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Salad Days Magazine | October 14, 2026

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GODFLESH ‘DECAY’

GODFLESH ‘DECAY’
Salad Days

Review Overview

6.5
6.5
6.5

Rating

GODFLESH
‘Decay’-CD
(Relapse)
6.5/10


Sin dagli inizi inglobati in generi e sottogeneri a loro poco consoni i Godflesh rappresentano nel panorama musicale odierno un entità amorfa, strana che ha precorso i tempi e li ha cavalcati in modo originale producendo alcuni album (soprattutto alla fine degli anni’80 e per tutti gli anni’90) che non si possono in alcun altro modo che definire capolavori: ‘Streetcleaner’, ‘Pure’, ‘Songs Of Love And Hate’. Il nuovo album ‘Decay’ uscirà tra pochi giorni (il 25 settembre) è mi riporta alla mente molte atmosfere e metronomie di ‘Pure’ ciò significa che sicuramente l’album funziona molto bene, ma il paradosso (considerazione personale) clamoroso (prima di parlare più a fondo di ‘Decay’) sembrerebbe proprio il suono dei Godflesh non più al passo con i tempi ma fuori tempo massimo lontano dagli odierni ronzii dei droni e dal fastidioso sibilo delle auto eletttriche o dal letale mix di riverbero acustico, musica di sottofondo, folla che chiacchiera che si può trovare nei centri commerciali. Parliamo ora del peso specifico di ‘Decay’: focalizzare l’attenzione sui due brani di apertura e chiusura (‘Master And Slave’ e ‘Consume Me’), sottolinea che da soli occupano metà del disco, creando un’aspettativa massiccia e definisce subito come dicevamo il peso specifico dell’album. La definizione che più calza per ‘Decay’ è: Decadente/Esistenziale. Il tratto distintivo però risiede nel legame viscerale tra il sound e l’anatomia stessa di Justin Broadrick. Se da 38 anni il marchio di fabbrica del progetto è l’incanalamento del dolore mentale ed esistenziale, questo lavoro porta i segni dell’usura corporea: il caratteristico “shouting” dei Godflesh ha letteralmente consumato la fascia addominale di Broadrick, costringendolo a completare le ultime parti vocali e la fase di mixaggio a ridosso di un delicato intervento chirurgico. La sofferenza fisica provata durante la registrazione e il mix post-operatorio penetra nella materia sonora. Le frequenze industriali e il basso monolitico di Ben Green diventano lo specchio di un corpo spinto al limite. Tutto ciò porta a uno step musicale superiore che butta nel cesso la mia considerazione (…). La tangibilità trasforma il concetto filosofico in una condizone fisica e pone le basi per l’imminente conclusione della discografia dei Godflesh, segnando il penultimo atto di un percorso iconoclasta. Anche se nate dalle stesse sessioni di ‘Purge’, la selezione dei brani scelta per ‘Decay’ dopo oltre due anni risulta coesa e omogenea fondendo la ritmica alienante e l’incedere ipnotico classico del duo caricato di disperata autenticità, consegnando un ascolto gelido, pesante e privo di qualsiasi filtro.
(Giuseppe Picciotto)

Godflesh by Kim Sølve DSC00352 Small (1)

Photo by Kim Sølve

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