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Salad Days Magazine | April 20, 2024

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Francesco Goats interview

Francesco Goats interview
Salad Days

Esce grazie a Spectrum ‘Punxerox’ di Francesco Goats, se fossi Blow Up dovrei dire qualcosa tipo: “agitatore culturale” del nuovo millennio milanese.

Io, che sono un ingegnere, mi limito a riportare alcuni fatti, alcuni nomi: Sentiero Futuro Autoproduzioni / Kobra (non quelli degli anni ‘80) / Zona Luce / Spirito Di Lupo… ottima occasione per scambiare due parole sul libro… e non solo.

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SD: quando nasce il progetto… e quanto dura?
FG: Il progetto nasce nel 2022 quando Edoardo di Spectrum mi contatta inizialmente per una collaborazione per il loro sito, poi conoscendoci la cosa si è evoluta e mi è stato proposto di fare un libro. Io sono pieno di file di testo sul computer con liste varie, ad esempio “libri che voglio leggere”, “nomi per band”,  “nomi per gatti”, “trame per film” ecc. Così ho aperto il file con “idee per libro” e ‘Punxerox’ mi è sembrata la migliore per questa occasione.

SD: avevi le idee chiare da subito? O è stato un processo… che mano a mano si è arricchito?
FG: Fin da subito volevo molto limitare il campo, non volevo un libro con un’idea che avrebbe necessitato 20 volumi per essere esaustiva. Quindi l’idea era precisa fin dall’inizio: artisti della scena punk attuale che fanno grafiche utilizzando le fotocopie, che è quello che faccio anche io. Durante il processo ho scoperto un po’ di artisti che non conoscevo che si sono aggiunti alla line up iniziale.

SD: Trovo SUPER importanti le premesse di Spazio e di Vallicelli. Tua idea? O sono saliti loro “sul carro”?
FG: E’ stata una mia idea. Conoscevo Giulia perché ho collaborato con lei soprattutto nella fase iniziale del suo archivio Compulsive (ho anche passato una summer in solitary archive, di cui parla nel suo testo, a scannerizzare fanzine) e ho pensato che un suo intervento potesse essere perfetto. Non conoscevo personalmente Giacomo ma avevo il suo libro ‘Virus’ (una raccolta di tutti i materiali grafici, volantini, flyer ecc. del centro sociale punk di Milano Virus) e ho pensato di provare a coinvolgerlo. Entrambi si sono presi bene e i loro interventi sono bellissimi.

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SD: Invece, a proposito di “colore” (nel senso di diversità), mi piace molto il fatto che escano dalle pagine del libro ispirazioni “freak” (tu sei un maestro in questo) piuttosto che super metal (molti, penso a Cuero per esempio)… cose che per quelli della mia erano abbastanza tabù. Anche qui… commenti?
FG: Ho sempre trovato un po’ limitante un certo manierismo nella musica punk. Nel senso, va bene che ti piace un certo tipo di punk però se fai un disco dove i suoni, i testi, la copertina sono uguali a un disco degli anni ‘80 forse faccio prima ad ascoltarmi un disco degli anni ‘80. Ho sempre trovato più interessanti quei gruppi che pur magari muovendosi all’interno di riferimenti musicali/estetici circoscritti poi ci mettevano dentro qualcosa di personale. Io credo di vivere la creatività in maniera molto individualista, faccio quello che faccio perché mi piace farlo e ci metto dentro quello che mi interessa. Non sto troppo a pensare a cosa è punk o cose del genere. Se adesso sono in fissa con certo tipo di freakkettonate il disco parlerà di questo e non riesco a immaginare perché dovrebbe interessarmi se a qualcuno (chi poi?) questa cosa possa non piacere. È come quando fai un lavoro su commissione per qualcuno, devi fare qualcosa che piaccia a chi ti sta pagando, quando invece fai qualcosa per te è come se tu fossi il committente quindi sei tu che devi essere contento. Parlando di freakkettonate mi vengono in mente gli shivaiti che dicono una cosa simile: per diventare shivaiti ci sono due modi… il primo, facile, che comporta seguire tutti i lunghi rituali, le meditazioni, le pratiche spirituali ecc… e poi quello difficile ma veloce che richiede la distruzione dell’orgoglio, ovvero devi riuscire a fregartene di quello che gli altri pensano di te. Penso che entrare in contatto con la parte profonda di te (“sii te stesso fino in fondo” dicevano i Wretched, no?) e dare ascolto solo a quella, invece che seguire dogmi e tabù di un gruppo di riferimento come stati, religioni, gruppi politici, scene ecc. mi sembra una cosa molto più punk. Che poi è la cosa bella di quando il processo creativo è slegato dal lavoro. Non devo creare un prodotto vendibile per dare da mangiare a mio figlio ma posso fare quello che voglio. In generale invece credo che i confini che delimitavano le sottoculture col tempo si siano sempre più assottigliati, è molto più normale ad esempio ora ascoltare musica estrema e allo stesso tempo cose più commerciali e pop. Mentre quando ero ragazzino era quasi impensabile. Le controculture ti davano un’identità e ti permettevano di scoprire mondi incredibili però a volte finivano per diventare delle gabbie, appunto come dici tu si creavano dei tabù invalicabili. Io penso che le sottoculture e quel modo di crearsi un’identità (io sono un punk, io sono un bboy, io sono un metallaro ecc.) stiano per morire definitivamente perché il mondo con internet è cambiato radicalmente e le identità sono più fluide.

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SD: La Xerox (nonostante il costo, ma è anche vero che io fotocopiavo clandestinamente in facoltà prima… al lavoro dopo), è molto “hardcore”. Molto DRI. Uno pensa che con canzoni di 30 secondi non ci possa essere varietà. Uno pensa che una fotocopia sia una fotocopia… ed invece qui escono tutte le sfumature/le idee etc etc… volevo sapere se hai fatto una selezione: ci sono degli “scarti”? Oppure ci sarà un volume 2?
FG: Non ci sono scarti, ci sono artisti che per un motivo o per l’altro non hanno potuto partecipato e artisti che ho scoperto troppo tardi. Usiamo la fotocopia perché siamo cresciuti in fissa con un certo tipo di punk dove l’estetica era fatta di immagini fotocopiate e sgranate. Mentre prima dell’arrivo del digitale la fotocopia era una necessità, ora è una precisa scelta stilistica e come dici tu è interessante vedere come ognuno la utilizza a suo modo. Nel libro la varietà di stili e di sperimentazioni è molto ampia. Realizzando il libro mi sono innamorato del formato libro e mi sono venute parecchie idee che non ho potuto concretizzare quindi spero in un volume 2, 3, 4… mi piacerebbe anche realizzare monografie su singoli artisti o su scene locali, insomma le idee non mancano.

SD: A qualcuno NON piace il discorso “lo fi” del tutto… (pensa anche alla musica). Che dici?? Io penso che sia “bello” lasciare spazio all’ascoltatore o al lettore… in altre parole dargli una cosa perfetta lascia poco spazio al “dialogo” che secondo me dovrebbe esserci tra artista e fruitore…
FG: Nella fotocopia, come in certi suoni lofi o nell’estetica vhs c’è una sorta di atmosfera “tragica” che il digitale, per ora, non è ancora riuscito a replicare. Molti dischi hardcore degli anni ‘80 erano registrati a caso ed erano super lofi e questo li rende magici. Tra i mille esempi penso ai Blue Vomit, un gruppo che ha scritte alcune delle mie canzoni preferite di sempre. Avevano delle registrazioni sgangheratissime ma che davano un’atmosfera perfetta. Quelle stesse canzoni riregistrate “bene” negli anni ‘00 sono terribili. In alcuni casi il lofi è proprio un elemento fondamentale di un’espressione artistica, sarebbe come togliere la chitarra elettrica a un gruppo rock e sostituirla con una acustica, la canzone rimane la stessa però cambia tutto. Io non so bene perché ma sono sempre stato un grande fan del lofi, vorrei che tutta la musica suonasse come un demo black metal, soprattutto quella pop.

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SD: A qualcuno non piace il discorso logo (Vans in questo caso)… e quel qualcuno ci ha scritto pure un libro, che per molti della mia generazione è stato IL VANGELO… sono cambiati i tempi? È la società che è cambiata? Che dici?
FG: ‘No Logo’ dici? Lo dovrei rileggere. Vans nello specifico ci ha solo dato le maglie che poi sono state serigrafate da Serimal. Comunque da questo punto di vista già far uscire un libro del genere per Spectrum, che è un negozio che fondamentalmente vende le Nike, direi che è problematico. Non ho la risposta, a me si è palesata questa possibilità e l’ho colta senza pensarci troppo. Io poi non ho un vero lavoro e sfortunatamente non sono (ancora) ricco quindi tutto fa brodo. Sicuramente c’è un interesse da parte della “moda” per le sottoculture, che a volte tende a trasformare una realtà underground in un prodotto da vendere o nell’ennesimo contenuto usa e getta. D’altra parte chi va ai concerti punk non va nei posti della moda e viceversa. Forse l’incursione nella moda può essere vista come un modo per monetizzare e poi ritorni nella comfort zone con gente che capisce quello che fai, tanto i due mondi non si guardano proprio. O meglio, la moda guarda le sottoculture come qualcosa di cui appropriarsi e la gente alla moda va al concerto punk quando è nel contesto moda ma la cosa finisce lì, nessuna persona moda va al concerto punk nel posto punk e i punk non vanno al concerto punk nel posto moda. Io ho comunque l’impressione che stiamo parlando di fenomeni, le sottoculture,  che sono un po’ degli zombie, e che questo interesse sia per colmare il vuoto del presente ma sento anche che sta per arrivare qualcosa di totalmente nuovo e sono più propenso a guardare in quella direzione piuttosto che nel passato.

SD: FANTASTICO!

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