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Salad Days Magazine | March 1, 2024

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Corpo Estraneo interview

February 23, 2024 |

Seguiamo con grande attenzione Devarishi, in particolar modo da ‘Wrong Place, Wrong Time’. Per storia dei personaggi coinvolti, attitudine, spessore, qualità, penso fosse difficile ripetere un exploit come il ritorno degli Incudine.

Invece BUM! Ecco l’asso nella manica. In uscita, sempre su Devarishi, ‘Il Tempo E’ Adesso’, super disco della nuova sensazione (non milanese, strano!… strano per davvero/NDR) in ambito hardcore “puro”, hardcore classico, Italian old school hardcore come piace a me: a voi i CORPO ESTRANEO!

SD: Partiamo dal nome. Mia madre (prof) mi diceva che quando si riesce ad essere efficaci usando delle parole di uso comune, quello vuol dire saper comunicare. Corpo Estraneo, in questo senso, è “perfetto”. Come nascete? E come esce fuori il nome, anzi quel nome?… il Corpo Estraneo siete voi?? Noi (che ascoltiamo musica hc)? Chi?
CD/CE: Hare Krisna a tutti, grazie per lo spazio! Qui Caitanya Das, voce e chitarra dei Corpo Estraneo! Come band nasciamo a gennaio 2021, mi pare fossimo nel mezzo del secondo lockdown. Nell’apatia e nella noia di quel momento storico abbiamo sentito l’esigenza di fare qualcosa e quel qualcosa è stato suonare, principalmente come sfogo e come bisogno – letteralmente – di respirare. Io suono all’interno della scena hc da quasi 20 anni, così come Cicco (batteria), mio best friend e colonna portante di altri progetti che abbiamo avuto in comune. Un po’ per l’amicizia storica che ci lega e per la sua bravura dietro le pelli è sempre stato la mia prima opzione in ogni progetto che mi è venuto in mente di fondare. Mi è venuto naturale chiedere a lui se aveva voglia di fare qualcosa. Anni addietro (2010) avevamo condiviso un progetto chiamato Grinta, nato come side project parallelo ad altre band; una cosa un po’ alla buona, fatta giusto per divertirsi, ma con un bel tiro. Suonavamo una sorta di HC / grind molto tirato, con pezzi ultra corti (dai 5 secondi, al minuto scarso), ad ogni prova riuscivi a comporne 10 diversi! Una sorta di powerviolence primitivo, quando ancora si sapeva poco a riguardo. Ci sarebbe piaciuto focalizzarci su quello, rispolverare i pezzi e darli alla luce. Al basso si è subito aggiunto con entusiasmo il buon Leo, amico e giovane promessa, alla sua prima esperienza musicale seria. Fortuna vuole che abitiamo tutti vicini, e la base dove proviamo – il Vecchio Son del buon Steno dei Nabat – è praticamente sotto casa nostra. Logisticamente è stato tutto congeniale, insomma. Siamo perciò partiti con l’idea di dare un proseguo ai Grinta ma presto ci siamo resi conto che a livello comunicativo era un po’ complicato con dei pezzi così corti. C’è stata da subito la volontà di fare un gruppo che avesse qualcosa da dire, soprattutto visto il periodo buio ed instabile che si stava vivendo nel mondo. Così abbiamo accantonato l’idea del gruppo super veloce in favore di qualcosa di più disteso ed “orecchiabile” (non so se ci siamo riusciti!). Comunicare per noi è estremamente importante, per citare la tua mamma. La band ha uno scopo preciso, non è solo svago e divertimento. “Corpo Estraneo” era il titolo di uno dei nostri primi pezzi nuovi e mi son subito reso conto di quanto potesse essere potente anche come nome per la band. Suonava assolutamente bene ed è brutalmente hardcore! Ovviamente un Corpo Estraneo è qualcosa di scomodo, qualcosa di esterno alla propria realtà, qualcosa che si è in qualche modo infilato sotto pelle e che crea disturbo. Sicuramente lo si può intendere come qualcosa di fastidioso che si è conficcato nel corpo della società e che vive di vita propria, crea spazi, consapevolezze, cresce e che si cerca di estirpare. Io ci ho visto subito anche un significato più sottile: il corpo materiale che ci ricopre è in realtà la “prigione” di quello che siamo realmente, ovvero un’anima spirituale, divina; questo corpo quindi è qualcosa di estraneo all’anima. Siamo quindi tutti corpi estranei, se ci identifichiamo erroneamente con esso!

SD: Parlando della vostra storia, in questo ultimo anno (penso) avete aggiunto una chitarra. Parlavo con Gianluca Mariani/Spaghettochild, qualche tempo fa, dell’hc suonato con due chitarre. Per farla breve. Secondo lui (o forse secondo noi?), nell’hc, a meno di gente di un altro pianeta come gli RKL, le due chitarre servono essenzialmente ad aumentare l’impatto, il “volume”, la potenza “in uscita”… non tanto ad abbellire (parlo di assoli che si inseguono, tipo metal per intenderci). In che ottica/con che idea avete deciso di aggiungere una chitarra? Per una questione di “botta”?? Per “sgravarti” un attimo, visto che tu canti?
CD/CE: Che bomba gli RKL (questo pezzo lo pubblichiamo subito grazie a questa password che vi fa accedere al sistema/NDR)! Ma tornando a noi: l’aggiunta di Bolo è stata soprattutto per una questione di amicizia e di affinità spirituale. Io e lui abbiamo condiviso sala prova e palco agli inizi dei Chains, dove io suonavo il basso. È un chitarrista affidabile, con una solida esperienza alle spalle e quindi siamo stati entusiasti quando ci ha chiesto di essere della partita. Sicuramente lui ha aggiunto tutti gli elementi che elenchi tu nella domanda. Avere lui vicino mi permette di concentrarmi meglio sulla voce e il risultato finale dal vivo è decisamente più croccante e d’impatto. Inoltre su disco ha contribuito con tanti elementi che han reso il prodotto finale ancora migliore, a mio avviso. Gli assoli non ci sono perché non li so fare, ma non è detto che non possano arrivare!

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SD: Se facciamo un gioco tipo quelli di logica… Sottopressione anni ‘90… Skruigners anni ‘00… NON LO SO anni ‘10… Corpo Estraneo anni ‘20. Dico bene? Cosa vi accomuna secondo me? Tutti fate hardcore “puro” (no new school, per intenderci), suonato DA PAURA… REGISTRATO DA PAURA… cantato in italiano. Vi vedete in questa linea temporale? Vi vedete nella descrizione di cui sopra (l’importanza del SUONO, CAZZO). E chi mettereste negli anni ‘10 (forse i La Crisi… anche se sono “diversi”… non proprio DRITTI come tutti gli altri)? Oppure… chi mettereste al posto di quelli miei?
CD/CE: Non mi ero visto come continuazione di tutte quelle realtà ma sicuramente condividiamo tanti aspetti e son stati tutti – chi più, chi meno – tra gli ascolti di tutti noi. L’hardcore alla vecchia maniera è sempre stato un mezzo efficace, è divertente da suonare e da ascoltare e si presta bene ai messaggi che portiamo. Per quanto riguarda il suono crediamo fermamente che vada curato, sia in saletta che in studio, ma anche dal vivo. Noi cerchiamo di provare con regolarità proprio per affilare il nostro suono, la chimica, la carica. È l’espressione con cui ti stai ponendo al pubblico e visti i tempi veloci che stiamo vivendo credo sia necessario impressionare l’ascoltatore e catturarlo nel minor tempo possibile. Parlando di studi, Carlo del Toxic Basement Studio è maestro in catturare e dare impatto al sound. Dal primo giorno della band sapevo dove avrei voluto registrare i pezzi. Carlo è una componente importante nei Corpo Estraneo e sicuramente sarà un matrimonio destinato a durare. Rispetto ai nomi che hai fatto tu aggiungerei solo qualche nome della vecchia e gloriosa scuola italiana. Band che magari non avevano i mezzi tecnici per quanto riguarda i suoni ma avevano dalla loro chi la rabbia, chi la disperazione, chi la furia. Su tutti direi i Negazione, ma anche Wretched, Indigesti, Crash Box. E sì, metterei anche i La Crisi dove dici, a me son sempre piaciuti un sacco, anche se meno “dritti” di altri, come fai notare. Ma che potenza! Di gruppi affini ed attuali invece voglio citare i Sangue di Olbia, una vera cannonata di band! Ci sono i Nido Di Vespe, anche se il loro è un hardcore imbastardito da tanti elementi ma è pur sempre in italiano. E citiamo con piacere anche i Lyon Estates,
una realtà ben consolidata che è appena tornata con un disco nuovo!

SD: Domanda ovvia… l’italiano. è vero che è sempre meno “limitante” (vedi i Golpe che vanno in giro everywhere)… ma mi chiedevo se ci avete pensato… e nel caso perché non l’inglese.
CD/CE: La risposta è semplice: il sentimento. I testi che scrivo sono molto sentiti, frutto di ricerche, di intuizioni, riflessioni e meditazioni. Quindi per scrivere mi è venuto automatico usare la lingua madre, perché è la stessa con cui la mia mente realizza i concetti. Quando canto voglio esprimere agli altri le cose che sento e mi rendo conto che mi è più naturale farlo nella mia lingua originale, l’italiano. Abbaiare al microfono in inglese non avrebbe la medesima profondità, almeno per me. Per ora abbiamo suonato solo in Italia e io voglio comunicare qualcosa alle persone che ho davanti; perché il concerto non è solo uno spettacolo, è soprattutto uno scambio. Mi piace l’idea di lasciare chi ci ascolta con delle domande sulle tematiche che affrontiamo nei testi. Spesso si fatica anche solo a capire quello che uno dice al microfono, figurati se viene fatto in un’altra lingua. L’inglese io lo vedo come una forzatura, almeno nel contesto di questo gruppo.

SD: Tornando alla linea temporale di cui sopra… il fatto che non mi venga in mente un gruppo “key” negli anni ‘10 potrebbe anche voler dire che era un periodo di crisi (creativa… piuttosto che per il genere)… al contrario è oramai un fatto che siamo in pieno boom hc… secondo voi perché? Quando il mondo fa schifo non può che essere così? Oppure più semplicemente godiamo dell’onda di successo dei gruppi americani?
CD/CE: Sicuramente il mondo attuale offre tanti spunti di cui poter parlare nei testi. Siamo circondati da situazioni di crisi. Ed è proprio qui che noi come band abbiamo cercato una direzione diversa, che non fosse la solita “formula hardcore” di puntare il dito contro il sistema vigente, gli sbirri, le guerre o le infinite nefandezze che ci circondano. Se il mondo fa schifo è perché c’è un problema nella gente che lo abita. Un esempio: la guerra. È una cosa ingiusta, che tutti detestano, ma che la maggior parte delle persone si porta dentro, inconsapevolmente, ed ogni giorno ne scatena uno nel suo quotidiano. Quello che io vedo è che c’è tanto odio. E non è questo che voglio portare con la nostra musica. Non è con l’odio che si cambiano le cose. Io credo che quello di cui abbiamo bisogno è di lavorare su di noi in primis, destrutturando quei contenuti e quegli schemi che ci sono stati imposti ed insegnati fin dalla nascita alla ricerca della migliore versione di noi stessi. Necessitiamo di una rivoluzione di coscienze e questo passa forzatamente per un’evoluzione interiore. “O sei parte del problema o sei parte della soluzione” cantava il buon Claudio Rocchi. Noi, coi nostri contenuti, vorremmo provare ad essere parte della seconda opzione, tentando di ispirare chi ci ascolta. Rispetto alla scena americana non so granché, sarò onesto, ma mi sembra piuttosto scevra di contenuti, nonostante il contesto catastrofico in cui viviamo. Ultimamente vedo le band (non tutte chiaramente) che “usano” l’hardcore più come semplice mezzo per mettere in mostra sé stessi o per divertirsi e fare casino, piuttosto che per portare un qualcosa che rimanga alle persone. Nulla in contrario eh, ognuno è libero di fare quel che preferisce. Io però dedico i miei ascolti principalmente a gruppi che hanno un messaggio di fondo e che possibilmente non sia sempre il “fanculo qua, fanculo là, faccio quello che voglio, spacchiamo tutto” e via dicendo.

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SD: Il track by track lo farà qualcuno più qualificato del sottoscritto. Io mi limito a citare due canzoni qualche suggestione dal nuovo disco. ‘Kurukshetra’ è una strumentale che inizia con quello che sembra un field recording preso da un qualche rito Hare Krishna… mi sono trovato CATAPULTATO al concerto degli Shelter, Cooperativa Portalupi… Sforzesca / Vigevano. Prima i devoti del tempio che ci “allietavano” con quei suoni, quelle atmosfere… e poi L’INFERNO. Primi anni ‘90 (da chiedere a Dario). Per molti di noi nati nei ‘70 quello è stato uno dei concerti “cardine”. Mi chiedevo se per voi suonare e porsi in quel modo è ancora attuale (ovviamente la risposta immagino sia sì)… è efficace… e perché? (in contrapposizione ad un modo più “frivolo e modaiolo”, tipo l’hardcore degli hipster, quello dei Turnstile per fare un esempio). I ragazzi vi stanno seguendo in questo percorso?? In altre parole. É un fatto che state crescendo in hype… ma per quel che riguarda il seguito? I numeri?
CD/CE: E’ attuale per noi, ma sicuramente non è più attuale nella scena. Indubbiamente il connubio tra spiritualità e hardcore si è molto affievolito negli anni, se non spento del tutto, almeno da noi. Mi sento di dire che l’hardcore un tempo era più riflessivo, introspettivo. Oltre che un movimento di ribellione era anche un movimento motivato da un certo spirito di “ricerca”. Ora mi sembra che ci si prenda molto cura dell’aspetto esteriore, del contenitore, e poco del contenuto. Si cerca di impressionare il pubblico più con lo show piuttosto che col messaggio. Non ci sono più i kids di una volta, con i kanthi-mala di Tulasi al collo! Scherzi a parte, mi rendo conto che attorno a noi c’è tanta curiosità ma anche tanto pregiudizio a causa della nostra proposta sicuramente poco in linea coi tempi e con la “scena”. Non abbiamo mai nascosto i nostri contenuti; se da un lato a qualcuno questo è piaciuto credo che parallelamente abbia dato fastidio a diversi. “Parlate di roba spirituale? Nah, non mi interessa” e questo magari senza neanche aver ascoltato nulla. Penso che questo sia anche a causa dell’influenza bigotta e ambigua che la Chiesa ha esercitato sulle nostre vite fin da giovani e che quasi tutti hanno rigettato. Quello di cui parliamo noi nei testi però è diverso, basato su altre concezioni e visioni. Ma se parli di spiritualità o di tematiche connesse a Dio qui da noi la gente tende sempre a storcere il naso. La nostra proposta è aperta ed accessibile a tutti, ma mi rendo conto che diversi avventori sono condizionati dal contenuto e tanti invece se ne stanno alla larga, avvelenati dai preconcetti. Penso sia un peccato ma che sia una cosa limitata al nostro paese. Vedo che negli altri stati i gruppi che propongono le stesse nostre tematiche vanno forte, hanno seguito e condivisioni. Il nostro compito è sicuramente più difficile ma questo non ci scoraggia, anzi, ci motiva maggiormente. Qui da noi purtroppo c’è un po’ l’idea di tenere Dio fuori da certi posti e contesti. Ma su quale base? Queste persone forse ignorano il background credente (ed i testi!) di band punk hardcore gigantesche come Bad Brains e Cro-Mags, per dirne giusto due. La cosa curiosa è che praticamente a tutti i nostri concerti mi son ritrovato a parlare con tante persone interessate all’argomento e con gente che medita, che fa yoga e che addirittura ha letto i testi sacri da cui traggo l’ispirazione per scrivere i nostri pezzi. La spiritualità è un percorso di ricerca, del porsi domande, del non accettare a scatola chiusa quello che ci viene proposto. Un po’ quello che fanno i punk rifiutando il modello di società che ci viene imposto e cercando di vivere in maniere indipendente da quelle logiche. Per quello io credo fermamente che ci sia attinenza, almeno nell’attitudine, tra le due cose. Io vorrei creare un ponte tra i due mondi, almeno qui da noi. In generale vedo che siamo seguiti ed apprezzati più da un pubblico adulto, piuttosto che dai ragazzi più giovani. Per quello che riguarda i numeri io personalmente credo che ogni singolo ascolto sia una vittoria e le cose sono obiettivamente in crescita. Vediamo che impatto avrà il disco ma sono fiducioso. Se avessimo voluto seguito ed apprezzamenti maggiori avremmo potuto trattare le tematiche della maggioranza delle band hc attuali o uniformarci un po’ allo stile musicale attualmente in voga. Ma non mi interessava fare niente di tutto questo. Trovo più intelligente cantare di una possibile soluzione (concreta!) anziché del problema o fare come fan tanti, cioè fingere che il problema non ci sia e usare la band come mezzo per vendere sé stessi o fare baldoria.

SD: Sempre ‘Kurukshetra’. È un INTRO. ed io sono un grande fan degli intro. Sono i pezzi dove ci si prepara… ci si “presenta”… si fanno i “convenevoli” e in qualche maniera ci si dà il benvenuto. Quindi innanzitutto BRAVI, amo gli intro! In secondo luogo a chi e perché è venuto in mente l’intro. Collegato all’intro, strumento tipicamente metal, ovvia domanda sul vostro rapporto con il metal, estremo e non… anche perché spicca una certa bravura nel suonare… che mi fa pensare appunto a certi ascolti.
CD/CE: Condivido la tua analisi sull’intro dei dischi! Anche io apprezzo molto! Mi sanno di benvenuto, di accoglienza! L’inizio di ‘Kuruksetra’ si prefigge di portare l’ascoltatore su di un campo di battaglia, popolato da migliaia di guerrieri in assetto da guerra sui loro carri che soffiano in conchiglie che annunciano l’imminente inizio della battaglia. Battaglia che comincia simbolicamente quando attacchiamo a suonare. È uno strumentale decisamente metal perché noi siamo fan di quelle sonorità. Ogni tanto spunta la vena metal e salta fuori qualcosa di spiccatamente thrash che nei pezzi hardcore forse stonerebbe, come è successo con ‘Kuruksetra’, appunto. Quindi nel nostro caso l’intro è un pezzo mancato! Abbiamo più o meno tutti nel background quel tipo di sound. Siamo (quasi) tutti fan del thrash metal, della velocità, della pulizia ma soprattutto dei riff granitici. I riff sono fondamentali nei pezzi e questo è uno dei miei capisaldi quando compongo qualcosa. Se un riff non funziona va cambiato, non lo si tiene se non è completamente soddisfacente. Il thrash penso sia la massima espressione del riffing selvaggio, sia veloce che pesante. Mi piace aggiungere qualche elemento un po’ più tecnico qua e là, soprattutto nei breakdown, per rendere il tutto ancora più aggressivo. Non mi ispiro a nulla in particolare quando compongo, cerco di mescolare gli elementi che preferisco dal background che ho costruito attraverso i miei ascolti. C’è tanto hardcore old e new school, hardcore melodico e thrash.

SD: L’altro brano? La title track. ‘Il Tempo E’ Adesso’. Anche qui… per uno di Milano nato con il 7 davanti il richiamo è SUPER… ‘È il Momento’. Sottopressione. Immagino che il motivo del richiamo non sia tanto (o non sia solo) un omaggio ai Sottopressione quanto sia approfondire i temi “tipici” dei vs. universi di riferimento… parlo di meditazione, consapevolezza… etc etc. Dico bene?? Quali sono i temi che avete a cuore?
CD/CE: Siamo stati spesso accostati ai Sottopressione e questo non può che farci piacere. Ho grande rispetto per chi è venuto prima di noi. Anche noi, come i Sottopressione, vogliamo che la “gabbia di vetro” (per omaggiare la tua citazione) al quale siamo dentro si rompa. Dal mio punto di vista questo può accadere solamente se ci poniamo le giuste domande con la giusta attitudine, altrimenti aperta quella rimarremo imprigionati in qualche altra gabbia invisibile. Ed il mondo ne è pieno, attualmente. Il tema principale del disco – che è anche il filo conduttore dei nostri testi – è la ricerca, la realizzazione del sé. Diciamo che è un po’ l’iter da seguire quando si vuole intraprendere un percorso di introspezione. Tutto comincia col porsi domande su sé stessi, sulla propria natura, sullo scopo e sul fine ultimo della vita umana. Il pezzo ‘Il Tempo E’ Adesso’ è un invito a cominciare subito questa ricerca, perché il tempo a disposizione di ognuno di noi non si sa quanto ancora può essere. In occidente c’è un po’ questa illusione di essere infiniti, immortali. E quindi si vive la vita buttando un sacco di tempo importante, senza poi realizzare nulla di concreto. I Veda ci insegnano che la forma umana è molto rara da raggiungere e quindi andrebbe sfruttata appunto per compiere questa ricerca, questa evoluzione. Senza di essa la vita è solamente un intricato ricircolo di piacere e sofferenza senza fine che ci incatenano e accecano sempre di più.

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SD: Una riflessione (prendetela come un gioco, ok?) che faccio spesso (e che finalmente vedo fare anche da altri) con persone che bazzicano l’underground come il sottoscritto. Il fatto che molte delle battaglie o delle dinamiche tipiche del “nostro” mondo (animalismo / vegan / un certo tipo di salutismo legato al non consumo di cose che fanno male /… ma possiamo anche parlare dei semplici tatuaggi)… ce le hanno “rubate” (scusate la grezzezza… so che un argomento del genere avrebbe bisogno di qualche parola in più, ma penso sia chiaro). Questa cosa della meditazione… è un bel esempio. Fior fior di gente insegna ai manager di turno “la meditazione”… “la consapevolezza”… MINDFULNESS! Sono riflessioni di un vecchio? Cioè… se io sono uguale alla Pascale (per dirne una), io sono preoccupato!
CD/CE: Per sapere chi/cosa fosse la Pascale ho dovuto usare Google, perdonami! La tua analisi comunque è corretta. Tante cose tipiche della scena punk hanno travalicato i confini di quel mondo, arrivando nelle vite di tante persone anche lontane da quel contesto. Non penso sia una cosa negativa però, soprattutto per quello che riguarda il veganismo. Un tempo ero anche io più duro e puro sulla questione etica/consumi ma ho realizzato che in realtà è un bene che più persone si interessino all’argomento dei diritti degli animali. Io sono vegano da 14 anni e le cose son cambiate parecchio da allora, almeno sul piano dell’informazione. E anche sulla reperibilità dei prodotti, che aiutano molto chi si avvicina ad un certo tipo di scelta/alimentazione e ne agevola una eventuale scelta vegetale duratura. Come per le cose che hai citato tu anche la meditazione è stata sdoganata, hai ragione. Qualche occidentale ci ha visto lungo e ha deciso di portare – a suon di soldoni – delle tecniche che in Oriente sono in uso da centinaia di anni a persone totalmente ignare della loro esistenza. Siamo tutti troppo distratti da quello che ci circonda e riprendere in mano la nostra attenzione e la nostra consapevolezza credo possa aiutare tutti a stare meglio. Il punto è che non basta meditare o respirare, la meditazione deve avere un fine. E il fine non è solamente la pace dei sensi, perché questo può avere un beneficio sul momento presente, ma è pur sempre una cosa temporanea. Quello che viene insegnato il più delle volte è di concentrarsi sul respiro, sul lasciare andare i pensieri e via dicendo. Va bene farlo anche per questo, per carità, ma penso sia un po’ limitante. La meditazione dovrebbe essere un veicolo di realizzazioni su livelli più profondi della nostra semplice esistenza materiale e dovrebbe condurci ad una vita perennemente serena ed essere alla base di tutte le nostre attività. Nella tradizione che seguo si medita giornalmente sul Maha-mantra, il grande Mantra della liberazione, che secondo le scritture vediche è il solo metodo per liberarci dalle influenze dell’epoca malsana in cui stiamo vivendo. Non mi voglio dilungare troppo sull’argomento, se qualcuno è curioso può scriverci sui social e sarò felice di dare spiegazioni.

SD: Una domanda che sostituisce quella di cui sopra… così la facciamo finita? Cosa vi/ci rende un “corpo estraneo”?
CD/CE: La consapevolezza. Troppe persone vivono nel sistema inconsce di quello che gli capita attorno. Il sistema ha trovato il modo di entrare nella testa di tutti quanti e – come ha dimostrato la situazione pandemica di qualche anno fa – basta un niente per fare crollare miti e certezze di chiunque. Io voglio raggiungere la consapevolezza di quello che sono, di quello che devo fare e del fine ultimo di questa esistenza. Chi è consapevole, chi si fa domande, chi è alla ricerca dello scopo della vita è un corpo estraneo!

SD: Mi è venuta una bonus domanda… perché la cover di ‘Destinazione Paradiso’? A parte la scelta (il “povero” Grignani ha questa cosa del perdente che alla fine quasi “tengo per lui”), mi chiedevo come mai l’avete fatta così “melodic hard core”… un po’ lontani da come vi conosco!!
CD/CE: E’ nato tutto per gioco. Si parlava dell’infelice partecipazione di Gianluca Grignani a Sanremo di qualche anno fa e si rimembrava di come un tempo, quando eravamo piccoli, avesse scritto delle hit che sono entrate nel cuore di tutte le persone, ‘Destinazione Paradiso’ su tutte. Sempre per gioco prendo la chitarra acustica, abbozzo gli accordi, le ritmiche e porto tutto in saletta. Ci è voluta una prova per completare il tutto e da subito ci è sembrata vincente. Gli arrangiamenti sono di stampo “hardcore melodico” perché quel mondo ha sempre offerto le cover migliori e perché io e Cicco abbiamo un solido background di quello stampo, avendo suonato quel genere per un sacco di tempo. Penso che quell’influenza si possa sentire anche in altri nostri pezzi. Io poi sono un grande fan di queste rivisitazioni, quindi aspettatevene delle altre! Hare Krishna!

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(Intervista di Francesco Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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‘Fotogramma/40′ / Alan Maglio interview

February 12, 2024 |

Capiamo la portata dell’operazione ‘Fotogramma/40’, raccolta di 40 anni di foto dell’omonima agenzia a cura di Milieu, al suo lancio: il libro viene presentato nella SALA STAMPA NAZIONALE, pieno centro di Milano.

Ma non finisce qui. La Sala Stampa Nazionale è PIENA. Gente fuori, gente che compra l’oggetto prima, gente che assalta il banchetto a prescindere. Non ci facciamo sfuggire Alan Maglio, uno dei due ideatori dell’opera (l’altro è Luca Matarazzo). E se qualcuno, a questo punto, si sta chiedendo quale possa essere il legame tra un fotografo o forse meglio dire un artista e il nostro mondo, vi consiglio di andare a chiederlo a Giulio The Bastard. Rifraso. Alan Maglio è il pusher di CERTE immagini utilizzate dai Cripple Bastards in alcuni recenti lavori. E se c’è qualcuno che è riuscito a “solleticare” Giulio The Bastard, IO LO DEVO INTERVISTARE!

SD: Come nasce il progetto ‘Fotogramma/40’? Quanto tempo c’è voluto per fare il lavoro MASTODONTICO che avete fatto (ed anche ovviamente chi ha fatto cosa)? Dall’idea alla stampa… immagino qualche anno. Momenti di difficoltà? 
AM: ‘Fotogramma/40’ nasce dalla passione per gli archivi fotografici che condivido con l’amico e collega Luca Matarazzo, insieme abbiamo già realizzato ‘Ultima Edizione – Storie Nere Dagli Archivi De La Notte’. Questo nuovo libro celebra ed esplora i quarant’anni di attività di Agenzia Fotogramma, che ha raccontato per immagini la città di Milano a partire dal 1983. Se il libro su La Notte ci ha richiesto oltre tre anni per essere completato, in quanto trattava materiali che partivano dagli anni ’50 e non erano mai stati digitalizzati, in questo caso abbiamo potuto portare a termine la ricerca molto più rapidamente. Agenzia Fotogramma ci ha fornito l’opportunità di visionare materiali già in formato digitale in alta risoluzione, parliamo di oltre due milioni di fotografie presenti in archivio. Pur avendo in mente il libro da diverso tempo, in meno di sei mesi di lavoro pratico siamo riusciti a selezionare le immagini, creare una sequenza e metterla in pagina, scrivere i testi e costruire l’aspetto grafico del volume, in tempo per uscire in libreria poco prima della fine del 2023. Forse la cosa più “difficile” è stata, per assurdo, scegliere la copertina. Ci voleva un’immagine sintetica dello spirito di questo lavoro, e l’abbiamo pescata in fase di stampa già avviata!

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SD: Da appassionato di musica, mi piace molto come le immagini sono state assemblate. Mi spiego. Sembra molto una selezione vinili… quindi selezione NON cronologica… selezione NON per temi… ma un flow che parte e finisce… con immagini che apparentemente “saltano” di palo in frasca… ma in realtà il tutto è (per me) perfetto, ha un senso. Mi spieghi come avete (o hai) fatto?? NON è facile tenere la tensione per tutte quelle pagine… ed invece…
AM: Hai centrato perfettamente una delle questioni importanti di questo progetto. L’idea era quella di proporre una visione della città che attraversasse quarant’anni di storia, creando congiunzioni tra diverse generazioni. Ho in mente quelle cresciute negli anni ’80, ma anche chi quei due decenni pre-2000 li solo ha sfiorati per ragioni anagrafiche. Abbiamo pensato subito ad una progressione non cronologica, ma che si presentasse come una sorta di esperienza cognitiva unitaria, che nello scorrere del flusso facesse riemergere tematiche legate al cambiamento urbano, all’aspetto della città, alle cosiddette “mode giovanili”, alla musica, ai personaggi dello spettacolo televisivo e alla comunicazione, fino alla storia politica delle contestazioni sociali. Abbiamo sottolineato l’esistenza sul territorio di spazi che oggi sono quasi del tutto scomparsi, come i centri sociali, ed altre forme di aggregazione spontanea che avevano la loro importanza nell’epoca pre-internet, prima dell’esistenza di quelle tecnologie che oggi accompagnano e indirizzano le nostre vite. Per creare una struttura solida per oltre 400 pagine, abbiamo pensato di stampare piccoli provini cartacei delle immagini candidate, mettendole fisicamente in fila per trovare il ritmo giusto. Alla fine sono soddisfatto di questo lavoro, è stato impegnativo ma anche molto avvincente.

SD: Ci sono delle foto dove posso dire “io c’ero”… vedi Nirvana al Palatrussardi o primi Afterhours al Tunnel… piuttosto che sgombero del Leoncavallo. C’è qualche scelta che è stata influenzata da “io c’ero”? E c’è qualcosa che avete scartato… magari pensando che non fosse di interesse?
AM: Certe scelte sono state dettate delle inclinazioni personali che ci hanno accompagnato negli anni. Non abbiamo mancato di pubblicare, ad esempio, determinate immagini di contesti come quello della musica “alternativa” e di quei luoghi di incontro che negli anni ’90 hanno rappresentato una realtà importante per molti i giovani. La selezione è stata fatta pensando a chi c’era ma anche a chi per limiti di età avrebbe voluto esserci! Sicuramente non abbiamo potuto includere altre immagini ricche di interesse, perché in fondo questo volume è un lavoro corale, che affronta tanti aspetti della città che potrebbero essere ulteriormente approfonditi, magari in future pubblicazioni!

STUDENTI MANIFESTANO

SD: Viceversa: ci sono delle foto dove “io non c’ero”… e direi anche voi che siete più giovani non c’eravate. La domanda. C’è qualche immagine “io non c’ero” che hai/avete nel cuore… e perché? Oppure… c’è qualche foto “io non c’ero” dove avreste voluto esserci?
AM: Alcune fotografie evocano quella sensazione che potremmo descrivere con “io non c’ero ancora”, perché quello che poi abbiamo vissuto si è innestato o è stato generato da esperienze precedenti. Sin da ragazzino sono stato affascinato dalla ricerca e dall’incontro con i protagonisti di un’epoca differente ma in qualche modo collegata alla mia. Per citarti un esempio “assurdo”, ricordo che non avevo più di 16/17 anni quando con un paio di amici andai a trovare Gianmario dei Wretched a casa sua, citofonandogli bellamente in un pomeriggio qualunque. Eravamo lì per farci raccontare qualche storia sul Virus e sul punk milanese di 10/15 anni prima, spinti da semplice curiosità. Lui, pur stranito dalla visita inattesa, ci accolse calorosamente e andò a ripescare qualche vecchio flyer in cantina. Il tutto in un’epoca in cui non esistevano telefoni cellulari né e-mail per mettersi in contatto, ci si scriveva per lettera oppure si cercava un numero di telefono sull’elenco generale, sperando fosse fortunosamente quello giusto. Pensando alle immagini dell’archivio De Bellis (oggi parte di Agenzia Fotogramma, nel libro ce n’è un assaggio) mi vengono in mente gli scatti che mostrano il proliferare delle tensioni politiche e la violenza che queste hanno portato negli anni ‘70. Poterle approfondire costruisce una certa consapevolezza storica della città. Ma se devo sceglierne una che mi cattura più di tutte, dico quella datata aprile 1970 in cui è rappresentata la trasmissione in pubblico, su una televisione dell’epoca, dello sbarco sulla Luna dell’Apollo 13, davanti ad una gremita folla di curiosi alla Fiera Campionaria. è uno scatto che coniuga voyeurismo ed esplorazione dello spazio, mi piacerebbe per un attimo poter tornare indietro nel tempo e partecipare a quella scena, ascoltando i commenti dei presenti.

SD: E’ un libro “nostalgico”? Di quelli “guarda Milano che figata che era”? O è un libro che pensate possa dare un qualche messaggio di “speranza” per il futuro…
AM: “Nostalgico” non è un aggettivo che normalmente usiamo per descrivere la natura dei progetti sugli archivi. Il nostro cerca di essere uno sguardo su materiali che esistono nel presente, che possono essere incontrati, interpretati, riutilizzati. Questo libro sicuramente nutre la speranza di poter costituire un insieme di materiali attraverso i quali trovare spunti per interpretare il nostro tempo, e magari anche modificarlo. Dove il presente ci può apparire monolitico e non facilmente modellabile, la storia ci insegna che anche le situazioni più inattese possono prendere forma in modo bizzarro. Mi viene in mente quell’immagine della bandiera sovietica esposta all’esterno di Palazzo Marino nel dicembre 1989, in occasione della prima visita a Milano di Michail Gorbaciov. Sovrastava persino quella italiana e quella comunale! E che dire di Tangentopoli? L’abbiamo approfondita con diverse immagini nel nostro libro, ripercorrendo lo sgretolamento del gruppi democristiani e socialisti… che poi tutto cambi per non cambiare mai… quello è ancora un altro discorso!

CODE DA BURGHY

SD: BTW… il fatto che il focus sia Milano… (come molte delle bellissime cose che fa Milieu)… lo vedete come un limite? O non ci avete pensato? O…?
AM: Il fatto che il focus fosse Milano ci ha permesso di lavorare su un certo tipo di immaginario, che la città in cui viviamo porta con sé, rendendola molto specifica rispetto al resto d’Italia. Restare all’interno di questo contesto ci ha spinti a mettere a fuoco quelle che sono le sue caratteristiche, legate al tema del lavoro, della moda, del divertimento e dell’edonismo a volte un po’ snob e sofisticato. La grande città industriale ha incarnato le speranze di vita di numerose generazioni, per alcuni è ancora così. E’ un concentrato esperienze contrastanti, di speranze e disillusioni, di ricchezza e miserie, di cinismo e umanità. Questo emerge in modo evidente nella nostra indagine dell’archivio di Agenzia Fotogramma. Guardare Milano dall’hinterland, senza viverci in mezzo, per me ha sempre rappresentato una condizione abituale e un punto di vista particolare e interessante.

SD: ‘Ultima Edizione – Storie Nere Dagli Archivi De La Notte’ (libro CULT)… ‘Fotogramma/40’ (lo diventerà)… il prossimo?
AM: I prossimi progetti potrebbero concentrarsi su ricerche più specifiche, ma al contempo svilupparsi su un campo di indagine più esteso, su molteplici archivi. Amerei molto dedicare un po’ di attenzione all’aggregazione giovanile nel circuito delle galassie musicali “alternative”, approfondendo le dinamiche dello stare insieme e del ritrovarsi con e negli altri. Certamente esistono lavori di riferimento sul tema, è più un desiderio che un’idea concreta… ma mi piacerebbe dare un contributo personale a questo tipo di narrazioni, prima o poi. Sempre con una certa centralità per gli apparati fotografici, che hanno la forza dell’immediatezza e della riconoscibilità!

FOTO DI ARCHIVIO

(domande Francesco “Franz” Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved / fotografie Agenzia Fotogramma)

100% Of 100% Hardcore Festival – Seed Of Pain + Hellbound @ CSO Pedro, Padova – photorecap

February 11, 2024 |

100% Of 100% Hardcore Festival – Seed Of Pain + Hellbound @ CSO Pedro, Padova – photorecap

Pictures by Luca Secchi x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

SEED OF PAIN

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HELLBOUND

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100% Of 100% Hardcore Festival – Silver + 3ND7R @ CSO Pedro, Padova – photorecap

February 8, 2024 |

100% Of 100% Hardcore Festival – Silver + 3ND7R @ CSO Pedro, Padova – photorecap

Pictures by Luca Secchi x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

3ND7R

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NO MORE LIES INTERVIEW

January 6, 2024 |

I No More Lies sono sicuramente uno dei pilastri dell’hardcore/Oi made in Roma.

Forti di ideali e liberi da ogni censura, la loro musica e i loro testi esprimono il male di vivere della società contemporanea ma anche la speranza di vedere la luce in fondo al tunnel, lottando! ‘Il Cuore Della Bestia’ è il loro terzo album (ricordiamo volentieri anche il gioiellino di qualche anno fa, sotto forma di 7” split con i Nabat, ‘Resta Ribelle’) e di questo e di altro abbiamo discusso con Fabrizio “il marinaio”, voce dei No More Lies (ma anche dei Payback).

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SD: Innanzitutto grazie per la tua disponibilità Fabrizio! Parlaci subito de ‘Il Cuore Della Bestia’ nuovo lavoro (uscito da pochi mesi) della tua band No More Lies. A noi di Salad Days Magazine è piaciuto molto (trovate la recensione sul nostro sito) e, soprattutto, abbiamo notato un piacevole bilanciamento tra i testi e la musica.
NML: Ciao e grazie a voi. Sì beh, ad oggi dovrebbe essere il nostro lavoro più completo in quanto abbiamo messo a fuoco quello che abbiamo imparato negli anni: cosa ci piace e come trasmetterlo. Nella parte musicale abbiamo coinvolto Fabio Banfio (Rake-Off, Taste The Floor) che ci ha seguito con tanta, ma tanta pazienza (sì, siamo disordinati) per la produzione; in più, testi e musica sono andati di pari passo, questa volta, molto più delle precedenti e abbiamo lavorato sui cori per noi fondamentali per avere un impatto live coinvolgente. Ne siamo soddisfatti, ci abbiamo messo dentro tutto, per ora…..

SD: ‘Nemo Profeta In Patria’, ma non nel vostro caso! Ho avuto occasione di potervi vedere in azione dal vivo al Questa E’ Roma Fest 2023 (la prossima edizione è ormai imminente, gennaio 2024) ed è stato molto elettrizzante, si notava un forte senso di appartenenza, di rispetto con i presenti, una situazione coinvolgente, tutti sempre pronti a pogare e a fare stage diving.
NML: Certamente, siamo molto “romani” nell’approccio a queste situazioni e la gente ce lo riconosce. Nei nostri testi ed atteggiamenti sul palco trovi tanta, tanta romanità, si ride si scherza, si parla di problemi quotidiani con l’ironia e l’amarezza di chi sa che ha perso, ma in fondo sapeva in partenza che non avrebbe vinto. Un atteggiamento borderline alla vita, insomma. Per il resto siamo in giro da otto anni, oramai, e abbiamo un bel rapporto con chi ci segue, compresi tanti ragazzi giovani, cosa non usuale per questo genere. Nel raccordo anulare andiamo forte… ahahahah

SD: Cosa si prova, invece, quando si suona fuori dalle proprie quattro mura? La gente cosa vi trasmette, cosa cercate di mettere in primo piano oltre alla musica?
NML: Quando suoniamo fuori siamo particolarmente curiosi di vedere l’effetto che facciamo, non abbiamo aspettative particolari di solito, pertanto una specie di derby del cuore con qualsiasi band, inteso come “dai andiamo e facciamo in modo che suonare dopo di noi sia un problema”, perché cerchiamo di impressionare tutti i presenti. Comunque, di solito, dopo i primi due-tre pezzi si crea una bella atmosfera. Cosa vogliamo comunicare? Rafforzare la convinzione, in chi ti guarda, di non essere il solo a pensare che la società in cui viviamo non va ed è piena di ingiustizie. La lotta di classe non è morta, ecco, ci piacerebbe che andando a casa qualcuno si sentisse meno solo.

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SD: Siete una band con un chiaro indirizzo politico, questa scelta si riflette sicuramente anche nello stile di vita quotidiana. Come si riesce a fare i conti con una società ipocrita che non lascia scampo né a destra né a sinistra?
NML: Non si riesce no, purtroppo, non se hai una sensibilità sviluppata e ti lasci coinvolgere nel gregge, è difficile orientarsi. Abbiamo una connotazione politica precisa perché questo siamo, non sopportiamo abusi e prevaricazione, siamo sempre dalla parte dei più deboli, perché lavoriamo tutti e ci rendiamo conto di quanto la società sia piena di contrasti, anche stridenti, con cui dover fare i conti giornalmente. Nel nostro privato cerchiamo di essere sempre e comunque lineari ma, come dicevo prima, è molto difficile.

SD: Domanda personale. Parlaci di come gestisci l’organizzazione di concerti, eventi e quant’altro che impegnano tempo e persone. Che effetto fa superare le mode, i periodi bui, oltre che, oggettivamente, il momento in corso? Insomma, “spalare merda”. I cambiamenti generazionali, le persone, i giovani non sempre sono quelli che uno si aspetta, continua a valerne la pena?
NML: Ecco, questa è una domanda difficile perché onestamente ogni tanto me lo chiedo anche io… guarda, non è semplicissimo! Non ti dirò che la passione aiuta sempre e comunque, che è tutto rose e fiori, no, dietro c’è tanto lavoro spesso non ricambiato dai risultati; le persone certe volte non sanno dei sacrifici dietro le quinte, anche a livello personale, sia economici che di tempo speso. La gente è cambiata, sono cambiate le aspettative, sono cambiate le motivazioni, sono passati molti anni e questo è diventato più un genere musicale che altro, quindi risponde sempre più alle logiche di mercato e quindi si entra in competizione con situazioni anche troppo distanti da te e, spesso, comporta una dispersione di energie e pubblico che non ti permette sempre di rientrare a livello economico. Tenere la barra dritta credo oggi sia molto difficile, noi poi cerchiamo di fare tutto da soli “diy”, si dice, e questo sicuramente non aiuta. Ma la soddisfazione di aver tirato su un evento come Questa E’ Roma Fest capace di aggregare così tanta gente rende il tutto più dolce, eheheh…

SD: A questo punto ci fa piacere sapere qualcosa in più del prossimo imminente appuntamento, l’evento Questa E’ Roma Fest 2024.
NML: 12/13 gennaio, questa volta proviamo a farlo in due giornate. Abbiamo coinvolto tutti quelli che potevamo a partire dai Derozer, sicuramente i più mainstream (e non è un insulto) del lotto, passando per la reunion dei Face Your Enemy, una vera chicca, i veterani Tear Me Down, Klasse Kriminale, dall’Inghilterra gli Antisect per arrivare poi a realtà consolidate come Dalton, Doomraiser, The 80′s, Raw (al loro addio alle scene), fino a giovani come gli Ostile. Insomma, abbiamo mischiato le carte in tavola e come sempre speriamo che tutto abbia avuto un senso… ci vediamo sotto al palco.

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SD: La musica o le band che hanno influenzato i No More Lies nel comporre ‘Il Cuore Della Bestia’.
NML: Eeeh, il solito guazzabuglio di influenze: si va dai Nabat, ai Nerorgasmo, ai Wisdom In Chains, Agnostic Front, Bloody Riot, Payback, Woptime. Melodia, cattiveria, cori e simpatia…

SD: I tuoi tre dischi e due libri che continui ad ascoltare/leggere (o trarne ancora spunto) dall’adolescenza…
NML: L’adolescenza è lontanissima però:
Musica: Agnostic Front, ovviamente i primi. Ramones tutto, è la band che ho visto di più live, ben 7 volte… la dice lunga, veh? Minor Threat, Misfits, Nabat, Bloody Riot, sì, lo so, nessuna sorpresa, mi rendo conto…
Libri: ‘Storie Di Ordinaria Follia’ lo adoro, ho tutto di Bukowski, adoro il suo modo di essere cinico. Poi leggo anche Welsh, King, Lansdale, Winslow. Lo so, non sono adolescenziali, ma per una volta che mi hanno chiesto di libri mi sono esaltato! Scusa se sono andato fuori tema.

SD: Intervistare una band significa mettere in chiaro molte cose che la riguardano e come la pensano, ma talvolta le domande sembrano essere sempre le stesse. Fare quello che stiamo facendo è inutile, è anche questo superato? Come ti rapporti invece con i social media.
NML: Credo che le interviste diano modo di conoscere il mondo che gravita dietro le quinte di una band e sono utilissime, ovvio, dipende dalle domande, come per tutte le situazioni. I social mettono ansia, onestamente, perché hanno le loro regole ed in più, spesso, rappresentano una realtà patinata, quindi artefatta ed è sinceramente pesante stare dietro a tutto che tra l’altro scorre via veloce, troppo veloce. Se una critica si può fare al mondo dei social è quella di fagocitare tutto alla velocità della luce, farsi spazio è veramente difficile. E poi spesso rende tutto troppo facile, cosa che in realtà non è, tende a evidenziare chi ce la fa senza sottolineare che non è semplicissimo, anzi, richiede uno sforzo importante. Ma questi sono i tempi e va bene così…

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SD: Intervista finita. Se vuoi, spazio per messaggi e ringraziamenti o anticipazioni sui No More Lies.
NML: Ma grazie a te per averci dedicato del tempo e a chi avrà la pazienza di leggere, ma soprattutto continuate così, c’è bisogno di lasciare tracce ognuno a suo modo. Per il resto ci trovate in giro, sopra o sotto i palchi sempre disponibili per quattro chiacchiere e una birra. Ciao a tutti!

(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

REVOLUTION CALLING FESTIVAL @ KLOKGEBOUW (EINDHOVEN) – RECAP

December 28, 2023 |

Man mano che veniva svelato il bill si capiva benissimo che l’occasione di seguire il Revolution Caling Fest (29 band invitate) di Eindhoven era cosa troppo ghiotta.

Andare a vedere/fotografare in un’unica giornata band del calibro di 7 Seconds, Slapshot, Terror, Cock SParrer, No Turning Back, Wisdom In Chains e i leggendari Side By Side coadiuvati da un altro vasto stuolo di gruppi super agguerriti come Death Before Dishonor, Berthold City, Arkangel e Risk It!. Insomma , tanta roba! Il RCF si è rivelato vero e proprio punto nevralgico dove darsi appuntamento da tutta Europa per tutti gli amanti dell’Hardcore.

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La location: il Klokgebouw, perfetta la location, era suddiviso in due palchi enormi per le band più blasonate (Revolution stage e Stronger stage) e un terzo palco, denominato “Warzone”, dove si sono esibite le restanti band, dalle più giovani a veri e propri culti (Arkangel e Berthold City in primis), sin dalle 12,30 AM e ininterrottamente fino a notte fonda, in più mega stand di merchandising di tutte le band sparsi per tutta la location e una zona food & drinks davvero ben organizzata a ridosso dei palchi, ma con la giusta distanza.

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Arkangel

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Arkangel

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Berthold-City

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Berthold-City

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Combust

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Combust

La musica: la resa acustica strepitosa del Klokgebouw ha innalzato per tutti l’asticella delle performance. I live sopra la media, a parere personale, sono stati: Death Before Dishonor (con grande partecipazione del pubblico), Risk it!, Pressure Pact, Wisdom In Chains (coinvolgenti sin dalla prima song, tutti a cantare fino alla fine creando una vera e propria bolgia sotto il palco), 7 Seconds (idem come i WIC, in più però gli anthems che hanno fatto la storia dell’Hardcore! Altro da aggiungere?), No Turning Back (i padroni di casa sempre più coinvolgenti e sempre più seguiti, super live), Slapshot e i Side By Side (ovviamente c’era molta attesa per questa band che non era mai stata in Europa e che si era sciolta 35 anni fa!

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Cock Sparrer

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Kill Your Idols

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Risk It!

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Risk It!

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Wisdom In Chains

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Wisdom In Chains

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Slapshot

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Slapshot

Beh è stato fantastico vederli in azione e poter cantare a squarciagola sul palco con loro ‘Backfire’ e ‘Side By Side’, lo stage diving, folle e incontrollato, ha suggellato in modo epico la leggenda. Il pubblico: sin dalle prime band si è “scaldato” ballando in tutte le forme di 2-step e quando si è raggiunto l’affluenza massina (l’evento era sold out) si è passati ad un furibondo e selvaggio stage diving in tutte le sue forme e acrobazie. E’ stato un gran vedere.

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Pressure Pact

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Side By Side

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Side By Side

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Side By Side

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Terror

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Terror

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Terror

Già annunciati le prime band della nuova edizione del RCF del 2024: Unbroken, CIV, The Exploited e All For Nothing. Ci si vede un altr’anno ad Eindhoven!

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7 Seconds

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7 Seconds

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Death Before Dishonor

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Death Before Dishonor

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Death Before Dishonor

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No Turning Back

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No Turning Back

(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Francesco Goats interview

December 23, 2023 |

Esce grazie a Spectrum ‘Punxerox’ di Francesco Goats, se fossi Blow Up dovrei dire qualcosa tipo: “agitatore culturale” del nuovo millennio milanese.

Io, che sono un ingegnere, mi limito a riportare alcuni fatti, alcuni nomi: Sentiero Futuro Autoproduzioni / Kobra (non quelli degli anni ‘80) / Zona Luce / Spirito Di Lupo… ottima occasione per scambiare due parole sul libro… e non solo.

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SD: quando nasce il progetto… e quanto dura?
FG: Il progetto nasce nel 2022 quando Edoardo di Spectrum mi contatta inizialmente per una collaborazione per il loro sito, poi conoscendoci la cosa si è evoluta e mi è stato proposto di fare un libro. Io sono pieno di file di testo sul computer con liste varie, ad esempio “libri che voglio leggere”, “nomi per band”,  “nomi per gatti”, “trame per film” ecc. Così ho aperto il file con “idee per libro” e ‘Punxerox’ mi è sembrata la migliore per questa occasione.

SD: avevi le idee chiare da subito? O è stato un processo… che mano a mano si è arricchito?
FG: Fin da subito volevo molto limitare il campo, non volevo un libro con un’idea che avrebbe necessitato 20 volumi per essere esaustiva. Quindi l’idea era precisa fin dall’inizio: artisti della scena punk attuale che fanno grafiche utilizzando le fotocopie, che è quello che faccio anche io. Durante il processo ho scoperto un po’ di artisti che non conoscevo che si sono aggiunti alla line up iniziale.

SD: Trovo SUPER importanti le premesse di Spazio e di Vallicelli. Tua idea? O sono saliti loro “sul carro”?
FG: E’ stata una mia idea. Conoscevo Giulia perché ho collaborato con lei soprattutto nella fase iniziale del suo archivio Compulsive (ho anche passato una summer in solitary archive, di cui parla nel suo testo, a scannerizzare fanzine) e ho pensato che un suo intervento potesse essere perfetto. Non conoscevo personalmente Giacomo ma avevo il suo libro ‘Virus’ (una raccolta di tutti i materiali grafici, volantini, flyer ecc. del centro sociale punk di Milano Virus) e ho pensato di provare a coinvolgerlo. Entrambi si sono presi bene e i loro interventi sono bellissimi.

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SD: Invece, a proposito di “colore” (nel senso di diversità), mi piace molto il fatto che escano dalle pagine del libro ispirazioni “freak” (tu sei un maestro in questo) piuttosto che super metal (molti, penso a Cuero per esempio)… cose che per quelli della mia erano abbastanza tabù. Anche qui… commenti?
FG: Ho sempre trovato un po’ limitante un certo manierismo nella musica punk. Nel senso, va bene che ti piace un certo tipo di punk però se fai un disco dove i suoni, i testi, la copertina sono uguali a un disco degli anni ‘80 forse faccio prima ad ascoltarmi un disco degli anni ‘80. Ho sempre trovato più interessanti quei gruppi che pur magari muovendosi all’interno di riferimenti musicali/estetici circoscritti poi ci mettevano dentro qualcosa di personale. Io credo di vivere la creatività in maniera molto individualista, faccio quello che faccio perché mi piace farlo e ci metto dentro quello che mi interessa. Non sto troppo a pensare a cosa è punk o cose del genere. Se adesso sono in fissa con certo tipo di freakkettonate il disco parlerà di questo e non riesco a immaginare perché dovrebbe interessarmi se a qualcuno (chi poi?) questa cosa possa non piacere. È come quando fai un lavoro su commissione per qualcuno, devi fare qualcosa che piaccia a chi ti sta pagando, quando invece fai qualcosa per te è come se tu fossi il committente quindi sei tu che devi essere contento. Parlando di freakkettonate mi vengono in mente gli shivaiti che dicono una cosa simile: per diventare shivaiti ci sono due modi… il primo, facile, che comporta seguire tutti i lunghi rituali, le meditazioni, le pratiche spirituali ecc… e poi quello difficile ma veloce che richiede la distruzione dell’orgoglio, ovvero devi riuscire a fregartene di quello che gli altri pensano di te. Penso che entrare in contatto con la parte profonda di te (“sii te stesso fino in fondo” dicevano i Wretched, no?) e dare ascolto solo a quella, invece che seguire dogmi e tabù di un gruppo di riferimento come stati, religioni, gruppi politici, scene ecc. mi sembra una cosa molto più punk. Che poi è la cosa bella di quando il processo creativo è slegato dal lavoro. Non devo creare un prodotto vendibile per dare da mangiare a mio figlio ma posso fare quello che voglio. In generale invece credo che i confini che delimitavano le sottoculture col tempo si siano sempre più assottigliati, è molto più normale ad esempio ora ascoltare musica estrema e allo stesso tempo cose più commerciali e pop. Mentre quando ero ragazzino era quasi impensabile. Le controculture ti davano un’identità e ti permettevano di scoprire mondi incredibili però a volte finivano per diventare delle gabbie, appunto come dici tu si creavano dei tabù invalicabili. Io penso che le sottoculture e quel modo di crearsi un’identità (io sono un punk, io sono un bboy, io sono un metallaro ecc.) stiano per morire definitivamente perché il mondo con internet è cambiato radicalmente e le identità sono più fluide.

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SD: La Xerox (nonostante il costo, ma è anche vero che io fotocopiavo clandestinamente in facoltà prima… al lavoro dopo), è molto “hardcore”. Molto DRI. Uno pensa che con canzoni di 30 secondi non ci possa essere varietà. Uno pensa che una fotocopia sia una fotocopia… ed invece qui escono tutte le sfumature/le idee etc etc… volevo sapere se hai fatto una selezione: ci sono degli “scarti”? Oppure ci sarà un volume 2?
FG: Non ci sono scarti, ci sono artisti che per un motivo o per l’altro non hanno potuto partecipato e artisti che ho scoperto troppo tardi. Usiamo la fotocopia perché siamo cresciuti in fissa con un certo tipo di punk dove l’estetica era fatta di immagini fotocopiate e sgranate. Mentre prima dell’arrivo del digitale la fotocopia era una necessità, ora è una precisa scelta stilistica e come dici tu è interessante vedere come ognuno la utilizza a suo modo. Nel libro la varietà di stili e di sperimentazioni è molto ampia. Realizzando il libro mi sono innamorato del formato libro e mi sono venute parecchie idee che non ho potuto concretizzare quindi spero in un volume 2, 3, 4… mi piacerebbe anche realizzare monografie su singoli artisti o su scene locali, insomma le idee non mancano.

SD: A qualcuno NON piace il discorso “lo fi” del tutto… (pensa anche alla musica). Che dici?? Io penso che sia “bello” lasciare spazio all’ascoltatore o al lettore… in altre parole dargli una cosa perfetta lascia poco spazio al “dialogo” che secondo me dovrebbe esserci tra artista e fruitore…
FG: Nella fotocopia, come in certi suoni lofi o nell’estetica vhs c’è una sorta di atmosfera “tragica” che il digitale, per ora, non è ancora riuscito a replicare. Molti dischi hardcore degli anni ‘80 erano registrati a caso ed erano super lofi e questo li rende magici. Tra i mille esempi penso ai Blue Vomit, un gruppo che ha scritte alcune delle mie canzoni preferite di sempre. Avevano delle registrazioni sgangheratissime ma che davano un’atmosfera perfetta. Quelle stesse canzoni riregistrate “bene” negli anni ‘00 sono terribili. In alcuni casi il lofi è proprio un elemento fondamentale di un’espressione artistica, sarebbe come togliere la chitarra elettrica a un gruppo rock e sostituirla con una acustica, la canzone rimane la stessa però cambia tutto. Io non so bene perché ma sono sempre stato un grande fan del lofi, vorrei che tutta la musica suonasse come un demo black metal, soprattutto quella pop.

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SD: A qualcuno non piace il discorso logo (Vans in questo caso)… e quel qualcuno ci ha scritto pure un libro, che per molti della mia generazione è stato IL VANGELO… sono cambiati i tempi? È la società che è cambiata? Che dici?
FG: ‘No Logo’ dici? Lo dovrei rileggere. Vans nello specifico ci ha solo dato le maglie che poi sono state serigrafate da Serimal. Comunque da questo punto di vista già far uscire un libro del genere per Spectrum, che è un negozio che fondamentalmente vende le Nike, direi che è problematico. Non ho la risposta, a me si è palesata questa possibilità e l’ho colta senza pensarci troppo. Io poi non ho un vero lavoro e sfortunatamente non sono (ancora) ricco quindi tutto fa brodo. Sicuramente c’è un interesse da parte della “moda” per le sottoculture, che a volte tende a trasformare una realtà underground in un prodotto da vendere o nell’ennesimo contenuto usa e getta. D’altra parte chi va ai concerti punk non va nei posti della moda e viceversa. Forse l’incursione nella moda può essere vista come un modo per monetizzare e poi ritorni nella comfort zone con gente che capisce quello che fai, tanto i due mondi non si guardano proprio. O meglio, la moda guarda le sottoculture come qualcosa di cui appropriarsi e la gente alla moda va al concerto punk quando è nel contesto moda ma la cosa finisce lì, nessuna persona moda va al concerto punk nel posto punk e i punk non vanno al concerto punk nel posto moda. Io ho comunque l’impressione che stiamo parlando di fenomeni, le sottoculture,  che sono un po’ degli zombie, e che questo interesse sia per colmare il vuoto del presente ma sento anche che sta per arrivare qualcosa di totalmente nuovo e sono più propenso a guardare in quella direzione piuttosto che nel passato.

SD: FANTASTICO!

Txt by Francesco Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved

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Napoli Violenta + Caged + Bunker 66 @ Palestra LUPo, Catania – recap

November 2, 2023 |

Cosa c’entrano una band heavy metal, una H.C. straight edge e una band grindcore? C’entrano, eccome, se si trovano a dividere il palco in una serata all’insegna del divertimento più sfrenato.

E infatti questo è accaduto! La serata organizzata dalla crew di Catania Hardcore, nell’ormai storica location di palestra Lupo, ha visto esibirsi per primi i siciliani Bunker 66 alle prese con il loro ‘Evil (death/thrash) Metal’, un live maiuscolo fin dalle prime battute grazie anche ad una resa acustica eccellente e a un pubblico super partecipativo che, con fare furioso/divertito, ha letteralmente fatto esplodere la venue etnea. Anthem su anthem (tratte dal loro folto catalogo musicale), riffs su riffs, cori su cori, velocità macabre e urla belluine. I Bunker 66, in quaranta minuti, hanno spazzato ogni dubbio (ma non ne avevamo!) su chi sia la migliore band metal italiana oggi!

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A seguire i bolognesi Caged, hardcore vegan straight edge dritto e massiccio come le loro idee. Politicizzati al punto giusto, e nel posto giusto, hanno tirato fuori tra salti, stage diving e up to stars un set formidabile trapelato dal palese entusiasmo dei presenti che hanno chiesto più volte ai Caged di continuare a suonare, malgrado avessero finito il loro tempo a disposizione. Bellissima sorpresa!

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Infine i napoletani Napoli Violenta che con il loro grindcore a marchio poliziottesco non hanno lasciato scampo. Come in un rito voodoo il pubblico è stato ipnotizzato da O Smilz che nei momenti topici ha cantato a squarciagola ‘Jesuscrust Superscum’ e ‘I Figli… So’ Piezz’ ‘e Grindcore’ come se fossero canzoni da stadio. Divertimento totale fino all’ultima nota distorta. Chiudo evidenziando una interessante constatazione che ho notato nelle ultime serate organizzate alla palestra Lupo: un bel cambio generazionale, infatti, dove prima aleggiava il solito dire “siamo le solite facce” ora si è passato a dire “non conosco nessuna di queste facce”, un piacevolissimo innesto di una fascia d’età compresa tra i diciotto e i venticinque anni, Ottimo.

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(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

STRIKE ANYWHERE @ LEGEND CLUB, MILANO – RECAP

October 13, 2023 |

“E’ dal 2008 che non suoniamo in Italia” mi dice Thomas, cantante degli Strike Anywhere…

…dopo avermi firmato la mia copia del loro classico del 2003, ‘Exit English’, e il loro lavoro più recente, l’ottimo ‘Nightmares Of The West’, uscito nel 2020 per Pure Noise Records. Ne è passato di tempo. 13 anni.

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In effetti, da quando ho messo piede fuori dalla macchina l’atmosfera di attesa al Legend Club era palpabile. Fan da tutta Italia arrivati per vedere la band ricordavano i concerti dei primi anni 2000, i più memorabili fra tutti, quelli ai due Deconstruction Tour (2004 e 2005). Forse perché sono stati quelli dove molti li hanno scoperti. Tra il pubblico c’è anche tanta curiosità su che tipo di scaletta faranno. Anche perché qualche giorno prima della data milanese, girava voce che questa data forse non si sarebbe fatta a causa dell’infortunio al polso destro di Eric, il batterista storico della band. Fortunatamente, la sera prima mi giunge voce dall’amico Simo Rancid che è stato trovato un sostituto, niente meno che Alex Gavazzi dei Thousand Oaks. Conoscendone la bravura dai tempi dei Jet Market sono certo che il concerto sarà qualcosa di speciale.

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Messi via i dischi autografati entriamo nel locale giusto in tempo per vedere aprire le danze gli Stanis, trio hardcore melodico di Bologna, che spicca per i suoi pezzi dai ritmi ultra-serrati e gli stacchi sempre super tight. Il loro up-tempo, le melodie orecchiabili e i bellissimi arrangiamenti che ciascun membro della band mette in mostra nel corso del loro set sono un perfetto mix per scaldare i motori prima degli Strike Anywhere. Finito l’ottimo set degli Stanis, arriviamo al momento che tutti stanno aspettando.

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Dopo un cambio palco durato qualche minuto in più del previsto, i ragazzi di Richmond salgono sullo stage e partono a tutta velocità come se tutti questi anni non fossero mai passati. La band infatti apre con ‘Refusal’ ed è subito Deconstruction Tour 2005, un pogo vivo ed energico che canta assieme a Thomas che fa da arringatore della folla dando il microfono al pit per tutti i momenti di singalong sempre presenti nei loro pezzi. Il livello di energia non scende passando poi alla loro hit, ‘I’m Your Opposite Number’, pezzone tratto dall’ultimo full length, ‘Iron Front’, e subito dopo alla bombetta old school, ‘Chorus Of One’, che prende tutti di sorpresa facendo esplodere la folla sull’onda delle parole “To live in discontent! Anti-establishment!”.

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Il set prosegue senza mai lasciare un attimo di respiro, merito anche di Alex Gavazzi che supera ogni aspettativa e di Brian Forst, seconda chitarra che si è unito alla band per questo tour, arrivato preparatissimo e preso benissimo su ogni singola nota e coro fatto durante il concerto. Matt, chitarrista solista, e Garth, bassista, saltano su ogni stacco come fanno da più di 20 anni tenendo sempre alta l’attenzione e la presa bene di tutti nel pogo. È chiaro che la band è molto fiera dell’ultimo EP, ‘Nightmares Of The West, e ne suona ben 4 pezzi su 7. Ma, a differenza di quando di solito una band con una carriera ultraventennale alle spalle suona materiale nuovo, si capisce subito che il pubblico è ben felice di sentire le novità. Infatti, ci sono momenti di altissimo coinvolgimento su ‘Imperium Of Waste’ (forse mio pezzo preferito del disco) e ‘Bells’.

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Il set a livello di scelta di pezzi è perfetto, essendo un bel mix della loro discografia. Forse avrebbero potuto fare qualche pezzo in più da ‘Dead Fm’, il loro unico disco uscito per Fat Wreck Chords. I due pezzi, ‘Sedition’ e ‘Allies’, sono stati tra i momenti più carichi di emozioni ed energia da parte di tutti in sala. Molti si aspettavano però il grande anthem di quel disco, ‘Instinct’, che invece mancava dalla scaletta. Ma andandomi a fare un giro su Setlist FM ho notato che non viene suonata da un po’. Molta importanza è stata data, giustamente, ai pezzi della loro era Jade Tree, infatti il set si chiude con la tripletta ‘Sunset On 32nd Street/We Amplify/Blaze’ e qui è difficile trattenere le emozioni.

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L’intero Legend si unisce agli “I’m Not Resisting You” dell’inno contro i soprusi della polizia americana e ai classici “Human Pollution!” di ‘We Amplify’. Dopo ‘Blaze’ la band si ritira brevemente per poi regalarci l’altra hit di ‘Exit English’, ‘Infrared’, e la closer di ‘Change Is A Sound’, ‘My Design’, che a ‘sto giro fa da closer della serata.

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Concerto finito, dopo che Brian e Matt mi donano gentilmente i loro bellissimi plettri, mi dirigo verso il merch. Il banchetto degli Strike Anywhere ha solo due maglie in esposizione una long sleeve e una maglia rossa a maniche corte con le date del tour. Ovviamente, per ricordo, scelgo la seconda e prendo, su consiglio di Gippi dei Leisfa, il cd degli Inquisition, gruppo di Thomas pre Strike Anywhere. Un classico della scena di Richmond. A fine serata c’è un’atmosfera magica, il pubblico è felicissimo di quello che ha appena testimoniato e la band è altrettanto felice ma anche, a detta loro, un bel po’ sorpresa di quanto sia andata bene. Dopo qualche chiacchiera con Matt che mi dice che spera non passi così tanto tempo tra questa e la loro prossima data in Italia e un sentito ringraziamento a Thomas, saluto qualche amico e mi dirigo verso casa.

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Ovviamente avrei voluto vedermi ‘When The Lights Go Out’, canzone con cui hanno aperto il loro set al Deconstruction 2005, e ‘Extinguish’, la mia canzone preferita di ‘Exit English’, però con una discografia così ricca di pezzi di altissimo livello non ci si può lamentare. Si può solo sperare che continuino a fare nuova musica e che tornino presto in tour. Viva gli Strike Anywhere. Grazie a Hub Music Factory per avere organizzato e a KINDA per l’invito a recensire lo show.

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(Testo: Persimmon Collective; Pics Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

To The Max! ‘Me Against The World’ guarda il video in esclusiva

September 15, 2023 |

Se avete un debole per i power trio, siete nel posto giusto. Se poi un incredibile ibrido tra rock’n'roll, punk e spruzzate di doom vi incuriosisce, allora avete trovato pane per i vostri denti.

To The Max!, giovane band veneta nata nel pieno della pandemia ha pensato bene di contrastare le “bad vibes” di quel periodo buio a suon di ritmiche martellanti, riff, assoli e tonnellate di decibel. Gli ingredienti sono promettenti e il full length di debutto della band si annuncia nel migliore dei modi, con un singolo incendiario. Tra i prodotti di questa fucina infernale infatti troviamo il nuovissimo singolo ‘Me Against The World’, un brano intenso e sparato a mille che in tre minuti e quaranta secondi promette di non fare prigionieri e invita l’ascoltatore ad abbandonarsi ad un inevitabile head-banging. Il singolo, accompagnato da un video a cura di Francesco Corso viene così commentato dalla band:

“Sicuramente si tratta di uno dei brani più rappresentativi della band, dove si possono sentire molte delle nostre influenze, sia nella musica che nelle parole. Nel testo infatti i più attenti potranno scovare citazioni alle band che più ci hanno ispirato nello scrivere musica. La canzone è nata in un momento di rabbia e frustrazione durante il quale sentivamo la necessità di gridare contro il mondo e ciò che ne è nato è questo inno alla musica”

Il singolo è disponibile, oltre che su Youtube come videoclip, su tutte le piattaforme digitali. La band festeggerà l’uscita del singolo con un’apparizione live al Cimix Festival di Verona, proprio Venerdì 15 Settembre: sarà l’occasione per ascoltare ‘Me Against The World’ dal vivo.

CYPRESS HILL @ AMA FEST, ROMANO D’EZZELINO (VI) – PHOTORECAP

August 26, 2023 |

CYPRESS HILL @ AMA FEST, ROMANO D’EZZELINO (VI) – PHOTORECAP

Pictures by Martino Campesato x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

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COLLE DER FOMENTO @ AMA FEST, ROMANO D’EZZELINO (VI) – PHOTORECAP

August 26, 2023 |

COLLE DER FOMENTO @ AMA FEST, ROMANO D’EZZELINO (VI) – PHOTORECAP

Pictures by Martino Campesato x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

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PUNK ROCK HOLIDAY 2.3 @ TOLMIN, SLOVENIA – RECAP

August 21, 2023 |

Il Punk Rock Holiday è uno di quei festival estivi che ha saputo costruirsi lo status di culto in anni, merito anche di un senso di comunità che lo porta ogni anno ad essere sold out ancora prima che ci sia una line up fuori.

Ma anche della location, il piccolo paesino di Tolmin in Slovenia, con concerti e campeggi immersi nel bosco che dà sul fiume Soča (il nostro Isonzo), circondati da colline e montagne, un aspetto che colpisce positivamente anche tutti i gruppi che ci suonano. Un festival pure baciato dalla fortuna, perlomeno quest anno, visto che è stato uno dei pochi a salvarsi dalle alluvioni che hanno purtroppo colpito la Slovenia, segno che il Punk Rock Holiday s’ha da fare e manco il maltempo può fermarlo. Per il sottoscritto sono stati 6 giorni di presenza, 5 di musica e notti semi insonni a causa di tedeschi urlanti in campeggio. Ma andiamo con ordine.

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WARM UP SHOW

Il giorno 0, la giornata non ufficiale, ovvero il concerto per chi è già li che campeggia o arriva prima. Aprono la giornata i tedeschi Heathcliff a cui spetta il compito di aprire le danze. Il loro skatepunk fortemente debitore di quello anni 90 con spruzzate metal piace e fa muovere i già numerosi presenti assetati di concerti. Seguono i polacchi CF98, non dei novellini del festival, freschi di album su Sbam!. Voce femminile e punk rock melodico, non si può sbagliare, promossi pure loro. Dopo di loro è il momento di un altro gruppo “storico” del PRH, ovvero i tedeschi Straightline. Il loro ibrido di skatepunk e crossover thrash alza l’asticella con accelerazioni e melodie assassine, sempre un piacere rivederli dal vivo. Seguono i Booze & Glory con il loro street punk dalle venature oi! che coinvolgono appieno un pubblico che si sta già scaldando alla grande. Gli Authority Zero invece rubano definitivamente lo scettro agli Anti Flag di gruppo che ha suonato più volte al festival, sono praticamente il gruppo di casa. E c’è un motivo per cui vengono chiamati in continuazione: sono un gruppo che da tutto sul palco e lo sa tenere a meraviglia. Metteteci anche il fatto che il loro punk rock melodico è di pregevolissima fattura e avrete la chiusura del cerchio. Arriva anche il turno dei veterani Dog Eat Dog, chiamati in fretta e furia a sostituire i H2O che hanno dovuto cancellare il tour per problemi di salute di Rusty Pistachio. Gli americani incarnano e rappresentano lo spirito di certa musica degli anni 90, cosa che trasuda nei loro classiconi che fanno saltare tutti i presenti. Forse un po’ meno decisi sui pezzi nuovi, ma tutto sommato una buona esibizione. A chiudere la serata un altro pezzo da novanta, ovvero gli svedesi Satanic Surfers. Da quando Rodrigo è tornato fisso dietro le pelli i concerti del gruppo sono diventati una goduria, con il quartetto che pesca a piene mani dalla loro discografia, dall’ultimo ‘Back From Hell’ fino agli esordi di ‘Skate To Hell’. Magari qualche classico in più sarebbe stato gradito, ma chi sono io per lamentarmi? In fondo rimangono uno dei miei gruppi preferiti e mi godo ogni loro concerto che posso permettermi. Si chiude così la prima sera, non prima di cadere sotto le urla belluine dei tedeschi in campeggio e della loro techno teutonica. Domani sarà un giorno migliore.

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DAY 1

Il primo giorno ufficiale del PRH segna anche l’esordio dei concerti in Beach Stage. Un esordio malinconico visto il divieto di balneazione nel fiume dovuto a fanghiglia e forti correnti, che ha privato di qualche giorno il colore di bagnanti e gonfiabili vari. Ammetto di aver snobbato un po’ il beach stage quest’anno, un po’ per impegni in zona press e un po’ per mancanza di dono dell’ubiquità, quindi mi scuso con tutti quei gruppi che avrebbero meritato un po’ di esposizione. Non del tutto una tragedia perché se andate sulla pagina ufficiale del PRH troverete i video delle dirette di ogni esibizione di ogni gruppo. Non male eh? Degne di nota le esibizioni dei tedeschi Melonball (nome scelto in onore del drink ufficiale del festival), skate punk con voce femminile, le quattro sorelle inglesi delle Maid Of Ace con il loro punk rock grintoso e ruvido, e i Urethane dello skater Steve Caballero, con il loro OC punk di chiara matrice californiana. Salendo in zona main stage iniziano anche i set acustici presso lo stand della American Socks. Mike Rivkees dei The Rumjacks prima e soprattutto Nad Savarino dei Wasei ci deliziano con due ottimi piccoli set. Non male considerando che Nad ha avuto il compito improvviso di riempire lo slot lasciato vacante dal ritardo dei The Slackers. Un po’ di orgoglio nostrano non guasta mai. Ad aprire le danze sul main stage ci sono i Buster Shuffle. Il quartetto londinese aveva già suonato qualche anno fa al festival, ma per la prima volta mi hanno fatto drizzare le orecchie. Ska 2Tone rinfrescato e suonato in maniera energica, con quel forte accento inglese che mi manda sempre fuori di testa. The Rumjacks li ho saltati per rifocillarmi in tranquillità, ma avendoli visti in chiave acustica mi sento meno in colpa hahahah. Altro gruppo che attendevo con trepidazione sono i newyorkesi The Slackers, gruppo ingiustamente forzato nella terza ondata ska degli anni 90 ma che ha saputo costruirsi un proprio sound e fama grazie anche alle uscite su Hellcat Records. La loro miscela di ska/rocksteady/reggae/blues non sarà propriamente da festa e perfino moscia per alcuni, ma cavolo se lo fanno bene e con quella voce Vic Ruggiero può far quel che vuole. Si capisce che mi sono piaciuti? Seguono gli Agnostic Front con un’esibizione energica senza infamia e senza lode, almeno stavolta si sente la voce di Roger e sanno come tenere bene il palco. Troppe smetallarate per i miei gusti, ma mi accontento della foto fatta assieme a zio Stigma qualche ora prima. A chiudere la serata ci pensano i Dropkick Murphys, combo celtic punk di Boston. Un gruppo che ho smesso di ascoltare da anni ma che non ho mai avuto occasione di vedere dal vivo, quindi la situazione è ghiotta. A differenza di tutti i presenti che hanno ballato e pagato per tutto il set, la mia avversità verso il celtic punk e la mancanza di Al Barr alla voce hanno fatto si che me li godessi poco, se pur riconoscendo la grandezza del gruppo e la loro enorme presenza scenica. Le forze sono anche allo stremo, quindi per questa sera i tedeschi in campeggio non mi avranno.

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DAY 2

Quarto giorno a Tolmino, terzo per quel che riguarda i concerti. Pian piano il corpo inizia ad adeguarsi alla vita da camping tra colazioni in città, chiacchierate con gli amici e un altro giorno pieno di gruppi in vista. Da segnalare sul Beach Stage i You Nervous? dal Belgio con il loro skatepunk melodico, stesso genere degli svedesi Rebuke per chiudere con il punk rock melodico dei veterani Antillectual dall’Olanda, freschissimi di nuovo album. Ad aprire le danze sul main stage ci pensano i californiani Scowl, uno dei gruppi più freschi e chiacchierati del momento. Una delle esibizioni che attendevo di più, visto che l’anno scorso ho avuto di vederli davanti ad una 70ina di persone al Vennster 99 a Vienna ed ero curioso di vedermeli all’opera su un palco grande. Un’attesa più che ripagata visto il set proposto dai quintetto: energico, graffiante, coinvolgente. Meritano tutto l’hype che ruota loro attorno e chi dice che sono solo un gruppo costruito per far successo non capisce proprio un cazzo. A seguire un altro gruppo che non vedevo l’ora di vedere, ovvero i Cigar dall’Oregon. Un gruppo che a fine anni 90 ha avuto un cult following con l’unico album fatto uscire su Theologian Records per poi scomparire e riaffiorare 20 e passa anni dopo con un disco su Fat Wreck Chords. Skate punk tiratissimo, melodico e tecnicissimo. Roba da rimanere a bocca aperta. Tempo di una tranquilla pausa cena per poi tornare sottopalco a seguire l’esibizione di Frank Turner assieme ai fidi The Sleeping Souls. Che dire? Un’esibizione da 10 lode per la scaletta proposta, l’energia, il carisma e la capacità di tenere il palco con la classe del veterano che è. Davvero un’esibizione favolosa e lui persona davvero simpatica e umile, tenete d’occhio questo sito che presto trascriverò l’intervista che ho fatto con lui. Il compito di chiudere la serata spetta ai Me First And The Gimme Gimmes e si sa che quando suonano loro il bordello è assicurato. Con il solo Spike Slawson della formazione originale, spiccano come turnisti John Reis (Rocket From The Crypt, Drive Like Jehu, Hot Snakes) e CJ Ramone. Il loro set è una festa dall’inizio alla fine, cover dopo cover a coinvolgere tutto il pubblico. Essendo la mia prima volta con loro mi sarei aspettato altre cover e tolto altre, ma chi sono io per lamentarmi? La serata poi si conclude tra il dj set punk rock al Hangar e quello più vario alla sala Tropicana, per poi muoversi lentamente verso il campeggio per tentare di dormire.

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DAY 3

Terzo giorno ufficiale, il corpo regge bene, la mente entra in una leggera disconnessione spazio temporale. C’è tempo per riposare e ripigliarsi. Sulla carta il giovedì è probabilmente la giornata più skatepunk delle quattro e nonostante la fatica inizi a farsi sentire, ci sono forze abbastanza da andare giù al Beach Stage per una nuova carrellata di gruppi, tra cui spiccano gli skatepunkers Teresa Banks, stanziati in Finlandia ma che annoverano un italiano e uno spagnolo nel gruppo, The Venomous Pinks da Phoenix Arizona con il loro punk ibrido di TSOL/ Joan Jett/ Bikini Kill e a chiudere i californiani Versus The World, orfani del chitarrista Chris Flippin (Lagwagon) fermato qualche giorno prima a Stoccarda da un piccolo infarto e tenuto a riposo e sotto ossevazione. Un augurio di pronta guarigione a chi ha dato tanto alla comunità skatepunk. Il main stage oggi è una rassegna di vecchie di gruppi gloriosi. I primi a salire sul palco sono i Diesel Boy e per il sottoscritto è un tuffo al cuore visto che mai mi sarei aspettato di vederli in vita mia essendomeli persi nella loro golden era. Invece sono tornati con un nuovo album e in scaletta propongono anche i pezzi nuovi, ma sono le vecchie hit a scatenare i presenti sottopalco. Groppo in gola e via, chapeau. A seguire il gruppo che forse meno ti aspetteresti ad un festival simile, ovvero i Scream da Washington DC. Si proprio quei Scream ricordati più per la militanza di Dave Grohl nelle loro fila più che per gli album bellissimi usciti su Dischord. Certo non avranno la freschezza e la velocità degli anni migliori ma riescono comunque a coinvolgere un pubblico che non li ha propriamente nelle loro corde. E qui si vede la grandezza di una band. Dopo di loro è il turno delle Bad Cop Bad Cop e cazzo che gran concerto che han fatto: le quattro suonano davvero bene, melodie al posto giusto, setlist perfetta, gran coinvolgimento del pubblico, insomma tutto quello che ti aspetti da un concerto della madonna. Chapeau. I Good Riddance sono stati quelli che mi hanno convinto di meno in tutta la giornata. Ineccepibili a livello strumentale, la voce di Russ Rankin era un po’ sottotono e mi ha fatto storcere il naso. Ma le giornate no capitano a tutti e mi sono fatto la mia buona scorta di concerti del quartetto negli anni che non mi son perso niente. Invece i Pennywise, che avevo visto sottotono le ultime volte in concerto, a mio modesto parere hanno fatto un set della madonna. Belli compatti, i pezzi suonati con potenza, pubblico in delirio. Qualche mini cover dei Nofx, Minor Threat suonata assieme agli Scream e l’immancabile Bro Hymn che per quanto ormai stucchevole riesce ancora a prendere il cuore alla gente causando una nuova epica invasione di palco e coro che va avanti anche quando il gruppo lascia il palco. Un’altra giornata se n’è andata, after party evitati come la peste, i tedeschi in campeggio sono ormai in una dimensione a parte.

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DAY 4

Ebbene si, siamo arrivati all’ultimo giorno. Fisico che sta per cedere, deprivazione del sonno, voglia di un letto vero. Non manca tanto, ci separa solo un’altra giornata di concerti. Ci si muove con calma, ci si riposa più del solito, poi una buonissima colazione giù in spiaggia in attesa dell’inizio dei concerti. Il beach stage regala pure oggi: i norvegesi Suicidal Ninja Monkeys con il loro punk rock che in certi punti ricorda certi Sum 41, i londinesi Jawless con il loro thrashcore e la cantante Teresa vera animale da palco, passando per i tedeschi Primetime Failure e il loro pop punk fino ad arrivare al gruppo che più aspettavo in questo festival, ovvero The Raging Nathans da Dayton, Ohio. E mi ritrovo così attaccato alle transenne a fare singalong sulle varie canzoni della scaletta, hit dopo hit e li ringrazio personalmente per aver fatto ‘The Lime Pit’ come canzone bis. Grandi musicisti e persone umilissime e alla mano. Voto 10 e lode. Ci spostiamo sul main stage dove aprono le danze gli sloveni Alo!Stari, punk rock anni 90 cantato nella loro lingua madre che non può far altro che trovare consensi nella rappresentanza slovena del festival. A seguire i leggendari Pigs Parlament, anche loro sloveni, ormai un’istituzione del PRH vista la loro presenza dal primo anno. La loro è una miscela energica di punk melodico, ska, hardcore e metal, super coinvolgenti e anche loro successo assicurato tra i presenti. Da loro amico non posso che esserne contento. Dopo di loro è il turno dei Jaya The Cat, uno dei gruppi più amati dal pubblico del PRH. Il loro ibrido di punk/ska/reggae/dancehall funziona alla grande e la gente risponde estasiata e a quanto pare la loro esibizione viene riconosciuta come la migliore di tutto il festival. Arriva il turno dei Pulley e per l’ennesima volta si ripropone il solito dilemma: come fanno ad essere così fighi su disco e a far live al limite della decenza? La voce di Scott è ormai andata e il resto della band cerca di salvare il salvabile, ma dopo qualche canzone cala l’attenzione e l’interesse. Meglio tenere le forze per l’ultimo gruppo della serata, ovvero gli inglesi Toy Dolls. Il trio capitanato da Olga fa un gran bel concerto, sono belli in forma, coinvolgono bene il pubblico, hanno buon tiro anche grazie a Duncan degli Snuff dietro le pelli che tiene il ritmo bello potente. La gente è presa davvero bene, a chi è venuto in giornata solo per vederseli scatta anche la lacrimuccia. Finiti i concerti c’è ancora l’ultimo passo da compiere, ovvero il rituale punk rock karaoke a opera dei Pigs Parlament dove mettono a disposizione una lista di canzoni che suoneranno e ognuno si iscrive per cantare la canzone che vuole. Quest’anno ho scelto ‘Dammit’ dei Blink-182, cantata a metà karaoke nella bolgia del hangar. Poi un’oretta su una sedia sdraio ad assaporarmi la tranquillità di chi sa che il festival è ufficialmente finito. Il corpo si rilassa, gli occhi osservano gli altri partecipanti ancora pieni di energie, la mente è divisa a metà tra l’idea di poter dormire su un letto il giorno seguente e quella di dover aspettare un anno per la prossima edizione. Non sarò più il ghepardo di una volta ma intanto un altro Punk Rock Holiday me lo sono messo in saccoccia. E va benissimo così.

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(Txt Michael Simeon and Pictures Francesco Dose)

Triple B Records European Takeover @ Legend Club, Milano (MI) – recap

August 5, 2023 |

Trivel Collective e Versus Music sono come Marvelous Hagler contro Mugabi: non ci danno tregua, ci massacrano (nel senso buono) organizzando eventi su eventi, concerti fighi su concerti fighi…
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