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Salad Days Magazine | August 15, 2026

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RISE AGAINST INTERVIEW

RISE AGAINST INTERVIEW
Salad Days

Becchiamo Joe Principe, bassista/fondatore dei Rise Against, ma anche nei mitici 88 Fingers Louie, in occasione dell’uscita di ‘Ricochet’. Sempre un piacere scambiare due parole con chi non si scorda da dove viene… anzi!

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SD: Quando hai cominciato a suonare? Quali artisti o quali band ti hanno ispirato nell’adolescenza?
JP: Ho iniziato a suonare la chitarra nel 1990. La mia idea era quella di imparare quei due o tre accordi, e divertirmi a casa. Imparare le canzoni dei Ramones, dei 7 Seconds, dei DRI… non ho mai pensato di suonare in una band. Dopo circa un anno, mentre facevo skate nel cortile di un mio amico, ho conosciuto un suo compare e suo fratello minore. Io e suo fratello (Dom, batteria negli 88 Fingers Louie) avevamo tanto in comune dal punto di vista dei gusti musicali. Dal niente mi chiese se volessi suonare il basso nel suo gruppo. Gli ho detto ok… e da lì è iniziato tutto!

SD: Quanto la politica ha influenza sul tuo percorso musicale?
JP: Be’, penso che il punk old school fu creato come una reazione, un pugno in faccia alla società, al mainstream. A mio modo di vedere il senso era suonare e cantare per ispirare un cambiamento o per accrescere consapevolezza rispetto ad un’istanza, ad un particolare argomento. Penso che sia sempre stato qualcosa di intrinsecamente politico, di “naturalmente” politico. Alla fine ci sono cascato dentro, da giovane, proprio per questa ragione. Non mi trovavo in niente, non andavo d’accordo con il mondo attorno a me. Ho trovato “casa” in quella musica ed in quella scena.

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SD: quali sono stati i tre momenti più difficili, per te e per gli Stati Unitii, dal 2001 a oggi?
JP: Domanda difficile e molto “grossa”. Probabilmente ti direi “Trump eletto presidente” come momento difficile numero 1 e numero 2. Un fatto allo stesso tempo (n.d.r.: non lo traduco visto che suona perfetto) “disappointing, scary, and embarrassing”. Penso che lui e la sua crocchia siano il male: dovrebbero essere tutti in prigione. Posso solo sperare che la sua salute “lavori” per noi. Come terzo momento metterei le “Torri Gemelle” e il 9.11.01. Sono cresciuto pensando che gli Stati Uniti fossero intoccabili e esenti da ogni minaccia. L’11 settembre mi ha aperto gli occhi nel modo più “stridente” possibile (n.d.r.: usa la parola “jarring”, poco traducibile). Il mio cuore va a tutti quelli che hanno perso la vita quel giorno, ma anche a chi l’ha persa in altro modo ed in altri paesi (n.d.r.
spiegazione dello “stridente” di cui sopra).

SD: Siete sempre stati una band politica. Quanto questo vi ha ostacolato. Quanto questo vi si è rivoltato contro?
JP: Non l’ho mai pensata in questo modo. Noi siamo chi siamo, e ne siamo molto orgogliosi. Penso che come Rise Against stiamo usando la nostra “platform” (n.d.r.: intraducibile, bellissima parola) per aumentare la consapevolezza su certe questioni politiche e sociali (n.d.r.: qui si riferisce anche all’ambiente, ma “ambientali” non suona). Noi presentiamo dei fatti. Chi ci ascolta può farsi una propria visione su quello che noi mettiamo sul tavolo.

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SD: puoi descriverci ‘Ricochet’? E quanto ‘Ricochet’ deriva dall’era Trump?
JP: ‘Ricochet’ sottolinea il fatto che ad ogni azione corrisponda una reazione. Le nostre decisioni hanno un effetto sulle persone con cui noi siamo a contatto. Ragione per cui provo a vivere la mia vita cercando di essere una buona persona, cercando di “esserci”, sia per gli amici che per la famiglia.

SD: Se dovessi dividere il tuo percorso musicale in tre parti, come lo faresti?
JP: Penso che si possa parlare di “crescita”: e con “crescita” mi riferisco alle diverse fasi di una vita “normale”. Prima di tutto c’è l’infanzia, quando si prova a stabilire il proprio suono ed il proprio “ethos”. Poi viene l’adolescenza, quando il suono si sviluppa e cresce. Poi si diventa adulti, periodo in cui si prova ad affinare la propria arte.

SD: Cosa pensi del pubblico europeo, ed in particolare di quello italiano. Hai qualche audience a cui ti senti particolarmente legato?
JP: In generale, suonare in Europa è “amazing” (n.d.r.: altra parola che vale la pena lasciare). I fans in Europa apprezzano gli sforzi che noi band americane facciamo per “bookare” un tour oltreoceano e per viaggiare lontano. Quindi penso si senta quest’energia, questa “presa bene”. Sono italiano, quindi amo suonare in Italia. La vostra cultura è “engrained” (n.d.r.: l’inglese certe volte è BELLISSIMO) nel mio DNA. Sono cresciuto in un quartiere di Chicago “molto” italiano… circondato da immigrati italiani. La mia famiglia? Viene tutta dall’Italia!

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SD: Con quali gruppi (giovani) suoneresti oggi?
JP: Mi piacciono i Fluids dall’Indiana, i Bad Nerves da Londra e gli Homefront da Edmonton.

SD: Top 3 delle tue canzoni preferite?
JP: Le mie tre canzoni preferite di sempre? Direi ‘Modern Man’ dei Bad Religion, ‘Supertouch’ dei Bad Brains e ‘Judy Is A Punk’ dei Ramones.

SD: Ed i tuoi top 3 album?
JP: 1) Ramones – ‘Leave Home’. 2) Bad Brains – ‘S/T’. 3) Cock Sparrer – ‘Shock Troops’

SD: e direi di concludere con: PUNTO!.

(Intervista di Francesco Mazza; Pics Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

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