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Salad Days Magazine | October 21, 2019

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Music

Nick Cave & The Bad Seeds ‘Ghosteen’ – review

October 18, 2019 |

C’è qualcosa di catartico nella figura di Nick Cave.

I suoi tratti sottili, la fronte alta, gli occhi stanchi, le movenze sensuali dei suoi lunghi e avvolgenti arti, lo rendono una sorta di divinità terrena, un predicatore trasformista che deve la sua luce a una vita sempre al limite. Ho visto persone alzare le braccia al cielo nel solo vano tentativo di toccarlo, mentre da un palco ci ammaliava con la sua feroce grazia. Ho sentito lacrime di dolore e gioia scorrermi lungo il viso ogni volta che la sua voce si spezzava durante un live. Perché non si può definire Nick Cave un semplice cantante. Cave è un interprete di tutto ciò che possiamo chiamare vita, con tutte le sue paure, ombre, luci, fantasmi.
Ed è proprio grazie alla levatura morale del suo spirito che è riuscito a trasformare in luce il dolore più profondo di tutti: la perdita di un figlio ancora adolescente, morto in circostanze spietate e struggenti.
Chi si è trovato davanti alle spoglie senza vita di una persona amata, persa violentemente, senza preavviso, può capire come l’idea di dolore venga totalmente ridimensionata da un evento del genere. Il proprio corpo, sia fisicamente che nel più profondo Io, viene totalmente trasfigurato da un vortice di emozioni simili a una tortura, a qualcosa che ti corrode e ti sfibra, giorno dopo giorno. Una disperazione e un tormento profondo, in grado di paralizzarti anima, carne e respiro fino a farti impazzire, unite al rammarico di non aver saputo dimostrare con voce e parole i tuoi sentimenti.
Da questo tipo di esperienza impari a relazionarti con il prossimo in modo diverso, ad essere più aperto, a non lasciare scivolare le tue emozioni dentro di te, ma fuori di te, creando legami ancora più profondi.
Non è un caso, quindi, che dopo questa ferita Cave abbia scelto di aprire ‘Red Hand Files’, un sito in cui esorta i fan a chiedergli tutto quello che vogliono.

“Nel corso del tempo ho imparato che il più grande privilegio è l’opportunità di dire addio”, ha scritto Nick Cave in risposta a un fan che gli ha chiesto se avesse rimpianti. Le sue risposte forniscono una visione profondamente intima del suo mondo. All’inizio di quest’anno, quando gli è stato chiesto se sente che il suo defunto figlio Arthur stia comunicando con lui, Cave ha risposto che sente la sua presenza tutt’intorno, anche se non è reale, parlando quindi del potere calmante dell’idea di una vita dopo la morte.
“Questi spiriti sono idee… le nostre fantasie sbalordite che si risvegliano dopo una disgrazia… I fantasmi e gli spiriti e le visite nei sogni… sono doni preziosi che sono tanto validi e reali quanto il nostro bisogno che lo siano”.
Ed è proprio da questo che prende via ‘Ghosteen’, il diciassettesimo disco di Nick Cave e The Bad Seeds e il primo interamente scritto dalla tragica morte di Arthur. Come suggerito dallo stesso artista le prime 8 tracce rappresentano “i figli” e le successive 3 “i loro genitori”. Un doppio album che tenta di dare un senso all’immenso dolore che ha cambiato la sua vita e l’ultimo atto di una trilogia iniziata con ‘Push The Sky Away’ (2013) e ‘Skeleton Key’ (2016).

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‘Ghosteen’ non è un disco di facile ascolto, anzi, è forse il meno immediato di tutta la discografia del cantautore australiano. Le sonorità rarefatte e trascendentali meritano un’attenzione meticolosa, lontano dal rumore, dalla luce, da ogni distrazione. Dal punto di vista musicale, infatti, le canzoni hanno poco in termini di ritmo o struttura. Le percussioni di Wydler sono in gran parte assenti, sostituite quasi interamente dalle trame elettroniche e sognanti di Ellis, rendendo i pezzi ariosi, febbrili, quasi disorientanti, in una sorta di visione che risulta però vivida. I testi, qui ispirati come non mai seppur nella loro semplicità e ripetizione, sono come le parole di un Reverendo che ci accompagna alla ricerca di un legame spirituale perduto con qualcosa di ancestrale e lontano, quasi mitologico e primitivo, come la bizzarra copertina sembra voler rappresentare.
La voce di Cave è infatti la vera protagonista di questo disco, ridotto musicalmente all’essenziale, relegando i suoni a un accompagnamento minimale e scarno, mai invadente, creando una sorta di paesaggio sonoro che ci viene descritto con una lucidità estrema dando vita ad un mondo surreale fatto di cavalli dalle criniere infuocate, galeoni che fluttuano nel cielo, di bambini che si arrampicano verso il sole, di famiglie di orsi in cui il più piccolo membro della famiglia se n’è andato lontano, raggiungendo la luna con una barchetta.
Come se volesse raccontare un’ultima storia al suo bambino, prima che i suoi occhi si chiudano per sempre. E lo fa dando un’espressività alla sua voce in un modo ancora più profondo del solito, innalzandola verso il cielo con acuti così struggenti che non puoi fare altro che piangere, lasciare che le lacrime sgorghino dai tuoi occhi e ringraziare chi è riuscito a farti esplodere il cuore in modo così sincero.

I fantasmi danzano e fluttuano in ogni pezzo, in ogni nota, in ogni respiro. ‘Ghosteen’ è un neologismo pieno di significato: non rappresenta lo spirito in quanto “morto” ma, piuttosto, la presenza di un essere magico, una presenza misteriosa e delicata (il suffisso -een richiama proprio qualcosa di cui non aver paura, qualcosa di piccolo e grazioso), uno “spirito errante che vaga in un senso più che fisico”, come lo ha definito lo stesso Cave e al quale ha dedicato una delle immagini più belle del disco, contenuta nella title-track ‘A ghosteen dances in my hand Slowly twirling, twirling all around A glowing circle in my hand Dancing, dancing, dancing all around’, come se potesse tenere tra le mani il ricordo del figlio, guardarlo danzare davanti ai suoi occhi.
Una visione poetica che richiama molto da vicino William Blake, William Butler Yeats ma anche cantautori come Scott Walker e Leonard Cohen.

Non mi interessa qui soffermarmi sul singolo brano perché penso il disco sia una sorta di doloroso e necessario cammino verso la luce e la speranza, verso un nuovo modo di abbracciare la vita e i suoi colori, anche dopo un evento così tragico e spiazzante e, pertanto, debba essere ascoltato nella sua interezza per comprendere appieno la composta umanità di un uomo che ancora una volta ci ha dimostrato che la musica può essere l’unica medicina per le devastanti insidie della nostra esistenza.

NICK CAVE & THE BAD SEEDS
‘Ghosteen’-LP
(Awal)
10/10

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(Txt Serena Mazzini x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Pics: courtesy of Matt Thorne

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