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Salad Days Magazine | August 18, 2026

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GENGHIS TRON ‘SIGNAL FIRE’

GENGHIS TRON ‘SIGNAL FIRE’
Salad Days

Review Overview

8
8
8

Rating

GENGHIS TRON
‘Signal Fire’-LP
(Relapse)
8/10


I Genghis Tron nascono all’inizio degli anni 2000 nello stato di New York e partecipano alla creazione di 2 nuovi generi, Deathcore e Mathcore in tempi non sospetti, dove il mainstream strizzava l’occhio alla plasticità del tardo Nu Metal o all’iniziale Metalcore. Nel 2006 rilasciano indipendentemente il loro primo studio LP, ‘Dead Mountain Mouth’, un distinguibile misto d’impatto tra Mathcore e impronte Industrial/Elettronica particolari, che permettono di variare un po’, mescolando potenzialmente vari stili canori e di composizione, evitando l’album con solo “chug & scream”. Dal 2008 comincia la partnership con la storica etichetta Relapse Records, l’albero maestro del metal estremo che ha accompagnato band come i Dying Fetus, i Converge e i Mortician (e tanti altri). Questo binomio è ancora presente al giorno d’oggi, nonostante la crescita demografica del gruppo e lo “shift” musicale che hanno subito dopo essersi sciolti nel 2010 e ritrovati durante la pandemia. È proprio con Relapse che lo scorso Giugno la band rilascia ‘Signal Fire’ in cui si nota che la band vuole sperimentare davvero. Il disco comincia in maniera un po’ fuorviante con ‘I Am All’, portandomi a pensare di star sentendo uno strano misto tra synth e batteria stile Nine Inch Nails e un qualsiasi scream Metalcore, ma per fortuna si rivela essere non così semplice: le influenze sono più varie del solito (come se già non lo fossero), aumentando le parti cantate e ritmiche che nel complesso ricordano i Filter nell’ormai lontano ‘Title Of Record’ miste però ad uno scream moderno, combinazione che si nota particolarmente tra la fine della prima traccia e l’inizio della seconda da cui prende il nome l’album. L’album prosegue in maniera molto coerente e le strutture non sono quasi mai noiose, date le chiare influenze Progressive che portano quelle metriche un po’ da “nerd dei tempi dispari” (ma a me fa solo piacere, personalmente). Come la maggior parte degli album, hanno dei punti deboli, ma si limitano a degli attacchi che non soddisfano le aspettative come in ‘Nothing Blooms In The Hollow’ e leggera confusione nel mischiare i generi come nella prima traccia. Per dare a Cesare quel che è di Cesare, non mancano brani molto potenti come ‘A Love So Pure’ in cui riportano parte del loro distinto mathcore e l’intera ‘Future Worship’ che risulta la più completa e alternativa dell’album. Chiude bene con ‘New Gods’, enfatizzando il senso distopico dell’album e le sonorità Ambient e Drone date a questo album. La produzione è indiscutibile, gli strumenti sono tutti valorizzati al punto giusto e nessuno di loro è sbilanciato per i loro standard, c’è bensì un’evoluzione su una batteria impattante e un basso bello distorto (date le recenti aggiunte di Nick Yacyshyn alla batteria e Kenny Szymanski al basso, due elementi che prima erano totalmente digitalizzati). Il disco fa riflettere, sia nelle sonorità che nei testi, ad un potenziale futuro non così lontano (il cantante lo piazza alla fine del 2027) portando un’identità all’album, riprendendo le idee di Hideo Kojima e la sua distopia tecnologica, dove l’informazione supera ogni barriera del pensiero libero e diventa disinformazione e le menti si spengono.
(Gabriele Gargiuolo)

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