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Salad Days Magazine | September 9, 2026

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Interviews

XCONTENTIONX / IDENTITÀ / NESSUN COMPROMESSO – INTERVIEW

July 11, 2026 |

Li abbiamo incontrati al Garage Club Baladin, durante una serata condivisa con più band, in un piccolo locale pieno, caldo e completamente immerso nell’energia del live. Un contesto essenziale, dove l’hardcore ritrova la sua forma più diretta: prossimità, intensità e pubblico giovane, coinvolto e presente. In questa cornice abbiamo parlato con Cosmo Vidussi, frontman dei Contention, per un’intervista che attraversa identità, scena e il rapporto tra crescita, coerenza e rifiuto del compromesso.

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SD: Ogni band nasce da persone e strumenti, ma prima ancora da un’esigenza. Qual è stata la necessità che ha dato vita ai Contention?
C: Frequento la scena hardcore da quando avevo sedici anni, ma fino a quel momento non avevo mai avuto una band. Un mio amico della Florida mi ha chiesto di cantare e da lì è iniziato tutto. Io, Bailey e Lucas condividevamo le stesse influenze: ascoltavamo molto hardcore italiano, band come Dying Sky, oltre naturalmente a tutta la scena della Florida. Venivamo tutti dall’hardcore, ma avevamo il desiderio di fare qualcosa di più pesante, più metallico e più tagliente, senza perdere quello spirito che rende l’hardcore quello che è. Da questa esigenza sono nati i Contention.

SD: Rispetto all’hardcore degli anni Ottanta, il vostro suono ha un’intensità diversa. E l’uso di influenze metal è molto evidente. È una scelta consapevole o una conseguenza del fatto che il linguaggio hardcore tradizionale non fosse più sufficiente per esprimervi?
C: Credo che l’hardcore degli anni Ottanta, soprattutto quello di Washington D.C., fosse una risposta precisa a un contesto storico. Oggi viviamo in un mondo ancora più estremo, quindi è naturale che anche la musica lo diventi. Per mantenere viva quell’intensità che rende l’hardcore una forma di espressione autentica, il genere deve continuare a evolversi. Amo profondamente l’hardcore di quegli anni, ma non possiamo limitarci a ripeterlo: la musica deve riflettere il presente. Detto questo, ci consideriamo prima di tutto una band hardcore. Amiamo il metal, dagli Slayer al death metal, ma per noi l’hardcore ha una sostanza diversa, che va oltre la semplice aggressività. Cerchiamo un equilibrio tra questi mondi, ma il nostro cuore resta nell’hardcore. Non abbiamo mai voluto diventare una band metal in senso stretto, perché è nella scena hardcore che siamo cresciuti e in cui ci sentiamo davvero a casa.

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SD: Lo straight edge è rimasto una sottocultura relativamente piccola. Lo consideri un punto di forza, perché ne preserva l’autenticità, oppure ti piacerebbe vedere quel messaggio raggiungere un pubblico più ampio?
C: È una domanda difficile. Viviamo in una società dove bere alcol o fare uso di droghe è considerato quasi la normalità. In paesi come l’Italia, la Germania o in gran parte dell’Europa, se non bevi vieni spesso visto come quello strano. Penso che sia importante che lo straight edge rimanga qualcosa di autentico e radicale. Se diventasse completamente mainstream, rischierebbe di perdere parte della sua identità. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale che il messaggio continui a raggiungere nuove persone. Quando ero più giovane avevo l’impressione che le uniche persone che non bevevano fossero quelle molto religiose. Io non mi riconoscevo in quel mondo, ma non mi riconoscevo nemmeno nella cultura dell’alcol e delle droghe. Scoprire lo straight edge mi ha fatto capire che esisteva un’altra possibilità: appartenere a una comunità senza dover seguire ciò che la cultura dominante considera normale. Per me ha rappresentato una vera alternativa e continua a esserlo ancora oggi.

SD: Che ruolo hanno oggi i Contention nella tua vita? Sono un modo per continuare a cercare qualcosa o rappresentano il luogo in cui riesci a dare un senso a quello che vivi?
C: I Contention sono una parte fondamentale della nostra vita. Ognuno di noi ha un lavoro, una carriera, una vita da adulto. Abbiamo scelto consapevolmente di non inseguire l’idea di diventare una band professionista. Non diventeremo mai i Metallica e, sinceramente, non è nemmeno quello che vogliamo. Per noi suonare in posti come questo è la cosa più importante. Sono i piccoli concerti quelli che ci hanno fatto crescere. Quando una band arrivava nella nostra città era un evento enorme, e oggi vogliamo restituire la stessa sensazione alle persone che vengono ai nostri live. Non ci interessa diventare ricchi o passare tutto il tempo nei grandi festival. Quello che conta è continuare a fare parte di questa comunità. I Contention occupano uno spazio importante nella nostra vita, ma tutti noi abbiamo anche un’esistenza al di fuori della band.

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SD: Quando scrivi un testo o una canzone, rispondi prima di tutto a un’esigenza personale oppure senti anche la responsabilità di trasmettere un messaggio e un’attitudine a chi vi ascolta?
C: Credo che entrambe le cose convivano. Oggi ho trent’;anni e ogni tanto mi fermo a pensare che un giorno non avrò più l’;energia per fare tutto questo. Mi chiedo spesso cosa succederà quando non potrò più salire su un palco con l’intensità con cui lo faccio adesso. Onestamente non so come sarebbe la mia vita senza i Contention. Abbiamo tutti un lavoro, andiamo in ufficio, facciamo una vita normale, e va bene così. Amo la mia vita, ma la band rappresenta qualcosa che non può essere sostituito. Grazie ai Contention abbiamo potuto viaggiare in Asia, in Europa, in Giappone, visitare luoghi che probabilmente non avremmo mai visto altrimenti. Se non esistesse questa band, molte delle esperienze più importanti della mia vita non sarebbero mai accadute. È il nostro sfogo creativo, il posto in cui possiamo esprimerci completamente, e credo che tutti noi lo viviamo allo stesso modo.

SD: L’hardcore è sempre stato costruito dal basso: concerti, relazioni, passaparola. Oggi molta della comunicazione passa attraverso Instagram e i social media. Cosa avete guadagnato da questo cambiamento e cosa, invece, rischiamo di perdere?
C: Quando abbiamo iniziato non volevamo nemmeno avere dei social. Ci sembravano qualcosa di troppo promozionale e continuo ancora oggi a detestare quella parte dell’hardcore che vive di TikTok, marketing e contenuti costruiti per ottenere visibilità. Non abbiamo mai fondato la band con l’idea di promuoverci in quel modo. Con il tempo, però, abbiamo capito che i social sono anche uno strumento utile. Senza Instagram probabilmente non sapremmo come entrare in contatto con molti promoter, non riusciremmo a organizzare concerti come quello di stasera e forse oggi non saremmo nemmeno qui, in Italia. Per questo li considero un male necessario. Personalmente penso che i social abbiano avuto un impatto negativo sulla mia vita, ma allo stesso tempo hanno reso l’hardcore molto più accessibile. Negli anni Novanta le persone trovavano altri modi per costruire una scena; oggi è tutto più immediato e probabilmente è anche una delle ragioni per cui l’hardcore è cresciuto così tanto negli ultimi anni.

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SD: Negli ultimi anni i Contention sono cresciuti molto. Che consiglio daresti a chi vuole costruire oggi una band hardcore con un’identità forte?
C: La cosa più importante è non cercare di essere qualcosa che non sei. Non sacrificare mai la tua identità per diventare più grande o per piacere a più persone. Quando abbiamo iniziato, il nostro tipo di hardcore non era di moda. Tutti guardavano al New York hardcore, che piaceva anche a noi, ma non era quello che volevamo fare. Noi cercavamo un suono più pesante, ispirato a band come Archangel, Kickback ed Earth Crisis. All’inizio non ci conosceva quasi nessuno, ma andava bene così. Abbiamo sempre fatto la musica che sentivamo nostra, senza inseguire le mode. Se rincorri quello che funziona in un dato momento, rischi solo di perdere la tua identità. È molto più importante restare sinceri. Abbiamo anche rifiutato diverse opportunità, come tour o show più grandi. Non abbiamo nulla contro chi li fa, ma noi preferiamo suonare in piccoli club, dove le persone sono davvero presenti, piuttosto che in contesti grandi dove molti non sono realmente coinvolti. Per noi è questo il senso: stare in posti dove la connessione è reale. È il motivo per cui abbiamo iniziato e continuiamo a farlo.

SD:Grazie per il vostro tempo.
C: Grazie a te. È stato un piacere.

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(Txt by Andrea “Lopez” Lovato; Pics Simone Cabrio)

RISE AGAINST INTERVIEW

July 1, 2026 |

Becchiamo Joe Principe, bassista/fondatore dei Rise Against, ma anche nei mitici 88 Fingers Louie, in occasione dell’uscita di ‘Ricochet’. Sempre un piacere scambiare due parole con chi non si scorda da dove viene… anzi!

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SD: Quando hai cominciato a suonare? Quali artisti o quali band ti hanno ispirato nell’adolescenza?
JP: Ho iniziato a suonare la chitarra nel 1990. La mia idea era quella di imparare quei due o tre accordi, e divertirmi a casa. Imparare le canzoni dei Ramones, dei 7 Seconds, dei DRI… non ho mai pensato di suonare in una band. Dopo circa un anno, mentre facevo skate nel cortile di un mio amico, ho conosciuto un suo compare e suo fratello minore. Io e suo fratello (Dom, batteria negli 88 Fingers Louie) avevamo tanto in comune dal punto di vista dei gusti musicali. Dal niente mi chiese se volessi suonare il basso nel suo gruppo. Gli ho detto ok… e da lì è iniziato tutto!

SD: Quanto la politica ha influenza sul tuo percorso musicale?
JP: Be’, penso che il punk old school fu creato come una reazione, un pugno in faccia alla società, al mainstream. A mio modo di vedere il senso era suonare e cantare per ispirare un cambiamento o per accrescere consapevolezza rispetto ad un’istanza, ad un particolare argomento. Penso che sia sempre stato qualcosa di intrinsecamente politico, di “naturalmente” politico. Alla fine ci sono cascato dentro, da giovane, proprio per questa ragione. Non mi trovavo in niente, non andavo d’accordo con il mondo attorno a me. Ho trovato “casa” in quella musica ed in quella scena.

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SD: quali sono stati i tre momenti più difficili, per te e per gli Stati Unitii, dal 2001 a oggi?
JP: Domanda difficile e molto “grossa”. Probabilmente ti direi “Trump eletto presidente” come momento difficile numero 1 e numero 2. Un fatto allo stesso tempo (n.d.r.: non lo traduco visto che suona perfetto) “disappointing, scary, and embarrassing”. Penso che lui e la sua crocchia siano il male: dovrebbero essere tutti in prigione. Posso solo sperare che la sua salute “lavori” per noi. Come terzo momento metterei le “Torri Gemelle” e il 9.11.01. Sono cresciuto pensando che gli Stati Uniti fossero intoccabili e esenti da ogni minaccia. L’11 settembre mi ha aperto gli occhi nel modo più “stridente” possibile (n.d.r.: usa la parola “jarring”, poco traducibile). Il mio cuore va a tutti quelli che hanno perso la vita quel giorno, ma anche a chi l’ha persa in altro modo ed in altri paesi (n.d.r.
spiegazione dello “stridente” di cui sopra).

SD: Siete sempre stati una band politica. Quanto questo vi ha ostacolato. Quanto questo vi si è rivoltato contro?
JP: Non l’ho mai pensata in questo modo. Noi siamo chi siamo, e ne siamo molto orgogliosi. Penso che come Rise Against stiamo usando la nostra “platform” (n.d.r.: intraducibile, bellissima parola) per aumentare la consapevolezza su certe questioni politiche e sociali (n.d.r.: qui si riferisce anche all’ambiente, ma “ambientali” non suona). Noi presentiamo dei fatti. Chi ci ascolta può farsi una propria visione su quello che noi mettiamo sul tavolo.

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SD: puoi descriverci ‘Ricochet’? E quanto ‘Ricochet’ deriva dall’era Trump?
JP: ‘Ricochet’ sottolinea il fatto che ad ogni azione corrisponda una reazione. Le nostre decisioni hanno un effetto sulle persone con cui noi siamo a contatto. Ragione per cui provo a vivere la mia vita cercando di essere una buona persona, cercando di “esserci”, sia per gli amici che per la famiglia.

SD: Se dovessi dividere il tuo percorso musicale in tre parti, come lo faresti?
JP: Penso che si possa parlare di “crescita”: e con “crescita” mi riferisco alle diverse fasi di una vita “normale”. Prima di tutto c’è l’infanzia, quando si prova a stabilire il proprio suono ed il proprio “ethos”. Poi viene l’adolescenza, quando il suono si sviluppa e cresce. Poi si diventa adulti, periodo in cui si prova ad affinare la propria arte.

SD: Cosa pensi del pubblico europeo, ed in particolare di quello italiano. Hai qualche audience a cui ti senti particolarmente legato?
JP: In generale, suonare in Europa è “amazing” (n.d.r.: altra parola che vale la pena lasciare). I fans in Europa apprezzano gli sforzi che noi band americane facciamo per “bookare” un tour oltreoceano e per viaggiare lontano. Quindi penso si senta quest’energia, questa “presa bene”. Sono italiano, quindi amo suonare in Italia. La vostra cultura è “engrained” (n.d.r.: l’inglese certe volte è BELLISSIMO) nel mio DNA. Sono cresciuto in un quartiere di Chicago “molto” italiano… circondato da immigrati italiani. La mia famiglia? Viene tutta dall’Italia!

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SD: Con quali gruppi (giovani) suoneresti oggi?
JP: Mi piacciono i Fluids dall’Indiana, i Bad Nerves da Londra e gli Homefront da Edmonton.

SD: Top 3 delle tue canzoni preferite?
JP: Le mie tre canzoni preferite di sempre? Direi ‘Modern Man’ dei Bad Religion, ‘Supertouch’ dei Bad Brains e ‘Judy Is A Punk’ dei Ramones.

SD: Ed i tuoi top 3 album?
JP: 1) Ramones – ‘Leave Home’. 2) Bad Brains – ‘S/T’. 3) Cock Sparrer – ‘Shock Troops’

SD: e direi di concludere con: PUNTO!.

(Intervista di Francesco Mazza; Pics Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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ISABELLE LÖTSCHER // FINDING FLOW – INTERVIEW

June 9, 2026 |

Tra halfpipe, oceano e autenticità.

Tra i talenti emergenti dello snowboard internazionale c’è Isabelle Lötscher, rider svizzera specialista dell’halfpipe e partecipante ai Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026. L’abbiamo incontrata a Somo, sulla costa atlantica della Spagna, mentre soggiornava alla surf house Surf To Live. Circondata da onde, tavole da surf e da uno stile di vita che condivide molti degli stessi valori dello snowboard—libertà, comunità e autenticità—Isabelle si è raccontata con sincerità, parlando di competizione, crescita personale, stile e del desiderio di ispirare la nuova generazione di rider.

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SD: Quanto della persona Isa si riflette nella snowboarder Isa?
Isa: Credo sia un po’ entrambe le cose. Quando faccio snowboard solo per me stessa, quello è davvero il mio modo di essere. Ma quando gareggi, devi anche pensare in modo tattico e trovare il modo di ottenere più punti possibile, perché il tuo obiettivo è fare bene in competizione. Quindi, quando vado per me stessa, sono al 100% io. Quando gareggio, c’è sicuramente una parte più strategica. Dipende molto dal contesto in cui mi vedi sulla tavola.

SD: Quanto l’adrenalina influenza il tuo modo di andare? Ti senti più attratta da aggressività e performance oppure da eleganza, flow e stile?
Isa: È abbastanza simile alla risposta precedente. Quando vado per me stessa, il mio focus principale è sicuramente lo stile. Voglio sempre che la mia run sia bella da vedere, non solo difficile. Alla fine, se qualcuno viene da me e mi dice: “Wow, il tuo riding è incredibile”, questo mi rende più felice che aggiungere semplicemente un altro trick alla run. In gara però a volte devi inserire trick che non sono ancora così stilosi o puliti, perché ti servono per avanzare. Quindi dipende se sto gareggiando o no, ma lo stile ha sempre un’enorme influenza nel mio riding.

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SD: Siamo qui a Somo, circondati dall’oceano e dalla cultura del surf, molto diversa dal mondo più istintivo e ribelle dello snowboard. Dove trovi il tuo equilibrio?
Isa: Quando sei nel mondo dello snowboard con gli amici, in realtà è tutto molto rilassato. L’unica vera fonte di stress è la competizione, per la pressione che arriva dall’esterno ma anche quella che ti crei da sola. Fuori dalle gare, però, le comunità di surf e snowboard sono molto simili. Le persone sono aperte, puoi arrivare da sola e fare amicizia molto velocemente. Anche qui alla surf house sono venuta più volte da sola. Nel giro di un giorno hai già un gruppo di nuovi amici con cui surfare, mangiare o semplicemente passare il tempo. È probabilmente ciò che amo di più: ovunque vai trovi una sorta di famiglia.

SD: Come si sente Isa in questa fase della sua vita? Ti senti allineata con te stessa o c’è ancora qualcosa che stai cercando di capire?
Isa: Credo che ci sia sempre qualcosa da scoprire su se stessi, perché non si rimane mai la stessa persona. Non credo arriverò mai al punto di dire: “Ok, ora ho capito tutto di me”. Però sono molto felice di dove sono e della mentalità che ho oggi. Nello snowboard, uno dei miei obiettivi è iniziare a fare più riprese video, perché è qualcosa che mi piace molto. E penso anche che sia importante essere un modello per le ragazze più giovani. Se posso organizzare giornate sulla neve con loro o motivarle a iniziare a fare snowboard, è qualcosa che vorrei portare avanti sempre di più. Quando ero più piccola mi piacevano molto i camp solo per ragazze. Mi piaceva anche andare con i ragazzi, ma a volte c’era la pressione di dover dimostrare di essere al loro livello. Nei gruppi solo femminili, invece, tutto era più rilassato e supportivo. Penso che questi spazi siano molto importanti.

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SD: Pensi che musica e riding siano collegati? Che tipo di musica senti più tua?
Isa: Vado sempre in snowboard con la musica. È una parte enorme della mia vita quotidiana. Dipende dal mio stato d’animo e da cosa sto facendo. Se sono nervosa prima di una gara ascolto musica più calma. Se invece sono carica e voglio energia, scelgo qualcosa di più intenso. Il mio gusto cambia molto: mi piace l’afro-dance, la house, a volte sonorità più old school e altre volte R&B. Dipende davvero dal mood del momento.

SD: Al di fuori della competizione, cosa ti fa sentire davvero libera e connessa a te stessa?
Isa: Il surf è una parte importante di questo. Amo stare nell’oceano e adoro l’acqua in generale. Mi piace anche fare snorkeling. Prima dello snowboard il mio primo sport è stato l’equitazione, e ogni volta che posso tornare a cavalcare mi piace ancora tantissimo. Fuori dallo sport mi piace disegnare e leggere: sono attività che mi aiutano a rallentare e riconnettermi con me stessa.

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SD: Se ami così tanto il mare, hai mai pensato di vivere vicino all’oceano?
Isa: Amo molto la Svizzera, ed è per questo che voglio restare lì. Forse quando smetterò di gareggiare passerò un anno vicino all’oceano, ma a lungo termine la Svizzera è il posto che sento più mio. Puoi vivere vicino a un lago e in un’ora essere in montagna, ed è qualcosa di unico. L’unica cosa che mi manca è poter andare a surfare quando voglio.

SD: L’Isa di oggi riflette la visione che avevi da bambina? Hai mai immaginato di arrivare a questo livello?
Isa: Quando ero in sesta elementare ho dovuto scegliere se continuare un percorso scolastico tradizionale o entrare in una scuola sportiva. È stato il momento in cui ho deciso davvero di provare a diventare una snowboarder professionista. Sono passata a una scuola sportiva e poi a un liceo sportivo. Ero ancora molto giovane, ma sapevo già che quella era la direzione che volevo seguire. La cosa più importante è stata il supporto dei miei genitori: mi hanno sempre incoraggiata, ma senza mai mettermi pressione. Se volevo inseguire lo snowboard, erano con me. Se avessi deciso di smettere, sarebbe andato bene lo stesso. Ogni anno potevo scegliere se continuare o no, e ogni anno la risposta è sempre stata sì. Semplicemente amo questo sport. A dodici anni non pensi davvero di arrivare alle Olimpiadi: è più un sogno. Ed è incredibile che sia diventato realtà. Credo che se desideri davvero qualcosa e sei disposto a lavorare per ottenerla, una possibilità esiste sempre. E se a un certo punto capisci che vuoi altro, anche quello va bene.

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(Words & portraits by Andrea “Lopez” Lovato x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

ENGLISH VERSION

Between halfpipe, ocean and authenticity.
Among the emerging talents of international snowboarding is Isabelle Lötscher, Swiss halfpipe rider and participant at the Milano Cortina 2026 Olympic Games. We met her in Somo, on Spain’s Atlantic coast, while staying at the Surf To Live surf house. Surrounded by waves, surfboards and a lifestyle that shares many of the same values as snowboarding—freedom, community and authenticity—Isabelle opened up about competition, personal growth, style and her desire to inspire the next generation of female riders.

SD: How much of Isa the person is reflected in Isa the snowboarder?
Isa: I think it’s a bit of both. When I’m snowboarding just for myself, that’s really me. But when you’re competing, you also have to think tactically and find ways to score as many points as possible, because your goal is to perform well in the competition. So, when I’m riding for myself, it’s 100% me. When I’m competing, there’s definitely a more strategic side involved. It really depends on the context in which you see me snowboarding.

SD: How much does adrenaline shape the way you ride? Are you more drawn to aggression and performance, or to elegance, flow and style?
Isa: It’s quite similar to the previous answer. When I ride for myself, my main focus is definitely style. I always want my run to look good, not just be difficult. At the end of the day, if someone comes up to me and says, “Wow, your riding looks amazing,” that makes me happier than simply adding another trick to my run. In competitions, though, you sometimes have to include tricks that aren’t yet as stylish or polished because you need the points to advance. So it depends on whether I’m competing or not, but style always has a huge influence on my riding.

SD: We are here in Somo, surrounded by the ocean and surf culture, which feels very different from the instinctive and rebellious world of snowboarding. Where do you find your balance?
Isa: I think that when you’re surrounded by friends in the snowboarding scene, it’s actually very relaxed. The main source of stress is usually competition itself, because of the pressure that comes from outside and the pressure you put on yourself. Outside of competition, though, the snowboard and surf communities are actually quite similar. People are open, you can arrive by yourself and make friends very quickly. Even here at the surf house, I’ve come alone several times. Within the first day, you already have a group of new friends to surf with, eat with, or just spend time together. That’s probably what I like most. Wherever you go, you find a kind of family.

SD: How does Isa feel at this stage of her life? As an athlete and as a person, do you feel aligned with your deeper self, or are there still things you are trying to understand?
Isa: I think there’s always something new to discover about yourself because you never remain the same person. I don’t think I’ll ever reach a point where I say, “Okay, now I’ve figured everything out.” But I am very happy with where I am and with the mindset I have today. In snowboarding, one of my goals is to spend more time filming because it’s something I really enjoy. I also think it’s important to be a role model for younger girls. If I can organize riding days for young girls or encourage them to get involved in snowboarding, that’s something I’d really like to pursue more in the future. When I was younger, I loved girls-only camps. I enjoyed riding with boys too, but sometimes there’s pressure to keep up with them or prove yourself. In girls-only environments, things can feel more relaxed and supportive. I think those spaces
are very important.

SD: Do you feel that music and riding are connected? What kind of music feels most like yours?
Isa: I ride with music all the time. Music is a huge part of my daily life. What I listen to depends on my mood and on what I’m doing. If I’m nervous before a competition, I’ll listen to calmer music. If I’m excited and want to build energy, I’ll choose something more intense. My taste changes a lot. I enjoy afro-dance music, house music, sometimes more old-school sounds, and sometimes R&B. It really depends on the mood of the day.

SD: Outside competition and performance, what still makes you feel genuinely free and connected to yourself?
Isa: Surfing is a big part of that. I love being in the ocean and I love water in general. I also enjoy snorkeling. Before snowboarding, my first sport was horseback riding, and whenever I have the chance to ride horses again, I still really enjoy it. Outside of sports, I like drawing and reading. Those are activities that help me slow down and reconnect with myself.

SD: If you love the ocean so much, have you ever thought about living by the sea?
Isa: I really love Switzerland, which is why I want to stay there. Maybe after I stop competing I’ll spend a year living by the ocean, but for the long term I think Switzerland suits me best. You can live near a lake and still be in the mountains within an hour, which is amazing. The only thing I miss is being able to surf whenever I want.

SD: Does the Isa of today reflect the vision you had of yourself as a child? Did you ever imagine reaching this level?
Isa: When I was in sixth grade, I had to decide whether to continue on a traditional academic path or attend a sports school. That was the moment when I decided I really wanted to try becoming a professional snowboarder. I switched to a sports school and later to a sports-focused high school. I was still very young, but I already knew that was the direction I wanted to pursue. What was really important was the support of my parents. They always encouraged me, but they never pressured me to become a professional athlete. If I wanted to pursue snowboarding, they supported me. If I had decided to quit, they would have supported that as well. Every year I could choose whether I still wanted to snowboard, and every year the answer was yes. I simply love it. When you’re twelve years old, you don’t really expect to make it to the Olympics. It feels more like a dream. So it’s incredible that it actually happened. I think that if you truly want something and are willing to work for it, there’s always a chance it can happen. And if, at some point, you discover that you want something different, that’s okay too.

VOID INTERVIEW

May 7, 2026 |

C’è molta Washington D.C. in Salad Days Mag in questi ultimi mesi.

Prima il coinvolgimento nel tour italiano di Jim Saah, con bonus l’onore (per me) di mettere i dischi all’opening della mostra del nostro; trovate tutto qui. Poi l’uscita di ‘Live 1982’, due set dei Void catturati su vinile da Outer Battery Records. Non un live album, ma un vero e proprio documento (con le foto di Jim Saah, guarda caso) dell’esplosione del DC hardcore. La ciliegia sulla torta? Non ci facciamo scappare l’idea di scambiare due parole (ma proprio due) con Chris Stover, il bassista di quel gruppo…

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SD: Perché proprio ora? C’è un motivo o un evento particolare che ha dato vita a questo album dal vivo?
CS: l’idea è nata da Tom Lyle (n.d.r. vi dice qualcosa il nome “Government Issue”? Tom Lyle quei due concerti li ha registrati). Tom l’ha proposta alla Outer Battery Records, e ovviamente a noi. Di comune accordo abbiamo deciso di realizzarla. Ci è voluto un po’ di tempo per mettere insieme la scaletta dei due lati e la grafica (n.d.r. artwork a cura di Mr. Dischord, Jason Farrell) ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

SD: abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Jim Saah per la presentazione del suo libro qualche mese fa. Guardando quelle foto (vedi anche la copertina di ‘Live 1982’), cosa ti fanno pensare? È un senso di nostalgia… o più la sensazione di “Sì… anche noi facevamo parte di quel periodo… era il momento giusto e c’erano le persone giuste”?
CS: Direi entrambe le cose. Nostalgia da una parte, ma anche la sensazione di aver fatto qualcosa di speciale. Nostalgia. ovvio, tanti ricordi e tanti amici. L’operazione è dedicata a chi del “gruppo esteso” se ne è andato a miglior vita, e quindi Sean Finnegan (Void), Dave Sweetapple (Outer Battery Records), and Rich Jacobs (Void Zine). Era comunque un periodo speciale perché stavamo facendo qualcosa in cui la maggior parte dei miei coetanei non era coinvolta. Era diverso. Solo anni dopo ci si rende conto della sua portata.

SD: Alla stessa presentazione ho proposto una selezione di vinili legati a “Jim Saah”, quindi prevalentemente D.C. hardcore tipo old school Dischord. Sono dischi con un suono pazzesco. Entusiasti di constatare che lo split Void/Faith ha ancora un forte impatto. In altre parole… UNA BOMBA! Mi chiedevo se all’epoca pensavate al fatto che stavate facendo la “storia”… o magari non la storia ma qualcosa di importante. E, secondo te … era l’urgenza? Era il suono? Cos’era quel qualcosa di speciale che rendeva i Void unici?
CS: Onestamente non pensavamo assolutamente che in quel momento stavamo facendo la storia. Si trattava più che altro di fare musica con gli amici, e di divertirci. Forse era questo, molto semplicemente, il motivo per cui il suono alla fine era un pugno in faccia. Zero filtri. Zero fronzoli. Zero pensieri.

SD: non so come sia la situazione negli Stati Uniti, ma qui in Europa viviamo in tempi ben peggiori rispetto a quando le band punk hardcore parlavano di politica, guerra, ecc. Negli anni’80 avreste mai immaginato un futuro peggiore di questo?
CS: Non avrei mai immaginato che il mondo fosse così, adesso. Purtroppo. (n.d.r. lapidario… ma perfetto).

SD: Ci sono altri progetti legati ai Void? Magari altri concerti, demo inedite o materiale delle prove da pubblicare?
CS: Niente di particolare. Abbiamo appena fatto una sessione di firma/copie a Seattle. C’è stata una buona affluenza. Al momento non abbiamo altri progetti.
(Intervista di fmazza1972)

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‘Live 1982′ Tracklisting:

1. Shades Of Grey
2. Ask Them Why
3. Ignorant People
4. Spiral Staircase
5. Who Are You?
6. Think
7. Time To Die
8. Bloodlust
9. Explode
10. Let’s Party
11. My Rules
12. Slow Burn
13. Self Defense
14. Organized Sports

Artist: Void
Release: ‘Live 1982′
Record Label: Outer Battery Records
Formats: Vinyl
Distribution: Redeye

Madbeat: il cuore gonfio dopo ‘The Midnight Souls’, tra punk, ambizione e nuove frontiere sonore

March 10, 2026 |

Con il sipario calato su Milano e Torino, ‘The Midnight Souls’ si può finalmente guardare nella sua interezza: un progetto ambizioso, che ha trasformato i brani dei Madbeat con fiati, organo e cori, restituendo un’esperienza live unica e irripetibile.

Abbiamo incontrato la band per capire cosa rimane dopo mesi di prove, lavoro e concerti, come questa impresa abbia ridefinito il loro rapporto con la musica, con il pubblico e con la scena underground, e quali insegnamenti porteranno avanti nel futuro della loro carriera.

SD: Ora che anche Torino è andata e ‘The Midnight Souls’ è archiviato, qual è la cosa che vi ha sorpreso di più? Una reazione del pubblico, una dinamica sul palco, o magari qualcosa che non avevate previsto e che ha cambiato la vostra percezione del progetto?
M: Personalmente ho percepito un’adrenalina, prima di salire sul palco a Torino, che non avevo mai provato e che vorrò a tutti i costi riprovare, avevamo la consapevolezza che stavamo per chiudere con quella data un percorso impegnativo durato mesi e quelle sensazioni li sono state potenti. La reazione del pubblico è stata fantastica in entrambi i live.

SD: Avete preso il vostro repertorio punk-rock e lo avete messo in discussione davanti a tutti, con fiati, cori e una struttura più ampia. In un’epoca in cui molte band underground restano nella comfort zone per non “spiazzare” il pubblico, quanto è stato rischioso per voi fare questa scelta?
M: Non lo abbiamo vissuto come un rischio in realtà, ma come un’opportunità di crescita, l’idea di abbracciare sonorità differenti ci ha gasato sin dall’inizio; mi rendo conto che più passano gli anni e più proviamo gusto nel ricercare qualcosa di nuovo. Se la domanda è in relazione al rischio che potrebbe esserci nel “perdere” un po’ il pubblico medio della scena punk rock, mi viene da alzare un po’ le spalle.. la musica è divertimento, noi ci divertiamo, ognuno è libero di ascoltare quello che vuole.

SD: Dal punto di vista umano, cosa vi ha lasciato lavorare con una big band? Vi ha insegnato qualcosa sulle dinamiche interne della vostra band, sull’ascolto o sulla gestione collettiva che porterete anche nel futuro dei Madbeat?
M: Dal punto di vista umano ci ha lasciato una sensazione bellissima, abbiamo collaborato con ragazze e ragazzi fantastici in questi mesi, musicisti Veri con esperienze in band importanti, una figata pazzesca… a livello tecnico credo sia un passo importante, un’esperienza che sicuramente ci porteremo dietro in futuro, imparare a suonare con altre 7 persone ci ha portato ad alzare il livello di attenzione nella performance, avendo fatto poche prove volevamo essere una “base” perfetta per loro in modo da metterli più a loro agio possibile, abbiamo cercato di fare caso ai minimi particolari, abbiamo ampliato la nostra strumentazione, speriamo che ne sia valsa la pena..

SD: Spesso nell’underground si parla di limiti strutturali – budget, spazi, sostenibilità. ‘The Midnight Souls’ è stato anche un banco di prova organizzativo. Quanto è stato complicato renderlo possibile e cosa vi ha insegnato sul “fare le cose in grande” restando indipendenti?
M: Non nego che di difficoltà ce ne sono state parecchie, credo che la più grande sia stata trovare i locali giusti al prezzo giusto che fossero disponibili a farci suonare nel periodo a noi più congeniale (su Milano ad esempio, Andre dei Punkreas è stato fondamentale), ma tolto questo l’organizzazione ha compreso anche muoversi per trovare un service che ci affittasse la strumentazione (e qui dobbiamo ringraziare Microfase che è stata super disponibile), trovare le band di apertura idonee all’idea di serata che avevamo in testa, tutto questo mentre in parallelo avanzavamo con la composizione a livello puramente artistico, che ha portato via molte energie (un grazie a Stefania Tasca che ci ha aiutato molto in fase di arrangiamento).. insomma, un lavoro molto impegnativo che non sarebbe stato possibile se non ci fossero state persone disponibili, che sin dall’inizio ci hanno appoggiato, sostenuto e accompagnato nel percorso.

SD: Dopo Milano e Torino, avete la sensazione che questo progetto abbia cambiato la percezione che la scena ha di voi? Vi sentite ancora la stessa band di prima o qualcosa, internamente, si è spostato in modo irreversibile?
M: Ci siamo buttanti in questa avventura per gioco e per divertirci ma con la consapevolezza che ne saremmo usciti migliorati; nel frattempo c’era l’idea di mandare un segnale forte a chi lavora con produzioni più grandi, volevamo dimostrare di essere in grado di poter portare in giro uno spettacolo così, noi ce l’abbiamo messa tutta, vedremo quali frutti porterà; a noi sicuramente ha portato molta energia positiva.

SD: Guardando indietro a questi mesi di lavoro e a due sale piene che hanno risposto con entusiasmo, vi viene più voglia di replicare un’esperienza simile in futuro o proprio il fatto che sia stata unica la rende più potente?
M: Siamo partiti con l’idea di farne 4, poi per questioni puramente economiche abbiamo deciso di chiuderne 2, sicuramente ci guarderemo attorno per poter replicare l’esperienza, non è semplice però, questo progetto ha bisogno di palchi di un certo tipo per poter rendere al meglio.

Zu interview @ Zō Centro Culture Contemporanee, Catania

February 9, 2026 |

Una delle prime tappe del tour del nuovo album degli Zu ‘Ferrum Sidereum‘ passa per la città di Catania (nella rinomata location Zō Centro Culture Contemporanee)

ed è occasione prima di tutto per poterli seguire/fotografarli live e poi per poter parlare con la band di questo nuovo maestoso doppio album (per l’appunto ‘Ferrum Sidereum‘ 4° lavoro uscito per l’etichetta discografica britannica House Of Mithology) e fare anche il punto della situazione per i quasi 30 anni di attività.

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SDM: Il titolo dell’album rimanda al ferro celeste, a qualcosa di siderale che precipita sulla terra. Se definiamo ‘Ferrum Sidereum‘ un disco mistico/spirituale, a cosa mira la sua potenza? State cercando di tradurre in musica una forma di conoscenza antica o è una risposta alla ricerca di senso nel caos presente?
Zu: Per noi essere musicisti non significa nutrire l’ego tipico di chi sale su un palco. Al contrario, cerchiamo di spogliarcene per diventare dei medium. L’obiettivo è lasciare il campo libero affinché possano fluire delle energie: non siamo i creatori assoluti, ma dei terminali attraverso cui passa qualcosa di più grande. È una condizione che, in realtà, appartiene a ogni essere umano. Durante il tour dello scorso anno, abbiamo scelto l’immagine dell’Arcangelo Michele per la nostra locandina. Abbiamo notato che questa scelta scatenava curiosità e domande quasi spiazzanti. La nostra riflessione è stata molto semplice: nel mondo della musica estrema esistono migliaia di band che utilizzano un immaginario satanico senza che nessuno si stupisca. Perché, allora, l’uso di un’iconografia celeste appare così strano o provocatorio? Spesso, nel rifiutare le istituzioni religiose o la Chiesa durante la crescita, abbiamo commesso l’errore di rinnegare, insieme all’istituzione, anche la dimensione spirituale e il sacro. Personalmente, il mio percorso di guarigione spirituale mi ha portato dal Buddismo dallo Shintoismo, ecc., ma credo che certi contenuti universali restino potentissimi. Quando un concetto è condiviso da molti, sprigiona una forza straordinaria. Per noi, recuperare questo tipo di contenuti significa attingere a un’energia collettiva che va oltre il semplice concerto.

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SDM: Con ‘Ferrum Sidereum‘, l’elettronica e i sintetizzatori sembrano aver preso il posto che un tempo era dei volumi estremi e dei riff serrati. Da dove nasce questa necessità di esplorare mondi sintetici e quali sono state le fonti d’ispirazione -musicali o meno- che vi hanno guidato in questa nuova direzione?
Zu: Il ritorno in studio è stato un processo estremamente organico, nato soprattutto dalla volontà di non porsi alcun limite predefinito. Dopo anni di silenzi e momenti in cui le nostre strade si sono divise, ritrovarsi ha significato portare avanti una storia condivisa molto forte. Abbiamo deciso di resettare tutto e lasciare che la musica emergesse da sola, senza forzature. In questo nuovo disco, l’elettronica e i sintetizzatori hanno trovato uno spazio naturale, quasi necessario. Non è stata una scelta pianificata a tavolino, ma un puro istinto sonoro: sentivamo esattamente dove un passaggio richiedeva il graffio del sax e dove, invece, era necessaria la profondità di un synth. Abbiamo lavorato molto con il Mellotron e le sonorità degli organi anni’70. Nonostante le infinite possibilità dei software moderni, ci siamo resi conto che quel tipo di sintesi -calda, profonda- era la fonte più coerente con il percorso che stavamo tracciando.

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SDM: Quasi trent’anni di attività, oltre quindici album e migliaia di concerti e chilometri percossi in tutto il mondo. Se chiudete gli occhi e pensate al palco del 1997 e a quello del tour del 2026, cos’è cambiato nel vostro modo di “abitare” lo spazio scenico? E’ passata l’urgenza della performance fisica per lasciare spazio a qualcos’altro?
Zu: Il concetto di “performance” non ci è mai appartenuto veramente. Per noi lo spazio non è mai stato scenico, ma squisitamente sonoro e visivo; abbiamo curato l’estetica grafica e video con un rigore fin dagli esordi. Certamente il nostro modo di stare sul palco si è evoluto, ma l’urgenza di fondo rimane la stessa. All’inizio la nostra era una spinta distruttiva, un atto di rottura: noi avevamo il nostro dire mentre tutt’intorno succedeva tutt’altro eravamo noi contro il mondo, noi contro un pubblico che viveva una realtà aliena alla nostra. Sentivamo il bisogno fisico di abbattere le strutture. Poi, col tempo, abbiamo imparato a leggere le energie. Oggi la nostra musica si muove su due binari paralleli: da un lato persiste la furia -perché c’è ancora molto per cui essere furiosi- e dall’altro è emersa la compassione, intesa nel suo senso più profondo e viscerale. È proprio dall’incontro tra questi due estremi che abbiamo scoperto l’armonia. Esiste però un grande malinteso di fondo. Il pubblico medio è talmente assuefatto alla dittatura del 4/4 che, non appena sposti un accento o esci dai binari ritmici convenzionali, bolla tutto come “improvvisazione” o “caos”. Spesso leggiamo recensioni che parlano di dissonanza e anarchia, quando in realtà noi ci sentiamo immersi in un’armonia quasi classica. Se vivi in un mondo che mastica solo intervalli rock di prima-terza-quinta, ciò che facciamo noi sembra alieno. Ma la verità è che non ci sentiamo nemmeno avanguardia: siamo dentro la classicità più pura, solo con un altro respiro.

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SDM: Come riesce ‘Ferrum Sidereum‘ a mantenere l’identità Zu pur essendo così innovativo? E’ corretto dire che la crescita e le cicatrici della band abbiano creato un’opera che guarda simultaneamente al futuro e al passato?
Zu: Non guarda sicuramente al passato. L’identità Zu resta fedele al processo di mutazione.

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SDM: Immaginiamo gli Zu tra vent’anni. Dopo aver esplorato jazz, metal, elettronica cosa resterà del vostro sound nel 2046? La fame di scoperta sarà ancora il vostro motore o la vostra musica sarà diventata qualcosa di completamente diverso…
Zu: Viviamo il presente. Siamo qui, ora, e l’unica realtà che conta è questo concerto. Non spetta a noi decidere cosa resterà domani; l’idea di un “lascito” è una presunzione che non ci appartiene. Se proprio dobbiamo immaginare un’eredità, speriamo (e lo diciamo con un minimo di autoconsapevolezza) che qualcuno, ascoltandoci, non senta il bisogno di rifare la nostra musica, ma trovi il coraggio di cercare la propria voce. Quella voce fuori moda, senza etichette e senza garanzie, che però esige di essere liberata. Farlo e basta, nonostante tutto.

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La nostra chiacchierata finisce qui, il live degli Zu è iniziato pochi minuti dopo quest’intervista. Sicuramente è stato ascoltato e seguito con un occhio attento a certi dettagli e a certi passaggi e il flusso energetico, sprigionato durante l’ora e mezza di durata del concerto, è stato sempre accesso, concentrato e pronto a riceverlo. È emerso tutto: una parabola sonora che muove dalla furia alla compassione, incanalata in una classicità pura, quasi estatica, che lascia sbigottiti.

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La serata si è aperta come un incendio primordiale: l’open act dei Rough Enough è stato un concentrato di urgenza, emozione e azione sconnessa. Trenta minuti di “musica di resistenza” che hanno lasciato il segno, regalando al pubblico riff emotivi e un drumming forte e preciso. Un regalo esplosivo che ha saturato l’aria di un’adrenalina quasi palpabile, preparando il terreno a ciò che sarebbe seguito.

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(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Crossed / Ekbom / Sehnsucht @ Palestra Lupo, Catania – recap

December 4, 2025 |

La Palestra Lupo, spazio occupato che negli anni è diventato punto di riferimento per la musica underground in Sicilia, il 15 novembre ha ospitato una serata che ha unito tre scene diverse in un unico flusso: Catania, Trento e Madrid, tutte con qualcosa da dire e zero intenzione di farlo a metà.

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Sehnsucht – ‘Il Tempio Di Un Ego Assassino’ prende forma.
A rompere il silenzio sono i Sehnsucht, padroni di casa e freschi di pubblicazione del loro album ‘Il Tempio Di Un Ego Assassino’. Live, i brani prendono una consistenza diversa: più soffocante nei passaggi lenti, più esplosiva quando la tensione cresce. Tra i brani, uno si impone più degli altri: ‘Martire Del Vuoto’. Dal vivo è un rituale. Lento quanto basta per strangolarti, feroce abbastanza da cancellare ogni equilibrio. Il nuovo materiale deel disco, live diventa più ruvido, più ostile, più reale. Il pubblico lo capisce e risponde senza esitazioni: nessuno osserva, tutti subiscono.

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Ekbom – La matematica dell’abisso.
Proseguono gli Ekbom che entrano cambiando il clima: dall’oscurità al taglio netto del grind. Il loro mathgrind è una geometria impazzita, un disegno che crolla e si ricompone alla velocità di un impulso nervoso. In ‘Baratro D’Ovatta’ c’è tutto: la discesa, l’urto, la morbidezza che inganna, un eco che rimbalza sulle pareti come un pensiero ricorrente che non sai se temere o seguire. La sala diventa un organismo che pulsa a scatti, come se ognuno stesse cercando di tenersi in piedi durante un terremoto interiore. Gli Ekbom suonano come una macchina impazzita che però sa esattamente dove andare, e la sala li segue senza esitazioni.

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Crossed – ‘Realismo Ausente’ come finale d’impatto.
A chiudere la serata, i Crossed da Madrid, arrivati a Catania per presentare dal vivo ‘Realismo Ausente’. Se il disco è una dichiarazione di identità – cruda, moderna, tagliente – il live ne è la traduzione muscolare. La band spinge forte fin dal primo pezzo, alternando sezioni post hardcore pesante a fasi più atmosferiche ed emotive. Il brano ‘Sentirse Solo’ è il momento più fisico e partecipato: riff taglienti, batteria serrata, linea vocale incisiva. È una chiusura che non lascia spazio alla distrazione: un set compatto, sudato, che rende piena giustizia all’album. La Palestra Lupo si conferma uno spazio che non è soltanto un luogo fisico, ma un ecosistema dove le scene si incontrano e si riconoscono. Tre band diverse, tre modi di intendere il DIY, un’unica serata vissuta, necessaria. Quello del 15 novembre non è stato solo un concerto: è stato un piccolo frammento di ciò che tiene vive le sottoculture quando tutto il resto fuori sembra spegnersi. Non c’è morale, non c’è romanticheria. Solo una serata che ha dimostrato, ancora una volta, che certe cose non si organizzano: accadono. E quando accadono così, fanno male nel modo giusto. A seguire, l’intervista a Miguel, voce e chitarra dei Crossed, per raccontare il disco ‘Realismo Ausente’ e l’esperienza della band.

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SD: Ciao ragazzi e benvenuti per la prima volta a Catania. I Crossed sono spesso associati alla dimensione underground, simile a quella in cui vi esibirete stasera. Come definireste questo ambiente e cosa significa per voi far parte della scena underground locale e internazionale?
C: Per noi l’underground è tutto: ci siamo cresciuti, sia come band che come individui. Ne abbiamo assorbito la filosofia e siamo stati influenzati dai concerti a cui abbiamo partecipato, organizzati da persone come voi e come noi. È un vero piacere poter portare la nostra musica fuori dal nostro Paese e condividerla con realtà affini che si impegnano tanto quanto noi, se non di più, affinché ci siano proposte culturali che funzionino e che, soprattutto, la gente sostenga e si senta parte di qualcosa di così bello.

SD: Negli ultimi anni avete costruito un legame molto forte con il pubblico italiano. C’è un ricordo, un concerto o un episodio dei vostri tour qui che vi portate ancora addosso?
C: La verità è che abbiamo un legame speciale con l’Italia. Uno dei concerti che ricordiamo con più affetto è quello a Milano del 2023, durante il tour europeo con i nostri amici Viboras. Anche l’ultimo live a Catania è stato fantastico: ci avete accolti da dio e il pubblico è stato incredibile. Ci ha particolarmente colpito e motivato vedere così tanti giovani sotto al palco — è una cosa che dà sempre molta speranza.

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SD: Il 2025 è stato l’anno di ‘Realismo Ausente’, un disco profondamente emotivo e più cupo rispetto al precedente ‘Morir’, valorizzato sicuramente dalla produzione americana di Jack Shirley (Deafheaven, Oathbreaker, Whirr). Come si è evoluto il vostro sound negli anni? E quali elementi hanno avuto un ruolo decisivo nello sviluppo dell’atmosfera del full lenght?
C: Per quest’ultimo disco avevamo le idee più chiare su come avremmo voluto che suonasse. Abbiamo sperimentato poco in studio, tranne che con la nostra strumentazione, e credo che questo si percepisca. È un qualcosa di più diretto e conciso, che non lascia tanto spazio all’improvvisazione. Credo anche che, in qualche modo, il suono sia diventato più duro, abbiamo meno paura di provare cose diverse e di giocare con generi differenti. Penso che la chiave di tutto sia il fatto che ci sentiamo più liberi e più sicuri di ciò che vogliamo fare. All’inizio forse era più un “proviamo questo per vedere se funziona o se ci sta bene”, ora invece quella fase è superata e sappiamo com’è il “suono Crossed”, anche se ovviamente non smetteremo mai di sperimentare.

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SD: Avete mai pensato alla possibilità di introdurre e utilizzare nuovi strumenti musicali nei vostri brani? Se sì, quali vorreste provare?
C: Adoriamo i gruppi di genere post-punk, industrial, elettronica… e l’uso di sintetizzatori e tastiere ci ha sempre affascinato. Fin dall’EP ‘Vida Quieta’ stiamo sperimentando con questo tipo di strumenti. In ‘Realismo Ausente’, volevamo chiaramente che il brano ‘Carne Atravesada’ fosse in questo stile, e sicuramente continueremo ad aggiungere elementi di questo genere. Forse in futuro inseriremo strumenti più analogici, chi lo sa. Credo che uscire dalla propria zona di comfort dia sempre una certa freschezza a un’opera artistica, in qualunque stile essa sia.

SD: Rinunciare a suonare sul grande palco del Resurrection Fest 2025, un’occasione unica per suonare dal vivo il nuovo disco, è stata una scelta significativa. Cosa vi ha spinto a prenderla e qual è l’importanza, per voi, di restare fedeli ai vostri valori come band?
C: Non è stata una decisione facile. Le nostre vite sono piene di contraddizioni come quelle di chiunque altro e non è nostra intenzione sentirci migliori o superiori a nessuno. Sicuramente tale decisione ha rappresentato un punto di svolta per la band in termini di considerazioni e riflessioni necessarie prima di esibirci in qualsiasi luogo, al fine di garantire che, per quanto possibile, esso sia in linea con i nostri valori e ci rappresenti. In quel momento abbiamo ritenuto che partecipare al festival non fosse né corretto né appropriato, dato il contesto e le informazioni di cui eravamo a conoscenza.

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SD: Siamo quasi alla fine dell’anno: che bilancio fate dell’accoglienza ricevuta da ‘Realismo Ausente’? C’è qualcosa che vi ha sorpreso nella risposta del pubblico o della scena?
C: Secondo noi il disco ha funzionato davvero bene. Appena è uscito siamo partiti in tour e ha fatto il tutto esaurito sia durante il tour che alla presentazione dell’album. La gente ci ha regalato delle belle parole e dei buoni feedback, sinceramente, non potremmo essere più soddisfatti del risultato.

SD: Quali sono i vostri progetti per il prossimo anno, tra nuovi brani, tour o collaborazioni?
C: Stiamo attraversando un momento di cambiamento per la band, dato che è appena entrato Eder alla batteria. Con lui vogliamo registrare il prima possibile e comporre senza sosta, senza fermare la macchina. Abbiamo un paio di concerti in programma e pensiamo di fare un tour quest’anno, ma per ora sono solo progetti su cui stiamo lavorando e speriamo che tutto vada per il meglio. Grazie mille per l’intervista, per il sostegno, per l’aiuto e l’affetto che abbiamo ricevuto a Catania, è stato incredibile.

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(Txt Federica Sapuppo & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Flasyd (NY) interview @ Catania Tattoo Convention

November 12, 2025 |

Abbiamo incontrato i Flasyd nell’ambito della settima edizione della Catania Tattoo Convention, la band newyorchese l’abbiamo trovata un po’ rimaneggiata, un po’ sgangherata e un po’ improvvisata ma disponibili e molto interessanti ma soprattutto punk!

Il loro brano ‘Brain Pain’ è stato inserito nel film indie neo-noir ’27′ di Abigail Kollek, girato nell’East Village di New York nonché in previsione un documentario girato da Olivia Von Hesseche, che segue la band attraverso le loro vite e la loro musica nella scena americana. 2 minutes to midnight, actually 2 minutes con la cantante delle Flasyd gruppo newyorkese rimaneggiato e più che raffazzonato: batterista diciottenne di Taranto, bassplayer che non s’è capito se era un roadie e chitarrista unica altra femmina, oltre “the voice” qui con noi. Sai com’è, con un tour già organizzato che fai, resti a casa come quelli di “sit home and rot”, anche loro della grande mela (ndr-Murphy’s Law)?

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SD: Come si è formata la band?
F: Ma veramente io non faccio parte dei membri originali anche se attualmente sono l’unico membro rimasto. Mi hanno chiamata che il gruppo già era formato. Io scrivo poesie e mi hanno chiesto di dare manforte a un messaggio artistico, per dire qualcosa e non “qualsiasi” cosa.

SD: Siete in tour in Europa?
F: Sì, qui saremo a Roma, poi anche Spagna, Olanda, Germania, Belgio, UK.

SD: Suonate solo in piccole venues?
F: Sì, a parte oggi sì, ci siamo infilate nei giorni off.

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SD: Siete una band femminile che vi scioglierete o possono suonare anche i maschi (domanda totalmente inutile vista la formazione così rimaneggiata, ma noi non lo si sapeva)?
F: No, come puoi vederci siamo qui in tutte le versioni (inutile, appunto…)

SD: Cosa ne pensate della scena punk oggi?
F: Beh, assolutamente politicizzati, il mondo va a scatafascio soprattutto ora, c’è un sacco di gente arrabbiata, sai il punk è in giro da molti anni ormai e la pop music non è certo quella che ti dice di andare a quel paese (lett. “to shut the fuck up”) e l’unica realtà dove puoi e devi dire qualcosa è la scena punk, al di là del sound, dico, è per quello che è nata, non è solo “quel” tipo di musica, ma una possibilità che hai per dire ciò che devi dire o ti senti di dire, ma non con canzonette, e non siamo nemmeno money people, non io, non ci interessa, dobbiamo dire qualcosa e dobbiamo farlo soprattutto in questi tempi, tramite il punk e non perché sia l’unico mezzo, ma perché è il mezzo che lo fa.

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SD: Ehm… quanti anni avete?
F: Età media sopra i trenta, anche se di poco, a parte lui, il batterista, potrei essere sua madre…

SD: Dove state a New York?
F: Beh, io in realtà sto nel Jersey e sono italiana di terza generazione.

SD: Ok, volete concludere con qualcosa di vostro?
F: Beh… cercate di essere più gentili, tornate e state di più sulle basi di ciò che è l’essere umano, non è facile, ma si può sempre provare, no?

SD: Grazie per il vostro/tuo tempo, ora cerchiamo di divertirci col vostro show…
F: Sì, grazie a voi, speriamo di non fare un figuraccia!

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(Txt Giulio; Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Conway The Machine interview

July 28, 2025 |

L’estate scorsa allo Skate And Surf Film Festival Conway The Machine si è preso Milano, dimostrando anche alla fanbase italiana di essere diventato uno dei re dell’underground americano.

Il rapper di Buffalo tramite le sue barre ci ha raccontato la realtà che ha vissuto e che continua a vivere attraverso il filtro dei suoi occhiali, regalando alla capitale meneghina una di quelle “Milano Nights” da lui descritte nel suo ultimo disco pubblicato. Il CEO di Drumwork Music e membro di Griselda Records ha infatti fatto tappa all’Ex Macello di Viale Molise con il suo Slant Face Killah Tour e noi di Salad Days Magazine eravamo lì, pronti a intervistarlo a immortalare questo momento.

SD: 5 anni fa è uscito ‘WWCD’, per la felicità dei fan che hanno visto per la prima volta te, tuo fratello Westside Gunn e tuo cugino Benny The Butcher collaborare in un intero album: credi che in futuro ci possa essere occasione per vedere nuovamente un progetto con voi tre riuniti?
CTM: Lo spero, lo spero davvero. Vedremo.

SD: ‘In Land O Lakes’ (‘Everybody Is F.O.O.D.’) dici “Ain’t it crazy, the kid with the twisted face the new face of Shady”: che ha rappresentato per te e tuo fratello Westside essere firmati da Eminem dopo l’uscita di Hall & Nash nel 2017? Quanto è stato importante questo deal per la vostra carriera? Voglio dire, si tratta di Eminem!
CTM: Poter fare affari ed essere partner di Eminem e Paul Rosenberg è stato sicuramente un grande affare per me, è stato storico importante e non li ringrazierò mai abbastanza per aver puntato su di una coppia di ragazzi come me e West. Specialmente da un posto dove queste cose non succedono. Lo apprezzo molto, è stato importante per me, sono così fortunato e grato che abbiano rischiato su di me.

SD: Eminem non è stato l’unico a riconoscere il tuo valore, dato che negli anni hai collaborato con leggende del genere come Kool G Rap, Raekwon (Wu Tang), Method Man (Wu Tang), Havoc (Mobb Deep) e con artisti come 50 Cent e Kanye West: dato quel che state facendo con Griselda, pensi possiate essere i nuovi Wu Tang o addirittura arrivare a un livello ancora più iconico nella storia dell’hip hop?
CTM: Sarò onesto, probabilmente non ci sarà mai un altro Wu-Tang Clan. E allo stesso tempo anche quel che siamo riusciti a realizzare e costruire con Griselda non sarà mai replicabile. Non ci sarà mai un’altra Griselda, perchè sento che siamo unici. Siamo talenti trascendenti, qualcosa che vedrete solo una volta nella vita.

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SD: Oltre ai rapper, ci sono producer come The Alchemist e Dj Premier che hanno collaborato con te: che rapporto hai con loro e com’è stato lavorarci insieme? Tra i producer con cui non hai ancora lavorato, con chi ti piacerebbe collaborare invece?
CTM: E’ leggendario poter lavorare con Dj Premier e vedere produttori come lui e Alchemist all’opera, così come studiare e imparare da quello che fanno. È stato un momento epico e importante per me, è stato davvero un’ispirazione. Per quanto riguarda il produttore con cui non ho ancora lavorato ma con cui mi piacerebbe lavorare, probabilmente ti direi Pharrell invece.

SD: “You can’t tell me all these rappers not inspired / Before Reject 2, niggas was rappin’ like Desiigner” dici in ‘No Women No Kids’ (‘Look What I Became’), perciò mi sorge spontaneo chiederti: quanto credi che tu e il tuo collettivo abbiate influenzato e cambiato il rap mondiale?
CTM: Mi sembra che abbiamo fatto molto e siamo cambiati molto se si ascolta tutto. Specie se si ascolta com’era la musica, com’era la dinamica di realizzazione degli album e altre cose del genere. E questa è anche la prova che Eminem sia arrivato dove sia ora. Potrei sbagliarmi, è solo la mia opinione, ma mi sembra che prima gli artisti facessero solo album con canzoni che pensavano sarebbero piaciute ai fan. Era come prendere la formula di ciò che era vincente, ma non è questo il senso dell’hip hop. Sai cosa voglio dire, questa merda dell’hip hop riguarda l’essere unici e originali e l’essere se stessi. E prima di ‘Reject 2′ abbiamo avuto questa paura di essere noi stessi, ma poi quando siamo arrivati con Griselda, siamo usciti fuori e tutti hanno visto che eravamo in forma come se fossimo sotto steroidi, che avremmo fatto spettacoli in tutto il mondo e che avremmo fatto dei tour. Se non fossimo stati noi stessi, avremmo compromesso l’integrità della nostra creatività.

SD: Quali sono invece gli album e gli artisti che ti hanno influenzato e portato a essere Conway The Machine oggi? E quali sono invece le tue attuali influenze musicali?
CTM: Direi che gli album che mi hanno formato e ispirato per essere me stesso oggi siano probabilmente ‘Reasonable Doubt’ (Jay Z), ‘Illmatic’ (Nas), ‘Me Against The World’ (2pac) e ‘The Infamous’ (Mobb Deep). Gli artisti dell’industria musicale che sto ascoltando e che non ho ancora nominato invece sono TF, Jay Worthy, Da Baby e Sauce Walka.

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SD: Oltre ai tuoi episodi di vita, nei tuoi testi si possono ascoltare molte reference al wrestling e al basket: quali sono stati i wrestler e i cestisti che ti hanno ispirato di più?
CTM: Per i wrestler direi probabilmente Ric Flair, Stone Cold e come nuovo nome Kevin Nash.

SD: “I put on for the city, I did it for Chello, I made him a promise” dici in ‘Calvin’ (‘LULU’): con Griselda stai mettendo Buffalo sulla mappa della storia dell’hip hop mondiale, ma che rapporto hai con questa città? Cosa ami di più e cosa odi di più di essa?
CTM: Odio tutto di Buffalo (ride, ndr). Odio tutto di essa e allo stesso tempo amo tutto di essa, questo è tutto quel che posso dire.

SD: “I do their streaming numbers with the vinyl and the CDs” dici in ‘Front Lines’ (‘From King To A God’), a testimonianza di quanto il brand Griselda e tutto i suoi prodotti siano iconici: quali altri articoli del merch mai realizzati vorresti vendere con il marchio Griselda? Quali sono invece le prossime mosse che avete in progetto musicalmente come collettivo?
CTM: Sneakers e jeans per me personalmente. Voglio iniziare a proporre cose diverse che non abbiamo ancora pubblicato. Ho un paio di nuovi album già in cantiere, per cui stiamo per pubblicare altra musica, a partire da Goose By The Way e dal suo album, che uscirà quest’anno e che è molto atteso, e dal film di Drumwork, con il quale inizieremo a spingere di più. E poi c’è Drumwork Exotic, il marchio della cannabis. Abbiamo alcuni artisti che fanno la loro musica e che la stanno rilasciando, come Goose, e stiamo cercando di star dietro a loro, da dietro alla telecamera e da davanti a essa; farò anche un pò; di recitazione in futuro, ma soprattutto vorrei scrivere serie e film. Ho poi un libro a cui sto lavorando, ‘God Don’t Make Mistakes’, che prima era solo un album e poi diventerà anche un libro. E infine abbiamo alcune cose a cui stiamo lavorando al di fuori della major.

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SD: In ‘Dropping Tears’ (‘From King To A God’) dici “I know God got a purpose, music saved my life / If I wasn’t recordin’, I would’ve been with him that night”, commentando la scomparsa del tuo ex producer e amico Dj Shay: cosa rappresentava per te e quanto è stato difficile per te e per gli altri componenti di Griselda superare questo lutto?
CTM: È dura. Probabilmente stiamo ancora cercando di superarlo perchè è stato un duro colpo. Dj Shay era il nostro fratello maggiore, il nostro mentore e un nostro amico, quindi per noi è stata una grande perdita. Per Benny, per West, per tutti noi è stata dura da accettare.

SD: Quella non è l’unica volta che hai vinto sulla sorte, dato che, come dici in ‘Bianca’ (‘Palermo’) (“I got shot in my head and in my neck and I’m still grinnin’”) sei stato colpito con dei colpi di arma da fuoco nel 2012, che ti hanno costretto poi a convivere con la paralisi di Bell: se potessi tornare indietro ed evitare di ricevere quelle pallottole, senza però essere sicuro di arrivare ad avere il successo che hai oggi, lo faresti? Avresti mai pensato di tornare a muoverti dopo quel che ti dissero i dottori sulla tua condizione fisica in seguito all’accaduto?
CTM: Sì, pensavo che mi sarei ripreso, sapevo che mi sarei ripreso. Me lo sono messo in testa e questo è il potere della manifestazione, il potere della parola: ho detto a me stesso e a tutti quelli che mi stavano intorno che mi sarei ripreso, che questo non era niente. Perciò non voglio cambiare quello che ho e non voglio cambiare quello che ho avuto, perchè penso che Dio non faccia errori (“God don’t make mistakes”).

SD: Hai chiamato uno dei tuoi album ‘Palermo’, hai nominato un brano ‘Milano Nights, Pt. 1′, hai girato il video di ‘Give & Give’ a Venezia: dopo tutti questi riferimenti a essa ti chiedo, qual è il tuo rapporto con l’Italia? Cosa ti piace di questo Paese e che idea ti sei fatto di esso da quando hai cominciato a venirci a suonare?
CTM: Adoro tutto dell’Italia, è un paese bellissimo, con gente bellissima e che è ricco di cultura, architettura e storia. E poi questo cibo fantastico, l’energia incredibile… è solo amore, provo solo amore per questo Paese. Questo è uno dei primi posti in cui sono venuto quando mi è stato permesso di viaggiare fuori dal mio Paese, fuori dall’America, e io, non so, mi sono innamorato di questa roba e amo tutto, amo il cibo, amo le donne, amo la gente. Amo davvero tutto di esso.

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SD: “I just seen a video on the news I couldn’t believe (Nah) / Another racist cop kill a nigga and get to leave (Again?) / He screamin’, I can’t breathe, cop ignorin’ all his pleas / Hands in his pocket, leanin’ on his neck with his knees” narri in ‘Front Lines (‘From King To A God’)’, perciò volevo chiederti: pensi che questa piaga dell’odio razziale potrà mai estinguersi negli Stati Uniti?
CTM: No, purtroppo no. Voglio dire, questa è solo la mia opinione, e non posso nemmeno dire che lo spero perché non mi interessa davvero. O meglio, non voglio sembrare insensibile, in parte mi interessa, ma semplicemente non lascio che mi rovini la giornata. Capisco cos’è e so come affrontarlo. Io ho dovuto imparare a gestire il razzismo sistemico. E onestamente non credo che il razzismo finirà mai perché è redditizio in America, sapete cosa intendo.

SD: “Build the next powerhouse record label, that was my next plan / DrumWork like Death Row in the ’90s mixed with Def Jam / We the Def Squad, but I shoot solo, I’m Redman” dici in ’200 Pies’ (‘La Maquina’): quali sono però per il 2025 i tuoi obiettivi con la tua etichetta?
CTM: Voglio vedere i miei artisti essere in cima alle classifiche e là fuori a fare ciò che devono fare e a costruire i loro marchi, mettendosi nella condizione di fare le cose che vogliono fare. E voglio vedere decollare il film di Drumwork e Drumwork Exotics, il nostro marchio di cannabis. Questo è il nostro piano per il 2025. E poi ho anche un altro paio di album in uscita nel 2025, quindi il lavoro non si fermerà e continueremo ad andare avanti ancora e ancora.

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(Intervista di Diego Montorio, fotografie di Rigablood x Salad Days Mag / WeKillWhatWeLove – All Rights Reserved)

Speed interview

July 2, 2025 |

Gli Speed sono sicuramente uno dei nomi più chiacchierati del panorama hardcore mondiale, passati in brevissimo tempo dai club di mezza Australia al famosissimo palco del Coachella, nonché a interminabili tour in giro per il mondo. Abbiamo avuto occasione di fare due chiacchiere col cantante Jem in occasione della loro data milanese.
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Lili Refrain interview @ Palestra Lupo, Catania

June 28, 2025 |

Assistere a un live di Lili Refrain è facile. Perché? L’iniziazione del rituale a cui ti chiede di prender parte è un richiamo tribale che sconvolge il corpo (la musica vibra, la voce ti scuote) e la mente (una sensazione di torpore/ipnosi) e gli occhi si incollano alla figura sciamanica che ti chiama a sé.

Abbiamo pensato bene di incontrarla per fare due chiacchiere, prima che tutto ciò accadesse, e approfondire così qualche nostra curiosità spingendo il discorso anche su imminenti novità:

SD: Ciao Lili e bentornata a Catania! Com’è essere qui dopo tanti anni?
LR: Ma grazie per l’accoglienza! Tornare in questa Terra è sempre molto emozionante per me. Ho vissuto dei momenti di vita straordinari proprio qui a Catania e già dal viaggio in traghetto, ammirare la Sicilia che si avvicina sempre più è stato qualcosa che fatico a descrivere a parole. Guidare su strade che hanno tutte un nome e una storia ben precisa, ammirare il paesaggio che cambia lentamente da Messina fino a lasciare lo spazio alla Montagna con tutta la sua magia e immenso potere lavico, essere accolta dai profumi dei paesi etnei…ha un impatto gigantesco su di me e non posso negarti che mi commuove di bellezza come poche terre riescono a fare. È splendido poter tornare qui dopo più di 10 anni!

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SD: Il tuo legame con la Sicilia e con Catania, nello specifico, è qualcosa che hai definito speciale e profondo, come ha influenzato la nascita e lo sviluppo di quella che è oggi Lili Refrain?
LR: La visceralità di questa Terra e il privilegio di averci vissuto per un buon periodo hanno sicuramente cambiato molto la mia prospettiva e il mio punto di vista… sulla vita tutta ti direi! Ho imparato moltissimo da questo luogo! Mi ha nutrita come mai era stato fatto prima, mi ha insegnato in modo estremamente tangibile e concreto che viviamo ogni giorno su un essere vivente, immenso, straordinariamente generoso così come implacabilmente letale. Un essere con cui poter comunicare e al quale restituire riconoscenza e rispetto in qualità dell’unica cosa che siamo: momentanei ospiti. Penso sia naturale che ogni esperienza totalizzante di vita si riversi poi in ciò che facciamo e sicuramente questo tipo di connessione profonda ha influenzato molto il mio ascolto e di conseguenza anche il mio modo di fare musica. Mi ha protesa molto più verso le viscere che altrove. Devo, in ogni caso, a una straordinaria creatura, Francesco Viscuso — anima alla quale sarò legata in eterno — la conoscenza in lungo e largo di quest’Isola, nonché anche la mia prima loop station e il termine “scippatesta” che è diventato poi un tratto distintivo della mia musica e dell’effetto che produce con la sua moltitudine di loop!

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SD: Negli ultimi anni hai avuto la meritatissima opportunità di calcare palchi enormi di festival quali Hellfest, Roadburn, Desertfest ecc… cosa ci racconti di queste esperienze?
LR: Passare progressivamente da luoghi minuscoli a palchi sempre più grandi è stato sicuramente molto formativo e, ovviamente, super emozionante! Più che il palco in sé, è suonare davanti ad una folla assurda a fare una differenza sostanziale. All’Hellfest c’erano 85mila persone: è stato come suonare davanti ad un’intera città e ovviamente il carico di responsabilità che ti senti addosso è notevole perché su un palco simile TUTTO è amplificato… non a mille… a FOLLA!!! Ogni gesto, ogni sguardo ma anche ogni errore. E come sai io sul palco sono totalmente da sola, e lì non puoi nasconderti dietro niente e nessuno. Onestamente se non mi fossi formata per anni ed anni tra spazi occupati e locali più o meno underground, non sarebbe stato lo stesso. Non è solo una questione di bravura o di preparazione tecnica, è proprio una questione umana. Davanti a una folla si percepisce chiaramente se sei genuino o stai facendo finta. Se stai assumendo una posa o sei, invece, totalmente a tuo agio nel comunicare. Insegna molto su come sei e su come vuoi che esca fuori la tua musica, perché mai come su palchi simili, prendi ancora più coscienza di essere un mero tramite, un ponte. Ed è questo quello che insegna il suonare… o almeno… questo è ciò che sto imparando da questa esperienza.

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SD: Come vivi invece il tuo rapporto con l’underground italiano e non?
LR: Con eterna, immutata gratitudine e con il massimo sostegno che posso restituire ogni volta che posso. Soprattutto quello italiano è stato la mia scuola in tutto e per tutto. È dove si è accesa la miccia. Dai gruppi ascoltati che mi hanno cambiato l’esistenza, alla presa di coscienza di una determinata attitudine con cui mi sono sempre sentita molto più che allineata, al cosa significa unire le energie e condividere idee, azioni, spazi e notevoli sbattimenti per creare alternative felici a un sistema che — ahimè — di felice non ha mai avuto molto, e oggi meno che mai. Sono cambiate tante cose, è cambiato tutto il mondo, e mai come in questo osceno e sempre più malato periodo storico abbiamo un gran bisogno di riprenderci la nostra coesione, scambiando assieme energie, idee, azioni, e ricreando spazi a partire da zero. Grata anche per questo — e non solo — che mi abbiate invitata qui a suonare dopo tanti anni!

SD: Quest’anno ‘Mana’ ha compiuto 3 anni e lo abbiamo amato fino in fondo. Come procede il tuo processo creativo? Sei in fase scrittura di qualcosa di nuovo? Ci concedi un’anticipazione?
LR: Lieta che ‘Mana’ abbia ricevuto così tanta accoglienza e affetto, è stato il disco dove probabilmente ho osato più di altri, ribaltando completamente il mio modo di suonare e introducendo strumenti che non avevo mai suonato prima, oltre alla chitarra. Sicuramente mi sono complicata un pò di più la vita ma direi che ne è valsa assolutamente la pena e sto continuando a portarlo in giro assieme al suo successore ‘Live In London’ uscito nel 2024 che è la sua versione dal vivo registrata durante lo splendido tour di tre mesi fatto assieme agli Heilung ed Eivør. In questo periodo, sì, sto lavorando in studio a nuovo materiale e allo stesso tempo sto lavorando anche alla colonna sonora di un videogioco insieme a quelle creature sensazionali di Morbidware. Posso dirti che sono molto in fermento!

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SD: Curiosità: c’è qualche strumento in particolare che ti piacerebbe introdurre in futuro nei tuoi set?
LR: Ce ne sono una valanga!!!!!! Ma devo prima imparare a suonarli!

Ad aprire la serata, prima dell’esibizione di Lili Refrain, due band, una di Catania e l’altra di Palermo apparentemente lontane nel sound ma vicine nella straziante proposta. Gli Asimov992 hanno disegnato un viscerale set basato su fluide immersioni nel post rock (strumentale) con derive Mogwaiane fino a lambire abbagli Pink Floydiani. Ottima prova con un pubblico sempre molto attento. Mentre i Grymalkin, dal loro canto, hanno imbastito il loro set con un post rock con un punto di vista opposto, più ruggente e lacerato da folate screamo. Una musica, per certi versi, lontana nel tempo ma che trova forza nel riprendersi spazio tra gli animi più fluidi e nostalgici.

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Asimov 992

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Grymalkin

(Txt Federica Sapuppo; Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

G E L (RIP) full interview

March 20, 2025 |

Quoto il commento di un compagno di merende, alla notizia (proprio oggi, 20 marzo 2025, sul loro IG) dello scioglimento dei GEL: “…chissà perché appena girano due soldi i gruppi cominciano a fare cagare e (n.d.r. io direi “o”) a comportarsi in maniera hectic…”. L’idea era di farla uscire in cartaceo… ma sono arrivate prima le brutte notizie. Ma mi piace lasciare tutto come era: non si cambia un BEL ricordo.

L’hype sarà tutto per Sami Kaiser, singer della new (oramai neanche tanto☹) sensation made in the US: talking about GEL, from New Jersey. Ma noi siamo molto contenti di aver scambiato due chiacchiere con Anthony Webster (‘Only Constant’, non i testi ma il resto, l’ha praticamente fatto lui) e Madison Nave (dal vivo una BOMBA, e non sto usando l’aggettivo nell’accezione Tom Jones, ok?). Anthony e Madison: trattasi delle due asce dei GEL. Non uso “asce” a caso: di HC-METAL stiamo parlando! E chi li ha visti sa di cosa sto scrivendo. Comunque. Il compito era difficile. Per chi vive su Marte: era l’infamous giorno della partita degli Europei Italia-Croazia, quella del dentro o fuori (due risultati utili per gli azzurri). Senza dare giudizi di merito riguardo all’organizzazione del tutto (penso che il grosso del pubblico presente, e non, abbia abbondantemente espresso il proprio pacato parere), mi limito a ricordare la scaletta della serata: gruppi di supporto PRIMA – partita dell’Italia su maxi schermo – GEL DOPO. Ovvia penalizzazione per i gruppi di supporto… ovvia incazzatura per i molti che venivano da fuori. Sapete tutti come è finita. L’Italia ha pareggiato, ma all’ultimo secondo. Per poi fare la fine che si meritava. I Gel hanno spaccato. Dall’inizio alla fine. L’Atalanta di Gasperini. Quella che batte 3 a 0 il Leverkusen. Lasciando i tedeschi breathless. SENZA RESPIRO. L’intervista del dopo partita non può non risentire di questo trionfo. È un continuo di complimenti (“FUCKING AWESOME”!), sorrisi, high five, foto, selfie… facciamo fatica a finire una domanda… e loro ne fanno a rispondere. Quindi: accontentiamoci, accontentatevi.

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SD: Complimenti. Veramente. Non era facile con la partita. Quali erano le aspettative?
MN: In realtà non eravamo del tutto sicuri di cosa aspettarci… sai com’è: per noi questa è la prima volta in Italia! La prima volta in Italia… e c’è stato tutto questo “back and forth” riguardo agli orari dello show.

SD: …e vi posso dire che molti erano arrabbiati, per essere politically correct.
MN:…è anche vero che non eravamo a conoscenza di tutto questo casino fino a ieri… fino al giorno prima. Quindi non abbiamo avuto il tempo di “capire” cosa stesse succedendo!
AW:…comunque, è stato divertente! È stato SUPER divertente. Vorrei già tornare!

SD: Davvero?
AW: E’ stato fantastico. È stato davvero bello. (n.d.r. stupisce la spontaneità, il sorriso… la PRESA BENE… e sottolineo: dall’inizio alla fine della nostra chiacchierata).

SD: Dove andate ora? Rimanete in Europa per un po’?
AW: Sì, abbiamo altre due settimane in Europa. Siamo da queste parti già da un mese. Prossimo appuntamento in Svizzera. Poi parteciperemo a un paio di festival e faremo degli spettacoli da headliner in Germania, ed oltre.

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SD: Tanti, almeno in Italia, non vedevamo l’ora di vedervi dal vivo. L’anno scorso c’era un po’ di fermento intorno al vostro nome. Poi il fermento è diventato hype. Che ci dite?
MN: Dico: “fantastico!”. Dico che è stato sorprendente! Non avremmo mai pensato di poter essere qui… e soprattutto di essere qui a suonare la nostra musica. E siamo felici di essere (stati) accolti a braccia aperte!
AW: Essere qui è incredibile e va oltre ogni nostra aspettativa. Suonare lo spettacolo che abbiamo appena fatto… ma quanto divertente è stato? Siamo degni di tutto questo? Non lo so. È fantastico. E come siamo arrivati fin qui? Non lo so… ma ne sono felice! Aver fatto uno spettacolo divertente, aver potuto fare uno spettacolo divertente… tutto questo è semplicemente pazzesco (n.d.r. per gli interessati… usa la parola “SICK”)!

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SD: Poi back negli Stati Uniti?
AW: Sì. Abbiamo un piccolo tour con i Fiddlehead appena saremo a casa. Quindi uno spettacolo con gli Have Heart, a Boston. E poi un tour completo negli Stati Uniti.

SD: Qual è il piano dopo il tour? Lavorerete ad un nuovo album? O forse state già lavorando ad un nuovo album?
MN:…stiamo già pensando al nuovo album!
AW: Abbiamo un EP in uscita ad agosto (n.d.r. ovviamente ‘Persona’). Una nuova canzone in arrivo tra un paio di giorni (n.d.r. la titletrack). Pazzesco! Giovedì abbiamo una nuova canzone in arrivo… proprio mentre siamo qui! L’intero EP esce ad agosto.

SD: Sarà in formato fisico?
AW: In formato fisico, su Blue Grape Music. Poi avremo tutto il tempo per dedicarci al nuovo disco. Penso che le nuove canzoni saranno un po’ diverse da quelle che abbiamo fatto fino ad ora.

SD: Cosa intendi per “un po’ diverse”? Sono preoccupato!
MN:…intendo che ci siamo divertiti! E che ci stiamo divertendo molto!

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SD: Mica starete rallentando? Questa è la grande domanda che mi gira in testa (n.d.r… e sto pensando a loro illustri colleghi… quelli che hanno virato grunge anni’90-Scowl/nrd)!
MN: Vale il contrario! Penso che i pezzi saranno molto più pesanti… la cosa “nuova” di questo album è che TUTTI ci abbiamo dedicato del tempo. Abbiamo affittato un “cabin” (n.d.r. penso ad una casa in mezzo al nulla, come la Norvegia) per una settimana o due, e abbiamo scritto tutto insieme.
AW: ‘Only Constant’, dal punto di vista della musica, era principalmente “mio”. Avevo scritto il grosso dei pezzi. E poi l’abbiamo messo insieme in tre giorni.
E l’abbiamo registrato in tre giorni. Eravamo praticamente pronti a partire. E ci siamo impegnati per farlo uscire velocemente. Sono contento di quel disco, di come è andata. Questa volta abbiamo scritto insieme per due settimane. Poi abbiamo registrato, sempre tutti insieme, per altre due settimane. Le mie impressioni? Sento che è come se fosse una sola canzone. Sembra una sola canzone. È più pesante. Decisamente più pesante. Ma ancora altrettanto veloce. Altrettanto pesante. Solo un po’ più riflessivo!
MN: Penso che siano dei pezzi che abbiano qualcosa da dire a molte persone diverse. C’è il rock. C’è la pesantezza. Ci siamo divertiti molto a scriverlo. Ed a registrarlo. Ed a mettere insieme tutto quanto. Questo è ciò che conta!

… altro momento VERO dell’intervista: Madison che si sofferma sullo zainetto/peluche di una ragazza che passa per i saluti… scambio di consigli riguardo allo smalto delle unghie… WOW da ambo le parti! sorrisi… BELLA GENTE. Loro, ed il loro pubblico. BELLA GENTE. Nella confusione Anthony prova a continuare.
AW:…grazie mille (n.d.r. lo dice a noi, ma anche alla ragazza di cui sopra ed al suo gruppo di amici). Grazie per il tempo che ci state dedicando. Pensavamo fosse impossibile per noi venire in Italia… ed eccoci qui! Per la prima volta. Ora dobbiamo tornarci. Ora dobbiamo tornare! Promesso. Registreremo il nuovo disco… e torneremo! Comunque, tornando al nuovo lavoro. Entro fine anno ci siederemo e cercheremo di portarlo a termine. “Raw and heavy, a raw and heavy punk record” (n.d.r. questo non lo traduco). Non saremo diversi, ma qualche cambiamento inevitabilemte ci sarà. Siamo migliorati come autori di canzoni. E siamo migliorati con i nostri strumenti. Jammiamo… ci troviamo molto bene a lavorare assieme. C’è molta sintonia. E tutto questo ci rende un gruppo compatto, e che migliora nel tempo.

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FM: E’ un fatto che l’hardcore, credo specialmente negli Stati Uniti, stia raggiungendo un livello (intendo in quantità ma anche, spesso, in qualità) più alto rispetto al (mio, nato negli anni’70) passato. Per dire. Una settimana fa sono passati, a Milano, i Turnstile, che hanno fatto un paio di migliaia di persone.
Domani suoneranno gli Scowl con Interrupters e Hives, a Bologna. Insomma, penso che il “movimento” stia diventando davvero grande. Anche voi lo sentite?

AW: Eccome. Lo sentiamo. E non ce lo saremmo mai aspettati. Quando abbiamo iniziato con i Gel, l’idea era di suonare l’hardcore anni’80. Intendo i Negative Approach… i Minor Threat. Gli SSD… i Jerry’s Kids (n.d.r. gli faccio il gesto del cuore che batte), fare hardcore anni’80. Era tutto ciò che volevamo. Specialmente perché, quando abbiamo iniziato, in giro non c’era molto di quella roba. Intendiamoci. Ci sono sempre stati dei gruppi “perfettamente anni’80”. Volevamo farlo anche noi. Detto questo. Non avrei mai pensato che saremmo usciti da un seminterrato. Figuriamoci suonare su un palco! Figuriamoci fare un tour negli gli States. E figuriamoci volare in giro per il mondo per suonare le nostre canzoni! Pazzesco.

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SD: Come è successo questo “salto”? Mi sembra sia stato tutto molto veloce, o sbaglio?
AW:…non sbagli! Ti faccio un esempio. Quando ci hanno contattato, la prima volta, per fare qualche data in Europa è andata più o meno così: “voglio organizzare un tour in Europa per voi ragazzi”… “Cosa? Io non ho un passaporto! Io non ho mai lasciato il mio paese!”. A quel punto… tutti a fare i passaporti! Ti rendi conto! Il tour era annunciato e prenotato, e nessuno di noi aveva il passaporto! Wow. Stiamo davvero correndo contro il tempo. Non ci avremmo mai pensato.

SD: A proposito: questo tour lo avete bookato voi o avete un’agenzia?
AW: Abbiamo un’agenzia. Fino ad ora abbiamo fatto DIY. Da quando abbiamo iniziato. Negli Stati Uniti, ho organizzato tutti i nostri tour per molto tempo. Ora non più. Ora è più difficile.
MN: Too much going on!
AW: In Europa non conoscevo nessuno. Ci ha contattato questo tipo hardcore, che voleva portarci con sé, e noi abbiamo detto: “facciamolo”.
MN: Perché no? Proviamoci, e vediamo come va.
AW: Siamo stati una band DIY per molto tempo, e mi piace pensare che continuiamo ad esserlo. Nel senso che possiamo suonare cose del genere (n.d.r. si riferisce ad una situazione “media”, tipo il gig appena fatto), per poi tornare a casa e suonare un basement show, se vogliamo!

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SD: Quindi la prossima volta vi vedremo supportare una band GROSSA… tipo gli Slipknot… che ne dite?
AW: (n.d.r. mentre ride) Forse. Voglio dire. Perché no? “Could be in the cards” (n.d.r. la lasciamo in inglese, troppo bella per essere tradotta).

SD: Guardate gli Scowl. Prima volta in Italia, domani. Di supporto agli Interrupters e agli Hives. Roba completamente diversa. Roba grossa.
MN: AMAZING!

SD: Suoneranno nel pomeriggio… forse una mezz’ora. Lo fareste? Fareste una mezz’ora, di pomeriggio, prima degli Slipknot?
AW: Perché no? Mezz’ora per gli Slipknot… ma il giorno dopo facciamo un basement show! Queste opportunità non ci fermano. E penso che la parola chiave sia “equilibrio”. Mi spiego. Vogliamo continuare a fare le cose che per noi contano molto. Bello fare mezz’ora per un gruppo grosso… ma importante continuare a lavorare nell’underground.

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SD: A questo proposito. Sempre confrontando voi (la vostra generezione hc) con noi (ricordo… cinquantenni)… l’impressione è che siate sempre in tour… sempre in giro in furgone… mi sbaglio? Riuscite a viverci con la musica?
AW:…be’, non c’è dubbio che stiamo vivendo un po’ come in un frullatore. In autunno (2023) eravamo in giro (UK e Irlanda) con i Municipal Waste… poi ci hanno chiesto di tornare in Europa, d’estate… eravamo ad un punto in cui non stavamo a casa per più di una settimana. Un mese fuori. Una settimana a casa! Insomma: non siamo a casa troppo spesso, e quando siamo a casa è come se ci stessimo preparando per il tour successiva! È un po’ come un sogno!
MN: Vedo questi ragazzi più della mia famiglia, ma va bene così!
AW: Pensa: la (n.d.r. potrebbe essere anche il… mi scuso ma non colgo “she” or “he”) mia partner era appena venuta a vivere con me… e noi abbiamo iniziato a fare tour a tempo pieno! Immagina: sei appena arrivato a casa… e poi via per un mese! Pazzesco. Abbiamo avuto una piccola pausa all’inizio di quest’anno… in cui finalmente sembrava che fosse come: “questa è casa per un po’”! Non fai a tempo a dire “WOW, come si sta bene a casa”… che ora siamo nel nostro tour più lungo mai affrontato in Europa… e ripeto… in Europa!

SD (n.d.r. mi rivolgo a Madison): Una cosa che ci ha davvero impressionato sei tu. Voglio dire, sul palco. Sei molto “heavy metal” (n.d.r. guardatevi i filmati, e capirete)! E per noi, che veniamo da un’epoca in cui si passava dal heavy metal al punk… questa cosa è veramente FORTE.
MN:…WOW, grazie! E sì, posso dire che sul palco io mi sento viva! I FEEL ALIVE! It’s AMAZING!

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SD: C’è un’ultima cosa che ti vorrei chiedere (n.dr. sempre rivolgendomi a Madison)… forse una domanda stupida… comunque l’altra grande differenza rispetto al nostro tempo, al nostro hc (quello degli anni’90, per ribadire che siamo vecchi) è la presenza di ragazze! Agli spettacoli, sul palco… sai che 30 anni fa l’hardcore era una cosa VERAMENTE e MOLTO maschile?
MN: Devo dire che questa cosa dell’essere donna in un mondo maschile la vivo in maniera naturale… semplice. Esisto in questo spazio, esisto in questa scena… che la gente lo voglia o no! E’ un po’ strano, certo, a volte è un po’ strano… ma allo stesso tempo sto facendo quello che voglio! Non salgo sullo stage per essere “uno spettacolo” (n.d.r. intende: “non salgo sul palco per essere un animale in vetrina allo zoo”)… suono e faccio musica solo per divertirmi! Mostrare ad altre persone… mostrare ad altre donne che possono semplicemente salire su un palco… mostrare che possono farlo anche loro… ma anche solamente essere parte dello stesso ambiente (n.d.r. intende non necessariamente “suonare”… ma “ascoltare”… “andare ai concerti” etc etc)… insomma il discorso de: “lo stiamo facendo insieme!”. Tutto questo è fantastico!

La cosa importante di questo pezzo? Avervi restituito giusto l’un per cento delle “vibrazioni positive” che questi regaz MI/CI hanno dato. Prima volta, in 30/35 anni di “giornalismo”. Cappello.

(Words Francesco Mazza; Images Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Naresh Ran + Petrolio @ Baraccio (CT) – full interview

March 12, 2025 |

Graditissima tappa al Baraccio di Catania, location che perdura nella ricerca di eccellenze musicali nostrane e internazionali a molti poco conosciute, il tour di Naresh Ran (colui che sta dietro alla label Dio Drone e chitarrista/cantante degli Hate & Merda) insieme a Petrolio (ex Infection Code) è occasione per entrambi di presentare le loro ultime fatiche: ‘Præsens’ (Toten Schwan Records) per Naresh Ran e ‘Sangue’ (Dio Drone) per Petrolio. Il doppio live set verterà in buona parte su queste due nuove uscite.

Lo start lo dà Naresh Ran alle 23:00: fuori dal Baraccio imperversa la pioggia, dentro invece, molte anime stipate tra loro restano intrappolate tra le maglie ambient/noise di ‘Præsens’, il cupo paesaggio sonoro sprigionato è una bolla da cui non ci si riesce a liberare se non (come sempre…) cedendo pezzi, sogni e pensieri, così da poter fuggire dai propri demoni. Nel rituale onirico che Naresh Ran ha preparato, la forza, con cui si stabilisce un varco, è afferrare il proprio rancore, la propria rabbia e le proprie paure e affrontarle di petto, ma con quale conseguenza? Le tracce si susseguono tra martirii sonori e intimità esposte, fino alla fine nella raggelante richiesta di ‘Lasciami Andare’, nel disperato bisogno di luce o oscurità.

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SD: Sembra tu non abbia pace anzi, diciamo che colui che presenzia in ‘Præsens’ abbia tormento anche se a volte sembra che cerchi una via meditativa, un respiro. Cosa vuole o cos’ha o dove vorrebbe trovarsi il protagonista di ‘Præsens’?
NR: Il protagonista sono indubbiamente io non è un personaggio. Penso sia il lavoro più intimo che, arrogantemente, credo di aver fatto. E’ il primo lavoro delle mie creazioni musicali al quale sono arrivato alle registrazioni estremamente sicuro di quello che volevo e questo penso sia frutto di una consapevolezza non tanto musicale ma quanto d’intenti: ‘Præsens’ deriva da tutta una serie di pensieri, domande e risposte che mi sono posto per diverso tempo e che hanno portato allo sviluppo di questo concept. L’idea di base è che i ricordi e le brutte esperienze ci perseguitano e ci possiedono esattamente come gli spettri infestano le case o i demoni possiedono i bambini nei film, e il processo di liberazione da queste cose è un esorcismo che noi facciamo tutti i giorni in tantissime cose, credo che la ritualità stia in un sacco di piccoli gesti, piccoli comportamenti che noi ci portiamo dentro ogni giorno e anche se non ce ne rendiamo conto è un processo che noi mettiamo in atto per riuscire a liberarci dal male, tanto per citare una frase cara alla multinazionale più grande del pianeta. Cosa vuole il protagonista di ‘Præsens’?, ecco, questa è una questione ambivalente, quand’ero bambino, alle elementari ci fecero leggere ‘Moby Dick’, banalmente viene interpretato come la lotta tra l’uomo e la natura e poi la natura vince sempre, io, però, non c’ho mai visto questo veramente, ho sempre pensato che il capitano Achab aveva bisogno di inseguire Moby Dick perché altrimenti, perduta la gamba lui sarebbe rimasto a casa aspettando di guarire, invece questo rancore, questa paura, questa rabbia che lui aveva dentro l’ha tenuto in piedi tutta la sua vita, tant’è che quando lui finalmente uccide la balena, muoiono insieme. In questo senso la liberazione che il protagonista di ‘Præsens’ cerca non è catartica, non c’è salvezza, perché l’essere umano ha l’abitudine anche alle peggiori aberrazioni e paradossalmente quando riusciamo a liberarci di un qualcosa che c’è stato accanto tutta la vita, anche di negativo, siamo più vuoti di prima perché ci manca quel punto di appoggio anche nello stare male, questo disco, non è un inno allo stare male, assolutamente, anzi, è una ricerca disperata di liberazione, ma arriva davvero questa liberazione? Quando sopravvivi al tuo malessere sei veramente tu il sopravvissuto?

SD: L’ambient (e)/sound che avvolge/circonda ‘Præsens’ è l’unico luogo/mondo possibile?
NR: Probabilmente sì. La cosa strana è che sono consapevole che il disco suoni molto ambient e atmosferico, io però l’ho vissuto come disco quasi hardcore quando l’ho registrato, perché l’ho provato in prima persona e lo sento un disco molto forte, molto violento, anche nei suoi momenti più rarefatti. E’ un percorso a tappe in cui ci si fronteggia tra il protagonista, in questo caso io, e il demone o demoni o, come vogliamo chiamarli, e alla fine ci si patteggia sempre, non si vince, non c’è un vero vincitore e infatti l’ultima traccia si chiama ‘Lasciami Andare’ perché sono io che sto chiedendo al demone di lasciarmi libero.

SD: Il dolore e l’afflizione nelle tracce di ‘Præsens’ sono palpabili, ma il precorso di attraversamento porta verso la luce o verso l’oscurità?
NR: Dovremmo capire cosa vuol dire luce o cosa vuol dire oscurità. Il desiderio sarebbe di andare verso una sorta di luce, qualunque essa sia, l’insegnamento più bello che penso mia madre mi abbia dato è di avere fiducia anche della mia oscurità. Per questo mi chiedo, la luce che tanto noi cerchiamo e agogniamo è veramente una luce? Oppure è qualcosa che ci rende ciechi, l’importante in ogni caso che sia una catarsi personale.

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SD: Un libro?
NR: L’ho già citato, ‘Moby Dick’.

SD: Un film?
NR: Troppi. Ma dico ‘The Prestige’ di Cristopher Nolan. Anche qui la trama sembra quello che non è, secondo me in realtà non è la rivalità tra i due maghi che sfocia nella classica lotta intestina e interpersonale ma è una diversa ricerca: andare oltre il tangibile alla ricerca di un qualcosa in più. Che poi è quello che fanno tutti quelli che suonano o che si fa in qualunque forma d’arte, cercare qualcosa di più di quello che fisicamente si può toccare.

SD: Un disco?
NR: Come faccio a sceglierne uno… ogni giorno potrei darti una risposta diversa… oggi ti potrei citare Tim Hecker, un qualsiasi suo album, oppure qualcosa di più oscuro… ci penso un attimo e te lo dico alla fine…

SD: Un cibo?
NR: Adoro il cibo asiatico. Mescola insieme un sacco di cose ma sono un fan anche della cucina nostra.

SD: Un Dio?
NR: Nessuno, anzi Dio Drone ahahahah…

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SD: Una Nazione?
NR: L’unica. Il nostro cosmo. Sai cos’è, io penso che l’uomo sia ossessionato da questa cosa del controllo e non riesce ad accettare che il cosmo inteso come tutto l’insieme, ehm… sto per iniziare un discorso “fricchettonissimo” e me ne scuso, però lo penso davvero… dicevo, l’uomo non riesce ad accettare il cosmo, di capire la sua entità di come fisicamente funziona o del suo perfetto equilibrio, quindi abbiamo questa terribile abitudine di suddividere tutto in piccoli pezzi per avere l’illusione di poter controllare le cose, quindi: galassie, sistemi, pianeti, nazioni, città, paesi, uomini, donne, gay, etero, che palle, che palle! E’ un’illusione! Come suddividere il tempo non ha un vero senso, però ci dà l’illusione del controllo. Dico questo, che poi non è né mitologico né un discorso religioso: il cosmo ha un suo equilibrio perfetto e armonioso e ci invia segnali quotidiani di questo equilibrio, pensiamo alle forme geometriche si vedono nello spazio riprodotte sulla terra, le spirali delle forme delle galassie che si riproducono sulle conchiglie, la matematica come funziona qui, funziona nello spazio, sono queste sorta di segni che ci dicono: state calmi, va tutto bene, va tutto bene così com’è, invece noi ci ossessioniamo nel voler controllare le stronzate… alla fine i miei genitori fricchettoni mi hanno inculcato qualcosa, ci sono riusciti!! Ahahah…

SD: Un uomo/donna?
NR: …non lo so, sono differenze che alla fine nel 2025 è solo biologia. Ecco adesso che siamo alla fine, tiro fuori il disco che avevamo lasciato in sospeso… ‘Demon Box’ dei Motorpsycho, uno dei dischi che mi ha cambiato la vita, che sicuramente mi ha segnato di più, li vidi la prima volta quando avevo 13 anni alla Festa Dell’Unità a Firenze, non avevo mai visto niente di così forte.

SD: Domanda bonus: Come mai questo tour con Petrolio?
NR: Petrolio è un amico, lo stimo come persona e musicalmente, tanto! Ho prodotto con Dio Drone diverse cose sue e credo sia uno dei musicisti più interessanti del panorama elettronico industrial che abbiamo in Italia e credo che il mio fare musica, oltre che vocazione sia una scelta di vita e la scelta di vita è anche quella di circondarci di persone davvero interessanti che ti fanno sentire che hai un posto sul pianeta ed Enrico è una di quelle persone che mi dà questa sensazione!

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Nel live presentato da Petrolio i visual usati fanno il pari con la proposta musicale, i toni drammatici ed efferati si stemperano insieme a toni melliflui ma difficilmente assimilabili, l’idea è piena e penetrante, sembra di assistere a una tortura senza però aver voglia di smettere di guardare; un’altra idea è sicuramente la scomposizione del corpo che viene pazientemente diviso con affilate bordate noise rendendo il tutto, lontano dalla logica, con una considerevole perdita di forma. L’ultima idea è quella della solitudine sconfinata che, pur nell’assordante rumore, crea un vuoto ancestrale prossimo al nulla. Lasciano i segni addosso queste due performance, ne risente il corpo e ne risente lo spirito.

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(Testo e fotografie di Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Nada Surf | Matthew Caws – interview

December 5, 2024 | 2

Ci vogliono pochi minuti per capire che ‘Moon Mirror’, il nuovo album dei Nada Surf uscito il 13 settembre 2024 per New West Records, è proprio ciò di cui i fan avevano bisogno.

Matthew Caws, Daniel Lorca e Ira Elliot sono stati raggiunti dal loro amico e tastierista di lunga data Louie Lino per creare un album che è un tuffo nel passato, uno di quelli che vien voglia di cantare di ritorno da un lungo viaggio. Ne abbiamo parlato con Matthew Caws, mentre si trova a Parigi in occasione del tour europeo.

SD: Fin dalle prime note, l’ascolto di ‘Moon Mirror’ è come un ritorno a casa, in un luogo dove si può essere se stessi. State suonando un nuovo album dopo quattro anni, come vi sentite a riguardo? Anche per voi è come tornare a casa?
NS: “Casa” è una parola interessante e invecchiando il suo significato può cambiare molto. Per me, per esempio, il concetto di casa è diventato più inclusivo: quando si cresce si intende ovviamente lo spazio dove si ha vissuto, poi si hanno esperienze in altre città e luoghi e tutto cambia. Per questo ci si ritrova a pensare che alla fine sia soprattutto ciò che si porta con sé. È un termine, poi, che si lega molto alle relazioni: ci si può sentire a casa quando c’è un buon legame con una persona, ma se ciò viene a mancare la propria casa non è più un luogo sicuro. Tutto ciò ha a che fare, quindi, anche con le amicizie e, nel mio caso, anche con diversi spazi. Casa è la città da cui provengo, New York, e quella dove vivo, Cambridge. E in un certo senso lo è anche il palcoscenico e ciò mi sorprende perché da bambino non me lo sarei mai aspettato. Non partecipavo a recite scolastiche, non volevo stare su un palco di fronte ad altre persone, ma la musica mi è piaciuta così tanto che ho finito per volerla suonare per sempre e oggi eccomi qui.

SD: Le persone tendono spesso a parlare di futuro, di dove si vedono fra qualche anno, mentre nei vostri testi si parla molto di presente. In ‘In Front Of Me Now’ c’è l’importanza di godersi il momento, di evitare di vivere in una situazione mentre se ne sta pensando un’altra (“In the middle of summer, I was Decembering”). La mia domanda quindi è: vi state godendo il presente? C’è qualcosa su cui vorreste concentrarvi di più, nella vostra carriera o vita personale?
NS: Ogni giorno cerco di vivere il presente, in ogni contesto, e di non fare il passo più lungo della gamba. La nostra musica ci porta a essere sempre in movimento, e spero continui così, ma vorrei anche saper trovare il tempo per concentrarmi e fermarmi, in modo da affrontare al meglio il prossimo step. Mi rendo conto che spesso però è difficile: per esempio, non riesco nemmeno a pulire casa senza ascoltare un podcast! Tutta questa disponibilità di contenuti ci ha portato a voler essere sempre intrattenuti e ciò può essere un problema. Per questo sto cercando di pensare giorno per giorno, anche se ovviamente mi piace immaginarci nel futuro mentre suoniamo nuova musica.

SD: Nel singolo ‘Moon Mirror’ c’è tutto il desiderio di sentirsi parte di qualcosa. Anche nei vostri videoclip dell’ultimo album avete mostrato un mondo iper-connesso, ma dove le persone si sentono sempre più sole. Come vi sentite voi, invece, a suonare insieme da più di 30 anni con la stessa formazione?
NS: In effetti è come sentirsi parte di una famiglia, in tutti i sensi. Alcuni giorni sono più facili, altri più difficili, ci si conosce molto bene. Spero che tutti possano provare però un’esperienza simile, non necessariamente in una band ma anche in un team, una squadra. Persino da anziani è possibile se si trova un buon gruppo per giocare a bocce! Per quanto riguarda noi, è davvero molto bello essere così uniti e so che fa molto piacere anche alle persone sapere che suoniamo insieme da così tanti anni. Eppure a volte me ne dimentico, sono così impegnato a prepararmi per un tour o a scrivere una canzone che non mi accorgo del tempo che passa. Un po’ come succede ne’ ‘Il Giorno Della Marmotta’.

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SD: A proposito di film, c’è qualche pellicola che ha ispirato la vostra musica o i vostri videoclip?
NS: Sarebbe impossibile scegliere! Probabilmente abbiamo preso spunto da tantissimi, senza nemmeno accorgercene. Per quanto mi riguarda, amo la scena al chiaro di luna in ‘Walkabout’ di Nicholas Roe: è molto toccante. Mi piace molto ‘Jojo Rabbit’: trovo interessante la sua narrazione del cambiamento, della possibilità di vedere le cose in modo nuovo, fare ipotesi e poi ritrattarle. Altri film per me interessanti sono ‘I 400 Colpi’ di Truffaut, ‘Harold E Maude’ e menzionerei anche ‘Rosemary’s Baby’: adoro questo film fino a quando, però, non diventa un horror.

SD: E per quanto riguarda ispirazioni dal mondo della musica?
NS: Sai, non abbiamo un riferimento specifico quando lavoriamo a un disco. La mia vita da musicista, poi, è molto separata da quella di ascoltatore. Quest’anno, per esempio, sto ascoltando molto i Fairport Convention, musica folk britannica, ma spazio moltissimo anche in altri generi. Mi piace Sylvan Esso, quindi più elettronica, e De La Soul. Mi incuriosisce la musica classica indiana e a casa ascolto soprattutto musica ambient. Il mio pezzo preferito, quello che ascolto di più, è ‘Thursday Afternoon’ di Brian Eno… tantissimi generi differenti insomma! Quando lavoriamo a un nuovo disco, invece, speriamo sempre di risultare in due modi: energici e semplici, come una band che suona in una “cameretta”.

SD: In ‘Second Skin’ vengono citati anche i libri: che rapporto hai con la lettura?
NS: Mi piace molto leggere! Ho letto libri sul self-help, su come comportarsi davvero bene con se stessi e prendersi cura di sé: mi hanno aiutato, sono riuscito a imparare a controllare il mio tempo e avere una direzione. In particolare, in quella canzone si parla del desiderio di andare dritti alla soluzione, senza pensarci troppo. È un po’ come quando si cerca di smettere di fumare: a volte è meglio fumare una sigaretta in meno al giorno, altre volte sarebbe meglio smettere del tutto senza pensarci più.

SD: Abbiamo parlato di musica, film e letture… manca un ingrediente importante per un’intervista italiana: il cibo! Hai un piatto preferito, un comfort food post- concerto? E soprattutto, qual è la tua pizza preferita?
NS: Oh, il mio piatto preferito sono le linguine alle vongole! Mentre con mio figlio ordino spesso una pizza margherita, chiedendo però di aggiungere molto basilico e olio piccante.

SD: Mentre parliamo sei a Parigi, tappa di un tour intenso e con numerose date. Com’è viaggiare così tanto? Vi è mai capitato qualcosa di divertente durante i vostri spostamenti?
NS: Una volta, mentre eravamo in tournée, sono sceso in una stazione di servizio e i ragazzi sono ripartiti dimenticandosi di me. Daniel se n’è accorto solo 10 minuti dopo e sono tornati indietro: mi hanno trovato che stavo già facendo piani per tornare a casa!

SD: Ultima domanda prima di vedervi sul palco di Milano con ‘Moon Mirror’: qual è il ricordo più bello durante la registrazione di questo album?
NS: Eravamo seduti a pranzo a parlare di musica degli anni’80 e Ira ha iniziato a suonare un beat molto semplice. Mentre lo seguivo, ho cominciato a comporre ‘The One You Want’, è stato tutto così veloce. Ci sono voluti forse cinque minuti, non per creare tutte le parole e tutta la melodia, ma parlando di musica siamo riusciti in pochissimo tempo a dare vita a una nuova canzone. È stato tutto molto spontaneo, mi ha sorpreso molto e ne sono stato molto felice.

(Intervista di Nellie Airoldi x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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La band indie rock di New York torna in Italia per un’unica data in occasione dell’uscita del nuovo album ‘Moon Mirror’. Appuntamento al 7 dicembre 2024 al Santeria Toscana 31 di Milano. Opening act: Lowinsky. Biglietti disponibili su Ticketmaster, TicketOne e Dice. In apertura annunciati i Lowinsky, band indie rock vecchia scuola di Bergamo.

NADA SURF
Opening: Lowinsky
7 DICEMBRE 2024
SANTERIA TOSCANA 31 – MILANO
Apertura porte: 19.30
Lowinsky: 20.15
Nada Surf: 21.30
Biglietti in vendita su Ticketmaster, TicketOne e DICE.