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Salad Days Magazine | October 3, 2022

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Incudine interview

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In uscita a settembre il nuovo Incudine, ‘Wrong Place Wrong Time’. Grazie a Dario, mastermind e cofondatore (insieme alla moglie Ellen) di Devarishi Records, non ci facciamo sfuggire i due membri fondatori (nonché presenze costanti in ogni release): Cesare (aka Che) e Mox.

SD: Prima domanda, ovvia. 2013 primo album, fisico. 2015 secondo album, Bandcamp. Cosa vi ha portati alla realizzazione (fisica) di ‘Wrong Place Wrong Time’? In particolare: sono curioso di sapere da chi di voi due è venuta la spinta.
Mox: ‘W.P.W.T.’ è a tutti gli effetti il primo album a lunga durata di Incudine, con Che alla voce ed io alla batteria come unici membri rimasti dalla formazione originaria del progetto, che risale a fine 2012. Con l’ingresso di Gila (ex Maze – Furious Party) alla chitarra (che ha preso il posto di Luca dei Temporal Sluts e anche di Giulio ex Real Deal – Crash Box), e del nuovo arrivato Adam al basso (ha sostituito Cris Rigamonti e inizialmente Steve Traldi dei Rappresaglia) si è deciso di incidere una gran parte dei brani composti e non pubblicati in precedenza, affinché non andassero perduti… su iniziativa di Che. Da un incontro con Dharmavit (n.d.r. Dario) dell’etichetta specializzata in H.C. Devarishi Records avvenuto nel 2021, è poi nata la curiosità riguardo il nostro materiale più recente. L’entusiasmo di Dharmavit e della sua compagna Ellen, ha fatto sì che questo disco veda la luce anche in formato fisico, per il mercato mondiale: la scelta di pubblicazione in vinile (colorato), oltre che liquido, è stata dunque dell’etichetta. Come gruppo e come attitudine, siamo soliti procedere con tempistiche molto snelle, anche visto il genere, e in sede di registrazione cerchiamo di sbrigare tutto impiegando meno tempo possibile: abbastanza fedeli a come ci si presenta dal vivo, con numero di sovraincisioni ridotto al minimo, aggiungendo giusto esigue parti di chitarra e sezioni di batteria e basso spesso buone alla prima take. Fondamentali il supporto e le competenze di Carlo del Toxic Basement Studio, nel merito di una giusta intenzione da imprimere al nostro lavoro. Avrebbe potuto essere l’ultima registrazione e finire ancora una volta tutto in rete, visto che le più recenti annate di attività della band sono state parecchio ardue da diversi punti di vista… ma è andata diversamente.
Che: Andare a registrare ‘W.P.W.T.’ è stata da parte mia una scelta obbligata. Si tratta di brani che sono nati e hanno preso forma in un momento difficile per la band (e non solo) e che faticosamente abbiamo completato nell’arco di un paio d’anni, pandemia permettendo. E poi la mia intenzione era di vedere fissato uno sforzo collettivo, non mi aspettavo nulla di più. Fermare per sempre un qualcosa che rischiava di scomparire, dato che la band l’anno scorso ha attraversato momenti difficili. Poi per fortuna l’arrivo di Adam al basso ha rivitalizzato tutto e tutti, e andare da Carlo Altobelli a registrare è stata la conseguenza naturale di un nuovo impulso a proseguire. Adam si è integrato alla grande con Mox e ora abbiamo una sezione ritmica molto creativa e di buonissimo livello tecnico. Su questo spero che si continuerà a lavorare e a creare nuovi pezzi sempre più personali, sempre più “Incudine”.

SD: Prima domanda, (bis). Come è andato il concerto con Youth Of Today (fine luglio a Milano)? Da quanto non suonavate live? Che intenzioni ci sono? Uscita del disco con tour? Immagino che lavorare per Devarishi potrebbe darvi un’esposizione verso l’estero che altre etichette italiane non hanno…
Mox: La recente data milanese degli Y.O.T. ha sancito il ritorno di Incudine su un palco, con formazione rinnovata, dopo ben 3 anni: praticamente un nuovo esordio, nonostante decenni di militanza di ognuno di noi. In ogni caso clima positivo (abbiamo avuto l’onore di condividere e prestare parte della strumentazione coi ragazzi newyorkesi) e performance soddisfacente da parte nostra. D’altronde il contesto era quello giusto, in un locale abituato a questo tipo di sonorità. Essendo i nostri brani praticamente sconosciuti, non c’era da attendersi partecipazione con cori e stagedive, ma l’attenzione e l’apprezzamento non sono mancati. La costruzione delle canzoni da noi proposta differisce molto spesso dai “classici” N.Y. – H.C. della “Gioventù d’Oggi”, il che ha reso la serata più varia. Ora, a titolo personale, (ri)incontrare sul mio cammino questi 4 personaggi è stato piacevole, li ho sempre ammirati e per una certa visione della vita, in fondo, devo riconoscere alcuni meriti anche ai loro diversi lavori. Quando uscirà ‘Wrong Place…’ è auspicabile qualche data dal vivo. Un vero e proprio tour, con date che si susseguono… tendiamo a escluderlo. Porteremo comunque in giro questi brani, il più a lungo possibile. In ogni caso esprimiamo soddisfazione già del risultato di pubblicazione e distribuzione in Europa e USA, con Devarishi /Rebuilding.
Che: Secondo me il concerto è andato bene, finalmente il suono era quello che abbiamo in mente, potente e oscuro. Non suonavamo dal vivo dal maggio 2019, non siamo una band molto dedita ai concerti. Personalmente spero che con l’uscita del disco si presenti qualche opportunità di suonare Oltralpe; quando ero con i Real Deal ho suonato spesso nei paesi di lingua tedesca e mi sono quasi sempre trovato bene, c’era una considerazione nei confronti dei musicisti che in Italia era inesistente. Magari ora è cambiato qualcosa, ma non ne sarei così sicuro. Andare a suonare gratis come l’altra sera non è la nostra passione, tanto per capirci.

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SD: Seconda domanda, ho sentito qualche pezzo in anterpima (thanks again Dario), è c’è una ‘Holy Parasite’ (incupita) dall’album virtuale / bandcamp. Mi chiedo se ci sono altri pezzi del 2015 “rivisti”… BTW perché’ l’album uscì solo virtuale?
Mox: I 6 brani di ‘Holy Parasite’ uscirono solo in digitale per scelta: non avendo avuto finora un’etichetta che ci producesse, per ragioni economiche e perché i nostri concerti sono sempre stati una vera rarità, abbiamo ritenuto di non investire ulteriori risorse per stampare un supporto fisico. Alcune tracce “chiave” di questo nostro repertorio sono state salvate e risuonate con la nuova line-up, per meglio rappresentare ciò che siamo ora.
Che: Come potrai scoprire ascoltando ‘W.P.W.T.’, vedrai che quasi tutti i brani di ‘Holy Parasite’ sono finiti sull’album. Questo proprio perché li abbiamo risuonati con un’attitudine e una formazione completamente diversi. ‘Holy Parasite’ lo registrammo in fretta e furia perché il nostro bassista dell’epoca ci stava lasciando e gli chiedemmo di restare almeno per le registrazioni. Alla fine venne fuori un buon EP, ma vista la situazione molto incerta del gruppo non andammo oltre la versione digitale. Che venne ovviamente ignorata da tutti.

SD: Terza domanda, Ho parlato di “incupimento”. A parte ‘Holy Parasite’, mi hanno VERAMENTE colpito le atmosfere NERE (occhio, in senso hardcore) che ho sentito negli altri pezzi che ho ascoltato. Testi senza speranza… musiche (quasi) “post”. Mi volete spiegare un po’ il come (chi ha fatto testi/musiche), ed il perché (innegabile il fatto che stiamo passando un periodo “PESANTE”).
Mox: Il claim di cui Incudine si è appropriato è “HARDCORE IS SUFFERING”, stabilendo già le coordinate attitudinali e musicali all’interno delle quali nascono le nostre canzoni. Semplicemente, si predilige una scrittura in tonalità minore, che evoca maggior emozione e tristezza, a quelle melodie in maggiore che portano allegria e spensieratezza, in uso in altri generi, o da molte band che hanno un’intenzione differente. Forse ti riferisci a questo. Che poi il mondo sia in costante involuzione e si stia sgretolando innanzi a noi, mi sembra sotto gli occhi di tutti. Cesare scrive tutte le liriche e può rispondere nel merito.
Che: Una personale premessa sulla musica: io ho sempre concepito la musica come un mezzo espressivo potentissimo, e in molti momenti della mia vita è stato per me l’unico mezzo per esprimermi. Sono una persona poco propensa ai contatti umani che non siano profondi, le amicizie e i rapporti superficiali non mi sono mai interessati, e questo fin dall’adolescenza mi ha spinto verso la solitudine e un discreto livello di asocialità. Le compagnie, i gruppi, i branchi (o per meglio dire le greggi) non fanno per me. La musica ha letteralmente dato un senso alla mia vita in diverse occasioni, e grazie a lei ho superato i momenti più bui. Con Incudine è stato un lungo percorso di ricerca della nostra identità musicale (esistiamo dall’autunno del 2012), che è passato attraverso numerosi cambi di formazione nei quali i punti fissi siamo sempre stati io e Mox. Da un approccio più punk e r’n’r siamo lentamente scivolati verso atmosfere sempre più hardcore e cupe, e ‘W.P.W.T.’ è il coronamento di un processo lungo e sofferto. Posso affermare in tutta tranquillità che dopo dieci anni ci stiamo avvicinando ad avere una voce personale nella quale ci riconosciamo completamente. I pezzi sono composti sfruttando la sinergia tra le attitudini e gli ascolti di tutti noi, ognuno porta qualcosa di suo e contribuisce ad un processo creativo che trovo molto gratificante. Abbiamo pezzi di poco più di un minuto nei quali puoi trovare cambi di dinamica e di stile molto diversi tra loro, io lo trovo entusiasmante. Così come nulla ci vieta di imbastire brani con intro lente e quasi “doom” per poi esplodere con galoppate hardcore. L’importante è non conformarsi a un cliché solo perché quel genere lo richiede. Grazie per la parte di domanda che riguarda i testi, di cui sono l’unico responsabile. A volte ho come l’impressione che rispetto a una volta il lato “letterario” della musica passi sempre di più in secondo piano. Quando ero più giovane praticamente imparai la lingua inglese leggendo e rileggendo i testi dei miei LP preferiti, prima traducendoli e poi studiandoli. Forse anche per questo continuo a trovare poco intelligente la scelta di coloro che non mettono le liriche dei pezzi nei dischi. Forse ritengono che i testi siano superflui nella fruizione di una canzone? Non lo so, magari scrivono dei testi insignificanti, vallo a sapere. Riallacciandomi al discorso iniziale sulla musica come canale espressivo privilegiato, non posso che usare i miei testi come valvola di sfogo della mia parte più occultata allo sguardo degli altri. Si tratta di un processo di emersione di relitti che si muovono nelle profondità del mio animo e che solo così possono venire a galla e avere un senso. Non nego poi di avere molte ispirazioni che provengono sia dalle mie letture (sono un appassionato di letteratura horror e non solo) e dalle mie visioni. D’altronde se ‘W.P.W.T.’ si apre con un pezzo che si chiama ‘Irréversible’ una ragione ci sarà. Nelle note di copertina del disco vengono citati Louis-Ferdinand Céline, Thomas Ligotti, Michel Houellebecq, Bret Easton Ellis, Franz Kafka, Gaspar Noé, Nicolas Winding Refn. Ecco, ognuno di questi artisti mi ha ispirato sicuramente nella stesura dei testi e nelle immagini che ho voluto creare con essi.

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SD: Terza domanda, bis. Dario vi descrive come una miscela di Underdog/Black Flag/Cro-Mags. Vi vedete in questo triangolo? Io personalmente toglierei i Black Flag… che non associo alla “CUPEZZA” di cui sopra. Io forse metterei i Quicksand. Ci sono delle atmosfere, dei rallentamenti che mi fanno venire in mente quel “modo”.
Mox: Le influenze sono inevitabilmente molteplici, dato che tutti proveniamo da mezzo secolo di ascolti assortiti. Che poi (con le dovute proporzioni) il grosso dei riff e delle costruzioni possa trovare origine nel repertorio dei Bad Brains è una sorta di regola valida per chiunque nuoti nel mare dell’H.C. evoluto, specie di matrice statunitense: come è stato il caso dei Cro-Mags, è di conseguenza anche il nostro. Detto ciò, chi ci conosce personalmente sa bene quanto il nostro eclettismo sia una realtà. Sarà banale rispondere che sostanzialmente “facciamo ciò che ci viene spontaneo” assemblando varie idee, ma il risultato deve convincerci, altrimenti si riparte.
Che: Fermo restando il fatto che per il primo disco dei Cro-Mags rimane un capolavoro senza tempo e che gli Underdog erano una band pazzesca ma sottovalutata (sui Black Flag si è detto di tutto, inutile aggiungere qualcosa), non so se questo trittico decisamente impegnativo di nomi può inquadrare quello che facciamo in modo preciso. Quicksand? Sempre piaciuti, ma non credo che siano tra i nostri punti di riferimento, almeno non consciamente. Se poi noi te li facciamo venire in mente lo posso solo prendere come un complimento, sia chiaro. Io penso piuttosto a gruppi come Deadguy o Kiss It Goodbye, che si muovevano in una zona di confine interessante e poco definibile.

SD: Quarta domanda, per Cesare (ma anche per Mox). Per la serie gli estremi che si attraggono. Hai un passato negli Erode. Un gruppo molto estremo nei suoi messaggi “rossi”. Ed ora canti in un gruppo in cui (a mio modesto parere) vince il nichilismo (vedi anche la iena come vostro “simbolo”). Tutto questo con uno dei più grossi esponenti/paladini della spiritualità in musica (parlo di Mox)… e per un etichetta che fa uscire i più grossi nomi del “positive hc”… sono diverse fasi della tua vita… o sono diversi aspetti della tua personalità? Ci spieghi, se vuoi?
Mox: Mi permetto di inserirmi: ti sono grato per la stima, Francesco, ma temo che tu sia vagamente iperbolico definendomi “paladino” della spiritualità. La mia frequentazione di devoti di Krishna e nello specifico con il gruppo Govinda HxC project è stata un’esperienza bellissima e certamente decisiva per alcune importanti attitudini che mi identificano e definiscono ancora oggi, pur essendo trascorse tre decadi. Ma io non opero costante proselitismo sulle mie scelte, siano esse legate al rifiuto dell’antropocentrismo o all’essere lucido e salutista o a essere anarco-illuminista. Conduco una mia esistenza, semplicemente.
Che: Potrei parafrasare “Fight Club” e dirti che la prima regola degli Erode è che non si parla degli Erode. Gruppo che per me è stato sì importante ma che ha costituito solo una frazione del mio percorso musicale. Ho avuto esperienze che mi hanno dato molto di più a livello personale, dai Crash Box ai Real Deal, dagli Oltrecortina ai Matamachete e mi fermo qua per non annoiare. Incudine, che è iniziato quasi per scherzo dopo che io e Mox ci ritrovammo dopo anni ad una reunion degli Indigesti, è diventato il gruppo più longevo di tutta la mia carriera musicale e quello su cui ora investo le mie residue forze. Non mi aspetto certo fama o soldi, ma la realizzazione di un progetto musicale con una sua peculiarità e una sua evoluzione. Secondo me siamo sulla buona strada, facendo i debiti scongiuri. A conferma della tua tesi sugli opposti estremismi, potrei aggiungere che il fatto che la Devarishi ci abbia cercato e prodotto il vinile che uscirà rimane per me un mistero. Questo non mi impedisce di ringraziarli per la fiducia e il supporto che ci stanno dimostrando, anche se io sono distante anni luce dalla loro filosofia di vita. Non sono straight-edge, non sono Krishna, non sono un vegetariano inflessibile. Fumo, bevo caffè, ogni tanto ci scappa l’amatriciana, haha. Non c’entro nulla con il “positive thinking”: sono razionalmente pessimista ma vedo la musica come qualcosa di mistico, un veicolo di emozioni difficilmente spiegabile con la razionalità, e quindi non rinnego la spiritualità presente nell’essere umano. Essere umano che rimane pur sempre tra le creature più feroci che esistano, torna utile non dimenticarlo mai.

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SD: Quinta domanda, a Mox farei la stessa domanda, ma andando a toccare l’aspetto più musicale. Grande esperto di prog piuttosto che fan di un certo pop italiano, vedi Baglioni… allo stesso tempo batterista hc… diverse fasi della tua vita, o diversi aspetti della tua personalità? Come è possibile?
Max: So che trovi piena sintonia in una mia associazione al mondo culinario: la dieta bella e soddisfacente prevede tanto una pizza con aglio e origano, quanto una crostata di pesche, magari con aggiunta di panna… e non certo il medesimo piatto reiterato quotidianamente per tutta la vita. Ecco spiegato come sia possibile, ma soprattutto importante, passare dai Behemoth a Mia Martini, dai Popol Vuh agli Abba, dalla Mahavishnu Orchestra ai Suicide, da Moroder agli Area, o se preferisci dai Converge ad Albinoni, semplicemente a seconda del momento di luminosità della giornata o dello stato nel quale la tua mente e il tuo cuore si trovano. Esiste un contesto appropriato per qualunque emanazione sonora in grado di carpire la nostra emotività.

SD: Sesta domanda, messaggi o “atteggiamenti” forti/diretti possono portare a situazioni “strane” (certe volte io stesso sono “additato”, intendiamoci). Parlo di una ‘Frana La Curva’ che diviene un inno che unisce realtà trasversali sì, ma LONTANISSIME tra loro… parlo dei messaggi pro-life dei Cro-Mags (e di tanti altri)… parlo dei messaggi omofobi di HR (e di tanti altri)… voi che “ci siete passati”, sia attivamente in gruppi, che “passivamente” come fruitori/fan… come spiegate, ancora una volta, questo “gli estremi che si uniscono”?
Mox: Onestamente non credo che tali aspetti, diciamo connessi alla “comunicazione” di altre situazioni, abbiano a che fare con gli Incudine: non ci proponiamo come obiettivo primario quello di lanciare messaggi. Su questo spunto naturalmente può esprimersi Cesare con maggior cognizione di causa, dato che liriche e titoli sono farina del suo sacco. Ma non ricordo comunque “slogan” tra i testi dei nostri brani. Di me stesso posso tranquillamente dichiarare di NON essere pro-life, né omofobo, e i gruppi “cardine” statunitensi già abbondantemente menzionati vantano degli indubbi meriti sul piano musicale: più che altro è questa la caratteristica che ha suscitato entusiasmi, decretando il loro “successo”.
Che: Io sono sempre stato dell’idea che una volta che l’autore rende pubblica una sua creazione (può essere un libro, una canzone, quello che preferisci) perde il controllo della creazione stessa, la lascia naufragare come una zattera nell’oceano. Io non sono obbligato a dare un’interpretazione univoca della mia musica o dei miei testi; posso farlo se richiesto, ma il più delle volte ognuno vede nella musica o nei testi quello che preferisce, e io non posso farci nulla, la zattera è ormai in alto mare. Quindi può darsi che persone e attitudini diversissime tra loro convergano nell’interesse o addirittura nell’apprezzamento di una canzone o di un libro. L’autore non può farci nulla, non può emettere una fatwa e interdire un certo tipo di lettore o ascoltatore. Io stesso mi trovo ad apprezzare cose lontanissime tra loro ma non mi pongo limiti ideologici, posso passare da Majakovskij a Céline senza sentirmi in contraddizione.

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SD: Settima domanda, è innegabile che il COVID abbia riportato molti di noi “nel mucchio selvaggio”. Io personalmente sono tornato a fare “il giornalista” dopo anni di lontananza dalla scena perché alla fine penso che l’ambiente fine anni’90 fosse un po’ alle corde… che mi dite? Anche per voi il COVID è stata un’occasione per “riprendere” il filo col passato? E cosa mi dite dell’oggi? A Milano, per esempio, c’è tutto un fermento che si muove attorno ai vari T28/Boccaccio etc. etc. Fermento che porta qualcuno a dire “basta parlare degli’80… basta parlare dei’90… a Villa Vegan quando suonano i Tenia c’è più gente che i Sottopressione!”.
Mox: Onestamente, a noi non è accaduto nulla di differente, rispetto ai nostri “standard”; le nostre esibizioni sono sempre state talmente diradate… lavoriamo principalmente in sala prova, e abbiamo solamente ridotto un po’ il numero di incontri, per forza maggiore. E anche riguardo le nostre frequentazioni, in sostanza non è cambiato nulla. Non siamo assidui frequentatori di situazioni precise, ognuno sceglie ciò che gli interessa, indipendentemente dai luoghi.
Che: Purtroppo non ho molto da dire a riguardo. Sono sempre stato ai margini della cosiddetta “scena” e conosco un numero infimo di persone che ne fanno o ne hanno fatto parte. Amavo i Sottopressione e penso che siano stati sfortunati, fossero usciti in un altro momento avrebbero raccolto molto di più. Al momento tra i gruppi italiani mi piacciono molto La Follia e gli Psico Galera, in passato ho apprezzato Vetro, Scena, Smart Cops e Left In Ruins, tanto per fare alcuni nomi. Sul fermento milanese non ho nulla da dire e sul COVID posso solo aggiungere che fin dal primo momento ebbi la sensazione che si stava imbastendo il più grande esperimento di controllo psicosociale della storia. Rimango di questa opinione, al di là di ogni considerazione medico-scientifica si possa fare sulla pandemia. Se quest’ultima è stata un’occasione? Io penso piuttosto che sia stata la possibilità per un capitalismo globalizzato e autoritario di instaurare la società del “sorvegliare e punire” (cfr. Foucault) senza incontrare significative resistenze, cogliendo al balzo un boccone troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire. Un boccone avvelenato per tutti gli altri, purtroppo.

SD: Ottava domanda, legata alla settima. Questa cosa dei “grandi vecchi” piuttosto che “ai miei tempi/anni’90 era una figata” etc. etc. rischia di isolarci dal mondo (vedi appunto “nostro” disinteresse per le nuove leve… piuttosto che “nostra” glorificazione di quel periodo, glorificazione che per me è stata fatta “un po’ troppo presto”). Cosa ascoltate/cosa vedete/cosa andate a vedere/chi incontrate/come vi ponete rispetto appunto ai “ragazzi”?
Mox: Ammetto che sarei un ipocrita se affermassi di essere scevro da motivati pregiudizi sulle sonorità prodotte dopo il 2000, per quanto le scene siano pullulanti di musicisti straordinari. Mi trovo in ogni caso fondamentalmente disinteressato a nuove proposte, pur acquistando e fruendo di musica a ciclo continuo, ma rivolgo la mia attenzione quasi esclusivamente a un glorioso passato, in tutte le direzioni. Di fatto, ormai appartengono già alla “storia” anche alcuni artisti che amo e che hanno conosciuto il successo dopo il 2000, come Muse, S.O.A.D. e per certi aspetti Steven Wilson o Adele e i Calibro 35.
Che: Io ne ho abbastanza piene le scatole di memorie dei favolosi anni’80, dei un po’meno favolosi anni’90 e così via; si scrivono libri inutili, pagine di memorie adolescenziali spacciate come momenti da scolpire nel marmo della storia della musica. La realtà è che mentre il punk in Italia ha avuto la sua legittimazione nel momento in cui si è dato un profilo politico (per me discutibilissimo e anche vagamente intollerante, per giunta senza incidere a livello musicale in termini di popolarità), per l’hardcore questo non è mai successo. É rimasto in una terra di nessuno dalla quale non è mai veramente uscito a livello comunicativo e massmediatico, e quindi trovo abbastanza patetico continuare a rivangare quei “favolosi anni” in cui praticamente non siamo mai usciti dalla riserva indiana in cui avevamo piantato le tende. Poi arrivò l’hip-hop e tanti saluti a tutti, calava il sipario sull’hardcore come possibile linguaggio giovanile di massa. Ma passiamo alle domande che faranno di me un vero boomer, haha. Cosa ascolto? Di tutto. Molto punk, molto HC, CCCP e Disciplinatha, musica dark turca, pop francese, rap olandese, EBM, new wave anni’80… e mi fermo qui per non tediare. Cosa vedo? Poco di quello che esce ora. Qualche film (potrei segnalare un film messicano ‘El Nuevo Orden’, veramente un bel pugno in faccia per lo spettatore o il fantastico ‘Midsommar’ di Ari Aster), e qualche serie ancora non troppo contaminata dal “woke”, quindi molto poco. Questa bigotta dittatura del “politically correct” prima o poi terminerà per sfinimento, ma nel frattempo avrà pesantemente condizionato le menti dei più deboli. Spiace per loro, ma sinceramente se sei fragile nelle tue convinzioni e ti senti un agnello spaventato da tutto, puoi rimanere nel gregge ed essere convinto che sia la soluzione migliore. “Dont’believe the hype” cantavano i Public Enemy nell’88, un
suggerimento da tenere sempre presente. Per quanto riguarda “i ragazzi”, posso solo dirti che quando entro in contatto con persone più giovani di me (praticamente quasi tutte, ça va sans dire) non ho nessuna difficoltà a rapportarmi con loro. L’età esiste solo nella testa di chi la vuole usare come scusa o come leverage, io ho la stessa attitudine di trent’anni fa e quindi i casi sono due: non sono maturato e non ho imparato un cazzo di nulla, oppure è la conferma che in mezzo a mille difficoltà avevo imboccato la strada giusta e non l’ho più lasciata.

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SD: Nona domanda, i tempi dei giovanissimi sono VELOCISSIMI. Parlo dei mezzi che usano. Parlo di Tik Tok piuttosto che della musica on line. Parlo anche della loro soglia di attenzione. Come mai secondo voi un tipo di musica PERFETTO per questo modo di fruire la musica (hardcore… canzoni da 1 minuto… singoli… link con gli sport dei giovani etc), in realtà perde rispetto ad altre “subculture”. Forse perché PROPRIO il discorso della ROTTURA è andato perso?
Mox: Sembra proprio che una minoranza, tra le ultime generazioni, si appassioni a musica in cui sono previsti strumenti tradizionali impiegati nel rock, come chitarre o batterie. Per la maggior parte di loro, a meno che non siano in possesso di strumento, suonare risulta qualcosa di obsoleto. Ma con la logica sempre vera dei “corsi e ricorsi storici” stiamo anche tornando a questa procedura nel proporre musica e spettacolo. Ma si deve sempre e comunque ringraziare i trascorsi luminosi di questi generi di musica. L’hardcore è uno tra i tanti. Noi lo proponiamo ancora “istintivamente” perché ci siamo nati in mezzo…
Che: Anche se l’hardcore teoricamente possiederebbe delle caratteristiche che lo potrebbero rendere interessante per i “ggiovani”, (e qui mi riferisco all’impatto visuale di molte band che sfoggiano abbigliamento sportivo, caterve di tatuaggi e bicipiti palestrati), rimane il fatto che la musica non è orecchiabile e fruibile nell’immediato come altri generi che riscuotono molto più successo. E per quanto riguarda la soglia di attenzione, penso che le de-evoluzione del genere umano sia in pieno svolgimento; l’assimilazione della cultura attraverso la parola scritta sta svanendo, sostituita dalla multimedialità che poi alla fine è la cultura dell’immagine. Una generazione cresciuta e addestrata a nutrirsi di video, immagini e qualche trafiletto esplicativo, troverà sempre più impegnativo concentrarsi nella lettura di un libro o di un articolo che superi le 10 righe, con buona pace del proprio livello culturale. Ovviamente i social sono stati il cavallo di Troia, hanno dato l’apparente possibilità a tutti di esprimersi ma in modo superficiale e a volte persino abbietto e primitivo. Una volta constatata l’impossibilità di una reale comunicazione verbale attraverso quei canali, ci si è orientati verso l’immagine o il video, molto più semplici e comodi; oltretutto mezzi appaganti per l’esibizionismo e il narcisismo di cui siamo impregnati. In mezzo a tutto questo penso che i margini di manovra per l’HC siano molto limitati: la rottura di cui parli con che cosa dovrebbe essere? Con un sistema che ha inglobato passo dopo passo tutte le sottoculture alternative (dal punk all’hip-hop, dal grunge alla techno) e le ha castrate e sterilizzate a fini commerciali? Ritengo che sia troppo tardi e che la de-evoluzione sia inarrestabile. Siamo alla soglia di cambio epocale nella concezione della vita umana stessa, scivoliamo nel trans-umanesimo quasi senza accorgercene. Forse l’unica sfida che l’HC e altri generi marginali (penso anche ad alcuni tipi estremi di metal o di industrial, tanto per citare un paio di sottoculture ancora relativamente impermeabili) possono raccogliere è quella di creare delle oasi di umanità, dove la creatività e la comunicazione si possano ancora esprimere senza dovere sottostare al mercato e ai suoi onnipresenti tentacoli. Più che di resistenza parlerei di esistenza vera e propria, almeno finché sarà possibile. Esistere, esistere, esistere, prima di scomparire gloriosamente nel buio (o nella luce, dipende dalla vostra visione del mondo, haha)! PUNTO

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(Txt Francesco Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved; Pics Luca Ash)

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