendo fare una birra che entrasse nella vita delle persone e che fosse da bere spesso, adatta da far serata ma che allo stesso tempo soddisfasse gli appassionati di birra, abbiamo optato per creare una birra non troppo alcolica, con una gradazione 6° e caratterizzata da questi luppoli americani, tanto in voga quanto costosi e difficili da reperire. Abbiamo quindi questa birra tipicamente di stile americano, una ipa west coast profumata, fruttata e amara, che secondo me va bene un po’ in tutte le occasioni e che vi consiglio tuttora di ordinare sullo store dei Blond Brothers. Riguardo a dove vorrei farla arrivare invece, ti dico che nonostante mi piacerebbe molto lavorare nel business degli alcolici, essendo un settore che a me piace molto e che è molto importante per l’Italia, attualmente purtroppo non sto facendo nulla di concreto, ma ho solo delle idee nella testa a cui vorrei sviluppare.

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SD: Proprio per il compleanno del birrificio Blond Brothers, il 25 Aprile di quest’anno avete fatto un grande party free entry con tutta l’Adriacosta e tanti altri amici rapper, tra cui Ensi, in cui avete avuto modo di ricordare anche la scomparsa di Nigga Dium: come è stato dopo anni ritrovarsi nello stesso posto per suonare con tutti gli amici di sempre? Quanto è stato importante per te ricordare Dium e come hai affrontato la sua perdita?
N: Diciamo che noi quella festa la volevamo fare ed era in programma quando Dium era ancora vivo in realtà, perchè l’avevamo fissata molti mesi prima, praticamente l’estate scorsa. Poi però Dium è venuto a mancare purtroppo e quindi alla festa lo abbiamo celebrato, anche grazie al nostro amico Fabio Funky, che è un writer e tatuatore di Milano molto bravo, che ha fatto un pannello col suo ritratto che è visibile ancora oggi appeso nell’hall di entrata del birrificio. Quella sera oltre al Graffito in memoria del Dium, io ho fatto un dj set con tutti pezzi suoi e abbiamo fatto una birra speciale con la cover di ‘Mixtape Season’ che era appena uscito. 
È stata una bella serata, per noi molto emozionante, in cui abbiamo celebrato il Dium e in cui hanno suonato anche i nostri amici dell’Helluminati Klan e i fioi di Padova come Kevin Mopao.

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA A NEX CASSEL E DJ CRAIM SU SALAD DAYS MAG #45 FUORI ORA!

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(Txt Diego Montorio x Salad Days Mag – All Rights Reserved; Pics Zonta)

Andrea Rock And The Rebel Poets interview

April 11, 2024 |

Andrea Rock And The Rebel Poets pubblicano un nuovo EP intitolato ‘Mnà’, un concept su quattro figure femminili importanti nella cultura e storia irlandese.

Mescolando il punk con il folk della terra di smeraldo, si sono creati un nome grazie al proprio sound ormai formato e riconoscibile. Abbiamo intervistato Andrea Rock per approfondire la storia dietro questo nuovo EP.

SD: Andrea, ci piacerebbe sapere quale sia stata la tua personale connessione con le storie delle quattro donne irlandesi che avete scelto di raccontare nel vostro nuovo EP ‘Mnà’. Da dove sei partito? Come hai scelto queste quattro storie?
AR: L’Irlanda, la sua storia, i suoi protagonisti, la sua cultura, sono per me oggetto di studio costante e quindi sono sempre stimolato dalle mie ricerche personali. Nello specifico su questo disco,la prima donna alla quale ho pensato è stata Constance Markiewicz, la cui storia mi affascinò sin dal primo momento in cui mi avvicinai alla compagine dell’Insurrezione di Pasqua del 1916. Inoltre proveniva dalla contea di Sligo, alla quale sono legato per tutta una serie di motivazioni.

SD: Quando si tratta di fondere punk rock e musica tradizionale irlandese, il vostro nome è sicuramente in cima alla lista. Quale sfida vi ha entusiasmato di più nel creare il vostro unico sound in questo progetto? Come si è evoluto nel tempo?
AR: Il nostro obiettivo è sempre stato quello di distinguerci dal resto delle proposte di genere, in primis a livello di contenuto e in secondo luogo con un suono che è ancora oggi in evoluzione. Le tematiche che trattiamo sono spesso molto pesanti e per dare forza a quei sentimenti, ci capita in alcuni casi di spingerci un po’ più in la con la resa sonora, incorporando qualche elemento derivante anche dalla scena folk metal di gruppi quali i Cruachan.

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SD: Raccontaci un pò del processo creativo dietro ‘Mnà’. Come avete trasformato le storie e le esperienze di queste donne irlandesi in tracce musicali coinvolgenti, senza diventare didascalici e estremamente prosaici?
AR: L’aspetto musicale è stato interamente gestito dai musicisti del gruppo: Ivan Marconi al basso, Luca Taglietti alla chitarra, Andrea Merlini alla batteria e Lorena Vezzaro al violino. Io mi sono trovato quindi a scrivere tutte le linee melodiche e ovviamente i testi. Sono partito dai libri in mio possesso, dalle dichiarazioni delle stesse protagoniste di quei racconti e dalle analisi profuse dai diversi studiosi della questione irlandese. Alcuni frasi pronunciate dalle stesse, erano già dei veri e propri inni e hanno facilitato il percorso creativo. Il lavoro più complicato è stato strutturare metricamente
quelle sentenze, senza modificarle e senza mai perdere il senso della forma canzone.

SD: Il violino di Lorena Vezzaro aggiunge una dimensione davvero speciale al vostro suono, spostando l’asse dal punk al sound dell’irish folk. Cosa ti ha attratto in particolare nell’integrare questo strumento nella vostra musica?
AR:Lorena è la musicista più dotata che io conosca. Ha studiato l’irish fiddle e si è diplomata al Conservatorio di Milano. Ha una sensibilità artistica unica ed è in grado di tradurre il clima dei brani e dei testi in music sempre coinvolgenti e mai banali. E’ il nostro fiore all’occhiello, nonché la nostra quota tradizionale.

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SD: Lo storytelling sembra essere una parte essenziale del vostro approccio musicale. Qual è stata la storia o l’esperienza di una delle quattro donne di ‘Mnà’ che ti ha colpito di più personalmente durante la creazione di questo EP?
AR: Come scrivevo, la figura di Constance Markiewicz mi ha sempre affascinato. Quasi contemporaneamente però volevo parlare anche delle vittime innocenti del conflitto, perchè quello che sta avvenendo nel mondo purtroppo è sotto gli occhi di tutti e la causa palestinese è da sempre legata a doppia mandata a quella indipendentista irlandese; per questo motivo, il secondo brano sul quale ho voluto lavorare racconta la storia di Julie Livingstone, vittima dei Troubles in Irlanda del Nord, deceduta a causa di un plastic bullet esploso dalle forze di polizia britanniche, all’età di 14 anni.

SD: Al di là della musica stessa, c’è un messaggio o un impatto che sperate che questo disco lasci nel cuore degli ascoltatori? L’avete pubblicato l’8 Marzo, una scelta sicuramente non casuale…
AR: L’Irlanda prima di altri Paesi nel mondo ha saputo esaltare la figura della donna, anche attraverso esempi illustri come quelli citati nel disco. Noi speriamo sempre che queste storie suscitino un’emozione, meglio ancora che diano “fastidio” in quanto percepite come ingiustizie sociali. Quando in occasione della recente scomparsa della regina d’Inghilterra, ho espresso il mio pensiero in merito al sistema imperialista e schiavista che la Corona inglese ha perpetrato per anni, alcune persone hanno scelto di abbandonare la sala concerti; in quell’occasione abbiamo suscitato una reazione forte e il nostro messaggio è arrivato chiaro e diretto.

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SD: Infine, come credi che la vostra musica possa contribuire a mantenere viva la memoria e l’eredità delle figure storiche come le donne irlandesi che avete scelto di celebrare in questo EP o a farla conoscere in un Paese come l’Italia?
AR: L’obiettivo e la speranza sono sempre che la gente non si fermi al fatto che i brani siano orecchiabili o ballabili, ma non è qualcosa che può avvenire esclusivamente attraverso la pubblicazione di un disco. Spazi come quello che mi stai concedendo mi permettono di raccontare il progetto nella sua totalità e magari incuriosire qualcuno. Esattamente come un podcast ben strutturato (suggerisco ‘Troubles – Una Storia Irlandese’ di Samuele Sciarrillo), la musica ha la capacità di raccontare storie, ma anche di cantarle a squarciagola con il cuore che batte e gli occhi lucidi.

(Txt Gab De La Vega)

Madbeat interview

March 25, 2024 |

A pochi mesi dall’uscita dell’ottimo ‘La Ballata Dei Bicchieri Vuoti’, abbiamo intervistato i Madbeat di Torino!

I Madbeat sono una band che nel corso degli ultimi 10 anni si è creata una solida fanbase e ha saputo produrre dischi dall’identità molto forte, portando nuova linfa nel cuore del punk rock italiano. Buona lettura!

SD: Ciao ragazzi! ‘La Ballata Dei Bicchieri Vuoti’ è appena uscito e sembra essere un vero capolavoro punk rock. Ci raccontate di qualche momento particolarmente intenso o emozionante durante la creazione di questo album?
M: È avvenuto tutto in fretta. Abbiamo cominciato a scrivere il disco a fine 2022 e ci siamo resi conto che sarebbe stato il disco dei 10 anni della band. Questo ha influenzato particolarmente tutto il mondo che conoscevamo in quanto a scrittura di un disco. Per alcuni versi è stato un bene: genuinità dei contenuti, influenze più spontanee ecc. mentre per alcuni versi è stato difficile: ritmi serrati, sessioni lunghe di studio in preproduzione e poi in incisione. Abbiamo per la prima volta lavorato con un produttore (Fabio Valente) che ha saputo darci i consigli giusti per risaltare quello che ancora non si era sentito su un disco dei Madbeat e sicuramente le ore in studio da lui sono state intense e costruttive. Diciamo che l’esperienza di questo disco è stata anche troppo intensa, ma soddisfacente.

SD: Ascoltando il vostro nuovo lavoro, si sente davvero un’energia travolgente. Ci sono stati dei momenti in cui avete sentito di aver catturato perfettamente ciò che volevate trasmettere attraverso la vostra musica?
M: Trovo che raccontando la verità quotidiana si colpisce sempre qualcuno. Ognuno ha le sue gioie e dolori e spesso sono fasi che accomunano tante persone. Ci sono dei passaggi di testo che hanno colpito in particolare qualcuno (che ce lo ha comunicato dopo l’ascolto) e questo è sempre emozionante. Le persone si frequentano per anni senza conoscersi mai, e quando una frase di una canzone gli rimane aggrappata addosso vuol dire che quella singola esperienza raccolta in 4 parole è stata vissuta esattamente come l’hai vissuta tu e gli è bastato leggere una frase per capirlo.

SD: Con così tante tematiche affrontate nel disco c’è un brano che sentite abbia una connessione particolare con voi o che racconti una storia personale in modo straordinario? Se sì, potreste condividere un po’ dietro il significato di quel brano?
M: Credo che ‘Dannato Cuore’ sia quella più accomunante tra noi della band. In questi anni abbiamo (come tutti i gruppi) condiviso moltissimo, problemi, gioie ed esperienze. L’accomunanza era che ne parlavamo alle prove, in furgone in tour, dopo i concerti, ritrovandoci a fare sacrifici per essere li in quel momento. ‘Dannato Cuore’ parla di questo, del fatto che c’è qualcosa che sta dentro di noi e che non conosciamo benissimo, ma che ci spinge ad essere sempre li. “E dimmi che super potere hai per farmi andare di corsa”.

SD: Collaborare con artisti della scena underground per questo album è stata sicuramente un’esperienza unica. Ci sono delle storie divertenti o aneddoti interessanti che volete condividere riguardo a queste collaborazioni?
M: Beh con Fabio è stato facile, la prima canzone che abbiamo chiuso (‘La Strada Più Dura Che C’è’) esprimeva un concetto che conosciamo benissimo. Noi pieni di impegni e carichi di tutte le difficoltà che ha una band piccola come noi, lui pieno di lavoro, trasferte, impegni familiari, abbiamo condiviso insieme l’esperienza raccontata in questo testo… ovvero l’ostinarsi a percorrere la strada più difficile, quella che ti porta ad affrontare sempre e comunque delle decisioni impegnative che mettono da una parte le passioni e dall’altra i punti fissi della tua vita. Con Michele abbiamo semplicemente iniziato a condividere pareri. Lui è uno scrittore incredibile e il fatto che abbia voluto condividere con noi ‘Figli Delle Banlieue’ è stato per noi un onore. Inconsciamente da una chiaccherata con lui è nato il testo e il significato di ‘Per Un Goal Nel Derby’ a dimostrazione di quanto sia semplice trovare l’ispirazione giusta quando ti confronti con una persona che sa benissimo come si scrive una canzone.

SD: ‘La Ballata Dei Bicchieri Vuoti’ sembra essere un album che tocca molti nervi scoperti della vita quotidiana. Qual è il messaggio più profondo che sperate i vostri fan possano cogliere ascoltando questo lavoro?
M: Non credo che ci sia un messaggio. Non mi sono mai sentito autorizzato a dare consigli alle persone. Piuttosto racconto quello che è successo facendo i miei sbagli. Ognuno puó trarne qualcosa o semplicemente condividere quell’esperienza. Non credo che la gente cerchi nelle canzoni una soluzione, ma piuttosto un’immagine che gli sblocca qualcosa forse bello o forse no. Spero che la gente me lo dica se ha scoperto un messaggio che inconsciamente abbiamo dato.

SD: Oltre alla pubblicazione dell’album, avete qualche sorpresa in serbo per i vostri fan? Forse dei tour o degli eventi speciali che potremmo aspettarci?
M: Beh sicuramente concerti. Stiamo cercando di rimetterci in pista su quel fronte, anche se con tutte le difficoltà del caso. Sicuramente qualcosa ci verrà in mente nel frattempo ma per ora siamo concentratissimi sulle date.

SD: Guardando al futuro, quali sono le vostre ambizioni più grandi come band? C’è un obbiettivo che avete sempre sognato di raggiungere nella vostra carriera musicale?
M: Gli obbiettivi sono da sempre suonare e cercare di arrivare più lontano possibile. La fame di far conoscere la propria musica a tutti, suonare su grandi palchi, scrivere canzoni che si ricordano al primo ascolto… credo siano sogni in comune che hanno in molti.

(Txt Gab De La Vega x Salad Days Mag – All Rights Reserved; Pic Georgette Pavanati)

Headbussa interview

March 15, 2024 |

La conversazione attorno all’hardcore punk dei ruggenti 2020s sta vertendo sempre di più attorno alla sua iterazione più primitiva e brutale: quello che tra un groove galoppante ed una sediata in faccia ci troviamo a descrivere come Beatdown Hardcore.

L’Europa del nord ha proposto negli ultimi anni uno zoccolo duro di band che gettano nel calderone NY Hardcore, metalcore anni 90 e DM classico. Questo filone capitanato da band tedesche come Spawn Of Disgust e World Of Tomorrow è spesso caratterizzato da un’estetica urban ed un’attitudine hip-hop, nonchè responsabile per lo spopolare della mosh culture estrema, tra callout esagerati e breakdown infiniti. Il nord Italia, dal canto suo, propone il proprio succulento menù beatdown grazie a collettivi come Pavia Hardcore (PVHC), che importano il culto della fight music con una serie di progetti tra cui Jorelia, Display Of Violence e Terrorist.

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In occasione del concerto dei Knocked Loose + Deafheaven al Live Club di Trezzo abbiamo avuto l’occasione di testare anche il territorio francese facendo una chiacchiera sullo stato dell’hardcore europeo assieme all’opening act della serata: gli Headbussa, fieri rappresentanti della musica parigina da combattimento.

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Loic e Gaultier, rispettivamente voce e chitarra del gruppo, ci raccontano come la loro band sia finita in supporto di una produzione così enorme, scelti come spalla dei Knocked Loose proprio durante il loro picco di popolarità. “È semplicemente fantastico perché abbiamo ottime condizioni ogni giorno. Abbiamo il backstage, ceniamo, abbiamo un posto dove dormire. Quindi è abbastanza diverso da quello a cui siamo abituati.”

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Da dentro la sala alle nostre spalle, sentiamo i Deafheaven iniziare il set con ‘Brought To The Water’. “E’ la prima volta al di fuori del DIY per tutti noi, ed è un’esperienza incredibile”.

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Quando il team dei Knocked Loose gli ha proposto il tour via e-mail, lo ammettono, hanno pensato si trattasse di spam. Gli Headbussa erano già stati contattati dal team dei Knocked Loose lo scorso inverno per partire il giorno seguente e fare 4 date blitz in Germania, ma il poco preavviso glielo aveva impedito. “Quando vai in una città si capisce subito se c’è una scena hardcore o meno da come si comportano le persone nel pubblico. La Germania ha un’enorme scena beatdown, ma anche in Francia, specialmente a Parigi, un sacco di nuove band propongono tanti stili diversi di hardcore.”

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La band suggerisce qualche ascolto al pubblico italiano: Worst Doubt, con cui condividono dei membri, Cold Decay, Sulfur, Broken Ankles e Take It in Blood. “Come con ogni tendenza, in Francia siamo in ritardo di qualche anno, quindi il beatdown sta spopolando soltanto adesso a partire da Parigi e Lione, e poi nelle città più piccole spuntano scene locali.”

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Possiamo dire praticamente lo stesso per noi, ed infatti domandiamo se come nella scena italiana ci siano una schiera di band composte dagli stessi membri che scambiano gli strumenti tra loro con ogni formazione. “Sì, è proprio così. La maggior parte di noi ha più di 30 anni, o quasi, e abbiamo fatto tutte le nostre band giovanili con membri che erano diventati troppo vecchi.” Loic si corregge, “Non troppo vecchi! Non si è mai troppo vecchi. Ma molti di noi hanno dei figli, hanno un lavoro. E così quelli che non lavorano, o con dei lavori che ci permettano di fare tour del genere e creare un sacco di cose, finiscono per fare musica insieme.”

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La band si complimenta con il pubblico italiano nel modo più lusinghiero che un fan di questo genere possa ricevere: “Sembrava di stare in Germania, mosse incredibili stasera!”, e concludiamo promettendo che avremmo riferito a chi di dovere. Gli standard sono altissimi – bisognerà moshare più forte quando ci incontreremo di nuovo.

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(Txt Vittoria Brandoni; Pics Luca Secchi x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Corpo Estraneo interview

February 23, 2024 |

Seguiamo con grande attenzione Devarishi, in particolar modo da ‘Wrong Place, Wrong Time’. Per storia dei personaggi coinvolti, attitudine, spessore, qualità, penso fosse difficile ripetere un exploit come il ritorno degli Incudine.

Invece BUM! Ecco l’asso nella manica. In uscita, sempre su Devarishi, ‘Il Tempo E’ Adesso’, super disco della nuova sensazione (non milanese, strano!… strano per davvero/NDR) in ambito hardcore “puro”, hardcore classico, Italian old school hardcore come piace a me: a voi i CORPO ESTRANEO!

SD: Partiamo dal nome. Mia madre (prof) mi diceva che quando si riesce ad essere efficaci usando delle parole di uso comune, quello vuol dire saper comunicare. Corpo Estraneo, in questo senso, è “perfetto”. Come nascete? E come esce fuori il nome, anzi quel nome?… il Corpo Estraneo siete voi?? Noi (che ascoltiamo musica hc)? Chi?
CD/CE: Hare Krisna a tutti, grazie per lo spazio! Qui Caitanya Das, voce e chitarra dei Corpo Estraneo! Come band nasciamo a gennaio 2021, mi pare fossimo nel mezzo del secondo lockdown. Nell’apatia e nella noia di quel momento storico abbiamo sentito l’esigenza di fare qualcosa e quel qualcosa è stato suonare, principalmente come sfogo e come bisogno – letteralmente – di respirare. Io suono all’interno della scena hc da quasi 20 anni, così come Cicco (batteria), mio best friend e colonna portante di altri progetti che abbiamo avuto in comune. Un po’ per l’amicizia storica che ci lega e per la sua bravura dietro le pelli è sempre stato la mia prima opzione in ogni progetto che mi è venuto in mente di fondare. Mi è venuto naturale chiedere a lui se aveva voglia di fare qualcosa. Anni addietro (2010) avevamo condiviso un progetto chiamato Grinta, nato come side project parallelo ad altre band; una cosa un po’ alla buona, fatta giusto per divertirsi, ma con un bel tiro. Suonavamo una sorta di HC / grind molto tirato, con pezzi ultra corti (dai 5 secondi, al minuto scarso), ad ogni prova riuscivi a comporne 10 diversi! Una sorta di powerviolence primitivo, quando ancora si sapeva poco a riguardo. Ci sarebbe piaciuto focalizzarci su quello, rispolverare i pezzi e darli alla luce. Al basso si è subito aggiunto con entusiasmo il buon Leo, amico e giovane promessa, alla sua prima esperienza musicale seria. Fortuna vuole che abitiamo tutti vicini, e la base dove proviamo – il Vecchio Son del buon Steno dei Nabat – è praticamente sotto casa nostra. Logisticamente è stato tutto congeniale, insomma. Siamo perciò partiti con l’idea di dare un proseguo ai Grinta ma presto ci siamo resi conto che a livello comunicativo era un po’ complicato con dei pezzi così corti. C’è stata da subito la volontà di fare un gruppo che avesse qualcosa da dire, soprattutto visto il periodo buio ed instabile che si stava vivendo nel mondo. Così abbiamo accantonato l’idea del gruppo super veloce in favore di qualcosa di più disteso ed “orecchiabile” (non so se ci siamo riusciti!). Comunicare per noi è estremamente importante, per citare la tua mamma. La band ha uno scopo preciso, non è solo svago e divertimento. “Corpo Estraneo” era il titolo di uno dei nostri primi pezzi nuovi e mi son subito reso conto di quanto potesse essere potente anche come nome per la band. Suonava assolutamente bene ed è brutalmente hardcore! Ovviamente un Corpo Estraneo è qualcosa di scomodo, qualcosa di esterno alla propria realtà, qualcosa che si è in qualche modo infilato sotto pelle e che crea disturbo. Sicuramente lo si può intendere come qualcosa di fastidioso che si è conficcato nel corpo della società e che vive di vita propria, crea spazi, consapevolezze, cresce e che si cerca di estirpare. Io ci ho visto subito anche un significato più sottile: il corpo materiale che ci ricopre è in realtà la “prigione” di quello che siamo realmente, ovvero un’anima spirituale, divina; questo corpo quindi è qualcosa di estraneo all’anima. Siamo quindi tutti corpi estranei, se ci identifichiamo erroneamente con esso!

SD: Parlando della vostra storia, in questo ultimo anno (penso) avete aggiunto una chitarra. Parlavo con Gianluca Mariani/Spaghettochild, qualche tempo fa, dell’hc suonato con due chitarre. Per farla breve. Secondo lui (o forse secondo noi?), nell’hc, a meno di gente di un altro pianeta come gli RKL, le due chitarre servono essenzialmente ad aumentare l’impatto, il “volume”, la potenza “in uscita”… non tanto ad abbellire (parlo di assoli che si inseguono, tipo metal per intenderci). In che ottica/con che idea avete deciso di aggiungere una chitarra? Per una questione di “botta”?? Per “sgravarti” un attimo, visto che tu canti?
CD/CE: Che bomba gli RKL (questo pezzo lo pubblichiamo subito grazie a questa password che vi fa accedere al sistema/NDR)! Ma tornando a noi: l’aggiunta di Bolo è stata soprattutto per una questione di amicizia e di affinità spirituale. Io e lui abbiamo condiviso sala prova e palco agli inizi dei Chains, dove io suonavo il basso. È un chitarrista affidabile, con una solida esperienza alle spalle e quindi siamo stati entusiasti quando ci ha chiesto di essere della partita. Sicuramente lui ha aggiunto tutti gli elementi che elenchi tu nella domanda. Avere lui vicino mi permette di concentrarmi meglio sulla voce e il risultato finale dal vivo è decisamente più croccante e d’impatto. Inoltre su disco ha contribuito con tanti elementi che han reso il prodotto finale ancora migliore, a mio avviso. Gli assoli non ci sono perché non li so fare, ma non è detto che non possano arrivare!

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SD: Se facciamo un gioco tipo quelli di logica… Sottopressione anni ‘90… Skruigners anni ‘00… NON LO SO anni ‘10… Corpo Estraneo anni ‘20. Dico bene? Cosa vi accomuna secondo me? Tutti fate hardcore “puro” (no new school, per intenderci), suonato DA PAURA… REGISTRATO DA PAURA… cantato in italiano. Vi vedete in questa linea temporale? Vi vedete nella descrizione di cui sopra (l’importanza del SUONO, CAZZO). E chi mettereste negli anni ‘10 (forse i La Crisi… anche se sono “diversi”… non proprio DRITTI come tutti gli altri)? Oppure… chi mettereste al posto di quelli miei?
CD/CE: Non mi ero visto come continuazione di tutte quelle realtà ma sicuramente condividiamo tanti aspetti e son stati tutti – chi più, chi meno – tra gli ascolti di tutti noi. L’hardcore alla vecchia maniera è sempre stato un mezzo efficace, è divertente da suonare e da ascoltare e si presta bene ai messaggi che portiamo. Per quanto riguarda il suono crediamo fermamente che vada curato, sia in saletta che in studio, ma anche dal vivo. Noi cerchiamo di provare con regolarità proprio per affilare il nostro suono, la chimica, la carica. È l’espressione con cui ti stai ponendo al pubblico e visti i tempi veloci che stiamo vivendo credo sia necessario impressionare l’ascoltatore e catturarlo nel minor tempo possibile. Parlando di studi, Carlo del Toxic Basement Studio è maestro in catturare e dare impatto al sound. Dal primo giorno della band sapevo dove avrei voluto registrare i pezzi. Carlo è una componente importante nei Corpo Estraneo e sicuramente sarà un matrimonio destinato a durare. Rispetto ai nomi che hai fatto tu aggiungerei solo qualche nome della vecchia e gloriosa scuola italiana. Band che magari non avevano i mezzi tecnici per quanto riguarda i suoni ma avevano dalla loro chi la rabbia, chi la disperazione, chi la furia. Su tutti direi i Negazione, ma anche Wretched, Indigesti, Crash Box. E sì, metterei anche i La Crisi dove dici, a me son sempre piaciuti un sacco, anche se meno “dritti” di altri, come fai notare. Ma che potenza! Di gruppi affini ed attuali invece voglio citare i Sangue di Olbia, una vera cannonata di band! Ci sono i Nido Di Vespe, anche se il loro è un hardcore imbastardito da tanti elementi ma è pur sempre in italiano. E citiamo con piacere anche i Lyon Estates,
una realtà ben consolidata che è appena tornata con un disco nuovo!

SD: Domanda ovvia… l’italiano. è vero che è sempre meno “limitante” (vedi i Golpe che vanno in giro everywhere)… ma mi chiedevo se ci avete pensato… e nel caso perché non l’inglese.
CD/CE: La risposta è semplice: il sentimento. I testi che scrivo sono molto sentiti, frutto di ricerche, di intuizioni, riflessioni e meditazioni. Quindi per scrivere mi è venuto automatico usare la lingua madre, perché è la stessa con cui la mia mente realizza i concetti. Quando canto voglio esprimere agli altri le cose che sento e mi rendo conto che mi è più naturale farlo nella mia lingua originale, l’italiano. Abbaiare al microfono in inglese non avrebbe la medesima profondità, almeno per me. Per ora abbiamo suonato solo in Italia e io voglio comunicare qualcosa alle persone che ho davanti; perché il concerto non è solo uno spettacolo, è soprattutto uno scambio. Mi piace l’idea di lasciare chi ci ascolta con delle domande sulle tematiche che affrontiamo nei testi. Spesso si fatica anche solo a capire quello che uno dice al microfono, figurati se viene fatto in un’altra lingua. L’inglese io lo vedo come una forzatura, almeno nel contesto di questo gruppo.

SD: Tornando alla linea temporale di cui sopra… il fatto che non mi venga in mente un gruppo “key” negli anni ‘10 potrebbe anche voler dire che era un periodo di crisi (creativa… piuttosto che per il genere)… al contrario è oramai un fatto che siamo in pieno boom hc… secondo voi perché? Quando il mondo fa schifo non può che essere così? Oppure più semplicemente godiamo dell’onda di successo dei gruppi americani?
CD/CE: Sicuramente il mondo attuale offre tanti spunti di cui poter parlare nei testi. Siamo circondati da situazioni di crisi. Ed è proprio qui che noi come band abbiamo cercato una direzione diversa, che non fosse la solita “formula hardcore” di puntare il dito contro il sistema vigente, gli sbirri, le guerre o le infinite nefandezze che ci circondano. Se il mondo fa schifo è perché c’è un problema nella gente che lo abita. Un esempio: la guerra. È una cosa ingiusta, che tutti detestano, ma che la maggior parte delle persone si porta dentro, inconsapevolmente, ed ogni giorno ne scatena uno nel suo quotidiano. Quello che io vedo è che c’è tanto odio. E non è questo che voglio portare con la nostra musica. Non è con l’odio che si cambiano le cose. Io credo che quello di cui abbiamo bisogno è di lavorare su di noi in primis, destrutturando quei contenuti e quegli schemi che ci sono stati imposti ed insegnati fin dalla nascita alla ricerca della migliore versione di noi stessi. Necessitiamo di una rivoluzione di coscienze e questo passa forzatamente per un’evoluzione interiore. “O sei parte del problema o sei parte della soluzione” cantava il buon Claudio Rocchi. Noi, coi nostri contenuti, vorremmo provare ad essere parte della seconda opzione, tentando di ispirare chi ci ascolta. Rispetto alla scena americana non so granché, sarò onesto, ma mi sembra piuttosto scevra di contenuti, nonostante il contesto catastrofico in cui viviamo. Ultimamente vedo le band (non tutte chiaramente) che “usano” l’hardcore più come semplice mezzo per mettere in mostra sé stessi o per divertirsi e fare casino, piuttosto che per portare un qualcosa che rimanga alle persone. Nulla in contrario eh, ognuno è libero di fare quel che preferisce. Io però dedico i miei ascolti principalmente a gruppi che hanno un messaggio di fondo e che possibilmente non sia sempre il “fanculo qua, fanculo là, faccio quello che voglio, spacchiamo tutto” e via dicendo.

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SD: Il track by track lo farà qualcuno più qualificato del sottoscritto. Io mi limito a citare due canzoni qualche suggestione dal nuovo disco. ‘Kurukshetra’ è una strumentale che inizia con quello che sembra un field recording preso da un qualche rito Hare Krishna… mi sono trovato CATAPULTATO al concerto degli Shelter, Cooperativa Portalupi… Sforzesca / Vigevano. Prima i devoti del tempio che ci “allietavano” con quei suoni, quelle atmosfere… e poi L’INFERNO. Primi anni ‘90 (da chiedere a Dario). Per molti di noi nati nei ‘70 quello è stato uno dei concerti “cardine”. Mi chiedevo se per voi suonare e porsi in quel modo è ancora attuale (ovviamente la risposta immagino sia sì)… è efficace… e perché? (in contrapposizione ad un modo più “frivolo e modaiolo”, tipo l’hardcore degli hipster, quello dei Turnstile per fare un esempio). I ragazzi vi stanno seguendo in questo percorso?? In altre parole. É un fatto che state crescendo in hype… ma per quel che riguarda il seguito? I numeri?
CD/CE: E’ attuale per noi, ma sicuramente non è più attuale nella scena. Indubbiamente il connubio tra spiritualità e hardcore si è molto affievolito negli anni, se non spento del tutto, almeno da noi. Mi sento di dire che l’hardcore un tempo era più riflessivo, introspettivo. Oltre che un movimento di ribellione era anche un movimento motivato da un certo spirito di “ricerca”. Ora mi sembra che ci si prenda molto cura dell’aspetto esteriore, del contenitore, e poco del contenuto. Si cerca di impressionare il pubblico più con lo show piuttosto che col messaggio. Non ci sono più i kids di una volta, con i kanthi-mala di Tulasi al collo! Scherzi a parte, mi rendo conto che attorno a noi c’è tanta curiosità ma anche tanto pregiudizio a causa della nostra proposta sicuramente poco in linea coi tempi e con la “scena”. Non abbiamo mai nascosto i nostri contenuti; se da un lato a qualcuno questo è piaciuto credo che parallelamente abbia dato fastidio a diversi. “Parlate di roba spirituale? Nah, non mi interessa” e questo magari senza neanche aver ascoltato nulla. Penso che questo sia anche a causa dell’influenza bigotta e ambigua che la Chiesa ha esercitato sulle nostre vite fin da giovani e che quasi tutti hanno rigettato. Quello di cui parliamo noi nei testi però è diverso, basato su altre concezioni e visioni. Ma se parli di spiritualità o di tematiche connesse a Dio qui da noi la gente tende sempre a storcere il naso. La nostra proposta è aperta ed accessibile a tutti, ma mi rendo conto che diversi avventori sono condizionati dal contenuto e tanti invece se ne stanno alla larga, avvelenati dai preconcetti. Penso sia un peccato ma che sia una cosa limitata al nostro paese. Vedo che negli altri stati i gruppi che propongono le stesse nostre tematiche vanno forte, hanno seguito e condivisioni. Il nostro compito è sicuramente più difficile ma questo non ci scoraggia, anzi, ci motiva maggiormente. Qui da noi purtroppo c’è un po’ l’idea di tenere Dio fuori da certi posti e contesti. Ma su quale base? Queste persone forse ignorano il background credente (ed i testi!) di band punk hardcore gigantesche come Bad Brains e Cro-Mags, per dirne giusto due. La cosa curiosa è che praticamente a tutti i nostri concerti mi son ritrovato a parlare con tante persone interessate all’argomento e con gente che medita, che fa yoga e che addirittura ha letto i testi sacri da cui traggo l’ispirazione per scrivere i nostri pezzi. La spiritualità è un percorso di ricerca, del porsi domande, del non accettare a scatola chiusa quello che ci viene proposto. Un po’ quello che fanno i punk rifiutando il modello di società che ci viene imposto e cercando di vivere in maniere indipendente da quelle logiche. Per quello io credo fermamente che ci sia attinenza, almeno nell’attitudine, tra le due cose. Io vorrei creare un ponte tra i due mondi, almeno qui da noi. In generale vedo che siamo seguiti ed apprezzati più da un pubblico adulto, piuttosto che dai ragazzi più giovani. Per quello che riguarda i numeri io personalmente credo che ogni singolo ascolto sia una vittoria e le cose sono obiettivamente in crescita. Vediamo che impatto avrà il disco ma sono fiducioso. Se avessimo voluto seguito ed apprezzamenti maggiori avremmo potuto trattare le tematiche della maggioranza delle band hc attuali o uniformarci un po’ allo stile musicale attualmente in voga. Ma non mi interessava fare niente di tutto questo. Trovo più intelligente cantare di una possibile soluzione (concreta!) anziché del problema o fare come fan tanti, cioè fingere che il problema non ci sia e usare la band come mezzo per vendere sé stessi o fare baldoria.

SD: Sempre ‘Kurukshetra’. È un INTRO. ed io sono un grande fan degli intro. Sono i pezzi dove ci si prepara… ci si “presenta”… si fanno i “convenevoli” e in qualche maniera ci si dà il benvenuto. Quindi innanzitutto BRAVI, amo gli intro! In secondo luogo a chi e perché è venuto in mente l’intro. Collegato all’intro, strumento tipicamente metal, ovvia domanda sul vostro rapporto con il metal, estremo e non… anche perché spicca una certa bravura nel suonare… che mi fa pensare appunto a certi ascolti.
CD/CE: Condivido la tua analisi sull’intro dei dischi! Anche io apprezzo molto! Mi sanno di benvenuto, di accoglienza! L’inizio di ‘Kuruksetra’ si prefigge di portare l’ascoltatore su di un campo di battaglia, popolato da migliaia di guerrieri in assetto da guerra sui loro carri che soffiano in conchiglie che annunciano l’imminente inizio della battaglia. Battaglia che comincia simbolicamente quando attacchiamo a suonare. È uno strumentale decisamente metal perché noi siamo fan di quelle sonorità. Ogni tanto spunta la vena metal e salta fuori qualcosa di spiccatamente thrash che nei pezzi hardcore forse stonerebbe, come è successo con ‘Kuruksetra’, appunto. Quindi nel nostro caso l’intro è un pezzo mancato! Abbiamo più o meno tutti nel background quel tipo di sound. Siamo (quasi) tutti fan del thrash metal, della velocità, della pulizia ma soprattutto dei riff granitici. I riff sono fondamentali nei pezzi e questo è uno dei miei capisaldi quando compongo qualcosa. Se un riff non funziona va cambiato, non lo si tiene se non è completamente soddisfacente. Il thrash penso sia la massima espressione del riffing selvaggio, sia veloce che pesante. Mi piace aggiungere qualche elemento un po’ più tecnico qua e là, soprattutto nei breakdown, per rendere il tutto ancora più aggressivo. Non mi ispiro a nulla in particolare quando compongo, cerco di mescolare gli elementi che preferisco dal background che ho costruito attraverso i miei ascolti. C’è tanto hardcore old e new school, hardcore melodico e thrash.

SD: L’altro brano? La title track. ‘Il Tempo E’ Adesso’. Anche qui… per uno di Milano nato con il 7 davanti il richiamo è SUPER… ‘È il Momento’. Sottopressione. Immagino che il motivo del richiamo non sia tanto (o non sia solo) un omaggio ai Sottopressione quanto sia approfondire i temi “tipici” dei vs. universi di riferimento… parlo di meditazione, consapevolezza… etc etc. Dico bene?? Quali sono i temi che avete a cuore?
CD/CE: Siamo stati spesso accostati ai Sottopressione e questo non può che farci piacere. Ho grande rispetto per chi è venuto prima di noi. Anche noi, come i Sottopressione, vogliamo che la “gabbia di vetro” (per omaggiare la tua citazione) al quale siamo dentro si rompa. Dal mio punto di vista questo può accadere solamente se ci poniamo le giuste domande con la giusta attitudine, altrimenti aperta quella rimarremo imprigionati in qualche altra gabbia invisibile. Ed il mondo ne è pieno, attualmente. Il tema principale del disco – che è anche il filo conduttore dei nostri testi – è la ricerca, la realizzazione del sé. Diciamo che è un po’ l’iter da seguire quando si vuole intraprendere un percorso di introspezione. Tutto comincia col porsi domande su sé stessi, sulla propria natura, sullo scopo e sul fine ultimo della vita umana. Il pezzo ‘Il Tempo E’ Adesso’ è un invito a cominciare subito questa ricerca, perché il tempo a disposizione di ognuno di noi non si sa quanto ancora può essere. In occidente c’è un po’ questa illusione di essere infiniti, immortali. E quindi si vive la vita buttando un sacco di tempo importante, senza poi realizzare nulla di concreto. I Veda ci insegnano che la forma umana è molto rara da raggiungere e quindi andrebbe sfruttata appunto per compiere questa ricerca, questa evoluzione. Senza di essa la vita è solamente un intricato ricircolo di piacere e sofferenza senza fine che ci incatenano e accecano sempre di più.

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SD: Una riflessione (prendetela come un gioco, ok?) che faccio spesso (e che finalmente vedo fare anche da altri) con persone che bazzicano l’underground come il sottoscritto. Il fatto che molte delle battaglie o delle dinamiche tipiche del “nostro” mondo (animalismo / vegan / un certo tipo di salutismo legato al non consumo di cose che fanno male /… ma possiamo anche parlare dei semplici tatuaggi)… ce le hanno “rubate” (scusate la grezzezza… so che un argomento del genere avrebbe bisogno di qualche parola in più, ma penso sia chiaro). Questa cosa della meditazione… è un bel esempio. Fior fior di gente insegna ai manager di turno “la meditazione”… “la consapevolezza”… MINDFULNESS! Sono riflessioni di un vecchio? Cioè… se io sono uguale alla Pascale (per dirne una), io sono preoccupato!
CD/CE: Per sapere chi/cosa fosse la Pascale ho dovuto usare Google, perdonami! La tua analisi comunque è corretta. Tante cose tipiche della scena punk hanno travalicato i confini di quel mondo, arrivando nelle vite di tante persone anche lontane da quel contesto. Non penso sia una cosa negativa però, soprattutto per quello che riguarda il veganismo. Un tempo ero anche io più duro e puro sulla questione etica/consumi ma ho realizzato che in realtà è un bene che più persone si interessino all’argomento dei diritti degli animali. Io sono vegano da 14 anni e le cose son cambiate parecchio da allora, almeno sul piano dell’informazione. E anche sulla reperibilità dei prodotti, che aiutano molto chi si avvicina ad un certo tipo di scelta/alimentazione e ne agevola una eventuale scelta vegetale duratura. Come per le cose che hai citato tu anche la meditazione è stata sdoganata, hai ragione. Qualche occidentale ci ha visto lungo e ha deciso di portare – a suon di soldoni – delle tecniche che in Oriente sono in uso da centinaia di anni a persone totalmente ignare della loro esistenza. Siamo tutti troppo distratti da quello che ci circonda e riprendere in mano la nostra attenzione e la nostra consapevolezza credo possa aiutare tutti a stare meglio. Il punto è che non basta meditare o respirare, la meditazione deve avere un fine. E il fine non è solamente la pace dei sensi, perché questo può avere un beneficio sul momento presente, ma è pur sempre una cosa temporanea. Quello che viene insegnato il più delle volte è di concentrarsi sul respiro, sul lasciare andare i pensieri e via dicendo. Va bene farlo anche per questo, per carità, ma penso sia un po’ limitante. La meditazione dovrebbe essere un veicolo di realizzazioni su livelli più profondi della nostra semplice esistenza materiale e dovrebbe condurci ad una vita perennemente serena ed essere alla base di tutte le nostre attività. Nella tradizione che seguo si medita giornalmente sul Maha-mantra, il grande Mantra della liberazione, che secondo le scritture vediche è il solo metodo per liberarci dalle influenze dell’epoca malsana in cui stiamo vivendo. Non mi voglio dilungare troppo sull’argomento, se qualcuno è curioso può scriverci sui social e sarò felice di dare spiegazioni.

SD: Una domanda che sostituisce quella di cui sopra… così la facciamo finita? Cosa vi/ci rende un “corpo estraneo”?
CD/CE: La consapevolezza. Troppe persone vivono nel sistema inconsce di quello che gli capita attorno. Il sistema ha trovato il modo di entrare nella testa di tutti quanti e – come ha dimostrato la situazione pandemica di qualche anno fa – basta un niente per fare crollare miti e certezze di chiunque. Io voglio raggiungere la consapevolezza di quello che sono, di quello che devo fare e del fine ultimo di questa esistenza. Chi è consapevole, chi si fa domande, chi è alla ricerca dello scopo della vita è un corpo estraneo!

SD: Mi è venuta una bonus domanda… perché la cover di ‘Destinazione Paradiso’? A parte la scelta (il “povero” Grignani ha questa cosa del perdente che alla fine quasi “tengo per lui”), mi chiedevo come mai l’avete fatta così “melodic hard core”… un po’ lontani da come vi conosco!!
CD/CE: E’ nato tutto per gioco. Si parlava dell’infelice partecipazione di Gianluca Grignani a Sanremo di qualche anno fa e si rimembrava di come un tempo, quando eravamo piccoli, avesse scritto delle hit che sono entrate nel cuore di tutte le persone, ‘Destinazione Paradiso’ su tutte. Sempre per gioco prendo la chitarra acustica, abbozzo gli accordi, le ritmiche e porto tutto in saletta. Ci è voluta una prova per completare il tutto e da subito ci è sembrata vincente. Gli arrangiamenti sono di stampo “hardcore melodico” perché quel mondo ha sempre offerto le cover migliori e perché io e Cicco abbiamo un solido background di quello stampo, avendo suonato quel genere per un sacco di tempo. Penso che quell’influenza si possa sentire anche in altri nostri pezzi. Io poi sono un grande fan di queste rivisitazioni, quindi aspettatevene delle altre! Hare Krishna!

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(Intervista di Francesco Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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