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Gabriele “Gabo” Raso – interview
May 20, 2026 | Salad DaysGabriele “Gabo” Raso è una delle figure storiche del surf italiano.
Classe 1976, ha iniziato a surfare nei primi anni’90, vivendo in prima persona l’evoluzione della scena italiana…
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VOID INTERVIEW
May 7, 2026 | Salad DaysC’è molta Washington D.C. in Salad Days Mag in questi ultimi mesi.
Prima il coinvolgimento nel tour italiano di Jim Saah, con bonus l’onore (per me) di mettere i dischi all’opening della mostra del nostro; trovate tutto qui. Poi l’uscita di ‘Live 1982’, due set dei Void catturati su vinile da Outer Battery Records. Non un live album, ma un vero e proprio documento (con le foto di Jim Saah, guarda caso) dell’esplosione del DC hardcore. La ciliegia sulla torta? Non ci facciamo scappare l’idea di scambiare due parole (ma proprio due) con Chris Stover, il bassista di quel gruppo…
SD: Perché proprio ora? C’è un motivo o un evento particolare che ha dato vita a questo album dal vivo?
CS: l’idea è nata da Tom Lyle (n.d.r. vi dice qualcosa il nome “Government Issue”? Tom Lyle quei due concerti li ha registrati). Tom l’ha proposta alla Outer Battery Records, e ovviamente a noi. Di comune accordo abbiamo deciso di realizzarla. Ci è voluto un po’ di tempo per mettere insieme la scaletta dei due lati e la grafica (n.d.r. artwork a cura di Mr. Dischord, Jason Farrell) ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
SD: abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Jim Saah per la presentazione del suo libro qualche mese fa. Guardando quelle foto (vedi anche la copertina di ‘Live 1982’), cosa ti fanno pensare? È un senso di nostalgia… o più la sensazione di “Sì… anche noi facevamo parte di quel periodo… era il momento giusto e c’erano le persone giuste”?
CS: Direi entrambe le cose. Nostalgia da una parte, ma anche la sensazione di aver fatto qualcosa di speciale. Nostalgia. ovvio, tanti ricordi e tanti amici. L’operazione è dedicata a chi del “gruppo esteso” se ne è andato a miglior vita, e quindi Sean Finnegan (Void), Dave Sweetapple (Outer Battery Records), and Rich Jacobs (Void Zine). Era comunque un periodo speciale perché stavamo facendo qualcosa in cui la maggior parte dei miei coetanei non era coinvolta. Era diverso. Solo anni dopo ci si rende conto della sua portata.
SD: Alla stessa presentazione ho proposto una selezione di vinili legati a “Jim Saah”, quindi prevalentemente D.C. hardcore tipo old school Dischord. Sono dischi con un suono pazzesco. Entusiasti di constatare che lo split Void/Faith ha ancora un forte impatto. In altre parole… UNA BOMBA! Mi chiedevo se all’epoca pensavate al fatto che stavate facendo la “storia”… o magari non la storia ma qualcosa di importante. E, secondo te … era l’urgenza? Era il suono? Cos’era quel qualcosa di speciale che rendeva i Void unici?
CS: Onestamente non pensavamo assolutamente che in quel momento stavamo facendo la storia. Si trattava più che altro di fare musica con gli amici, e di divertirci. Forse era questo, molto semplicemente, il motivo per cui il suono alla fine era un pugno in faccia. Zero filtri. Zero fronzoli. Zero pensieri.
SD: non so come sia la situazione negli Stati Uniti, ma qui in Europa viviamo in tempi ben peggiori rispetto a quando le band punk hardcore parlavano di politica, guerra, ecc. Negli anni’80 avreste mai immaginato un futuro peggiore di questo?
CS: Non avrei mai immaginato che il mondo fosse così, adesso. Purtroppo. (n.d.r. lapidario… ma perfetto).
SD: Ci sono altri progetti legati ai Void? Magari altri concerti, demo inedite o materiale delle prove da pubblicare?
CS: Niente di particolare. Abbiamo appena fatto una sessione di firma/copie a Seattle. C’è stata una buona affluenza. Al momento non abbiamo altri progetti.
(Intervista di fmazza1972)
‘Live 1982′ Tracklisting:
1. Shades Of Grey
2. Ask Them Why
3. Ignorant People
4. Spiral Staircase
5. Who Are You?
6. Think
7. Time To Die
8. Bloodlust
9. Explode
10. Let’s Party
11. My Rules
12. Slow Burn
13. Self Defense
14. Organized Sports
Artist: Void
Release: ‘Live 1982′
Record Label: Outer Battery Records
Formats: Vinyl
Distribution: Redeye
OVERPEGS JAM – RECAP
May 5, 2026 | Salad DaysLa street jam che mancava. Temperature estive, volti familiari e quella sensazione rara di stare per vivere qualcosa di speciale. È così che si è presentata la prima edizione dell’OVERPEGS JAM.
Sabato 25 aprile, a Milano, nell’area attorno all’Università Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha preso forma un evento che molti aspettavano da anni: una street jam capace di unire mondi diversi sotto un’unica visione. OVERPEGS nasce infatti dalla collaborazione tra rider provenienti da discipline differenti — BMX e scoot — e proprio questa fusione rappresenta il cuore del progetto. Non solo trick, non solo spot, ma una vera e propria cultura condivisa che torna a respirare nelle strade.
L’inizio: costruire, incontrarsi, ripartire
Prima ancora che iniziasse la jam, il lavoro era già in movimento. A Seregno, tra attrezzi e strutture, l’atmosfera ricordava quasi una scena da film: ognuno con il proprio ruolo, tutti con lo stesso obiettivo. Preparare gli spot, adattarli, renderli rideabili. Poi il trasferimento verso il punto di ritrovo: la stazione di Greco Pirelli. È lì che OVERPEGS prende davvero vita. Abbracci, strette di mano, risate. Rider che non si vedevano da anni, altri incontrati per la prima volta ma già parte dello stesso linguaggio. La sensazione è immediata: questa non è solo una jam, è una reunion.
Primo spot: la scintilla
La partenza è su una fontana con ledge preparati ad hoc dallo staff. Bastano pochi minuti e il ritmo è già alto: linee fluide, trick puliti, creatività. OVERPEGS è ufficialmente iniziata.
Il livello sale
Il secondo spot, un set da 6 scale nella plaza principale, segna il primo vero salto di qualità. I trick iniziano a diventare più tecnici, più rischiosi, più definitivi. @teobmx apre forte con un double pegs to barspin dal muretto più alto. @samyopereira risponde con determinazione, insistendo fino a chiudere un manny to wallride 180. Poi arriva @mattiacazzola che piazza un 180 tailwhip preciso, pulito, senza esitazioni. Il tono della giornata è ormai chiaro: qui non si viene per partecipare.
Zero margine di errore
Il penultimo spot è un rail trasformato in ledge. Tecnico, veloce, senza spazio per sbagliare. I rider lo sanno. Si guardano, studiano, poi partono. @daniel__giordan apre le linee, e subito dopo gli altri seguono, uno dopo l’altro, alzando progressivamente il livello. Qui puoi completare con il trick vincente, ma la sostanza non cambia: lo spot viene conquistato.
Tra stile e rischio
Il terzo spot — 7 scale con ledge in discesa — mette alla prova tutti. @tiamaik_rb accende il pubblico con un x-up feeble che fa esplodere l’entusiasmo. @chriceresato dimostra controllo assoluto con un nose manual in discesa. Poi arriva il momento più duro della giornata: @jure_faganel tenta un wallie to icepick, ma una caduta interrompe tutto. Pronto soccorso. Silenzio. E poi si riparte. Perché questa è la street: imprevedibile, reale.
Il gran finale
Ultimo spot: un doppio set di scale imponente, reso più accessibile grazie a una struttura che trasforma la prima sezione in bank. Ma accessibile non significa facile. @chriceresato rompe subito gli schemi affrontandolo in salita. @daniel__giordan paga il prezzo del rischio con una caduta violenta — secondo viaggio in pronto soccorso della giornata. Poi entra in scena @mogybmx, che con il suo signature tuck no hand dimostra stile e controllo. E quando tutto sembra finito, due rider decidono che non basta. @chriceresato e @teobmx alzano ancora l’asticella: wallride impossibili, linee fuori logica, pura determinazione.
Più di una jam
Le premiazioni chiudono la giornata, ma non sono il vero punto. Certo, i riconoscimenti arrivano: @krisasso._, @mattiacazzola, @tiamaik_rb, @_nnicho, @teobmx dominano gli spot. @chriceresato si prende il Golden Boy per il best trick. @_nnicho conquista il titolo di King e l’Excalibar. Ma OVERPEGS è altro. È la prova che la scena esiste ancora. Che ha solo bisogno degli spazi giusti per tornare a esprimersi. Che BMX e scoot possono convivere, spingendosi a vicenda oltre il limite.
Il ritorno di qualcosa che mancava
OVERPEGS non è stata solo una jam. È stata una risposta. Alla mancanza di eventi street autentici. Alla distanza tra rider. Alla voglia di condividere, spingere, creare. E a giudicare da quello che si è visto tra le strade di Milano, questa è solo la prima pagina.
(Testo e fotografie di Marco Mattu @marco.m_photo)
Madbeat: il cuore gonfio dopo ‘The Midnight Souls’, tra punk, ambizione e nuove frontiere sonore
March 10, 2026 | Salad DaysCon il sipario calato su Milano e Torino, ‘The Midnight Souls’ si può finalmente guardare nella sua interezza: un progetto ambizioso, che ha trasformato i brani dei Madbeat con fiati, organo e cori, restituendo un’esperienza live unica e irripetibile.
Abbiamo incontrato la band per capire cosa rimane dopo mesi di prove, lavoro e concerti, come questa impresa abbia ridefinito il loro rapporto con la musica, con il pubblico e con la scena underground, e quali insegnamenti porteranno avanti nel futuro della loro carriera.
SD: Ora che anche Torino è andata e ‘The Midnight Souls’ è archiviato, qual è la cosa che vi ha sorpreso di più? Una reazione del pubblico, una dinamica sul palco, o magari qualcosa che non avevate previsto e che ha cambiato la vostra percezione del progetto?
M: Personalmente ho percepito un’adrenalina, prima di salire sul palco a Torino, che non avevo mai provato e che vorrò a tutti i costi riprovare, avevamo la consapevolezza che stavamo per chiudere con quella data un percorso impegnativo durato mesi e quelle sensazioni li sono state potenti. La reazione del pubblico è stata fantastica in entrambi i live.
SD: Avete preso il vostro repertorio punk-rock e lo avete messo in discussione davanti a tutti, con fiati, cori e una struttura più ampia. In un’epoca in cui molte band underground restano nella comfort zone per non “spiazzare” il pubblico, quanto è stato rischioso per voi fare questa scelta?
M: Non lo abbiamo vissuto come un rischio in realtà, ma come un’opportunità di crescita, l’idea di abbracciare sonorità differenti ci ha gasato sin dall’inizio; mi rendo conto che più passano gli anni e più proviamo gusto nel ricercare qualcosa di nuovo. Se la domanda è in relazione al rischio che potrebbe esserci nel “perdere” un po’ il pubblico medio della scena punk rock, mi viene da alzare un po’ le spalle.. la musica è divertimento, noi ci divertiamo, ognuno è libero di ascoltare quello che vuole.
SD: Dal punto di vista umano, cosa vi ha lasciato lavorare con una big band? Vi ha insegnato qualcosa sulle dinamiche interne della vostra band, sull’ascolto o sulla gestione collettiva che porterete anche nel futuro dei Madbeat?
M: Dal punto di vista umano ci ha lasciato una sensazione bellissima, abbiamo collaborato con ragazze e ragazzi fantastici in questi mesi, musicisti Veri con esperienze in band importanti, una figata pazzesca… a livello tecnico credo sia un passo importante, un’esperienza che sicuramente ci porteremo dietro in futuro, imparare a suonare con altre 7 persone ci ha portato ad alzare il livello di attenzione nella performance, avendo fatto poche prove volevamo essere una “base” perfetta per loro in modo da metterli più a loro agio possibile, abbiamo cercato di fare caso ai minimi particolari, abbiamo ampliato la nostra strumentazione, speriamo che ne sia valsa la pena..
SD: Spesso nell’underground si parla di limiti strutturali – budget, spazi, sostenibilità. ‘The Midnight Souls’ è stato anche un banco di prova organizzativo. Quanto è stato complicato renderlo possibile e cosa vi ha insegnato sul “fare le cose in grande” restando indipendenti?
M: Non nego che di difficoltà ce ne sono state parecchie, credo che la più grande sia stata trovare i locali giusti al prezzo giusto che fossero disponibili a farci suonare nel periodo a noi più congeniale (su Milano ad esempio, Andre dei Punkreas è stato fondamentale), ma tolto questo l’organizzazione ha compreso anche muoversi per trovare un service che ci affittasse la strumentazione (e qui dobbiamo ringraziare Microfase che è stata super disponibile), trovare le band di apertura idonee all’idea di serata che avevamo in testa, tutto questo mentre in parallelo avanzavamo con la composizione a livello puramente artistico, che ha portato via molte energie (un grazie a Stefania Tasca che ci ha aiutato molto in fase di arrangiamento).. insomma, un lavoro molto impegnativo che non sarebbe stato possibile se non ci fossero state persone disponibili, che sin dall’inizio ci hanno appoggiato, sostenuto e accompagnato nel percorso.
SD: Dopo Milano e Torino, avete la sensazione che questo progetto abbia cambiato la percezione che la scena ha di voi? Vi sentite ancora la stessa band di prima o qualcosa, internamente, si è spostato in modo irreversibile?
M: Ci siamo buttanti in questa avventura per gioco e per divertirci ma con la consapevolezza che ne saremmo usciti migliorati; nel frattempo c’era l’idea di mandare un segnale forte a chi lavora con produzioni più grandi, volevamo dimostrare di essere in grado di poter portare in giro uno spettacolo così, noi ce l’abbiamo messa tutta, vedremo quali frutti porterà; a noi sicuramente ha portato molta energia positiva.
SD: Guardando indietro a questi mesi di lavoro e a due sale piene che hanno risposto con entusiasmo, vi viene più voglia di replicare un’esperienza simile in futuro o proprio il fatto che sia stata unica la rende più potente?
M: Siamo partiti con l’idea di farne 4, poi per questioni puramente economiche abbiamo deciso di chiuderne 2, sicuramente ci guarderemo attorno per poter replicare l’esperienza, non è semplice però, questo progetto ha bisogno di palchi di un certo tipo per poter rendere al meglio.
RAMPAGE: DIARIO NELLA POLVERE
February 19, 2026 | Salad DaysSono le cinque del mattino quando mi sveglio. Stanotte abbiamo dormito in una tenda costruita su una collinetta che ospita un “glamping” (termine che più millennial non si può), un campeggio di quelli che vedi su Instagram con tutte le lampadine stile fiera, le tende spioventi, palette crema/beige/grigio chiaro, good-vibes-only, eccetera eccetera.
Abbiamo scelto questo posto perché è vicinissimo al parcheggio dell’evento. Siamo nel mezzo di qualche parte dello Zion National Park, Utah. Arriviamo sul posto per ritirare il pass che ci permetterà di accedere all’area designata. È ancora buio e fa freddo, ma il parcheggio si sta animando sempre di più. Esco dalla macchina, prendo il mio zaino, chiudo. Davanti a me, un ragazzo sulla quarantina armeggia sul rack portabici del suo atv. Ci saluta sorridendo e lo riconosco subito. È Cam Zink, leggenda del freeride mountainbike e vincitore dell’edizione 2023 della Red Bull Rampage (l’aveva già vinta nel 2010). Salutiamo e ci prepariamo a camminare.
Dal parcheggio all’area designata per il pubblico ci sono 3 miglia di distanza, che puoi percorrere camminando, in bici, o prenotando degli shuttle. Abbiamo scelto la prima soluzione, la più economica. Due isolati con poche case e qualche albergo, e la strada si fa subito scoscesa e polverosa. Dieci minuti e intorno a noi c’è solo l’high desert del Southwest americano, con le sue distese di terra e roccia che contrastano con il cielo che si apre all’alba, mentre ci immergiamo nell’ora blu che accompagna il nostro camminare quasi in silenzio, in un’atmosfera surreale, quasi contemplativa, interrotta dal passaggio di qualche bici o fuori strada che ci sorpassa. L’ultimo tratto di percorso lo facciamo proprio in groppa a un quattro ruote motrici, dopo che un gentile steward ci chiede se vogliamo un passaggio.
Arriviamo sul posto: siamo nel piccolo accampamento che ospita il parco chiuso, il “recinto” di arrivo (così lo chiamano loro, in maniera molto country, “finish corral”) e l’area degli spettatori. Accampamenti di varie dimensioni, 4×4, suoni di motori, gruppi elettrogeni e musica varia che si diffondono dagli stand dei marchi di mountain bike che partecipano all’evento e dagli onnipresenti sponsor. Ci sono anche delle bici in mostra: sono quelle delle vincitrici della Rampage femminile, la prima della storia di questo evento, disputata due giorni prima. Comincia ad arrivare sempre più gente; giriamo tra gli stand, facendo incetta di freebies (tra cui un bellissimo beer cooler della Transmission, un cappello da deserto di YT e un frisbee del nuovo cambio wireless Shimano). Si alza la polvere; beviamo caffè e mangiamo burritos da un venditore locale piazzato al centro di questa piazza improvvisata. Sembra di essere in due posti contemporaneamente: in un evento sportivo di grosso calibro sospinto da sponsor leader di mercato e legato alla media classe che quegli eventi può permetterseli (non per niente lo chiamano il “super bowl” della mountain bike); poi sembra di stare ad un festival di musica pesante, ad un rave non autorizzato; ma soprattutto percepisci quell’idea di condivisione di questo lembo di roccia, sassi e polvere che ti lega, in questo preciso momento, a quei rider che rischieranno la vita saltando nel vuoto della montagna sopra di noi, alle loro squadre di diggers che per settimane hanno scavato le minuscole traiettorie, berns, kickers, lips, landings su cui poggeranno le ruote queste biciclette (innovazioni della tecnica, certo, ma pur sempre biciclette).
Sollevo la testa a cercare il punto più in alto. Trovo la partenza, la piattaforma con l’archetto che ho visto centinaia di volte in tv. Si vede appena, tanto è lontano, tanto è in alto. Solo in questo momento mi accorgo della scala reale degli elementi di questa folle corsa, della proporzione montagna/uomo, altezza/percorso, ma soprattutto della grandezza dei salti, dei drops. I riders stanno ultimando le ultime prove, qualcuno è sul percorso. Nella parte alta sono piccoli puntini colorati che lasciano una scia di polvere che si allarga gradualmente dietro di loro, quasi a formare un mantello dorato che li accompagna finché non prendono il volo da un salto o finché, letteralmente, la terra non finisce sotto le loro ruote. Lasciamo il parco chiuso e prendiamo posto sulla collinetta a destra del “course”, dove finiscono le linee di alcuni rider. Arrivano sempre più persone; il clima muta dal sonnacchioso mattino presto al fervido preparativo fino a diventare festa. Gli altoparlanti massivi disposti qua e là sparano i Pennywise e i Lagwagon, mi sento a casa. La gente è preparata con abbigliamenti desertici vistosi, maglie che evocano avventure epiche su due ruote, ombrelli parasole, macchine fotografiche e anche parecchi stratagemmi originali per introdurre alcol in un’area dove non si può introdurre alcol (le sacche idriche degli zaini tecnici sono ottime per questo scopo). Sorrisi, folate di polvere, noto che siamo già completamente sporchi. Troviamo un sasso/cespuglio con una buona visuale; questo sarà il nostro non proprio comodissimo accampamento. Comincia la prima run.
Da dove siamo seduti abbiamo una visuale parziale, possiamo vedere da vicino una delle due linee principali su cui i piloti e le proprie squadre di diggers hanno deciso di scavare la propria discesa. Mi piace immaginare questi atleti come scultori, che concepiscono particolari forme, le imprimono temporaneamente nella roccia, plasmano terra e acqua per creare onde, pareti, passaggi su cui poi disegneranno la propria linea. Comincia il GOAT, Brandon Semenuk, quello che alterna freeride e rally, che ha vinto il Crankworx e la Rampage un sacco di volte e ora è anche campione USA con la Subaru. Fa ovviamente un run incredibile, ma alla fine cade durante un flip whip. Ci sarà una seconda run? Le discese sono accompagnate dalle urla della gente che ci sta attorno; alcuni hanno cartelli con le facce dei rider; gruppi di gymbros si atteggiano come se fossero i giorni dello spring break (in effetti sono i giorni del fall break, almeno quello della mia università); ci si incontra, si chiacchiera. Conosco un ragazzo che si è trasferito nello Utah da poco per rimanere vicino ai tanti sentieri del Zion National Park. Mi racconta che, appena il carrozzone della rampage va via, questo posto brulica di riders accampati qua per settimane, che sezionano le diverse linee lasciate dai pro, le provano, anche integralmente, e le usano come parco giochi personale nella polvere. A detta sua, la rampage ha fatto nascere in questo lembo di terra d’America una vera e propria comunità che cresce di anno in anno.
Tyler McCaul e Szymon Godziek fanno due discese che sono già da podio. Il rider ceco sembra quello favorito per quest’anno: anche lui, come altri, è stato bravissimo ad adattare l’ipertecnicismo dello slopestyle a questa gara più pazza ed estrema. Le run si alternano, tra quelle maggiormente dense di trick, e quelle legate a linee velocissime e sporche. Queste ultime, definite dai puristi come le più “freeride”, più vicine allo spirito originale dell’evento, sono quelle che sinceramente preferisco: mi sembrano le più punk. Per me, già basta che questi rider tentino di conquistare questa montagna, catapultandosi a tutta velocità dalla sua cima, cavalcando la propria mtb impazzita. Forse è per questo che, anche a questo giro, mi viene da fare il tifo per Brendan “Brendog” Fairclough e per la sua velocissima discesa, senza tanti tricks ma con linee da capogiro. Mi piace pure che i suoi diggers (importantissimi riders inglesi a loro volta) lo seguano, incitandolo, salvo fermarsi sul ciglio di un drop gigante per non cadere di sotto. Sento le loro grida da qua giù. Poi passano Kile Strait e Carson Storch molto vicino a noi; la gente impazzisce. Arriva il momento del canadese Tom Van Steenbergen, che ridefinisce il significato del “fare le cose in grande” con il front flip da un drop tra i più grandi della storia della mountain bike. La gente rimane muta; mi immagino un punteggio gigantesco da parte dei giudici e mi sorprende quando invece è nella media. La verità è però che a me, come immagino a tanti, della parte competitiva di questa strana giornata, non importa tanto.
Il sole è sempre più alto; sta picchiando proprio sopra di noi. Ci rinfreschiamo con le tantissime Red Bull offerte dall’organizzatore dell’evento. In un’altra situazione avrei il cuore a 3000 se non ci fosse così caldo. Arriviamo all’ultima discesa. La run di Cam Zink, della leggenda, del vincitore dell’anno scorso. Arriva proprio nella parte del course sopra di noi, ma una forte folata di vento compromette la sua run. Cade. Silenzio. Si ferma l’intero accampamento; si vedono correre i soccorritori; lui non si alza. Ancora silenzio. Arriva un elicottero e, incredibilmente, atterra proprio sopra il punto in cui è avvenuto l’incidente. Solleva un sacco di polvere; al resto ci pensa il vento, sempre più forte. Diverse raffiche rendono l’aria quasi irrespirabile. Ci si accovaccia, si sollevano passamontagna, a tratti non si vede più niente. Poi il cielo si fa limpido di nuovo e si vede l’elicottero sollevarsi al centro di un cuscino di polvere grigia. Sta portando Zink all’ospedale. La gara si ferma: il vento è il vero protagonista ora. Non si sa se ci sarà una seconda run. Si aspettano i dettagli delle condizioni di Zink dall’ospedale; l’atmosfera si distende. L’occhio di tutti è alle maniche a vento posizionate per tutto il percorso, quella sorta di bandierine coniche che ti dicono chiaramente, in questo caso, che il vento è tanto. Si aspetta.
Arrivano notizie di Zink: è messo male (sei costole rotte, un polmone perforato), ma è vivo. La gente festeggia. Aspettiamo. Passano DUE ORE. Sul gradino più alto del podio c’è Szymon Godziek, seguito da McCaul. È ormai pomeriggio. Incredibilmente la seconda run si farà. Ma chi scenderà con questo vento? Brandon Semenuk. Quando la gara sembra ormai finita, quando la gente sta pensando praticamente solo a fare festa, lui fa la sua seconda discesa nell’unica finestra di vento giusta, inanella una serie di trick impossibili con la pulizia esecutiva che lo contraddistingue. Arriva al finish corral, attende il punteggio. Ha vinto la Rampage, per la quinta volta nella sua carriera. L’area del parco chiuso si riempie di gente, la musica si fa più alta. Sorrisi, abbracci, qualche urlo: si è sempre più vicini e rivolti al palco delle premiazioni.
Il sole sta cominciando a tramontare e la luce diventa di un oro acceso, riflette sul terreno e contrasta con un cielo che sta gradualmente diventando più scuro, suggellando ancora di più il contrasto con la terra, ora sempre più rossa. Passeggiamo di nuovo per tutto l’accampamento, mi infilo dietro il palco. Su una piccola duna, tre figure immerse nel sole che cala, alle loro spalle. Tra di loro un cowboy beve una birra. Punto e scatto. È Kyle Strait, che si gode il momento di chill più soddisfacente nella vita di un rider di mtb freeride. Continuo il mio giro: si sta tutti insieme: riders, meccanici, team manager, giudici, pubblico. Si festeggia il calar del sole e la fine di questa edizione. Noto dall’altra parte dell’area delle premiazioni Bienvenido Aguado, rider spagnolo tra i più folli, molto sfortunato in questa edizione della Rampage, che sembra raccontare della sua discesa a Josh Bender, quello che la Rampage ha creato dal nulla, quello che, prima di tutti, è fuggito nel deserto dicendo “I am going big”. Scatto una foto.
È il momento delle premiazioni: sale Brendog a ritirare il premio di “Trailblazer”, anche se è chiaro che sperava in ben altro; lo si vede dalla sua faccia. Poi i diggers, poi il podio. Salgono Godziek, McCaul e King Semenuk. Il sole è sempre più basso; le loro facce sembrano scolpite nell’ambra. Trofei al cielo, champagne. È il momento di abbandonare l’accampamento e di iniziare il nostro cammino verso la macchina, parcheggiata a 3 miglia da qui. Passeggiamo tranquilli mentre il cielo diventa sempre più scuro: ci avvolge. Ci sorpassano ragazzi gasatissimi in mtb, incontriamo altri camminatori come noi, è di nuovo l’ora blu e c’è di nuovo silenzio, fino al nero della notte. Poi, di nuovo, l’asfalto, una manciata di case disseminate lungo una via lunga e larga di Virgin, Utah.
Post-Scriptum: Lo scorso ottobre sono tornato alla classica modalità di visione della Rampage, quella sul divano di casa davanti alla TV. Ho seguito le runs, visto la serie di cadute assurde e, nei giorni successivi, assistito alla lunga (e oramai classica) querelle su quanto questi atleti si stiano spingendo troppo oltre con i tricks, sulla pericolosità progressiva dell’evento e così via. Come se non fosse già incredibilmente pericoloso soltanto scendere da quella che è in tutto e per tutto una montagna a bordo di una bicicletta. Interessante, però, come anche questo gran parlare rifletta quel carattere che ho visto sul campo. Da una parte, un momento di libertà, di follia controllata, un rito di passaggio per alcuni, una consacrazione per altri, un momento comunitario. Dall’altra, la pressione di un grande appuntamento sportivo, degli interessi di grandi corporation, della fama mondiale dettata dal carattere estremo dell’evento, che fa sì che tutti, come spesso succede al giorno d’oggi, abbiano per forza un’opinione.
(Foto e Testo di Diego Pani x Salad Days Mag – All Rights Reserved)
Zu interview @ Zō Centro Culture Contemporanee, Catania
February 9, 2026 | Salad DaysUna delle prime tappe del tour del nuovo album degli Zu ‘Ferrum Sidereum‘ passa per la città di Catania (nella rinomata location Zō Centro Culture Contemporanee)
ed è occasione prima di tutto per poterli seguire/fotografarli live e poi per poter parlare con la band di questo nuovo maestoso doppio album (per l’appunto ‘Ferrum Sidereum‘ 4° lavoro uscito per l’etichetta discografica britannica House Of Mithology) e fare anche il punto della situazione per i quasi 30 anni di attività.
SDM: Il titolo dell’album rimanda al ferro celeste, a qualcosa di siderale che precipita sulla terra. Se definiamo ‘Ferrum Sidereum‘ un disco mistico/spirituale, a cosa mira la sua potenza? State cercando di tradurre in musica una forma di conoscenza antica o è una risposta alla ricerca di senso nel caos presente?
Zu: Per noi essere musicisti non significa nutrire l’ego tipico di chi sale su un palco. Al contrario, cerchiamo di spogliarcene per diventare dei medium. L’obiettivo è lasciare il campo libero affinché possano fluire delle energie: non siamo i creatori assoluti, ma dei terminali attraverso cui passa qualcosa di più grande. È una condizione che, in realtà, appartiene a ogni essere umano. Durante il tour dello scorso anno, abbiamo scelto l’immagine dell’Arcangelo Michele per la nostra locandina. Abbiamo notato che questa scelta scatenava curiosità e domande quasi spiazzanti. La nostra riflessione è stata molto semplice: nel mondo della musica estrema esistono migliaia di band che utilizzano un immaginario satanico senza che nessuno si stupisca. Perché, allora, l’uso di un’iconografia celeste appare così strano o provocatorio? Spesso, nel rifiutare le istituzioni religiose o la Chiesa durante la crescita, abbiamo commesso l’errore di rinnegare, insieme all’istituzione, anche la dimensione spirituale e il sacro. Personalmente, il mio percorso di guarigione spirituale mi ha portato dal Buddismo dallo Shintoismo, ecc., ma credo che certi contenuti universali restino potentissimi. Quando un concetto è condiviso da molti, sprigiona una forza straordinaria. Per noi, recuperare questo tipo di contenuti significa attingere a un’energia collettiva che va oltre il semplice concerto.
SDM: Con ‘Ferrum Sidereum‘, l’elettronica e i sintetizzatori sembrano aver preso il posto che un tempo era dei volumi estremi e dei riff serrati. Da dove nasce questa necessità di esplorare mondi sintetici e quali sono state le fonti d’ispirazione -musicali o meno- che vi hanno guidato in questa nuova direzione?
Zu: Il ritorno in studio è stato un processo estremamente organico, nato soprattutto dalla volontà di non porsi alcun limite predefinito. Dopo anni di silenzi e momenti in cui le nostre strade si sono divise, ritrovarsi ha significato portare avanti una storia condivisa molto forte. Abbiamo deciso di resettare tutto e lasciare che la musica emergesse da sola, senza forzature. In questo nuovo disco, l’elettronica e i sintetizzatori hanno trovato uno spazio naturale, quasi necessario. Non è stata una scelta pianificata a tavolino, ma un puro istinto sonoro: sentivamo esattamente dove un passaggio richiedeva il graffio del sax e dove, invece, era necessaria la profondità di un synth. Abbiamo lavorato molto con il Mellotron e le sonorità degli organi anni’70. Nonostante le infinite possibilità dei software moderni, ci siamo resi conto che quel tipo di sintesi -calda, profonda- era la fonte più coerente con il percorso che stavamo tracciando.
SDM: Quasi trent’anni di attività, oltre quindici album e migliaia di concerti e chilometri percossi in tutto il mondo. Se chiudete gli occhi e pensate al palco del 1997 e a quello del tour del 2026, cos’è cambiato nel vostro modo di “abitare” lo spazio scenico? E’ passata l’urgenza della performance fisica per lasciare spazio a qualcos’altro?
Zu: Il concetto di “performance” non ci è mai appartenuto veramente. Per noi lo spazio non è mai stato scenico, ma squisitamente sonoro e visivo; abbiamo curato l’estetica grafica e video con un rigore fin dagli esordi. Certamente il nostro modo di stare sul palco si è evoluto, ma l’urgenza di fondo rimane la stessa. All’inizio la nostra era una spinta distruttiva, un atto di rottura: noi avevamo il nostro dire mentre tutt’intorno succedeva tutt’altro eravamo noi contro il mondo, noi contro un pubblico che viveva una realtà aliena alla nostra. Sentivamo il bisogno fisico di abbattere le strutture. Poi, col tempo, abbiamo imparato a leggere le energie. Oggi la nostra musica si muove su due binari paralleli: da un lato persiste la furia -perché c’è ancora molto per cui essere furiosi- e dall’altro è emersa la compassione, intesa nel suo senso più profondo e viscerale. È proprio dall’incontro tra questi due estremi che abbiamo scoperto l’armonia. Esiste però un grande malinteso di fondo. Il pubblico medio è talmente assuefatto alla dittatura del 4/4 che, non appena sposti un accento o esci dai binari ritmici convenzionali, bolla tutto come “improvvisazione” o “caos”. Spesso leggiamo recensioni che parlano di dissonanza e anarchia, quando in realtà noi ci sentiamo immersi in un’armonia quasi classica. Se vivi in un mondo che mastica solo intervalli rock di prima-terza-quinta, ciò che facciamo noi sembra alieno. Ma la verità è che non ci sentiamo nemmeno avanguardia: siamo dentro la classicità più pura, solo con un altro respiro.
SDM: Come riesce ‘Ferrum Sidereum‘ a mantenere l’identità Zu pur essendo così innovativo? E’ corretto dire che la crescita e le cicatrici della band abbiano creato un’opera che guarda simultaneamente al futuro e al passato?
Zu: Non guarda sicuramente al passato. L’identità Zu resta fedele al processo di mutazione.
SDM: Immaginiamo gli Zu tra vent’anni. Dopo aver esplorato jazz, metal, elettronica cosa resterà del vostro sound nel 2046? La fame di scoperta sarà ancora il vostro motore o la vostra musica sarà diventata qualcosa di completamente diverso…
Zu: Viviamo il presente. Siamo qui, ora, e l’unica realtà che conta è questo concerto. Non spetta a noi decidere cosa resterà domani; l’idea di un “lascito” è una presunzione che non ci appartiene. Se proprio dobbiamo immaginare un’eredità, speriamo (e lo diciamo con un minimo di autoconsapevolezza) che qualcuno, ascoltandoci, non senta il bisogno di rifare la nostra musica, ma trovi il coraggio di cercare la propria voce. Quella voce fuori moda, senza etichette e senza garanzie, che però esige di essere liberata. Farlo e basta, nonostante tutto.
La nostra chiacchierata finisce qui, il live degli Zu è iniziato pochi minuti dopo quest’intervista. Sicuramente è stato ascoltato e seguito con un occhio attento a certi dettagli e a certi passaggi e il flusso energetico, sprigionato durante l’ora e mezza di durata del concerto, è stato sempre accesso, concentrato e pronto a riceverlo. È emerso tutto: una parabola sonora che muove dalla furia alla compassione, incanalata in una classicità pura, quasi estatica, che lascia sbigottiti.
La serata si è aperta come un incendio primordiale: l’open act dei Rough Enough è stato un concentrato di urgenza, emozione e azione sconnessa. Trenta minuti di “musica di resistenza” che hanno lasciato il segno, regalando al pubblico riff emotivi e un drumming forte e preciso. Un regalo esplosivo che ha saturato l’aria di un’adrenalina quasi palpabile, preparando il terreno a ciò che sarebbe seguito.
(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)
Decius + Cuperose @ Zō Centro Culture Contemporanee, Catania – recap
December 18, 2025 | Salad DaysEra molto attesa la prova live del collettivo inglese Decius tanto che la sala concerto di Zō Centro Culture Contemporanee “pulsava” dalle premesse che nei giorni antecedenti si captavano nell’aria: “diretto, sudato, viscerale”.
Questo ci si aspettava e questo è stato. Al secondo step la rassegna musicale Pulsar invita sul palco ad aprire la serata Cuperose ovvero Andrea Privitera artista catanese sempre in piena evoluzione che modella manipolando in tempo reale suoni e ritmi; il suo è un set dallo stile malinconico e introspettivo ma rispetto al passato dai ritmi più travolgenti e organici, si infittisce con delle texture che si fanno a volte molto crude e serrate e la forma eterea e sognante di Cuperose viene come interrotta, rimodulata infrangendo il sogno ritrovandosi così ad affrontare la realtà.
Il supergruppo underground Decius vanta delle figure chiavi della scena musicale londinese: Lias Saoudi – frontman dei celebri Fat White Family; Quinn Whalley – membro di Paranoid London e Warmduscher; Liam May e Luke May – i fratelli fondatori della Trashmouth Records. Bang! La combinazione letale di Acid House, Techno e Punk Attidude che i Decius hanno rigettato sul palco ma soprattutto in mezzo al pubblico è stata maestosa, è stato come immergersi in coppa di assenzio.
Vertiginoso l’andazzo del concerto ha visto Lias Saoudi instaurare con il pubblico un esistere non esistere, febbricitante, provocatorio, con una perenne tensione erotica ha ingabbiato il pubblico presente in un cerchio rituale una vera e propria energia primordiale che ha ipnotizzato magicamente l’ambiente circostante. L’urgenza della musica da club si è trasformata lentamente grazie alla musica dei Decius in una vera e propria onda acida e immersiva enfatizzando così la venue catanese in una vera, intensa e sudata sala da ballo underground.
(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)
Clarks x Candiani Denim Store – workshop
December 14, 2025 | Salad DaysClarks celebra 200 anni di storia con un pop-up a Milano e un’esperienza di customizzazione unica in collaborazione con Candiani.
Candiani Denim Store, eccellenza italiana nella produzione di denim premium, ha ospitato il pop-up dedicato al bicentenario di Clarks e lanciato un progetto di personalizzazione tailor made sulle icone Clarks Originals. Una doppia iniziativa che unisce heritage, innovazione e creatività condivisa.
Lo spazio di Piazza Mentana 3 ha accolto il temporary store Clarks, offrendo ai visitatori l’opportunità di scoprire da vicino la storia e le icone del brand e vivere un’esperienza che unisce la tradizione inglese e la manifattura italiana. Con questo pop-up, il brand ha voluto celebrare la sua storia con la propria community: all’interno dello spazio, è stato infatti possibile seguire un vero e proprio percorso culturale in cui ripercorrere la storia del marchio, i suoi modelli iconici e le figure che hanno contribuito a definirne l’identità, influenzando generazioni.
Candiani Denim Store ha ospitato un progetto esclusivo di personalizzazione dedicato a due modelli Clarks Originals. La limited edition è caratterizzata da un FOB personalizzato in denim, è ha dato la possibilità di customizzare la scarpa scegliendo tra un’ampia libreria pattern e design che sono stati laserati direttamente sulla shoe presso il Candiani Custom, una micro-factory urbana specializzata in denim tailor made adiacente allo store stesso. Salad Days Mag è stato invitato a questa giornata dedicata al workshop esclusivo per vivere in prima persona il processo di personalizzazione delle iconiche scarpe. Questa collaborazione rappresenta l’incontro tra due eccellenze manifatturiere – la tradizione calzaturiera di Clarks e la cura sartoriale di Candiani – celebrate attraverso un’esperienza creativa che reinterpreta due classici nei codici di oggi.
Fondata nel 1825 a Street, nel Somerset, Clarks segna un traguardo storico celebrando 200 anni di innovazione e artigianalità. Dal primo modello creato con ritagli di lana, fino alla rivoluzione della Desert Boot – che nel 2025 festeggia anche il suo 75° anniversario – Clarks ha costruito un archivio di oltre 22.000 modelli che hanno accompagnato generazioni in tutto il mondo.
Ph. Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved
CAMILLA SPARKSSS @ RETRONOUVEAU, MESSINA – RECAP
December 8, 2025 | Salad DaysIl tour ICU RUN di Camilla Sparksss, alias Barbara Lehnhoff, (parte in causa anche del project Peter Kernel) si sta svolgendo ora (l’album è uscito a settembre 2025 e il tour italiano è previsto fino a dicembre 2025).
La sua live performance è un atto finale di ribellione, visivamente coinvolgente, che va oltre il semplice set musicale. Tutto sul palco è magnetico: i due giradischi, il mixer, il microfono, il sintetizzatore e i pedali ad effetto. Ovviamente il catalizzatore è Lei, le sue movenze, la sua voce tagliente, la tragicomicità liberatoria (come atto di superamento), la sua musica (techno, dark wave, noise, fino ai confini del dancefloor) e i suoi testi che perfettamente si miscelano, si fondono in groove micidiali sbalorditivamente estremi e poi fragili, violenti e poi intimi: tutto pronto per perdere il controllo per poi invece bilanciare il tutto con un’armonia chiara e pulsante di vita. (Elettro) PUNK fino al midollo.
(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)
Crossed / Ekbom / Sehnsucht @ Palestra Lupo, Catania – recap
December 4, 2025 | Salad DaysLa Palestra Lupo, spazio occupato che negli anni è diventato punto di riferimento per la musica underground in Sicilia, il 15 novembre ha ospitato una serata che ha unito tre scene diverse in un unico flusso: Catania, Trento e Madrid, tutte con qualcosa da dire e zero intenzione di farlo a metà.
Sehnsucht – ‘Il Tempio Di Un Ego Assassino’ prende forma.
A rompere il silenzio sono i Sehnsucht, padroni di casa e freschi di pubblicazione del loro album ‘Il Tempio Di Un Ego Assassino’. Live, i brani prendono una consistenza diversa: più soffocante nei passaggi lenti, più esplosiva quando la tensione cresce. Tra i brani, uno si impone più degli altri: ‘Martire Del Vuoto’. Dal vivo è un rituale. Lento quanto basta per strangolarti, feroce abbastanza da cancellare ogni equilibrio. Il nuovo materiale deel disco, live diventa più ruvido, più ostile, più reale. Il pubblico lo capisce e risponde senza esitazioni: nessuno osserva, tutti subiscono.
Ekbom – La matematica dell’abisso.
Proseguono gli Ekbom che entrano cambiando il clima: dall’oscurità al taglio netto del grind. Il loro mathgrind è una geometria impazzita, un disegno che crolla e si ricompone alla velocità di un impulso nervoso. In ‘Baratro D’Ovatta’ c’è tutto: la discesa, l’urto, la morbidezza che inganna, un eco che rimbalza sulle pareti come un pensiero ricorrente che non sai se temere o seguire. La sala diventa un organismo che pulsa a scatti, come se ognuno stesse cercando di tenersi in piedi durante un terremoto interiore. Gli Ekbom suonano come una macchina impazzita che però sa esattamente dove andare, e la sala li segue senza esitazioni.
Crossed – ‘Realismo Ausente’ come finale d’impatto.
A chiudere la serata, i Crossed da Madrid, arrivati a Catania per presentare dal vivo ‘Realismo Ausente’. Se il disco è una dichiarazione di identità – cruda, moderna, tagliente – il live ne è la traduzione muscolare. La band spinge forte fin dal primo pezzo, alternando sezioni post hardcore pesante a fasi più atmosferiche ed emotive. Il brano ‘Sentirse Solo’ è il momento più fisico e partecipato: riff taglienti, batteria serrata, linea vocale incisiva. È una chiusura che non lascia spazio alla distrazione: un set compatto, sudato, che rende piena giustizia all’album. La Palestra Lupo si conferma uno spazio che non è soltanto un luogo fisico, ma un ecosistema dove le scene si incontrano e si riconoscono. Tre band diverse, tre modi di intendere il DIY, un’unica serata vissuta, necessaria. Quello del 15 novembre non è stato solo un concerto: è stato un piccolo frammento di ciò che tiene vive le sottoculture quando tutto il resto fuori sembra spegnersi. Non c’è morale, non c’è romanticheria. Solo una serata che ha dimostrato, ancora una volta, che certe cose non si organizzano: accadono. E quando accadono così, fanno male nel modo giusto. A seguire, l’intervista a Miguel, voce e chitarra dei Crossed, per raccontare il disco ‘Realismo Ausente’ e l’esperienza della band.
SD: Ciao ragazzi e benvenuti per la prima volta a Catania. I Crossed sono spesso associati alla dimensione underground, simile a quella in cui vi esibirete stasera. Come definireste questo ambiente e cosa significa per voi far parte della scena underground locale e internazionale?
C: Per noi l’underground è tutto: ci siamo cresciuti, sia come band che come individui. Ne abbiamo assorbito la filosofia e siamo stati influenzati dai concerti a cui abbiamo partecipato, organizzati da persone come voi e come noi. È un vero piacere poter portare la nostra musica fuori dal nostro Paese e condividerla con realtà affini che si impegnano tanto quanto noi, se non di più, affinché ci siano proposte culturali che funzionino e che, soprattutto, la gente sostenga e si senta parte di qualcosa di così bello.
SD: Negli ultimi anni avete costruito un legame molto forte con il pubblico italiano. C’è un ricordo, un concerto o un episodio dei vostri tour qui che vi portate ancora addosso?
C: La verità è che abbiamo un legame speciale con l’Italia. Uno dei concerti che ricordiamo con più affetto è quello a Milano del 2023, durante il tour europeo con i nostri amici Viboras. Anche l’ultimo live a Catania è stato fantastico: ci avete accolti da dio e il pubblico è stato incredibile. Ci ha particolarmente colpito e motivato vedere così tanti giovani sotto al palco — è una cosa che dà sempre molta speranza.
SD: Il 2025 è stato l’anno di ‘Realismo Ausente’, un disco profondamente emotivo e più cupo rispetto al precedente ‘Morir’, valorizzato sicuramente dalla produzione americana di Jack Shirley (Deafheaven, Oathbreaker, Whirr). Come si è evoluto il vostro sound negli anni? E quali elementi hanno avuto un ruolo decisivo nello sviluppo dell’atmosfera del full lenght?
C: Per quest’ultimo disco avevamo le idee più chiare su come avremmo voluto che suonasse. Abbiamo sperimentato poco in studio, tranne che con la nostra strumentazione, e credo che questo si percepisca. È un qualcosa di più diretto e conciso, che non lascia tanto spazio all’improvvisazione. Credo anche che, in qualche modo, il suono sia diventato più duro, abbiamo meno paura di provare cose diverse e di giocare con generi differenti. Penso che la chiave di tutto sia il fatto che ci sentiamo più liberi e più sicuri di ciò che vogliamo fare. All’inizio forse era più un “proviamo questo per vedere se funziona o se ci sta bene”, ora invece quella fase è superata e sappiamo com’è il “suono Crossed”, anche se ovviamente non smetteremo mai di sperimentare.
SD: Avete mai pensato alla possibilità di introdurre e utilizzare nuovi strumenti musicali nei vostri brani? Se sì, quali vorreste provare?
C: Adoriamo i gruppi di genere post-punk, industrial, elettronica… e l’uso di sintetizzatori e tastiere ci ha sempre affascinato. Fin dall’EP ‘Vida Quieta’ stiamo sperimentando con questo tipo di strumenti. In ‘Realismo Ausente’, volevamo chiaramente che il brano ‘Carne Atravesada’ fosse in questo stile, e sicuramente continueremo ad aggiungere elementi di questo genere. Forse in futuro inseriremo strumenti più analogici, chi lo sa. Credo che uscire dalla propria zona di comfort dia sempre una certa freschezza a un’opera artistica, in qualunque stile essa sia.
SD: Rinunciare a suonare sul grande palco del Resurrection Fest 2025, un’occasione unica per suonare dal vivo il nuovo disco, è stata una scelta significativa. Cosa vi ha spinto a prenderla e qual è l’importanza, per voi, di restare fedeli ai vostri valori come band?
C: Non è stata una decisione facile. Le nostre vite sono piene di contraddizioni come quelle di chiunque altro e non è nostra intenzione sentirci migliori o superiori a nessuno. Sicuramente tale decisione ha rappresentato un punto di svolta per la band in termini di considerazioni e riflessioni necessarie prima di esibirci in qualsiasi luogo, al fine di garantire che, per quanto possibile, esso sia in linea con i nostri valori e ci rappresenti. In quel momento abbiamo ritenuto che partecipare al festival non fosse né corretto né appropriato, dato il contesto e le informazioni di cui eravamo a conoscenza.
SD: Siamo quasi alla fine dell’anno: che bilancio fate dell’accoglienza ricevuta da ‘Realismo Ausente’? C’è qualcosa che vi ha sorpreso nella risposta del pubblico o della scena?
C: Secondo noi il disco ha funzionato davvero bene. Appena è uscito siamo partiti in tour e ha fatto il tutto esaurito sia durante il tour che alla presentazione dell’album. La gente ci ha regalato delle belle parole e dei buoni feedback, sinceramente, non potremmo essere più soddisfatti del risultato.
SD: Quali sono i vostri progetti per il prossimo anno, tra nuovi brani, tour o collaborazioni?
C: Stiamo attraversando un momento di cambiamento per la band, dato che è appena entrato Eder alla batteria. Con lui vogliamo registrare il prima possibile e comporre senza sosta, senza fermare la macchina. Abbiamo un paio di concerti in programma e pensiamo di fare un tour quest’anno, ma per ora sono solo progetti su cui stiamo lavorando e speriamo che tutto vada per il meglio. Grazie mille per l’intervista, per il sostegno, per l’aiuto e l’affetto che abbiamo ricevuto a Catania, è stato incredibile.
(Txt Federica Sapuppo & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)
‘In My Eyes’ by Jim Saah book release @ LitoStudio, Milano – photorecap
November 16, 2025 | Salad Days‘In My Eyes’ by Jim Saah book release @ LitoStudio, Milano – photorecap
Exhibiton and photobook launch. Photo gallery by ash settantuno. Next stop Tattoo River (@tattooriver) Vicenza on tuesday 18th november, see you there.
‘In My Eyes’ di Jim Saah arriva in Europa con una nuova edizione bilingue mostra e presentazione a Litostudio, Milano | 13 novembre 2025 – 18 gennaio 2026.
Jim Saah – ‘In My Eyes’ English / Japanese version 20.5×290.5 cm
Pagine 280
150 gsm per pagine interne Copertina 400 gsm + matte plastic Brossura filo refe
Prezzo di copertina: 40€
Tiratura limitata: 300 copie
Ci sono immagini che non solo raccontano un’epoca, ma la rendono ancora viva. Quelle di Jim Saah, fotografo di Washington DC, appartengono a questa categoria. Con la sua macchina fotografica, ha seguito da vicino una comunità di ragazzi che negli anni’80 e’90 ha inventato un modo diverso di fare musica, vivere e resistere: l’hardcore punk. Protagonisti principali di questi scatti sono certamente i Fugazi, ma non solo. Anche grandi nomi come: Iggy Pop, Sonic Youth, Ramones, Talking Heads, Lou Reed sono stati immortalati in questo libro dal fotografo americano di origine palestinese. Il suo libro è diventato, negli anni, una testimonianza unica di quell’universo fatto di energia, amicizia e tensione creativa. Dopo l’edizione americana curata da Cabin1, il volume approda ora per la prima volta in Europa in una forma speciale: un libro bilingue (inglese/giapponese), compatto e ricchissimo di fotografie, pubblicato da King Koala Press. A rendere l’opera ancora più preziosa è la postfazione di Ian MacKaye, figura cardine della scena di Washington (Minor Threat, Fugazi, Dischord Records), che offre un ricordo diretto e intimo di quegli anni. L’uscita del volume è stata accompagnata da una mostra fotografica a Milano, ospitata da Litostudio (dal 13 novembre 2025 al 18 gennaio 2026), dove il pubblico può immergersi nello sguardo di Saah e rivivere i concerti, i volti e le atmosfere che hanno segnato la storia della musica indipendente. Con questo progetto, King Koala Press conferma la sua missione: portare in Europa libri che nascono da culture indipendenti e sotterranee, restituendole in edizioni curate, accessibili e pensate per durare. ‘In My Eyes’ non è solo un libro di fotografie: è un invito a guardare il passato per comprendere quanto sia ancora urgente immaginare comunità alternative, basate sulla creatività, sull’autenticità e sulla forza delle relazioni.
Flasyd (NY) interview @ Catania Tattoo Convention
November 12, 2025 | Salad DaysAbbiamo incontrato i Flasyd nell’ambito della settima edizione della Catania Tattoo Convention, la band newyorchese l’abbiamo trovata un po’ rimaneggiata, un po’ sgangherata e un po’ improvvisata ma disponibili e molto interessanti ma soprattutto punk!
Il loro brano ‘Brain Pain’ è stato inserito nel film indie neo-noir ’27′ di Abigail Kollek, girato nell’East Village di New York nonché in previsione un documentario girato da Olivia Von Hesseche, che segue la band attraverso le loro vite e la loro musica nella scena americana. 2 minutes to midnight, actually 2 minutes con la cantante delle Flasyd gruppo newyorkese rimaneggiato e più che raffazzonato: batterista diciottenne di Taranto, bassplayer che non s’è capito se era un roadie e chitarrista unica altra femmina, oltre “the voice” qui con noi. Sai com’è, con un tour già organizzato che fai, resti a casa come quelli di “sit home and rot”, anche loro della grande mela (ndr-Murphy’s Law)?
SD: Come si è formata la band?
F: Ma veramente io non faccio parte dei membri originali anche se attualmente sono l’unico membro rimasto. Mi hanno chiamata che il gruppo già era formato. Io scrivo poesie e mi hanno chiesto di dare manforte a un messaggio artistico, per dire qualcosa e non “qualsiasi” cosa.
SD: Siete in tour in Europa?
F: Sì, qui saremo a Roma, poi anche Spagna, Olanda, Germania, Belgio, UK.
SD: Suonate solo in piccole venues?
F: Sì, a parte oggi sì, ci siamo infilate nei giorni off.
SD: Siete una band femminile che vi scioglierete o possono suonare anche i maschi (domanda totalmente inutile vista la formazione così rimaneggiata, ma noi non lo si sapeva)?
F: No, come puoi vederci siamo qui in tutte le versioni (inutile, appunto…)
SD: Cosa ne pensate della scena punk oggi?
F: Beh, assolutamente politicizzati, il mondo va a scatafascio soprattutto ora, c’è un sacco di gente arrabbiata, sai il punk è in giro da molti anni ormai e la pop music non è certo quella che ti dice di andare a quel paese (lett. “to shut the fuck up”) e l’unica realtà dove puoi e devi dire qualcosa è la scena punk, al di là del sound, dico, è per quello che è nata, non è solo “quel” tipo di musica, ma una possibilità che hai per dire ciò che devi dire o ti senti di dire, ma non con canzonette, e non siamo nemmeno money people, non io, non ci interessa, dobbiamo dire qualcosa e dobbiamo farlo soprattutto in questi tempi, tramite il punk e non perché sia l’unico mezzo, ma perché è il mezzo che lo fa.
SD: Ehm… quanti anni avete?
F: Età media sopra i trenta, anche se di poco, a parte lui, il batterista, potrei essere sua madre…
SD: Dove state a New York?
F: Beh, io in realtà sto nel Jersey e sono italiana di terza generazione.
SD: Ok, volete concludere con qualcosa di vostro?
F: Beh… cercate di essere più gentili, tornate e state di più sulle basi di ciò che è l’essere umano, non è facile, ma si può sempre provare, no?
SD: Grazie per il vostro/tuo tempo, ora cerchiamo di divertirci col vostro show…
F: Sì, grazie a voi, speriamo di non fare un figuraccia!
(Txt Giulio; Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)
I NO PRESSURE IN CONCERTO A MILANO – VINCI I BIGLIETTI
October 30, 2025 | Salad Days08 NOVEMBRE 2025 – LEGEND CLUB, MILANO.
Una delle band più travolgenti della nuova scena punk americana sta arrivando a Milano per un’unica data imperdibile, venerdì 8 novembre 2025 al Legend Club. Nati nel 2020 come progetto parallelo di Parker Cannon, storico frontman dei The Story So Far, i No Pressure rappresentano oggi una delle realtà più apprezzate del panorama DIY punk statunitense. Completano la line-up Pat Kennedy (Light Years) alla chitarra e Harry Corrigan (Regulate) alla batteria. Il gruppo prende vita durante la pausa forzata della pandemia, con l’obiettivo di riportare il pop punk alle sue radici più dirette e spontanee. Il loro sound è un mix energico di riff veloci, linee vocali aggressive e un’attitudine senza fronzoli: un tributo alla scuola anni’90, ma con uno stile fresco e contemporaneo. Dopo l’EP d’esordio autoprodotto e l’album omonimo (2022), la band ha conquistato la scena underground con brani rapidi e intensi come ‘Too Far’ e ‘Lock It Up’. I loro live sono pura adrenalina: set esplosivi che uniscono passione e attitudine old school. Quella dell’8 novembre sarà un’occasione unica per vivere da vicino l’energia dele combo e della nuova ondata pop punk americana.
A tal proposito Salad Days Mag in collaborazione con Hub Music Factory mette in palio 4 biglietti che avrete la possibilità di vincere semplicemente condividendo sui vostri profili social le IG stories che saranno pubblicate su https://www.instagram.com/saladdaysmagazine/ taggando: @saladdaysmagazine e un vostro amico qualsiasi.
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‘PAVED’: il nuovo film di Burton e Red Bull Media House, in anteprima nazionale a Milano
October 25, 2025 | Salad DaysIn streaming gratuito su Red Bull TV dal 7 novembre.
Milano — Burton Snowboards, in collaborazione con Red Bull Media House, hanno presentato ‘PAVED’, un film integrale e senza filtri di snowboard, frutto di due anni di riprese, che segue i rider del Team Burton mentre spingono la progressione del backcountry snowboarding ai massimi livelli.
In anteprima nazionale, il film cattura la complicità, lo stile e l’energia autentica di alcuni dei rider più influenti dell’attuale generazione. I fan di tutto il mondo potranno guardare il film completo gratuitamente dal 7 novembre su Red Bull TV. E’ il film più ambizioso del brand degli ultimi anni — un’istantanea del contributo di questa generazione all’eredità del backcountry freestyle snowboarding.
Ben Ferguson
Si apre con un omaggio alle radici del marchio, per poi catapultarsi direttamente in Alaska, dove i veterani Mark McMorris e Danny Davis cavalcano insieme alle icone versatili come Mikkel Bang, Ben Ferguson e Brock Crouch. Da lì il viaggio si estende tra le nevi profonde del Giappone, i paesaggi selvaggi della British Columbia, Tahoe e oltre.
Mikkel Bang
Guidato da una voce narrante dal tono ironico, il cortometraggio oscilla tra sessioni intense e momenti improvvisati, dove le montagne plasmano l’atmosfera e le voci dei rider rivelano ciò che hanno davvero in mente. Ogni destinazione aggiunge un nuovo strato alla narrazione, rivelando personalità e dinamiche che animano la crew.
Anna Gasser
Nel suo cuore, la pellicola è in parte una lezione di storia, in parte un ritrovo tra amici, in parte un’odissea backcountry. Crudo e pungente, cinematografico ma spensierato, è ricco di progressione e trick spettacolari—ma ciò che resta è la cultura e lo spirito collettivo: questa crew, questi momenti, e la prova che lo stile non vale nulla senza l’anima.
Brock Crouch
Una co-produzione Burton e Red Bull Media House diretta da Ian Durkin e prodotta da Pirate Movie Productions, fonde media differenti, fotografia e illustrazione in un ritratto senza filtri dello snowboarding nella sua forma più pura—storie di resilienza, debutti inediti e progressione su alcuni dei terreni più spettacolari della Terra, oltre a filmati esclusivi della prossima collezione invernale di Burton.
IL CAST
La crew del film è stellare: il tre volte vincitore di una medaglia olimpica Mark McMorris, il genio creativo Zeb Powell, la potenza del backcountry Ben Ferguson, la campionessa olimpica e pioniera del backcountry Zoi Sadowski-Synnott, la due volte medaglia d’oro olimpica Anna Gasser, i riders della nuova generazione del backcountry Brock Crouch, Ylfa Rúnarsdóttir, e Takeru Otsuka, e le icone del backcountry Danny Davis e Mikkel Bang con speciali cameo dei riders Maria Thomsen, Mikey Ciccarelli, Mikey Rencz, e Raibu Katayama.
Mikkel Bang
In occasione di questo fantastico film, presso il Burton Milano, è stata organizzata la festa di inizio inverno: un momento di brindisi, foto e condivisione di momenti divertenti per il kickoff della stagione più importante di sempre, quella delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Milano, infatti, si conferma un punto di riferimento importante per tutta la cultura e l’energia degli sport invernali.
‘PAVED’ sarà disponibile in streaming gratuito in tutto il mondo su Red Bull TV a partire dal 7 novembre 2025. Il trailer sarà visibile dal 3 novembre su www.burton.com/paved, insieme a contenuti esclusivi dietro le quinte. Sarà possibile seguire l’esperienza anche sui canali.
Inoltre, Burton ed Eleven Experience offrono la possibilità di vincere uno dei due indimenticabili snowboard trip: un soggiorno di due notti presso l’Eleven’s Revelstoke Lodge in British Columbia e presso lo Chalet Hibou in Francia. Dal 29 settembre al 17 dicembre sarà possibile partecipare al concorso su www.burton.com/paved.
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